Un altro sito di recensioni cinematografiche? Ebbene sì.

Mostra contenuti secondari Nascondi contenuti secondari

Qui trovate film non sempre nuovi, a volte proprio vecchi. Ma se ve li siete persi, provate a dare loro un'occhiata....

Mi chiamava Valerio (2014)

Mi chiamava Valerio (2014)

Pellicola liberamente ispirata alla vita di una promessa del ciclismo degli anni eroici, ovvero gli anni 40 e 50, Mi Chiamava Valerio e’ una produzione indipendente dei registi Igor Biddau e Patrizio Bonciani, che in effetti prende spunto da eventi reali, ma più come pretesto per rappresentare un’età irripetibile nella storia italiana.

Valeriano Falsini è un venditore ambulante delle campagne toscane che, per necessità o virtù, si scopre essere un asso delle due ruote… vince molte gare a livello locale e viene adocchiato dai professionisti. Il suo sogno sembra realizzarsi quando viene chiamato niente poco di meno che da Fausto Coppi (che lo chiamava Valerio perché così “è più veloce”), che lo vuole come suo gregario, ma proprio mentre sembra l’inizio di una carriera luminosa, una decisione affrettata mina le sue condizioni fisiche in modo definitivo. La sua esperienza tra i giganti delle due ruote a 80.000 lire al mese termina dopo un anno.

Opera che innesta il mestiere di attori professionisti (tra cui Roberto Caccavo nella parte di Coppi) su un tessuto di volti amatoriali e locali (il che non vuol dire necessariamente di basso livello, il protagonista Riccardo Sati, per intenderci, regge benissimo ed in modo credibile la parte di Valeriano) Mi Chiamava Valerio è costruito su una sceneggiatura molto evocativa ma forse un po’ discontinua; il film però si avvale di una fotografia sorprendentemente buona anche rispetto a produzioni del cinema mainstream italiano, e risolve in modo anche brillante la mancanza di mezzi. La scelta di impoverire i colori, eccezion fatta per il rosso (di Schindleriana memoria, non casualmente omaggiata nel finale “realistico”), virando al seppia di quando in quando, conferisce al film il mood di quegli anni, e allo stesso modo ne evidenzia il distacco rispetto ai sogni, che si sovrappongono alla realtà quando Valeriano è sulla sua bici. Bella la scelta di stringere sui bei volti scavati e toscani appena possibile.

Menzione speciale per la musica di Stefano Rossi:  interessantissimi i commenti al pianoforte (che possono, solo in prima battuta, ricordare Piovani), e molto bella la sinfonia che accompagna l’eroico e sciagurato giro della Toscana; in qualche modo la cifra comune dello score di Rossi è un senso di sospeso  e di potenziale che ben valorizza lo spirito di tutto il film.

La grossa sfida del film non è la celebrazione dell’ennesimo quarto d’ira di celebrità preconizzato da Andy Warhol, ma di raccontare in modo essenziale e senza retorica i privilegi della giovinezza, quel momento in cui l’onda si alza e tutto l’universo sembra piegarsi a quello che vuoi. Il che vale doppio anche e soprattutto in un momento difficile come fu quello del dopoguerra:  i sogni come rivalsa e riscatto, e scommessa su un futuro migliore.

Il sogno è in qualche modo il leit motiv del film, sia visto come una visione verso cui puntare e pagarne il prezzo, ma anche come elemento di rielaborazione e  rilettura della realtà: ne troviamo spesso, utilizzati per raccontare l’animo di Valeriano, sia in stile leggero e cartoonesco, sia simbolico e drammatico (forse il picco dell’opera di Biddau: una corsa al contrario contro il tempo che passa e sotto una pioggia battente e implacabile… vero e proprio presagio schopenhaueriano di qualcosa che sta per finire, l’onda che si frantuma per ritornare alla quiete iniziale).

In definitiva, Mi Chiamava Valerio rappresenta un prodotto indipendente ottimo, ambizioso ma non pretenzioso, e che, nonostante i risultati qui più che buoni, lascia presagire un potenziale ancora inesplorato nelle capacità narrative del regista. Da vedere anche se non siete appassionati di ciclismo, sport e dopoguerra:  un film di tematiche universali.

Truman Capote - A Sangue Freddo (2005)

Truman Capote - A Sangue Freddo (2005)

Se pensate che ad Hollywood le buone idee abbondino, beh, non sempre è cosi. Nel 2005 ben due case di produzione pensano di realizzare il biopic dello scritore Truman Capote, più esattamente la stesura del suo capolavoro, A Sangue Freddo, forse il primo esempio di romanzo-veritá, ovvero la versione romanzata di un fatto di cronaca. La spunta questo film di Bennett Miller che di fatto costringe l'altro ad uscire nel 2006. Infamous, questo il titolo dell'altro,  in effetti è un buon film ma, purtroppo per il regista McGrath, Miller sforna uno dei più bei film della prima decade degli anni 2000. 

Gli eventi narrati vanno dal 1959 al 1965, anno in cui uscirá il libro: Truman Capote (interpretato da Phillip Seymour Hoffman), autore di culto del periodo (é l'autore di Colazione da Tiffany), intellettuale, plateale, istrionico, omosessuale, trova un trafiletto di giornale: 4 persone massacrate nella loro fattoria a Holcombe, Kansas. Senza particolari ragioni, decide di scrivere un articolo per il New Yorker, basandosi sulle interviste di chi conosceva la famiglia. Si trasferisce nel Kansas insieme all'amica Harper Lee (se il nome vi dice qualcosa, beh, dovrebbe. È l'autrice de Il Buio Oltre La Siepe) e svolge il suo lavoro di ricerca giornalistica. Succede l'inaspettato: mentre è in Kansas, catturano i due criminali e li riportano a Holcombe; avrá modo di conoscerli incidentalmente, ed adotta la loro causa, in particolare quella di Perry Smith (un Clifton Collins jr strepitoso). Ma il suo obiettivo è meno che idealistico: vuole semplicemente tenerli in vita abbastanza per farsi raccontare la loro storia, e trasformare l'articolo in un libro. Ci riuscirà.

Se questo breve sunto, vi fa apparire il personaggio principale mostruoso, è perchè effettivamente lo è: l'interpretazione di Hoffman, strameritato Premio Oscar, è magistrale, ed estenuante per come regge quasi integralmente le due ore di film, ed il personaggio che ne emerge è di una complessità tale che non può non colpire già ad una prima visione. Intrattenitore da salotto sublime (alcune scene con lui al centro dell'attenzione, una specie di sacerdote di sabba mondani, sono esilaranti), oratore e scrittore raffinato, personalità frammentata e fragilissima, manipolatore ed untuoso, magniloquente e affascinante,  oscilla tra verità e bugie (raccontate in primis a se stesso), il serpente che avvolge e finisce con l'incantare se stesso. La sua capacità di entrare in sintonia con l'interlocutore è miracolosa, e sembra parlare alla pari sia con la studentessa di campagna, che con lo sceriffo del Midwest, con i socialite di New York, e con i due criminali in carcere. In particolare, il rapporto quasi morboso che stringe con Perry Smith, ai limiti della fascinazione (a differenze di Infamous dove l'innamoramento non è solo suggerito), dove un po' alla volta entra nella sua intimità, lo violenta psicologicamente per ottenere quello che vuole, per poi lasciarlo e prenderlo quando ne ha bisogno. Emblematiche due scene: quella in cui confida alla'amica Lee di pregare con lui affinchè la Corte Suprema mandi il suo "amico" Smith al patibolo, in modo che il suo romanzo possa avere finalmente una conclusione; e quella di addio ai due criminali prima dell'esecuzione, un'interpretazione dentro l'interpretazione che lascia attonito lo spettatore: davvero prova quei sentimenti? O prova quello che DOVREBBE sentire in quel momento?

Al di là dell'interpretazione di Hoffman, talmente perfetta che non posso dire altro se non di  asssistere e basta alla voce, le mosse, il modo in cui "indossa" la sigaretta, in cui cammina,  in cui ride di quella risata chioccia e irritante, in cui stringe le narici (peculiarità più volte riportata del vero Capote), il film è un gioiello di fotografia e costumi, oltre che altre interpretazioni di altissimo livello: Catherine Keener (l'amica Harper Lee, prima sua adorata ancella, poi disprezzata quando raggiungerá il successo), il già citato Clifton Collins jr, ma soprattutto Chris Cooper, lo sceriffo prima sospettoso, poi fascinato, poi disgustato quando ne smaschera il modus operandi manipolatorio e che, unico a riuscirci in tutto il film, impietrisce Truman Capote quando lo fulmina con una battuta sul titolo del libro: "A Sangue Freddo si riferisce all'efferatezza del crimine, o a come fai le tue ricerche?". Da cineteca.

Trainspotting (1996)

Trainspotting (1996)

Quali sono i film che meglio rappresentano la fine del Ventesimo Secolo? Nel 1999 ne escono ben 3 che, a mio modesto parere (e me ne prendo piena responsabilita’!) si giocano le medaglie: in ordine alfabetico American Beauty di Sam Mendes, Fight Club di David Fincher e Matrix dei fratelli Wachowski.

Cosa hanno in comune questi film? Parlano di un risveglio, dell’onda che si spezza, di quel punto delle montagne russe dove sei in arrivato in cima e sai che stai per accelerare ... In basso. E fuori metafora, profeticamente, la doccia fredda cade l'11 settembre 2001, l'inizio ufficiale di ogni crisi del Mondo Occidentale Come Lo Conoscevamo Fino ad Allora.

Eppure, io trovo che tutti e 3 sono in qualche modo debitori di un piccolo, grandissimo film di 3 anni prima, ovvero Trainspotting di Danny Boyle, che in qualche modo detta getta le basi ideali, visive e narrative dei 3 filmoni mainstream di cui sopra, per analogia in Fight Club, per estensione in Matrix, e per assurdo in American Beauty (non ci credete? Comparate la ribellione alla vita borghese di Kevin Spacey con tanto di droga con quella di Ewan McGregor; nonchè l'iperalismo del mare di rose in American Beauty e il mare di m...a in Trainspotting!)

Trainspotting, si dice girato e montato in 8 settimane (!), con la sua storia di droga ed amicizia in Scozia è deflagrante ovunque arrivi: film indipendente britannico, lurido, acido, ipercinetico, punk, esilarante, dissacrante, parte in sordina e poi grazie al passaparola, finisce con essere programmato per mesi nei multisala.

Pugno allo stomaco per le immagini (e non solo), Inizialmente persino accusato di essere propaganda delle droghe pesanti (come dire che Arancia Meccanica incoraggia il vandalismo, o che il Gladiatore pubblicizzi i Combattimenti nell'Arena, visto che ci siamo), il film dell'emergente Danny Boyle (da quel punto fino a The Millionaire del 2008 ogni suo film sarà preceduto dalla dicitura "dal regista di Trainspotting") è tratto da il bestseller di Irvine Welsh, vero e proprio cult della cultura underground del periodo.

 Il film è una meraviglia dal punto di vista visivo: la presentazione iniziale dei personaggi con i nomi in sovraimpressione (prima volta che si vede sul grande schermo, da lì in poi praticamente visto mille volte),   immersioni nella toilette più schifose che si possa immaginare, lo sprofondare fisicamente dopo la botta di eroina,  la disintossicazione allucinata, il buco della siringa visto da dentro che in realtà (?) è lo scarico di un lavandino, sono il cinema indie anni 90 al suo meglio.

Musicalmente, il film è una storia dentro la storia... Parte da Iggy Pop, per arrivare alla tecno acida degli Underground (Slippy Boy, vero e proprio battito cardiaco del film), passando per Leftfield, Blur, Brian Eno, Elastica ed un Lou Reed mai cosi poetico nella sua Perfect Day: praticamente un viaggio PERFETTO di rinnovazione testimoniato (anche) a livello musicale.

Recitazioni? Difficile trovare il migliore tra Ewan McGregor (Renton,protagonista e voce narrante del film... L'unico che cambierà veramente... Forse), Robert Carlyle (lo psicopatico Begbie, protagonista di una rissa MEMORABILE), Jonny Lee Miller (il viscido Sick Boy esperto in Sean Connery, carnefice e vittima -in una scena agghiacciante della perdita del figlio- allo stesso tempo), Ewen Bremner (l'irrecuperabile sfigato -in tutti i sensi- Spud), Kevin McKidd (il bravo ragazzo destinato ad una fine orribile).

Sarebbe però ingiusto definire Trainspotting un film sui tossici, in effetti lo è solo in superficie; molto di più, racconta di un gruppo di amici la cui fine dell'adolescenza li divide per sempre. Per loro, la maturità arriva come il risvegliarsi da un sogno (per quanto artificiale) per entrare in una realtà per niente promettente. E ancora di più: Trainspotting rappresenta il testamento della Generazione X, quella che avrebbe dovuto cambiare il mondo o essere l'ultima che avrebbe potuto farlo, e finisce con l’essere la prima generazione di sempre del Mondo Occidentale con meno aspettative della precedente. La Fine dell'Era delle Meraviglie. Trainspotting già nel titolo è rivelatore: intraducibile in italiano, il trainspotting è un hobby tipicamente britannico di una sessantina di anni fa, dove si collezionavano gli avvistamenti dei vari treni in un’epoca dove questi erano meravigliosamente diversi tra di loro (una specie di birdwatching, ma sui treni appunto); poi divenuto nel gergo il sinonimo di buttar via il proprio tempo in un'attività senza (più) senso. Qui il trainspotting avverrà in modo drammaticamente visibile quando i trenini della tappezzeria della camera –dell’infanzia- di Renton, scorreranno a causa delle allucinazioni durante la disintossicazione.

Che dire? guardate o riguardate Trainspotting ora, nella seconda decade del Ventunesimo Secolo, per capire dove è iniziata la fine del Ventesimo. Chi lo avrebbe detto che un film di tossici ci avrebbe raccontato in modo così sincero? Monumentale epitaffio: la scena finale con monologo di Renton (la trovate nella sezione Titoli di Coda) . Se ve la siete persa, vi siete persi gli Anni 90. E quello che ci promisero.

Man On Fire (2004)

Man On Fire (2004)

Se per questo natale siete stanchi de Il Piccolo Lord, Cantico di Natale e Una Poltrona per Due, il film da recuperare è Man on Fire di Tony Scott, fratello minore (in ogni senso) di Ridley Scott.

Il buon Tony dirige uno dei capisaldi della cinematografia USA anni ’80 con Top Gun, lanciando Tom Cruise nell’olimpo di hollywood e riportando in auge i mitici RayBan a forma di goccia, dopo di che  tanti film dall’impianto classico, ma con interessantissimi inserti ipercinetici (si potrebbe dire di “realtà aumentata” ante litteram), evidentemente mutuati dalla sua esperienza come regista pubblicitario. Qui lo dico e qui lo nego, ma sono sicuro che qualche novello Quentin Tarantino, magari tra una ventina d’anni riscoprirà le storie di Scott Junior, come il regista che ha realizzato i migliori fumetti su pellicola reali, con tutti i topoi che caratterizzano il genere su carta stampata… molto di più dei vari Frank Miller , Robert Rodriguez, Zack Snyder che in effetti cercano di imitare in modo quasi pedissequo cioè che vedono sulla carta stampata  e lo riproducono (vedi Sin City e 300). Parzialmente c’era riuscito Nicholas Winding Refn con Driver (pessimo invece in Solo Dio Perdona, che aveva tematiche simili)

A ben vedere, Scott,  al di là delle capacità di narrazione visiva (e di score musicale, sempre di prim’ordine) realizza delle vere e proprie pieces di commedia dell’arte, con personaggi apparentemente bidimensonali, ma che invece hanno lo scopo di rappresentare determinate funzioni, maschere che semplificano la personalità, a vantaggio della narrazione. In altre parole l’eroe rappresenta quella caratteristica, l’antagonista altre, la spalla del protagonista altre ancora, ma nessuno è personaggio completo a sé. Ricorda qualcosa? Certo:  la fiaba, e successivamente il fumetto, ovvero la narrazione di tradizione popolare, e nel 90% dei casi è il cinema di genere (con buona pace di Tarantino).

Se dovessimo scegliere due film che ne rappresentano la summa, sceglierei senz’altro Spy Game, che vede Scott alle prese con il genere di spionaggio, e Man On Fire, che esce nel 2004 in sordina, e che invece è un film di genere “vendetta”, che negli USA significa Western, Charles Bronson, l'Ispettore Callaghan, il Wrestling.  Abbiamo detto personaggi bi-dimensionali, vero, ma ciò non vuol dire di basso livello: qui troviamo in formissima Denzel Washington, Giancarlo Giannini, Mickey Rourke, Dakota Fanning e il monumento Christopher Walken. Delizioso vederli dialogare e muoversi assieme in un film tutto sommato semplice: pur non uscendo dai canoni del cinema di intrattenimento, Scott lascia il suo cast fare come meglio crede, e lì sta la naturalezza, la semplicità che finisce con l’esaltare le caratteristiche dei singoli.

Del resto la trama E' semplice: Creasy, ex mercenario ora reso alcolizzato dai rimorsi, viene assunto per proteggere la ricca ragazzina di famiglia dall’ondata di rapimenti in città. Creasy è un uomo morto dentro quando viene assunto; torna in vita con l’affetto della ragazzina; e quando gliela rapiranno sotto gli occhi, e successivamente uccisa, muore un’altra volta. Ma stavolta, si porterà un po’ di gente con sé (già sento gente esultare).

Ad onor del vero, il film regalerà qualche sorpresa inaspettata alla fine (guardare per credere); ma proprio come nelle fiabe, lo status quo ante sarà ristabilito in fondo. In un modo o nell’altro.

Oltre alle performance, bella l’ambientazione (Messico) e azzeccatissime le musiche (Harry Gregson Williams e la Lisa Gerrard de Il Gladiatore allo score, ma magnifico e stridente il mix di canzoni scelte tra la mielosa Linda Ronstadt e le ballate latino-americane). Da sottolineare la performance di Denzel Washington, il mercenario tanto impacciato nella vita reale (o in discoteca: date un’occhiata al suo travestimento da super-giovane), quanto perfetto nel dispensare morte, dove il suo amico mentore (altro archetipo) lo definisce un artista assoluto. In qualche modo, Man on Fire è quanto di più vicino troverete ad un personaggio dei fumetti, 3 volte malamente portato sullo schermo, ovvero Punisher (o Punitore): anti-eroe quanto vuoi, violento quanto vuoi, perdente quanto vuoi, ma quanta soddisfazione veder morire i cattivi con una bomba infilata su per il sedere (sic!). Questa non è Vendetta. Questa è Punizione.

Autofocus (2002)

Autofocus (2002)

Paul Schrader, regista del mitico American Gigolo, film icona degli anni'80 (quanti uomini hanno imparato a far la valigia studiando la pragmatica meticolosità di Richard Gere?), ci regala un'altra perla di stile nel 2002, raccontandoci la morbosa storia di Bob Crane (Greg Kinnear) protagonista negli anni '60 di una sitcom di successo (nota anche in Italia), che insieme all'amico John Carpenter (nessuna relazione col più noto ed omonimo regista), sfrutta la sua popolarità per portarsi a letto centinaia di donne e, visto che c'è, riprendersi mentre lo fa. Il film è una vera e propria discesa all'inferno: per perseguire questa sua dipendenza, perderà la reputazione, la famiglia, la carriera, tutto... Con finale tragico e quasi inesorabile.

 Il film rappresenta da un punto di vista visivo un eccellente affresco del periodo, con colori vividi, saturi che ben raffigurano i colorati, lisergici anni Sessanta ed inizio degli anni Settanta. Davvero notevole il contrasto di quelle immagini legate nell'immaginario collettivo con praticelli verdi, bambini sorridenti, cani che corrono e buoni sentimenti con le tematiche scabrose e prive di ogni consolazione finale. Per tanti versi, fa il paio con un film dello stesso anno, Lontano dal Paradiso, che anche qui, sotto i colori intensi e il mondo luminoso e pulito degli anni d'oro del Sogno Americano, affronta tematiche tabù come l'omosessualità e i rapporti interraziali, lì con delicatezza e non-detto degno di un quadro di Hopper, qui affondando a piene mani nel fango in cui il protagonista finisce per sprofondare. Non a caso, quando Autofocus esce nel 2002 provoca ben più di un prurito nella distribuzione USA, favorendone il divieto ai minori (e in definitiva l’affossamento). Molte scene abbastanza esplicite, ma in particolare è un passaggio dove Bob sogna di essere osservato "in azione" dalla sua famiglia (bambini inclusi) e dai suoi colleghi che sicuramente sollevò qualche sopracciglio. Scena peraltro che rappresenta ottimamente l'ossessione morbosa del protagonista, fervente cattolico sposato con l'ex fidanzata del liceo di giorno, cacciatore di sesso la notte. Il piacere di Bob non è tanto nell'atto di per sé (quasi ridotto a esercizio meccanico) quanto riguardare se stesso in fotografia o video mentre lo fa, da cui il titolo, sintesi perfetta del film, Autofocus, grazie a Dio non stravolto nella traduzione italiana. Perché al di là della scabrosità del tema, è proprio l'egocentrismo estremo che trasforma in distruzione cioè che tocca e in autodistruzione cioè che ottiene.

Ottimi i due protagonisti, che interpretano due parti coraggiose da un punto di vista del contenuto: e, sebbene per Willem Dafoe questa sia una scelta ricorrente (vedi L’Ultima Tentazione di Cristo, ma solo per citarne uno), per Kinnear questo film, ricco di nudi integrali (anche se mai frontali), di fatto ne segna una svolta a livello carrieristico. Si sa che Hollywood è piuttosto bacchettona al riguardo, ed infatti l’attore statunitense imbocca con questa parte una strada di produzione “indie” piuttosto che mainstream, che negli anni ’90 era sembrata ben adattarsi al faccino del buon Greg, con film decisamente meno controversi. Da segnalarne il Life Coach deluso in Little Miss Sunshine, e il ritratto a chiaroscuri del Presidente Kennedy nella omonima saga televisiva.

Quello che rimane impresso alla fine è lo straordinario contrasto tra la luminosità posticcia della realtà come la vogliamo e le tinte cupe dell’animo umano come è. Una rappresentazione quanto mai significativa della decadenza della cultura occidentale, perché come risponde Bob al suo agente, preoccupato della reputazione del suo protetto: “ lo so che il sesso non è la risposta… E’ la domanda. E la risposta è “sì!””

Sul Confine (2013)

Sul Confine (2013)

Adattato dall’omonima piece teatrale di Gabriele Di Luca, Sul Confine è una pellicola di Igor Biddau che illumina letteralmente la scena, visto che il tema portante è  il confine tra la luce e l’ombra, più labile di quanto possa sembrare nella realtà, e che però da questo eterno dualismo è composta. Ogni cosa definibile appieno solo attraverso la propria negazione.

 I temi di Sul Confine sono quelli della guerra, della giovinezza e della mortalità, in genere sempre inscindibili nella cinematografia moderna, dal Vietnam in poi. Guerra come orrore e morte, ma anche come esaltazione della vita, gioco per grandi, e degli irripetibili privilegi della giovinezza. Ognuno di quello che andranno al fronte ne sono segnati e, fisicamente o meno, non tornano più alla loro casa, o a quello che erano. Guerra in opposizione (o forse no) alla pace, nella sua quieta banalità di lavoro senza passione e ricerca di evasione costante.

Attraverso i volti e le parole dei protagonisti, Gabriele Di Luca (anche drammaturgo e autore del testo), Massimiliano Setti (anche autore delle musiche) e Alessandro Tedeschi, Igor Biddau utilizza sapientemente la luce come elemento visivo e letterale, fil rouge di una narrazione a volte realistica, a volte metaforica, a volte surreale.

Sul Confine fonde l’esperienza teatrale (molto evidente nella recitazione e in alcuni passaggi molto fisici e danzati che non possono non far pensare alla Scuola di Quelli di Grock, molto nota nel milanese, nonché nella simbologia spinta che cerca di non sprecare neanche un’istante del palcoscenico) e la cinematografia di guerra dagli anni ’80 in poi, su tutti forse la follia goliardica di Jarhead di Mendes e soprattutto la coralità ecologica de La Sottile Linea Rossa di Malick, di cui vengono recuperati le immagini di una natura placida e immemore, sempre illuminata perché sempre presente, in opposizione ai piccoli uomini che nascono, giocano, lavorano, combattono, uccidono e poi muoiono.  Luce come vita, come anima, ma anche come scoppio di violenza. La nostra luce è presa in prestito e destinata a spegnersi, e per questo più preziosa: cosa farai della tua luce? Come la userai, prima che torni nel luogo da dove è venuta?

Fotografia accurata e musica estremamente evocativa e parte quantomai integrante dell’opera sono assolutamente le punte di diamante dell’opera, oltre ad alcuni immagini simboliche che sicuramente rimangono impresse per la loro originalità (su tutte le scarpe, metafora del nostro percorso  e protezione dal mondo esterno – che si tolgono solo quando arrivati-  ma anche richiamo-originalissimo- visivo di farfalle) ; molto buone le interpretazioni. Forse si poteva osare di più nella trasposizione dal teatro al cinema, anche se ci rendiamo conto che certe immagini – forse troppo didascaliche in un film- sono assi portanti nella rappresentazione teatrale; e nello scegliere un registro narrativo più uniforme complessivamente.

Ma tutto sommato, si tratta di problemi di abbondanza, che rimangono al di sotto della linea d’ombra di un’opera notevole per intenti ed idee. Avercene più spesso nel panorama italiano sarebbe un piacere.

A Torto o A Ragione (2001)

A Torto o A Ragione (2001)

Zeitgeist ("spirito del tempo" in lingua tedesca) è un'espressione adottata nell'Ottocento che indica la tendenza culturale predominante in una determinata epoca, ma anche una sorta di movimento intellettuale che risveglia un interesse o innesca questioni in un determinato periodo come un osmosi, una ricaduta che parte da una sorta di coscienza collettiva, un ipotetico centro del pensiero umano. Per quale motivo nasca, non si sa. Emulazione? Evoluzione? Mero adattamento?

Il periodo è il regime nazista tra il 1933 ed il 1945: periodo in cui molti artisti, scienziati, persino religiosi, decidono di dividere il proprio ambito da quello politico. In Germania a tutti coloro che in qualche modo rappresentano una punta di diamante della cultura tedesca e che decidono di rimanere in patria, viene garantita una vita di privilegi e tutto sommato immunità dal regime stesso, che si accontenta di poterli iscrivere al partito Nazista o addirittura annoverarli tra i non-oppositori. Questo provoca un vero e proprio spartiacque, tra chi se ne va (in genere Stati Uniti) e chi rimane (ovviamente tra i non-ebrei, ai quali questi privilegi non possono essere concessi). Tra questi, uno dei Direttori di Orchestra più famosi del tempo, Wilhelm Furtwangler (nel film, Stellan Skarsgaard, credibilissimo ed attonito nella sua “purezza” chissà quanto sincera). Così però non sarà con la caduta del regime, laddove gli Americani vorranno far piazza pulita di tutti coloro che hanno collaborato attivamente con Hitler ed i suoi seguaci: a verificare quanto Furtwangler sia stato nazista o meno, viene chiamato Steve Arnold (un Harvey Keitel in forma smagliante, forse la sua migliore interpretazione), perito delle assicurazioni del Midwest in patria, e qui feroce ed accanito inquisitore.

A Torto o a Ragione di Istvan Szabo compone con Amen. di Costa Gavras e Copenhagen di Howard Davies (ma basato sull’incredibile piece teatrale di Michael Frayn) un trittico di film di tre registi diversi ( e tutti curiosamente usciti tra il 2001 ed il 2002… a proposito di Zeitgeist!) che esaminano la responsabilità di chi doveva e poteva guidare gli altri ad opporsi ad uno dei peggiori regimi politici di tutti i tempi. Qui si parla di artisti, Frayn di scienziati durante le ricerche sugli ordigni nucleari; Costa Gavras della Chiesa Cattolica e le proprie scelte  sulle persecuzioni anti-semite.

Ma è davvero così? Chi ha del talento o della vocazione ha il compito di risvegliare E guidare le masse contro il regime? O e immerso nel proprio tempo e ha la mera responsabilità di essere intellettualmente onesto? E non è forse la storia dei vincitori a determinare quale sia il regime da abbattere? Si può fare la cosa giusta dalla parte sbagliata e la cosa sbagliata dalla parte giusta? E davvero le masse possono dire di non sapere o aver saputo? Si può invocare l’ignoranza di fronte alla storia, alla giustizia, all’umanità?

A rendere memorabile e significativo il film, il confronto tra uno Stellan Skarsgaard attonito, altero, presuntuoso, nobile, idealista, ma anche soggetto a pregiudizi e peccati come ogni essere umano, ed infine umiliato; e un Harvey Keitel, sgradevole  e rozzo, ma portatore di verità, mediocre massacratore di semidei di talento, ma ineccepile nella visione complessiva. Nessuno dei due sincero fino in fondo, immerso nella propria umanità, responsabile delle proprie scelte.

Imperdibile la chicca finale, un filmato del Furtwangler originale nel momento topico del concerto in onore di Hitler. Risonante.

24 Hour Party People (2002)

24 Hour Party People (2002)

Michael Winterbottom, regista britannico interessante ma anche estremamente incostante, ci regala nel 2002 forse uno dei migliori film sulla musica di tutti i tempi, reso ancor più interessante dal raccontarci un’epopea, quella della Mad-chester che va dalla metà degli anni ’70 fino alla metà degli anni ’90, non particolarmente nota in Italia, se non agli intenditori.

Manchester, grigia città industriale nel Nord dell’Inghilterra, subentra a Liverpool alla fine degli anni ’70 come nuova incubatrice di tendenze musicali “indies”, affiancandosi alla Londra molto più glamorous dei vari David Bowie, Queen, Pink Floyd, dalla quale però nascono anche i Sex Pistols che danno vita al Punk, vero e proprio big bang di musica non patinata, ruvida, e dunque molto più adatta al temperamento delle città del Nord.

Tony Wilson (interpretato da uno Steve Coogan in stato di grazia), personaggio geniale e multiforme, presentatore TV, comprende il potenziale di questo nuovo movimento e rende dunque Manchester il centro della controcultura musicale britannica (e dunque mondiale): fonda la Factory Records, vera e propria cooperativa della musica dove gli artisti (tra cui Joy Division, A Certain Ratio, New Order, Happy Mondays, James) hanno piena libertà artistica e introiti diretti dai profitti e la Hacienda, il night club dove nasce la cultura Rave.

Il film è uno strepitoso mix di scene recitate , immagini di repertorio e personaggi reali che ogni tanto appaiono nel film (interpretando altre parti), rendendo il tutto un vorticoso viaggio (o un volo, come si dice nel prologo), dove Tony Wilson entra ed esce dalla scena, parlando direttamente agli spettatori al passato, come una voce fuoricampo a quello che succede, succederà e successe… sempre specificando che forse non era proprio andata così. Ma come disse John Ford, “tra la Verità e  la Leggenda, sempre racconta la Leggenda”.

Innumerevoli e, se non reali, di certo leggendari gli aneddoti raccontati nel film con divertimento e stupore, come il contratto scritto col sangue coi Joy Division, la geniale pazzia di Ian Curtis che si lancia contro i neo-nazi  dal palco, la nascita della cultura dello sballo chimico, l’uso di spacciatori come servizio d’ordine, il saccheggio finale della Hacienda e della Factory Records lanciato dallo stesso Tony Wilson.

E così termina, il film in una esilarante scena che vede il buon Tony, sotto l’effetto di marihuana, incontrare Dio, che gli somiglia moltissimo, e che lo ringrazia per aver fatto un buon lavoro (oltre ad aver scartato Mick Hucknall dei Simply Red!). Divertente di un umorismo tagliente come pochi, 24 Hour Party People racconta dell’ascesa, della gloria e della caduta, di genio e di eccessi, in fin dei conti racconta dei privilegi della giovinezza. Una punta di amaro che compare dietro al sapore dolce e inebriante della vita.

Kick-Ass (2010)

Kick-Ass (2010)

Un esempio di scarsissima lungimiranza da parte della distribuzione italiana, Kick Ass esce con un anno di ritardo rispetto alla prima in USA… Un errore stratosferico di valutazione, visto che la versione cinematografica dell’omonimo fumetto di Millar e Romita jr. è uno dei più degflagranti e dissacranti film usciti negli ultimi anni.

Kick Ass risponde a due domande: cosa succederebbe se il classico adolescente nerd e patito di fumetti decidesse di mettersi una tuta (anzi, una muta… da vedere per credere) e combattere il crimine? E la seconda: cosa succederebbe se Quentin Tarantino decidesse di dirigere un film sui supereroi?

Matthew Vaughn, regista che poi revitalizzerà gli X-Men nel 2011, risponde a queste due domande, portando sullo schermo Dave Lizeswski (Aaron Taylor-Johnson), l’antieroe più patetico che si possa immaginare: adolescente talmente sfigato che, pur di stare fisicamente vicino alla sua amata Katie, finge di essere gay, Dave sarà massacrato alla sua prima uscita da supereroe e riceverà un dono insperato (e neanche così spettacolare): dopo le complicate operazioni che lo rimettono in sesto, sarà parzialmente insensibile al dolore. Ovviamente, il buon Dave non esiterà a rimettersi dunque in pista con questo “superpotere” e, armato di due manganelli, riuscirà nell’impresa di farsi filmare su un telefonino mentre difende fino allo stremo un povero malcapitato da un pestaggio e diviene popolarissimo. Finirà con l’incrociare due crociati mascherati decisamente più seri, Big Daddy (Nicholas Cage, un incrocio tra Batman ed il Punitore) e Hit-Girl (una ragazzina ninja di dieci anni, figlia dello stesso Big Daddy, ed interpretata da una strepitosa Chloe Grace Moretz), un suo emulo (l’altrettanto sfigato Red Mist, Crhistoper Platz-Mintz), ed il terribile boss della mala Frank D’Amico (Mark  Strong, davvero notevole).

Pur in una chiave edulcorata rispetto al fumetto, Kick Ass è una ibridazione dei generi fumetto e pulp, ma realizzato con una ironia ed un’intelligenza tale che, nonostante qualche eccesso splatter di troppo, non potrà non essere trovato travolgente, anche perché oltre all’azione (e ce n’è molta), il film conta su una storia imprevedibile, dialoghi asciutti e mai banali e recitazioni da applauso. Inoltre, l’iper-realismo, cinetico e a volte frenetico, viene esaltato da una colonna sonora straordinaria ed azzeccatissima, con tanto di un Morricone western e un Elvis Presley messianico… davvero indimenticabili alcune scene, in particolare quelle che hanno come protagonista Mindy/Hit-Girl al salvataggio del povero Kick Ass e vera e propria icona del film, sboccata, innocente e letale allo stesso tempo, come e più della Uma Thurman in tuta gialla di tarantiniana memoria… Finale memorabile e anticipato da un messaggio sorprendentemente edificante, in tempi miserabili come i nostri: “ se da grandi poteri derivano grandi responsabilità, allora da nessun potere deriva nessuna responsabilità… Peccato che non sia vero”. 

Sotto tutti quei colori pop, quelle sequenze violente, quelle battute fulminanti, quelle esplosioni di splatter, Kick-Ass racchiude il senso della ricerca del significato dell'esistenza: il perseguire una vita serena, senza problemi, con l'obiettivo di farsi strada con studio, lavoro e famiglia non può essere tutto. Prima o poi abbiamo bisogno di dare una significato più alto al nostro passaggio qui nel mondo e di sentirci parte di uno scopo più grande... Anche a costo di farsi spezzare le ossa indossando una muta verde e gialla.

Into the storm – La Guerra di Churchill (2009)

Into the storm – La Guerra di Churchill (2009)

Se vi è piaciuto Il Discorso del Re, non vi potrà non piacere Into The Storm  - La Guerra di Churchill. Si tratta del sequel di The Gathering Storm, (film che raccontava i dieci anni precedenti del futuro Primo Ministro -buono, ma  a mio avviso meno efficace di questo).

 Nella migliore tradizione dei film “da interni” della cinematografia britannica, la pellicola ripercorre invece l’avvento di Winston Churchill (Brendan Gleeson, in forma straordinaria) come Primo Ministro di sua Maestà (lo stesso Giorgio VI de Il Discorso del Re, ovviamente non interpretato da Colin Firth), dall’entrata in guerra nel 1939 fino alle elezioni del 1946, dove, nonostante la vittoria nel conflitto (ad un certo punto, assolutamente inaspettata), Churchill perse le elezioni, di fatto entrando in una sorta di semi-pensionamento.

Le atmosfere del periodo sono ricreate magnificamente attraverso ambientazioni, costumi, musiche estremamente efficaci, dialoghi incisivi ed una ricostruzione storica esemplare. Ma cosa fa la differenza in questo film, sono le recitazioni dei due protagonisti (il già citato Brendan Gleeson ed una superlativa Janet McTeer nei panni della moglie di lui, Clementine), che rendono la storia così incredibilmente reale, alternando le scene di politica, dove lui emerge in tutta la sua sfrontatezza, magniloquenza e tenacia (un vero bulldog inglese per caratteristiche fisiche ed intellettuali al cospetto di veri e propri giganti della storia, come Roosevelt e Stalin; ed in mezzo ad altre figure straordinarie cme Giorgio VI, Chamberlain, Montgomery), e quelle della vita familiare, dove la moglie, nella sua quieta accettazione del ruolo, ne diventa la prima consigliera, confidente e fonte di influenza, lui spesso un bambinone col  broncio che si lamenta di quello che non può ottenere, lei una voce di ragione ma anche di sentimento nei riguardi del burbero marito.

Ne emerge una figura assolutamente straordinaria e di nobile crudeltà: conservatore fino al midollo ed inflessibile ambasciatore di una visione oligarchica del ruolo degli apparati politici e militari nei confronti del popolo. Iin qualche modo, aggrappandosi a questa tenacia e idea nel bene e nel male  fuori dal proprio tempo, supereranno una tempesta andando ben al di là delle forze reali di cui disponeva la nazione britannica, al cospetto delle apparentemente inarrestabili tenebre naziste. Come disse lo stesso Churchill a proposito della Royal Air Force in una delle battaglie più cruciali (e in qualche modo si applica su lui stesso): “mai così tanto è stato dovuto da così tanti a così pochi”. Pur in una visione non certo umanista del proprio ruolo, Churchill riesce ad incarnare ed unire sotto la sua figura autoritaria, cinica, ma anche idealistica e romantica un intero popolo, quando questo ne aveva bisogno.

Sono straordinari due momenti nel film: l’annuncio della vittoria da parte del re Giorgio VI, con un Churchill intimidito che viene invitato ad affacciarsi dal balcone e, non sapendo che fare, si inventa uno dei gesti più famosi e significativi della storia (il famoso segno di “V” per vittoria); ed il finale, quando lo stesso deluso dall’immediata sconfitta alle elezioni nel 1946, inacidito, confuso, adirato e in definitiva spogliato delle sue convinzioni, riceve il premio che forse aveva sempre agognato sin da bambino: quando, mano nella mano con la sua Clemmie, viene applaudito a teatro a scena aperta, definito il “Salvatore del Regno”. Un cavaliere di altri tempi, di un Impero ormai sorpassato, ma a cui viene tributato il raggiungimento della fine della sua guerra. La Guerra di Churchill.  

Collateral (2004)

Collateral (2004)

Se Spike Lee è il cantore di New York, e Ben Affleck la voce di Boston, Michael Mann (regista raffinato, ma spesso troppo algido) ci regala uno strepitoso affresco notturno di Los Angeles con Collateral, che al pari de la 25° ora o Inside Man o Gone Baby Gone per le rispettive città, sarà probabilmente ricordato come il miglior ritratto della multietnica metropoli californiana del primo decennio del ventunesimo secolo.

È sempre curioso come questi ritratti di città USA, a differenza di quanto possa capitare in Europa (la Roma di Moretti, la Milano di Salvatores, la Madrid di Almodovar, la Berlino di Wenders…), siano straordinariamente vividi quando narrano di polizieschi, o comunque storie di delinquenza. Chissà se si tratta di un processo di stereotipizzazione da snob europei, per cui USA=violenza, ma l’occhio con cui questi registi studiano l’universo delle megalopoli USA di fatto incartandole in thriller è assolutamente sublime.

In particolare, Collateral narra della incredibile nottata del taxista Max (Jamie Foxx) che viene, inizialmente a sua insaputa, ingaggiato dal killer Vincent (Tom Cruise) per un insolito tour notturno di LA: Vincent deve infatti uccidere 5 persone prima delle 6 del mattino. Quando un attonito Max scopre la verità (che gli precipiterà sul parabrezza del taxi), Vincent di fatto lo rapisce e lo costringe ad accompagnarlo in giro per la città… le periferie dei Latinos, un jazz club di neri, una discoteca piena di cinesi, la downtown dei professionisti. Con uno dei lieti fini più amari della storia del cinema.

Dietro un thriller insolito e tuttavia tesissimo, Mann racconta di questa città (o forse gli USA, o forse tutto il mondo) e di come la maggior parte delle persone ci viva la propria vita: da una parte i predatori, quelli che attaccano, quelli concentrati sulla propria vita ed obiettivi fino a schiacciare quella degli altri; dall’altra quelli che si rifugiano nei sogni, facendo altro, fino a che tutto il tempo a loro disposizione è passato. Vincent (il nome non è un caso) e Max non potrebbero essere più diversi: l’uno, argentato come un lupo, sociopatico e lucido analizzatore dei comportamenti umani, spietato, letale, bellissimo e spaventoso allo stesso tempo; l’altro, nero, riservato, a modo suo un perfezionista, ma che passa la vita in un mondo di bugie per non guardare in faccia alla realtà e si adatta per non essere sbranato (da Vincent, dal capo, dagli scippatori, dai poliziotti… i predatori). La sfida tra i due, nel breve senza speranza, avrà nel lungo termine un finale filosoficamente darwiniano… come subdolamente anticipa il regista all’inizio del film.

E dietro questa sfida, una Los Angeles notturna e lisergica, luci che si stagliano al buio di una città disconnessa come i suoi abitanti… A differenza della NY di Spike Lee (dove tutti sono connessi, quasi compressi, tra di loro), LA è 6 milioni di individui che vivono e muoiono separati da autostrade, mentali più che fisiche, isole in un arcipelago che raramente permette il contatto umano. Una città dove in giro non trovi pedoni, ma un coyote, in una scena assolutamente magica dove Vincent lo guarda incuriosito quasi fosse un suo simile, con la voce di Chris Cornell a commentarla musicalmente.

E questo ci porta all’ultima nota positiva di questo straordinario film, ovvero la colonna sonora: ottimo lo score di James Newton Howard, ma vale il prezzo del biglietto da solo il soundtrack, che va dal jazz all’hip hop, dall’ambient alla house, dal R&B al rock e al latinoamericano in un raffinatissimo viaggio musicale... da ascoltare mentre si attraversano le proprie notti.

Ipnotico.

Cosmetica (2011)

Cosmetica (2011)

Cosmetica – I. Biddau (2011)

Si racconta un aneddoto del celebre scrittore e giornalista Ennio Flaiano, noto per la sua caustica lucidità… Il corriere della Sera, per il quale Flaiano lavorò, pubblicò una notizia in cronaca nera:  un’omicida aveva ucciso e decapitato la propria vittima, con la quale aveva intessuto una breve relazione, ed aveva nascosto la testa, che non era stata più ritrovata… sul giornale avevano pubblicato la foto della sventurata (sicuramente non avvenente) , ed il commento di Flaiano con un collega della redazione fu: “l’assassino deve essere un’esteta”.

Liberamente ispirato al libro “Cosmetica del Nemico” di Amelie Nothomb, il primo lungometraggio di Igor Biddau, è un’opera che, parafrasando Peter Gabriel, si prefigge di scavare nello sporco, ovvero di far luce negli angoli bui dell’inconscio.

Il racconto si sviluppa sul binario di un incontro apparentemente casuale ad una stazione ferroviaria di Barcellona (dove è girato il film, pur di produzione italiana) tra  Geroni Angust, uomo di affari, e Textor Texel, singolare personaggio apparentemente sbucato dal nulla, il quale invade lo spazio, prima fisico poi mentale, dell’altro raccontandogli le sue nefandezze… talmente assurde che all’inizio si può pensare si tratti semplicemente di esibizionismo dell’orrido.

Texel racconta  dell’attrazione verso l’abisso e di una vera e propria spirale verso l’inferno,  che lo porterà ad atti di crescente efferatezza, fino all’ultimo inevitabile atto, l’omicidio, ma compiuto con tale ritualità e precisione da rappresentare il delitto perfetto, quasi un atto estetico, di arte, tanto da poterlo confidare a Geroni convinto della propria impunità. Perché la bellezza è un valore assoluto, trascendentale, e dunque non risponde alle leggi che governano il vivere quotidiano e la sua banalità, la sua grigia prevedibilità.

Il film, come dicevamo, ha come fil-rouge il dialogo tra Geroni e Texel, sul quale vengono innestati gli episodi che scandiscono l’opera d’arte dell’assassino, dagli inizi di un bimbo che massacra il gatto di casa, attraverso le sperimentazioni di atti disgustosi ed il superamento di ogni repulsione, fino allo stupro ed al logico epilogo. Molte immagini e scene trasmettono un senso di disturbato e disturbante, e però hanno il pregio di attirarci sull’immagine successiva, un po’ come quegli incidenti sulla tangenziale… dove ciascuno, annusato l’odore di sangue, rallenta e si sporge per guardare. Un pugno allo stomaco, e al cervello.

Dietro i protagonisti si staglia Barcellona, multicolore ed ambigua con i suoi doccioni e le sue statue di santi, le sue vie piene di vita e i suoi cimiteri deserti, le ramblas e le fontane per i turisti (nella scena forse migliore  del film, quella del “trionfo” di Texel) e gli angoli gotici che fungono da anfratto per ogni delitto; Barcellona molto ben rappresentata, grazie anche ai vari stili di fotografia utilizzati da Biddau per sottolineare i vari momenti, che spazia dal realismo in piena luce,  fino ad immagini distorte; e grazie anche all’uso del suono molto intelligente, con cui viene evocata una dimensione di sogno (anzi di incubo) di certi passaggi, mischiato a musiche classiche e contemporanee.

La trama non ripercorre esattamente il testo originale, anzi se ne discosta significativamente in alcuni passaggi, ma non per questo risulta meno efficace: in fondo, anche film cult come Arancia Meccanica, Shining e Blade Runner non seguono pedissequamente i testi originali, aggiungendo, se non migliorando, il valore della resa finale.

In definitiva, questo primo lungometraggio di Biddau rappresenta un eccellente prodotto del sottobosco indipendente europeo, e che, nonostante le ristrettezze economiche della attuali produzioni cinevisive attuali in Italia (che però coprono lo scarso coraggio con cui si affronta la sperimentazione di cose nuove, e dunque ecco il perché di tanti medici, carabinieri, preti, per tacere di Vacanze in questo o quell’altro posto…) lascia intravedere una qualità su cui scommettere con lucido coraggio.

Boogie Nights (1997)

Boogie Nights (1997)

Paul Thomas Anderson firma il suo primo lungometraggio nel 1996 (il non trascendentale Sidney), e già allora fu considerato una sorta di bambino prodigio della regia e della sceneggiatura, con una capacità narrativa assolutamente fuori norma, ed infatti riesce ad attrarre attori di un certo livello praticamente da subito. Di fato esplode con Magnolia (1999) e poi, dopo un periodo a vuoto (incluso il deludente Ubriaco d’amore -2002) si riconferma con Il Petroliere (2007, dove peraltro riesce nell’impresa di portare sullo schermo Daniel Day Lewis – premiato con l’oscar – al tempo in stato di semi-pensionamento)

Ma se dovessimo scegliere un film che racchiude tutta l’energia, tutta la capacità di costruire ambientazioni e di lavorare su enormi affreschi  recitativi, tutta la spiacevole realtà e la trasgressione intelligente, questo film non può non essere Boogie Nights, film che racconta niente di meno che l’epopea del cinema pornografico USA dal 1977 a fine anni ’80, inventandosi un universo di pornodivi alcuni anche improbabili, esasperazioni fatte di sesso, alcool e droga, depressioni sempre sul punto di esplodere e tutta la vita che succede intorno alla bolla apparentemente patinata di quel mondo.

La trama mette al centro della storia Eddie (Mark Walhberg, incredibile come riesce a caratterizzare l’assoluta mediocrità del suo personaggio – eccetto il suo talento per il sesso), ragazzo di strada particolarmente “dotato”, che sale alla ribalta inventandosi un personaggio tutto suo (praticamente un film dentro un film) che avrà un enorme successo. Intorno a lui il regista Jack (Burt Reynolds, anche lui recuperato dall’oblio), padre e patriarca della sua improbabile famiglia con ambizioni artistiche, amorevole ma anche privo di scrupoli; Amber (Julianne Moore), regina del porno e madre privata del figlio naturale e per questo alla perenne ricerca di sostituti; Roller Girl (Heather Graham), la Lolita del gruppo, che cela rancore e violenza dietro il suo aspetto angelico; Buck (Don Cheadle) che vuole soltanto una vita “normale”; l’eterna spalla Reed (John C. Reilly); l’omosessuale represso  Scotty (Philip Seymour Hoffman  - strepitoso); il produttore cornuto Little Bill (William H. Macy) e poi Thomas Jane, Alfred Molina, Philip Baker Hall, Robert Ridgely… pazzesco come anche con poche battute, Anderson riesce a rendere i suoi personaggi reali, così tragici e comici allo stesso tempo.  Questa capacità di sinergia corale è paragonabile a grandi opere letterarie come quelle di Dos Passos, Steinbeck, Philip Roth…

L’ultimo atto, un lieto (?) fine assolutamente fuori dalle righe, con la “famiglia” nuovamente riunita e al lavoro, dopo che tutti avranno più o meno tentato di uscire dal mondo della pornografia, ne è la sublimazione,  quanto di più rassicurante e allo stesso tempo inquietante si possa immaginare, una specie di paradiso per vecchi pornografi, dove il tempo della giovinezza (reale o percepita) è fermo e si ripete all’infinito, il copione di un film seriale.

Nonostante la tematica “scabrosa” le scene hard sono praticamente inesistenti e costruite in modo assolutamente asettico, quasi fosse il punto di vista annoiato di chi lavora nell’ambiente tutti i giorni. La ricostruzione dei due decenni è assolutamente strepitosa sia nell’immaginario fatto di Corvette rosse, poster di  Al Pacino, kung fu, camicie di nylon, discoteche e night club che nella colonna sonora, straordinario mix della miglior disco music e del patinato rock dei primi anni ’80, con scelte assolutamente non scontate. Raramente un film è riuscito a ricostruire un periodo storico in modo così vivido e reale. Se vi è piaciuto il più noto Magnolia, Boogie Nights non potrà non entusiasmarvi.

L'Uomo dei Sogni (1989)

L'Uomo dei Sogni (1989)

Non tutti sanno che Kevin Costner interpretava il vero protagonista de Il Grande Freddo, ovvero Alex, l’amico morto per cui vecchi amici di università si ritrovano assieme in un weekend di ricordi e riflessioni. Non tutti lo sanno, perché il regista tagliò integralmente la parte di Costner, eccezion fatta per una inquadratura (ovvero il polso della salma con i segni del suicidio).

Volendo quindi inserire questa partecipazione ne Il Grande Freddo (1983) e aggiungendola a Fandango (1985) e appunto L’Uomo dei Sogni (1989), Kevin Costner è l’interprete designato dal cinema USA ’80  per rappresentare i riti di passaggio maschili in una ideale trilogia. Se in Fandango il tema era la riconciliazione con quello che saremo (ed il trovare la propria strada) e ne Il Grande Freddo il tema era la riconciliazione con quello che siamo (e con il rapporto con chi ci sta vicino), l’Uomo dei Sogni rappresenta la conciliazione con quello che siamo stati (e quindi con le proprie scelte passate).

La trama de L’Uomo dei Sogni racconta di John Kinsella, un ex studente di Berkeley, ora contadino nell’Iowa, che un giorno sente una voce: “costruiscilo e lui tornerà”. Ascoltando i suoi sogni, John vivrà una straordinaria avventura: prima costruirà un campo da baseball, rischiando seriamente la bancarotta economica; poi misteriosamente appariranno dei giocatori di baseball degli anni ’20 (la mitica epopea dei vari Babe Ruth, Lou Gehrig, Ty Cobb…) ormai deceduti e misteriosamente riapparsi dalle distese di grano attorno per giocare su quel campo; successivamente, recluterà un grande scrittore degli anni ’60, ormai ritiratosi, e una promessa del baseball che poi diventò medico di famiglia; ed infine ritroverà suo padre (anche lui una volta promessa del baseball), deceduto prima che potesse riconciliarsi con lui dopo un pesante diverbio.

Questo film ha un potere evocativo straordinario, ed attinge in modo esemplare all’immaginario di tutto quello che è bello nella migliore visione dell’America (qualcuno potrebbe dire stereotipata? Non importa): lo sport, la famiglia, il pacifismo degli anni ’60, le seconde possibilità. Il messaggio che ci consegna questo film di Phil Alden Robinson è sul modo in cui viviamo la nostra vita: non sono i sogni che non abbiamo realizzato quello che ci rende infelici, che ci lascia rimpianti, ma l’amore che non siamo riusciti a dare nelle nostre scelte; ed il nostro tempo su questa terra è comunque limitato e va sfruttato. Non è vero che ti manca la tua giovinezza, piuttosto ti manca la sensazione che avevi quando eri giovane, di avere tutto il tempo del mondo, tutte le possibilità del mondo. Quando John si riconcilierà con il padre, avrà completato il suo ciclo di maturità, che non nega i sogni (indispensabili per non morire spiritualmente), ma li concilia con le proprie scelte, allineandole con i propri principi in modo consapevole.

La scena emblematica del film vede Archie Graham, che aveva rinunciato alla carriera nel baseball, ed aveva vissuto la sua vita come medico di famiglia, circondato dagli affetti della sua cittadina, e dall’amore della sua famiglia. Cosa sarebbe successo se avesse perseguito la sua carriera sportiva? Sarebbe stato più felice? Rinunciò ad un destino di grandezza? Richiamato anche lui dall’eternità, Archie giocherà con quei mostri sacri in quel campo magico, salvo scegliere ancora una volta (per salvare la vita di una bambina) di essere quello che era stato, un medico di campagna. Senza rimpianti.

8 Mile (2003)

8 Mile (2003)

Quando 8 Mile uscì sul grande schermo, molti pensarono al classico tentativo di elvisiana memoria (per tacere dei nostrani Gianni Morandi, Al Bano, Rita Pavone, Little Tony…) di lucrare commercialmente sul personaggio Eminem, rapper bianco che nel periodo in questione, faceva furore, conquistando pubblico e fette di mercato che fino ad allora non consideravano il rap (ovvero la disciplina musicale della cultura hip hop).

A sorpresa, invece, Curtis Hanson (regista  -bianco-  del raffinatissimo LA Confidential), dirige con grandissima attenzione, precisione, energia, intelligenza uno spaccato socio-culturale degli USA più proletari e depressi (Detroit) degli anni ’90, che per tanti versi è ancora attualissimo, tanto che 8 Mile può esser considerato (sissignore) per il decennio 1995-2005 l’equivalente de La Febbre Del Sabato Sera per la fine anni ’70-inizi ’80.

La trama racconta dei primi passi musicali di un giovane rapper bianco (B-Rabbit, interpretato da Eminem… ovvero Eminem interpreta se stesso!) nel circuito underground hip hop di Detroit, tra disoccupazione, periferie che sembrano uscite da un bombardamento e quartieri fatti di roulotte, famiglie disintegrate, problemi di alcol, rapporti affettivi disperati e violenti, basati su un’appartenenza quasi tribale e lealtà simili a vassallaggi  e “losers”, perdenti, il principale epiteto con cui ognuno  offende l’altro (per non riconoscerlo in se stessi).  Ipnotica la scena in cui B-Rabbit sul bus scrive un testo su un pezzo di carta, cuffie alle orecchie e vedendo scorrere il panorama… case abbandonate, chiese non ben identificate, negozi di armi, spacciatori agli angoli… Parafrasando un film di Michael Moore, non c’è molta differenza tra questa Detroit e la Baghdad che gli Americani si prefiggeranno di “salvare”.

8 mile è la strada statale che separa la Detroit più ricca da quella dei sobborghi  periferici, l’area indicata con 313, unico elemento di appartenenza e dunque di orgoglio  in cui si  identificano quelli che sono “fuori” dal sistema, e che passano i giorni a sognare come entrare “dentro”. Ognuno si battezza con un nickname, che sia B-Rabbit, Future, Sol, Papa Doc, perché il nome vero rappresenta una realtà da esorcizzare (ed infatti ogni volta che qualcuno lo cita, è come se mettesse a nudo l’altro, offendendolo).  Il Sogno Americano visto come qualcosa che esiste ma alla televisione: tanto è vero che , nella capitale dell’auto, B-Rabbit e gli altri del 313 girano con auto vecchie e scassate… producono qualcosa che qualcun altro avrà.

Una sola possibilità: trovare qualcosa che ti renda unico, che ti faccia vincere, e che ti permetta di uscire dal 313: musica, moda, sport… qualunque cosa. B-Rabbit sceglie il rap, supportato dal suo gruppo di amici (misto neri/bianchi), e sfida i neri sul loro campo. Dapprima lo deridono, poi si conquista il loro rispetto a furia di "battaglie" vinte sul campo, fatte di rime ritmate con cui due contendenti si demoliscono spiritualmente a vicenda su un palco, e ovunque.

Credibilissime le interpretazioni dei vari Eminem, Mekhi Phifer, Anthony Mackie, Michael Shannon e tutti gli altri rapper prestati allo schermo; e note di merito per le protagoniste femminili, molto valorizzate da Hanson, Brittany Murphy, attrice tragicamente scomparsa e qui al suo meglio, e soprattutto Kim Basinger, bellissima e bravissima come non mai.

Sono da manuale del cinema le ultime 3 battaglie in cui B-Rabbit sfida i 3 capi del gruppo avverso (“Free World”), e dove proclama una nuova appartenenza, una nuova razza, di quelli che "non hanno" rispetto a quelli che "hanno", dove il colore della pelle non conta niente, né il credo, né le convinzioni politiche, né la loro provenienza. In queste battaglie, vere e proprie sublimazioni di scontri senza sangue, esplode un misto di energia e rabbia che diviene disciplina creativa e mentale coesa, dove i muscoli non contano, e dove chi vince, vince. E si merita il rispetto degli altri.

 

Michael Clayton (2007)

Michael Clayton (2007)

Non ci sarà mai bisogno di un seguito di Tra Le Nuvole… perché è già stato girato: Michael Clayton.

Tony Gilroy, regista di non grandi opere, e sceneggiatore della saga di Bourne, fa centro nel 2007 con un film dall’impianto classico nella sua struttura, ma con una pulizia, una precisione, una capacità di scrittura, un'eleganza, di raro pregio.

 In effetti, la trama può sembrare scontata: il protagonista, Michael Clayton (George Clooney) ex pubblico ministero, ma ora assoldato da un grande studio legale come “aggiustatore” di casi da risolvere fuori dalla corte, non sa come uscire da quella vita;  fino a che l’omicidio dell’amico e collega Arthur Edens (Tom Wilkinson, qui grandissimo) rimasto invischiato in un’operazione di insabbiatura dei misfatti di una grande multinazionale non lo costringerà ad una terapia d’urto per riprendere in mano la propria vita.

Ma quello che rende Michael Clayton un gioiello non è tanto nell’originalità, quanto nell’appropriatezza di come il tema  viene trattato: la pellicola è disseminata di parole, dialoghi , indizi, che presi singolarmente possono anche sembrare avulsi, ma, proprio come il seme della multinazionale protagonista del film, cresce piano piano, fino a che tutto sembra avere un senso alla fine: la pazzia di chi non riesce più a mandar giù veleno, manager piccoli piccoli che assoldano killer per mettere a tacere verità scomode, l’illusione che ci sia una via d’uscita morbida da una vita sprecata, in attesa di fare “altro”, crogiolandosi in sogni, che non succedono mai.

Proprio il sogno è la chiave del film: le atmosfere livide, plumbee, associate alle musiche sospese di James Newton Howard, danno una consistenza particolare al film, come se fosse un sogno, sconnesso qua e là, ma che non ci dà mai quella consapevolezza necessaria per dubitare che quella sia la vita vera. Lo stesso Edens/Wilkinson, quando deciderà di ”impazzire” per denunciare la multinazionale che proteggeva, viene illuminato dal bambino che gli racconta la storia di una saga fantasy in un libro rosso… dove tutti hanno lo stesso sogno/visione, ma credono di essere soli nel farlo. E continuano nella loro vita, come se fosse solo un bug del sistema.

George Clooney dà un’interpretazione magistrale del personaggio: con questo aspetto perennemente livido, stropicciato, come di qualcuno che si è appena svegliato, gli occhi insabbiati da un simbolico grumo di sonno. Clayton si è addormentato qualche anno fa, quando ha deciso di abbandonare la carriera di Pubblica Accusa per fare l’aggiustatore per ricchi… convinto che ci sarebbe stato tempo di aprire un ristorante, di passare più tempo con il figlio e la famiglia, di essere felice. Ma come dice John Lennon, la vita è quello che succede mentre sei impegnato a pianificare altro. La morte dell’amico è la scossa, emblematica la scena in cui ferma l’auto per accarezzare i cavalli sul crinale della collina, proprio come nel libro rosso, un minuto prima della sua morte (fisica, e ancor prima spirituale). E capisce che il sogno è reale, che non è il solo, che deve svegliarsi.

E lo fa nella tesissima sequenza finale dove Clayton diventa “Shiva, il dio della Morte”, dove spazza via il suo vecchio se’ (rispecchiato da una straordinaria Tilda Swinton, meritatissimo premio oscar per il suo manager untuosamente dignitoso, e in definitiva meschino ed involontario strumento del Male) con l’energia e la rabbia di una persona finalmente viva… si allontana nel taxi, senza meta, in un finale memorabile, dove, dopo un sospiro, finalmente sorride sollevato. Come se si fosse risvegliato da un brutto sogno.

 

Inside Man (2006)

Inside Man (2006)

Se pensate  a Spike Lee, di certo non lo assocereste a un film del genere noir/heist (rapina), anche se di certo non è neanche più possibile relegarlo tra i registi neri militanti, che lo avevano/lo hanno caratterizzato per lunghi tratti della propria carriera. Dai film del suo esordio (Fa’ la Cosa Giusta, Mo’Better Blues, Jungle Fever, Malcolm X…), Spike Lee è sempre stato un fervente sostenitore della causa “black”, a volte anche con prodotti discutibili (Bamboozled e Miracolo a Sant’Anna su tutti).

Paradossalmente è proprio però quando si libera di questa sua rabbia di rivalsa razziale, mantenendo tuttavia una sua attuale e personalissima visione del melting pot USA, che Lee raggiunge dei risultati strepitosi: se davvero dovessimo indicare l’apice della sua carriera, probabilmente se la giocherebbero due titoli, la 25° Ora e, appunto, Inside Man.

Il primo, da un punto di vista narrativo, è un complesso gioco dei “se” sorto sulle ceneri di Ground Zero e dell’11 settembre, senz’altro atipico per Lee, ma tutto sommato nello spettro dell’azione del regista afro-americano. Ma Inside Man, che racconta di una rapina in una banca ad opera di un particolarissimo team di delinquenti, guidato magistralmente da Dalton Russell (Clive Owen, attore un po’ sopravvalutato, ma qui in un’ottima prova) e dei tentativi di negoziazione da parte dei poliziotti (neri) Keith Frazier (Denzel Washington) e Bill Mitchell (Chiwetel Ejiofor) di tirar fuori una trentina di ostaggi, rimasti all’interno della banca stessa, bene, Inside Man è veramente strabiliante. Un po’ come sentire Jimi Hendrix che suona l’inno americano.

Sotto le spoglie di un genere sicuramente di intrattenimento come quello dei film di rapina, Spike Lee tuttavia con Inside Man impartisce una lezione di cinema indimenticabile: da  un punto di vista della fotografia e della scelta delle immagini…stupefacente la sua Wall Street, un tempio assiro all'interno di canyon di cemento e marmo; da un punto di vista della narrativa, dove ritmo e meccanismi ad orologeria si incastrano alla perfezione; sulla costruzione dei piani di lettura, con il dubbio dell’etica sull’esistenza di un’istituzione come quella bancaria e gli intrecci a volte incestuosi con la politica, abbinato ad uno stile fluido e mai didascalico; su come dipinge un meraviglioso affresco delle etnicità presenti a NY, dove se chiedi in centro, riconoscono qualunque lingua ti venga in mente e dove su 30 ostaggi  trovi almeno una dozzina di etnie diverse; sulla scelta di musica e colonne sonore, un riuscitissimo incrocio de Gli Intoccabili e moderno hip hop; e sulla direzione di attori veramente di talento, Denzel Washington su tutti (come non abbia vinto un oscar per questa interpretazione rimane un mistero), ma anche Jodie Foster (in formissima come non mai in questa pellicola), Christopher Plummer, Willem Dafoe.

Umorismo e tensione sono calibrati alla perfezione: indimenticabile un duetto tra Russell/Owen e Frazier/Washington su quale tipo di drink potrebbe sorseggiare il delinquente se riesce o non riesce a sfuggire alla cattura; e le interviste agli ostaggi/delinquenti da parte dei poliziotti. Se peraltro potete, vedetevi il film in lingua originale, con tutti i vari accenti che caratterizzano il cast, davvero un’esperienza!

Inaspettatamente, Inside Man è uno dei film capitali della prima decade del 21° secolo. Ognuno, proprio come tutti quello che vanno a New York, troverà qualcosa di adatto a sè.

 

Thirteen Days (2000)

Thirteen Days (2000)

Ci sono ottimi attori che si trovano regolarmente (se non in tutti) in brutti film come Johnny Depp o Willem Dafoe; e ci sono attori mediocri che però hanno (spesso) ottimo fiuto per i film, come nel caso di Kevin Costner.

In Thirteen Days, Il regista Roger Donaldson, con la produzione di Costner (che già aveva prodotto e interpretato JFK, il film sull’indagine sull’uccisione del presidente) racconta due settimane nell’ottobre del 1962, la cosiddetta Crisi di Cuba: i sovietici, guidati da Kruscev, decidono di installare delle testate nucleari a Cuba, cosa che ovviamente gli USA, guidati dal presidente John Fitzgerald Kennedy, non accettano. Queste due settimane raccontano di quei giorni drammatici: se mai ci fu un giorno in cui si arrivò sull’orlo dell’apocalisse nucleare, fu quello.

Il film, che quando uscì incontrò pareri tiepidi da parte di critica e pubblico, oggi appare una straordinaria sintesi di cronaca storica e tensione narrativa… per certi versi, ricorda le atmosfere di una serie attuale di grande successo, Mad Men: però, quest’ultima esamina l’apparentemente idilliaca vita USA all’inizio degli anni ’60, i capelli ingelatinati, le grosse montature degli occhiali, le sigarette perennemente pendenti dalle lebbra, le dattilografe con i tailleur ed  i cappellini, la gente che guarda le news attraverso le TV nelle vetrine dei negozi di elettrodomestici… mentre nello sfondo succedono scoinvolgimenti politici e sociali che cambieranno per sempre lo stile di vita americano.

Anche in Thirteen days, questi temi vengono mostrati soprattutto attraverso il protagonista, Kenny O’Donnell (Kevin Costner), il segretario del presidente; ma questi funge anche da testimone degli avvenimenti che metteranno a rischio la pace nel mondo: così viene visualizzato l’iniziale scontro tra falchi e colombe nello staff del Presidente; la ricerca di un equilibrio precario che coniughi pace e sicurezza; e le scelte, non sempre corrette del Presidente stesso, comunque raffigurato con una statura di statista di valore assoluto. Reduce da elezioni vinte per un soffio, e il fiasco della Baia dei Porci (una fallita invasione di Cuba), JFK dovrà giocarsi tutto per uscire da una situazione terribile. Emergono bene anche altre importanti figure di riferimento: Robert Kennedy, Robert McNamara; Ted Sorensen e, in quello che forse è il gioiello del film, la famosissima sfida all’ONU tra l’ambasciatore sovietico Zorin e quello USA Adlai Stevenson (interpretato da Robert Duvall, sempre perfetto): pacifista convinto, due volte sconfitto alle elezioni presidenziali, Stevenson rischia anche di essere estromesso in questa occasione, inviso ai “falchi” della propria parte. Ripaga tuttavia la fiducia di JFK con una magistrale batosta dialettica e diplomatica inflitta all’avversario, che porta all’appoggio dell’opinione mondiale nei confronti degli USA.

Thirteen days rappresenta la sintesi perfetta di cinema divulgativo: l’utile per fine, l’interessante per mezzo. Senza mai strafare, e con qualche tocco elegante come l’alternanza delle immagini in b/n e quelle a colori, il film disegna un’epopea terribile e maestosa, dove il mondo trattiene il fiato fino all’ultimo, e gli spettatori con esso. La ricostruzione dei primi ’60 è notevole, le musiche azzeccatissime, gli attori giocano in squadra alla grande, e l’effetto è quello di un magnifico affresco. O di un bellissimo reportage di Life di quegli anni, ma vivo e sempre attuale. E il film si chiude con le parole (vere) di JFK, in sintesi dell’esperienza del confronto col “nemico” sovietico:

Dunque non concentriamoci solo sulle nostre differenze, ma pensiamo anche ai nostri interessi comuni e a come superare tali differenze. E se le nostre divergenze non possono essere risolte oggi, almeno possiamo cercare di rendere il mondo un luogo sicuro per le diversità. Perché, in fin dei conti, il nostro più elementare legame è che tutti noi abitiamo questo piccolo pianeta, respiriamo la stessa aria, ci preoccupiamo per il futuro dei nostri figli, e siamo tutti mortali”

 

Unbreakable - Il Predestinato (2000)

Unbreakable - Il Predestinato (2000)

Il quarto film di M. Night Shyamalan, pur non essendo stato un successo al botteghino come il suo predecessore (il Sesto Senso), aveva dato ad intendere che eravamo di fronte al nuovo Spielberg, sia per i temi trattati, dove il mondo adulto incontra il mondo dei bambini, e quello della fantasia incrocia la realtà.

Il presupposto del film è intrigante: cosa succederebbe se una persona scoprisse di avere dei superpoteri proprio come nei fumetti? E come sembrerebbe un fumetto di supereroi reso realistico al massimo?

Credo che ogni amante dei fumetti debba essere grato a M. Night Shyamalan per essere stato il vero apripista di una generazione matura di film dei supereroi… Lasciando stare Blade, solo incidentalmente un fumetto Marvel, Unbreakable esce nelle sale cinematografiche lo stesso anno di X-Men di Bryan Singer, la prima megaproduzione che dà il via all’ormai popolare filone dei cinefumetti. E dovrebbe essergli grato per aver dato dignità ad un genere (quello dei fumetti dei supereroi) che è sempre stato considerato, ingiustamente o meno, di serie B.

Quello che nel film appare assolutamente stupefacente è come Shyamalan costruisce la teoria di come il fumetto dei supereroi sia solo una mera esagerazione della realtà: dalla notte dei tempi, gli uomini hanno scritto di storie di uomini dai poteri straordinari, che siano essi Gilgamesh, Enkidu, Eracle,CuChulain… insomma, la mitologia non solo come scuola di valori e principi, ma anche come cronaca di fatti accaduti. Tra di noi vivono questi esseri col preciso compito di proteggere gli altri in momenti di crisi (lo stesso paradigma che recupererà quasi dieci anni dopo Hancock, con risultati però molto più scadenti).

La storia racconta appunto la storia di David Dunn (impersonato da Bruce Willis… occhio all’allitterazione del nome, un classico dei protagonisti dei fumetti, vedi Peter Parker, Bruce Banner, per non tacere di Paolino Paperino e Dylan Dog), e del suo percorso di consapevolezza verso quello che è destinato ad essere, accompagnato dal suo mentore Elijah Price (impersonato da Samuel L. Jackson), la sua esatta antitesi (bianco/nero; fortissimo/fragilissimo). La vita di David scorre piena di rinunce e fallimenti fino a che accetterà il suo destino, che lo porterà ad un finale a sorpresa incredibile, eppure naturale (per chi ama i fumetti).

Unbreakable è stilisticamente superbo. Le immagini sono curatissime, e sono meravigliosi quegli spezzoni che si svolgono all’interno di “vignette”, ovvero di scatole create attraverso la ripresa da una finestra, il finestrino di un auto, ecc.… proprio a significare come quelle scene si svolgano in un fumetto “reale”.

Ci sono poi dei tocchi veramente deliziosi, come ad esempio il dotare i personaggi principali di un costume da supereroe… molto particolare, nel senso che non sono veri costumi ma giacche a colori vistosi, tute da manutentori, e soprattutto il mantello del protagonista…. Vi siete mai chiesti per quale motivo molti supereroi hanno il mantello nei fumetti? Beh, guardate il film e lo saprete… Meraviglioso come poi quel mantello, inizialmente ingombrante e goffo, finisce col diventare un paio di ali per David, quando in una scena meravigliosa, decide di “abbracciare” il mondo e la missione che gli è stata affidata (vedi nella sezione “estratti da film”).

Le musiche di James Newton Howard sono fantastiche e fungono da perfetta sottolineatura dei momenti fondamentali, con il climax finale che non potrà non rimanere impresso. Bravissimi infine gli attori, con Samuel Jackson forse alla sua migliore interpretazione di sempre (anche migliore di Pulp Fiction).

Per il valore quasi filosofico con cui viene affrontata la tematica, Unbreakable è assolutamente un gioiello, ed è il capolavoro (finora) di M. Night Shyamalan, che non ha poi avuto la carriera che ci si sarebbe potuta aspettare.  C’è tuttavia un ulteriore messaggio davvero interessante, al di là del parallelismo col mondo dei fumetti ovvero il dualismo tra motivazione e paura, i principi primordiali dell’esistenza, e di come le nostre scelte fanno di noi quello che siamo. Siamo sì dotati di libero arbitrio, ma non si può realmente sfuggire al proprio destino, pena una vita spenta e con la consapevolezza di aver smarrito la strada… la felicità è l’indicatore del fare la cosa “giusta” per noi. Qualunque cosa essa sia.

 

Gone Baby Gone (2007)

Gone Baby Gone (2007)

Opera tratta dal libro di Dennis Lehane (proprio come Mystic River), questo film è insospettabilmente l'opera prima di Ben Affleck. La carriera iniziale del buon Ben, prima di questo film, a prima vista era quellla di tanti bellocci americani, film che necessitavano di muscoli, bei sorrisi, ambientati in situazioni con canotte e pettorali a vista, inseguimenti di auto, astronavi, scene di sesso, ecc... Apparentemente, l'unica dote che gli si poteva davvero riconoscere era il buon gusto in fatto di donne (Jennifer Lopez e Jennifer Garner - anche se su JLo si dice che le abbia regalato una tavoletta WC d'oro tempestata di Diamanti... visto che era il sedere più bello del mondo, e dunque confermava che Ben proprio un maitre-a-penser non era)

E invece no. perchè oltre a questo livello di prima lettura, il Buon Ben perseguiva un sentiero tutto suo... e gli indizi c'erano tutti. In stile settimana enigmistica, NON TUTTI SANNO CHE: 1. Affleck ha vinto miglior sceneggiatura per Will Hunting in tandem con l'amico Matt Damon... si malignò, visto che Damon aveva avuto - e continua ad avere - ben altri film rispetto ad Affleck, che fosse lui il vero artefice. Adesso molti si sono ricreduti.; 2. Affleck ha vinto il premio Coppa Volpi per miglior interpretazione in Hollywoodland. il riconoscimento uscitò qualche risatina e qualche complimento ai suoi PR, ma solo in chi non aveva visto il film. Il suo George Reeve/Superman anni '50 è assolutamente superbo: dolente, ambizioso, consapevole; 3. qualche perla di recitazione come attore non protagonista in  in "1 Km da Wall Street" (2001) o lo stesso  "Will Hunting"; 4. pur bucando completamente l'interpretazione in Daredevil, Affleck non solo riconobbe il passo falso, ma anche che non c'entrava niente con i fumetti scritti da Frank Miller, uno dei capolavori assoluti del fumetto mainstream USA. 

Quindi, dimostrato che sapeva scrivere e recitare, Ben Affleck ci dimostra ora che sa dirigere (lo stesso vale per la sua seconda opera, The Town).

Finito il panegirico sul regista, il film parla di una coppia di investigatori privati che affiancano la polizia in un rapimento minorile. A sintetizzare il film in un aggettivo questo dovrebbe essere "sorprendente": per la delicatezza e liricità con cui vengono descritti le periferie di Boston, posti non certo raccomandabili; per la durezza di certi argomenti, come la pedopornografia e l'imperfezione intrinseca del sistema di giustizia; per la recitazione, sia per l'interpretazione assai credibile dei protagonisti (Casey Affleck su tutti, ma anche Michelle Monaghan) sia per alcune scene di una tensione unica (vedere per credere la scena in cui il protagonista affronta uno spacciatore nella sua tana... e in cui si sente la frase che dà il titolo del film); e infine per lo sviluppo della trama, mai veramente esaurita e che lascia con l'amaro in bocca: quanto costa fare la cosa giusta? E come si fa a capire qual'è la cosa giusta?

Come detto in precedenza, un film con molto in comune col ben più noto Mystic River di Clint Eastwood... e se quello vi è piaciuto, Gone Baby Gone vi sorprenderà.