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Bohemian Rhapsody – Le Leggende del Rock non Muoiono Mai

Bohemian Rhapsody – Le Leggende del Rock non Muoiono Mai

Lunghissima la gestazione di questo biopic del leggendario gruppo rock Queen, progetto che ha impiegato quasi 10 anni a vedere la luce. Persino travagliata la regia del Bryan Singer de I Soliti Sospetti e X-Men, sostituito in corsa da Dexter Fletcher (che uscirà nel 2019 con il biopic di Elton John) per serie divergenze manageriali più che artistiche del film.

Naturalmente, a fare la parte del leone in questo film, è il monumentale Freddie Mercury, cantante e solista del gruppo; immigrato da Zanzibar nell’adolescenza a Londra, con i suoi timidi inizi nel 1970, poi l’esplosione del suo incredibile talento vocale e di showman, la sua controversa personalità privata, tutto raccontato come un cerchio che si apre e chiude nella memorabile performance dei Queen al Live Aid del 1985.

E se il Live Aid è l’inizio e la fine di questa storia, il fulcro ne è la composizione e il lancio di quella che forse è la canzone più iconica del gruppo, ovvero Bohemian Rhapsody, 6 minuti di fusione rock, pop, operistica, trascurata dalla casa di produzione e dismessa dai critici quando uscì, snobbata dalle radio perché troppo lunga, e letteralmente portata al successo dal pubblico contro tutte le aspettative. Non quelle dei Queen, che la ritenevano, nel 1975 quando la composero, la canzone che li avrebbe fatti passare alla storia. Un testo incomprensibile al tempo, ma riletto alla luce dell’effettiva storia di Mercury (da timido reietto, a icona rock a malato di AIDS che lo farà spegnere a 45 anni), oggi ha perfettamente senso.

Il film è di fatto la versione autorizzata da due dei Queen superstiti (Brian May e Roger Taylor), il che causa due effetti: se da un lato, forse non scava moltissimo nei meandri della controversa vita privata e sessuale di Mercury (quasi a proteggerne la memoria), dall’altro lato ha tutta l’energia dei leggendari concerti dei Queen, secondo noi, a livello di biopic, quelli forse meglio raccontati dai tempi di The Doors di Oliver Stone. Gli inizi progressive rock, e la trasformazione in pop rock degli anni ’80, fino alla già citata pietra miliare del Live Aid, nel film 10 minuti straordinari e resi al meglio dai 4 interpreti. Il Line Up della colonna sonora è da enciclopedia dei Queen, da Keep Yourself Alive a We Will Rock You, da Killer Queen a Radio GaGa.

Il che ci porta ai 4 attori protagonisti: somiglianze straordinarie, ma anche emulazione perfetta. Gwylim Lee (Brian May), Ben Hardy (Roger Taylor), Joseph Mazzello (John Deacon) e soprattutto Rami Malek (Freddy Mercury) sono impressionanti. Malek in particolare lascia sbigottiti, seppur di mole meno imponente, recupera nelle movenze (e nel difetto fisico della dentatura, ma non solo) e manierismi il Mercury del tempi d’oro (e le fragilità nella vita “reale”). C’è un momento davvero che lascia un groppo in gola, quando la band lascia il palco del Live Aid, davanti ad un pubblico in delirio e lui si gira verso gli altri (che già sanno della sua malattia), guardando per un secondo verso la camera, quasi un presagio.

Il film di Singer/Fletcher ha peraltro il pregio di non perdere mail il ritmo e di avere sempre una sfumatura di non prendersi sul serio. Chicca: il produttore che stronca Bohemian Rhapsody, dicendo che “non sarà mai una canzone per cui i teenager si metteranno a scuotere la testa al ritmo” (e preferendole I’m in Love With My Car – una specie di barzelletta del film) è interpretato da Mike Myers, che farà esattamente quello in Fusi di Testa (1991)!

Ad esser sinceri, sono più di una le incoerenze storiche del racconto (da un punto di vista cronologico), non ultimo il fatto che Mercury apprese della sua malattia un paio di anni dopo il Live Aid, e il fatto che, a differenza di quanto raccontato nel film, non ci sia mai stata una rottura tra lui e la band durante la sua esperienza da solista. Ma come disse John Huston, “tra la vita e la leggenda, scegli sempre di raccontare la leggenda”. E qui ci sta tutta. VOTO: 7,5/10

First Man: Il Primo Uomo - Un Piccolo Passo per l’Uomo…

First Man: Il Primo Uomo - Un Piccolo Passo per l’Uomo…

Primo film non musicale del bimbo prodigio della regia degli ultimi anni, ovvero Damien Chazelle di Whiplash e La-La Land, appena 33 anni e già il suo terzo film.

Storia importante stavolta: ovvero Neil Armstrong che , da collaudatore di aerei dell’esercito USA, entra nel programma spaziale della NASA, viene nominato comandante dell’Apollo 11 e il 21 luglio del 1969 diviene ufficialmente il primo uomo a camminare sulla Luna.

Difficile non riportare alla mente l’altro filmone in tematica simile, ovvero Apollo 13 di Ron Howard; con la differenza che in quel caso fu un successo che nacque da un tremendo fallimento; qui stiamo parlando di un’impresa che in quel giorno fu apoteosi di un viaggio lungo 8 anni, dal mitico discorso di Kennedy del 1961 a quel memorabile luglio del 1969, dopo anni di sconfitte ad opera dei sovietici, finalmente vede gli Stati Uniti trionfare.

In realtà le analogie finiscono qui: quello di Howard è un film epico e magniloquente, Chazelle sceglie invece una dimensione intimista, Armstrong come padre, con le sue perdite (la figlia di 5 anni muore per un tumore al cervello; e tutti i colleghi che perdono la vita nei progetti Gemini e Apollo), le sue difficoltà in famiglia, la sua dedizione al lavoro e allo studio, i tanti insuccessi ed esperimenti alla NASA, le difficoltà politiche in un periodo di tumulti e tensioni sociali. Un uomo normale che affronta e vince una sfida sovrumana. Anche il momento più emblematico, la famosa frase “un Piccolo passo per l’uomo, ma un balzo gigantesco per l’Umanità” viene pronunciato nel silenzio cosmico, ma senza preparazione, senza musica in crescendo (come avrebbe fatto sicuramente Howard), quasi privo di gravitas.

In realtà più che a Apollo 13, questo Primo Uomo ci ha più ricordato 2001 Odissea Nello Spazio, la sua freddezza ingegneristica, la sua solitudine, e il mood musicale (salvo Così Parlo Zarathustra, certo!), con la colonna sonora di Justin Hurwitz, e i suoi strumenti d’”epoca” come il Theramin e il Moog. Lo spazio è davvero un abisso nella visione di Chazelle, impressionante nel riflesso del casco degli astronauti.

Ryan Gosling da oscar o quasi. Impressionante la sua capacità di adattarsi in questi anni: e interessantissima la sua visione quasi impiegatizia di Armstrong, con la sua vita americana con la moglie e i figli. Una scena su tutte, lui che, obbligato dalla moglie, deve spiegare ai figli prima di partire per la missione che forse non tornerà.

Era davvero una missione ardua quella di Chazelle rappresentare uno dei momenti più emblematici del Ventesimo Secolo. Perfettamente Riuscita. VOTO: 8/10

Soldado – La Guerra alla Droga Non Finisce Mai

Soldado – La Guerra alla Droga Non Finisce Mai

Dennis Villeneuve, forse uno dei migliori giovani registi degli ultimi anni, ci regalò il più bel thriller del 2015, Sicario, e quello che doveva essere un film unico, immediatamente si convertì nel primo di una trilogia. Purtroppo, il buon Dennis che nel frattempo ci ha anche regalato Blade Runner 2049, doveva proprio avere l’agenda piena, perché rifiutò pressoché subito (o forse non era interessato).

Ecco perché alla regia di Soldado, sequel di Sicario, troviamo l’italianissimo Stefano Sollima, evidentemente scovato dai talent scout USA dopo aver diretto i vari Gomorra, Suburra, Romanzo Criminale, Acab… insomma, il pedigree del poliziesco violento il buon Stefano ce l’ha (è peraltro figlio di Sergio, regista pure lui, che prima di Sandokan (!) aveva pure diretto thriller del periodo noir degli anni 70).

Del primo film tornano Josh Brolin e Benicio Del Toro: l’uno, Graver, agent provocateur anti-terrorismo della CIA, che ha avuto il compito di scatenare l’inferno in casa dei cartelli messicani, l’altro, Alejandro, ex avvocato con la famiglia massacrata proprio dai delinquenti di cui sopra, ora assassino con la missione di massacrarli tutti (tipo Punisher, per intenderci). Cosa hanno pensato i capocCIA per scatenare l’inferno? Semplice: visto che “spesso” tra gli immigrati clandestini ci sono terroristi mediorientali, che poi si fanno saltare in aria negli US, allora il Messico è territorio da trattare come una nazione canaglia e la cosa migliore è mettere i cartelli in guerra l’uno con l’altro. Inscenano dunque il rapimento della figlia di uno dei boss, dando la colpa a uno degli altri. Peccato che la polizia messicana è corrotta, si rivoltano contro gli agenti CIA, e finiscono morti ammazzati in una ventina. Scandalo in US: non solo si scopre che i terroristi arabi non c’entrano nulla con i cartelli, ma che il Messico è alleato degli USA, dunque tutti via,  ammazziamo la figlia 16enne rapita, e subito dopo il lavoro sporco, pure Alejandro, che è messicano e quindi va “depurato”.

Per una serie di circostanze, i due si troveranno in fuga: la figlia del potenziale killer della famiglia del accompagnatore, e il suo accompagnatore stesso, che però decide che così non deve essere e l’unico modo per sfangarla è attraversare il confine… proprio come due immigranti clandestini.

Soldado, proprio come il suo predecessore, è un thriller violento, nichilista e con una spiccata vena politica forse anche più marcata rispetto a Sicario (probabilmente, visto il cambio di guardia alla Casa Bianca nel frattempo); e sebbene gli ingredienti dell’altro ci siano tutti, in primis la difficoltà di stabilire cosa sia bianco e cosa sia nero nel narcotraffico messicano e le tesi più esasperate di complottismi vari, e di come una soluzione alla John Wayne sia impossibile, stavolta però il film risulta molto meno impattante, sia come recitazione, sia come trama (lo scrittore è lo stesso, Taylor Sheridan). Appare quasi evidente il taglio molto più da serie TV (che non è un male, intendiamoci, vedi nello stesso filone Narcos o Breaking Bad), ma che in 2 ore non riesce ad approfondire significativamente la psicologia dei personaggi, e divide le proprie energie in tante sottotrame che però rimangono sospese (cosa che in una serie TV, invece, si può riprendere in un episodio successivo). Professionali gli attori, i suddetti Brolin e Del Toro, ma anche Catherine Keener e i giovani Isabela Moner e Elijah Rodriguez; scene adrenaliniche e dense; e musiche plumbee e minacciose.

Rispetto a Sicario e a quello che forse rimane il miglior film sul narcotraffico di tutti i tempi (Traffic di Steven Soderbergh… e c’era già Benicio Del Toro, Oscar in quel caso), Soldado sembra una buona pellicola ma un po’ riempitiva (forse in attesa del terzo?). Provvisorio. VOTO: 6,5/10

BlacKkKlansman - Non è (mai stato) un Paese per Neri

BlacKkKlansman - Non è (mai stato) un Paese per Neri

Il regista nero più iconico e politico di Hollywood che ci racconta una delle storie più curiose su un’infiltrazione all’interno dell’organizzazione più razzista degli Stati Uniti ovvero il KuKluXKlan, ad opera di un poliziotto nero (!).

Diciamo che gli indizi per rendere la storia interessante c’erano tutti, soprattutto in un periodo storico dove i rigurgiti razziali di legittimare un pensiero palesemente segregazionista ci sono tutti, negli Stati Uniti come in Europa; e non a caso, il film di Spike Lee si apre con un monologo sulla supremazia bianca (ospite Alec Baldwin) e si chiude con gli incidenti dello scorso anno in Virginia (immagini vere), tra i dimostranti del Potere Bianco e quelli del Potere Nero.

Come dicevamo, trama grottesca: siamo negli anni ’70 in Colorado e  Ron Stalworth, poliziotto nero, riesce con una telefonata a farsi dare un appuntamento presso la sede locale del KKK: purtroppo per lui, si dimentica di dare un nome falso, e dunque invia il collega Flip (bianco) all’appuntamento sotto mentite spoglie. Finirà con lo scoprire un attentato contro gli attivisti neri, in cui incidentalmente, lo stesso Stalworth è pure infiltrato (in questo caso, senza bisogno di interposta persona).

Le tonalità scelte da Lee sono quelle della commedia grottesca, nonostante la tematica non proprio soft: ma in fin dei conti, l’assurdità della situazione non poteva che svilupparsi con questa modalità per essere credibile. Finisce con l’essere una presa in giro di tutto quello che è White Supremacy negli USA: i bianchi ignoranti e stupidi, David Duke, le croci in fiamme, Nascita di Una Nazione di Griffith (il polpettone che, aspramente criticato da Lee stesso ai tempi dell’università, quasi gli costò l’espulsione), la rielezione di Nixon, i patetici tentativi di Trump di tenere i piedi su due staffe… stilisticamente, per la gioia dei fan, Tanti i “trademarks del regista presenti, come gli oggetti razzisti che si trovano tranquillamente su internet (come i bersagli a cui sparano i membri del KKK), gli intermezzi musicali coi fiati, persino l’iconica carrellata in avanti dei personaggi.

Alla resa dei conti, BlacKkKlansman è un film che qualcuno definirebbe “necessario”, ma ad essere sincero non ci è parso tra i migliori di Lee: lo sviluppo è fin troppo caotico, defocalizzato; ci sembrano tanti i passaggi (tipo i riferimenti alla cultura Black degli anni ’70 – come il Soul Train e i film di Blaxploitation) che ci sembrano un po’ posticci e ci allontanano dallo scopo del film. E se Lee voleva fare una denuncia del razzismo strisciante che inizia ad essere legittimato un po’ ovunque, avrebbe dovuto essere più diretto per alcuni versi, e più subdolo per altri. Ok, per il KKK, quale è la posizione verso i Black Panthers? Li condanna o li giustifica? Poteva non piacere il Lee manicheo di Fa’ La Cosa Giustaì, ma così come è, ci sembra non andare in nessuna particolare direzione. Ci sembra lontanissimo dalla violenza urbana e poetica de La 25a Ora, e dal melting pot adrenalinico di Inside Man.

Gli attori sono funzionali, ma non ci sembrano così convinti neanche loro: paradossalmente non sono i protagonisti ad essere i più in palla (John David Washington – il figlio di Denzel Washington- e Adam Driver), ma quelli di contorno, come il redivivo Topher Grace (un David Duke credibilmente ridicolo), e il suddetto Alec Baldwin, che in 3 minuti di monologo dà una bella lezione di potenza recitativa (evidentemente, invecchiando il buon Alec migliora).

Sbiadito. VOTO: 6/10

Ant-Man and the Wasp – Il Mondo è Piccolo, Chi Si Rivede

Ant-Man and the Wasp – Il Mondo è Piccolo, Chi Si Rivede

Dopo il colossale scontro di titani che è stato Avengers: Infinity War, non ci poteva che essere il più piccolo degli eroi Marvel ad uscire sugli schermi, ovvero Ant-Man nel suo sequel dopo il primo episodio datato 2015.

Sempre diretto da Payton Reed, e sempre nella sfumatura più accentuata della commedia, che ne aveva già caratterizzato il suddetto primo episodio: tutto sommato, dopo tutta quella gravitas sfoggiata in Infinity War, questa leggerezza ci stava pure bene. Ad onor del vero, Ant-Man And The Wasp è ambientato qualche settimana prima del mega-crossover di casa marvel (come si capirà nel primo dei finalini che ormai sono uno standard dei Marvel Studios – e attenzione, che sarà un finale piuttosto drammatico, considerato il tono del film).

Scott Lang (ovvero Ant-Man, ovvero Paul Rudd) sta ancora scontando gli arresti domiciliari dopo gli eventi di Civil War; ma con la compagnia della figlia Cassie (che vive con la madre – separata da Scott) e il lavoro come esperto di sistemi di sicurezza con il socio Luis, sembra tutto sommato condurre una vita in piena ripresa. Ma sarà coinvolto dal suo mentore, Hank Pym, e la figlia di lui, Hope alla ricerca della moglie/mamma Janet, sperduta nei reami del sub-quantico dopo una impresa di più di 20 anni prima… Solo che nella realizzazione dei mezzi per il salvataggio, grazie ad un fantastico laboratorio portatile (con tanto di maniglia stile trolley), attirerà le attenzioni di un delinquente da quattro soldi, Burch, e un nuovo supercattivo, il Fantasma… Fortuna che Hope si scopre essere una degna socia in azione e superpoteri di Ant-Man, ovvero Wasp.

C’è da dire che, se possibile , le sfumature da commedia di Ant-Man, che si sposano alla perfezione con la filosofia di casa Disney, sono ancora più marcate, tanto che questo è in assoluto il film più da famiglie che i Marvel Studios abbiano portato sullo schermo;rispetto al primo, invece, vengono sviluppati e resi protagonisti i comprimari di Lang, ovvero Hope/The Wasp (Evangeline Lilly), e soprattutto Hank Pym, un ottimo Michael Douglas, a cui fa da contraltare il rivale/amico Bill Foster (Laurence Fishburne). Se ci mettiamo anche Michelle Pfeiffer (Janet Van Dyne, sempre splendida a 60 anni suonati), uno dei grandi meriti del film è di rivedere tre bravissimi attori “senior” non più sempre presenti nelle produzione di Hollywood). E davvero bravi la gang di supporto di Scott ovvero Luis (Michael Pena), TI e Kurt, trio efficacemente comico. Nei momenti migliori (la seconda parte, quando affrontano il -fantastico!- mondo subatomico alla ricerca di Janet), lo spirito del film ricorda i migliori Fantastici Quattro dei fumetti, una famiglia di esploratori dell’ignoto (e niente a che fare con le brutte versioni degli F4 viste sinora sul grande schermo). I cambi di dimensione dei nostri eroi, incluse un set di automobiline che sembrano uscite da Hot Wheels (e in parte lo sono), tecnicamente sono impressionanti. Scena top: il "gigante" Ant-Man che appare accanto alla nave dove uno dei cattivi sta fuggendo.

Rimane però un film della Disney che nei peggiori dei momenti ricorda Tesoro, Mi si Sono Ristretti i Ragazzi, con le gag stile I Viaggi di Gulliver a volte un po’ scontate. Come dicevamo è un film leggero, ma non come Deadpool (sboccato e sempre per “adulti”), più come un film dove i genitori possono portare i loro figli in tranquillità (e farsi qualche risata politicamente corretta). I cattivi non sono mai davvero cattivi, Burch è un cattivo goffo e ridicolo, il Fantasma semplicemente non ha spessore (scusate la battuta): insomma, manca un antagonista degno di nota, e per un film di supereroi è un bel problema, se vuole fare il salto di qualità.

Insomma: se Spiderman è diventato il personaggio Marvel per i teen-ager, Ant-Man  (and The Wasp) sembra candidato ad essere il personaggio per famiglie, con tutti i pregi e difetti. Secondo noi, un po’ riduttivo (ri-scusate la battuta). VOTO: 6,5/10

Jurassic World: Il Regno Distrutto – Fuga dall’Isola dei Mostri (capitolo 5)

Jurassic World: Il Regno Distrutto – Fuga dall’Isola dei Mostri (capitolo 5)

25 anni fa il primo Jurassic Park, che fece camminare i dinosauri in mezzo a noi (simbolicamente). Ma davvero fu uno spettacolo al tempo, uno dei casi in cui gli effetti speciali lasciarono a bocca aperta gli spettatori: e chi altro poteva essere stato a dirigere se non Steven Spielberg, il regista della Meraviglia per eccellenza?

Oggi siamo al quinto episodio, Spielberg produce, Colin Trevorrow dirige, come 3 anni fa quando fu lanciato il nuovo episodio dopo la trilogia originale: cosa c’è di nuovo? Anche stavolta un drappello di scienziati e avventurieri dovrà tornare su un’isola infestata dai grandi rettili, ma ora il pericolo è invertito: il vulcano sta per distruggere tutto e i nostri eroi, guidati da Grady (Chris Pratt) e Dearing (Bryce Dallas Howard), dovranno, novelli Noè, salvarne quanti più possibile… ma ahimè’, la cupidigia umana è in agguato è stavolta sarà difficile decidere chi è il vero predatore.

La premessa era interessante, il che già abbastanza era sorprendente, visto che ormai di rettili in CGI se ne vedono a bizzeffe, tanto da averci fatto dubitare che ne valesse la pena. Tutto sommato il precedente episodio, decisamente più cupo della trilogia originale non era stato completamente da buttare via, anzi, aveva pure segnato qualche punto; e quindi non eravamo privi di speranze che non fosse un mero popcorn movie.

Peraltro: belle e intriganti le  sfumature “impegnate” (per così dire) delle questioni etiche della genetica, che  ne hanno tutto sommato sempre caratterizzato lo sfondo (sin dal libro di Michael Chrichton), stavolta spostate sul lato umano (non anticipiamo altro, per paura di spoilerare): fino a che punto possiamo giocare a interpretare Dio, senza che la Natura si ribelli? E, infatti, torna il Dottor Malcolm (l’eterno Jeff Goldblum, l’unico già presente 25 anni fa) ad ammonirci che il tempo è ormai poco e lo stiamo pure accorciando con decisioni disastrose, e la prossima Grande Estinzione rischia di essere quella del Genere Umano.

Che altro dire? Niente. Temiamo che ormai sia tempo di Estinzione (per mantenere il tono) per la grande saga di Michael Crichton. Non c’è più nessuna Meraviglia. Ricorda un’altra creatura di Spielberg, lo Squalo ,che nel 1975 ci aveva spaventato come pochi altri film, e che aveva dato vita ad una infinita sequenza di seguiti, ognuno un po’ più brutto del precedente. Proprio come quella saga era ricorsa al 3D per mantenersi in vita, così ha fatto Jurassic Park/World, ma almeno in quel caso si erano limitati al primo, qui temiamo che si arriverà al terzo e ormai non c’è più niente da aggiugere. Sì, è bella l’umanizzazione dei Dinosauri, creature che amano e soffrono come noi, ma quella di Jurassic World è una vena ormai esaurita. Inutili le continue citazioni al primo film.

Ci rimarrà una sola scena in mente, quella del grande Brachiosauro (che era stato il primo dinosauro che era apparso nel film del 1993 – incidentale?) che viene inghiottito dal fumo e dalla lava sul molo dell’isola, mentre l’”Arca” degli Uomini se lo lascia indietro: e il grande colosso si lascia sfuggire un ultimo ruggito, forse un segnale di aiuto o forse solo un saluto:” è stato bello, ma ora devo proprio tornare dove mi avete preso”.

Estinto. VOTO: 5/10

Solo – Han Solo, Episodio Uno

Solo – Han Solo, Episodio Uno

Secondo film ad apparire nella cosiddetta Antologia di Star Wars, ovvero film del grande schermo che non fanno parte degli episodi principali della saga, ma che hanno lo scopo di gettare luce su alcuni momenti chiave del mondo che fu ideato da George Lucas ormai più di 40 anni fa. Dopo che Rogue One ci aveva raccontato di come i piani della Morte Nera furono trafugati, questo film, diretto dal Premio Oscar Ron Howard, ci narra di uno dei personaggi più popolari ed iconici, ovvero Han Solo, ai suoi esordi di contrabbandiere e avventuriero.

Vedremo dunque il giovane Han sfuggire dal suo pianeta natale Corellia, perdere e ricongiungersi con il suo primo amore, Qi’ra, combattere a fianco e contro il suo mentore Tobias Beckett e il pericoloso capo di una mafia intergalattica Dryden Vos, ma soprattutto il primo incontro con Lando Carlissian e Chewbecca, altre 2 icone della serie.

Iniziamo subito col dire  che di tutti i film della Lucasarts, questo è stato quello più travagliato: non solo i primi due registi si sono ritirati durante le scene, e Ron Howard ha dovuto rigirarne parecchie; ma il battage commerciale è stata curiosamente scarno e anche i fan non avevano ben digerito il dover vedere un Han Solo non interpretato da Harrison Ford (e, diciamoci la verità, se tanto successo ebbe quel primo episodio, datato 1977, molto fu dovuto proprio all’interpretazione scanzonata, e da eroe per caso, che ne diede Harrison stesso).

Infine, sembra proprio che commercialmente sarà un flop: peccato perché secondo noi, è un buon film, magari senza quella gravitas che bene o male hanno sempre avuto i film di Star Wars, con l’eterno sottofondo della scontro tra Bene e Male, imbevuto della spiritualità insita nel concetto di una Forza che tutto unisce nell’Universo.  Ed ha il gran pregio di essere divertente, e con finalmente un buon casting: Alden Ehrenreich è un credibilissimo giovane Han, così come Donald Glover nei panni di Lando Carlissian. E ottimi gli innesti di Woody Harrelson, Emilia Clarke e Paul Bettany. Niente a che vedere con gli insipidi interpreti dei nuovi Star Wars (Episodio 7 e 8) e Rogue One, tutte scelte pressoché anonime che ci sono sembrate più dettate dal politically correct a tutti i costi, che da motivazioni artistiche.

Tantissime le chicche che non potranno non piacere ai fan, a cominciare dalle musiche originali che occhieggiano qua e là a sottolinearne i momenti topici; e tanti tocchi, come il "nuovo" blaster di Han, il mantello di Lando, Chewbacca che impara a giocare a scacchi, Il Millennium Falcon in tutto il suo splendore e finalmente uno dei grandi miti della prima serie, ovvero come Han riuscì a percorrere il Corridoio di Kessel in 12 parsec (arrotondato per difetto, naturalmente). E come Han divenne Solo, di nome per l’intuizione di un anonimo Agente della Dogana, e di fatto per destino. Anche le leggende sono state giovani. VOTO: 7/10

Deadpool 2 – Il Ritorno Del Mercenario Chiacchierone

Deadpool 2 – Il Ritorno Del Mercenario Chiacchierone

Il Mercenario Chiacchierone, e il più sboccato e demenziale dei Cinefumetti Marvel torna sullo schermo. Ancora prodotto da Fox, prima di tornare all’ovile di casa Marvel Studios, il primo film fu una delle sorprese del 2016, tanto da meritarsi un sequel pressoché istantaneamente. Cambio di regia, tocca a David Leitch, che prima di dirigere (questo è il suo secondo) è stato stuntman, sceneggiatore, produttore. Quando si dice fare la gavetta.

Ma nessun timore, la ricetta è sempre la stessa: tantissima azione, umorismo demenziale, tante prese in giro di altri film Marvel e DC (il bersaglio preferito è Wolverine/Hugh Jackman), e moltissime easter-eggs (ovvero riferimenti nascosti) sparpagliati nel film. Trama che sembra presa in prestito da Terminator, con un misterioso mutante proveniente dal futuro (Cable) che vuole cambiare il destino della propria famiglia uccidendo un giovane mutante, ma il nostro eroe (che subirà un lutto – l’unico aspetto serio del film) ha deciso di salvarlo, e ad aiutarlo vengono reclutati mutanti come lui, tra cui l’assassina Domino, il corazzato Colossus, e, per pochi spassosissimi istanti, un supergruppo chiamato X-Force (che, scommettiamo tornerà nel terzo episodio – magari non nella stessa formazione, per evidenti motivi che non vi anticipiamo).

Se vi piacciono le atmosfere cupe stile DC, Deadpool 2 non fa al caso vostro, direi che qui siamo proprio agli antipodi, ancora più spinto sulla commedia perfino rispetto a Guardiani della Galassia e Thor: Ragnarok; e neanche agli eroismi colossal tipo Avengers e Black Panther, anche perché il nostro eroe, oltre ad essere sboccato, non lesina sbudellamenti e morti violente. Ci sono anche delle perle davvero divertenti, tipo la microapparizione di Brad Pitt (che doveva interpretare Cable, ruolo poi passato a Josh Brolin, che così interpreta il secondo ruolo Marvel dopo il Thanos di Avengers: Infinity War), e di Matt Damon; e i finali post-credit dove Ryan Reynolds finalmente fa coming out sui suoi (non proprio memorabili) precedenti ruoli da cinefumetto (il primo Deadpool in Wolverine: Origins e Lanterna Verde).

Detto questo, Deadpool 2 è così, prendere o lasciare: un’infinita sequenza di battute intervallate da scene di azione (alcune strepitose – si vede il passato da ex stuntman del regista), esattamente come il primo, con, se possibile, ancora meno trama logica. Il supercattivo non c’è, o meglio combatte contro i vari Cable o Fenomeno ma non sono certo dei villain veri e propri. Ryan Reynolds non è un grande attore, ma ha il grande pregio di non prendersi sul serio, e dunque calza alla perfezione in questo ruolo. Davvero bravi i suoi comprimari normali (il taxista indiano Dopinder, la cieca Al ed l“aiutante” Weasel) e applauso per Zazie Beetz, Domino afro-americana (a differenza del fumetto) in onore della diversità obbligata sul grande schermo, ma perfetta (a differenza della Valchiria di Thor: Ragnarok). Già annunciato il terzo episodio, stavolta sì Marvel Studios.

Niente capolavoro, naturalmente, ma proprio come il suo personaggio principale, Deadpool  2 è letalmente professionale nel fare quello che ci si aspetta: far ridere e divertire. Missione compiuta. VOTO: 7/10

Avengers: Infinity War – La Fine è Vicina (Ma Non Subito)

Avengers: Infinity War – La Fine è Vicina (Ma Non Subito)

Non pensiamo di spoilerare niente quando diciamo che manca una parte importante al titolo, ovvero “Parte Prima”. Nel senso che, al di là del prossimo episodio previsto tra un anno esatto e che non ha ancora un titolo definitivo (sic!), di certo Avengers: Infinity War termina in modo brusco e inaspettato, un po’ come L’Impero Colpisce Ancora per intenderci. Francamente, non siamo dei grandi fan dei cliffhanger sospesi per troppo tempo, ma limitiamoci al film di per sé.

Per i fan di lunga data, il riferimento è ovviamente alle Gemme dell’Infinito, 6 pietre potentissime ognuna in grado di governare una delle 6 dimensioni fondamentali del Cosmo: il Potere, Lo Spazio, Il Tempo, La Realtà, La Mente e l’Anima. Chi le mette assieme, diventerà onnipotente, e se lo è messo in testa Thanos, titano che ha deciso di salvare l’universo dall’eccesso di vita, dimezzandola malthusianamente. Chi si frappone a loro? Un sacco di gente, in realtà. Gli Avengers, ormai divisi in due fazioni dopo gli eventi di Civil War, i Guardiani della Galassia, e poi Spiderman, Doctor Strange, Black Panther, ecc.

Cambio alla regia: dopo Joss Whedon, passato al Lato Oscuro della Forza, cioè alla DC/Warner; arrivano i fratelli Russo che avevano fatto molto bene con due episodi di Capitan America (di cui uno era Civil War, appunto). Il primo episodio degli Avengers, ormai di 6 anni fa, era stato forse uno dei film più spettacolari della Marvel (e uno dei più riusciti), bene anche il secondo, ma meno divertente. Qui siamo davanti ad un potenziale casino: sono ben 67 i personaggi tratti da tutto il Marvel Cinematic Universe che sono stati messi assieme., come rendere il tutto coeso ed evitare una roba tipo Sanremo dello Spazio?

Non è andata male: le storie si intersecano bene, sono stati individuate una serie di sottotrame dove gli eroi vengono raggruppati e ciascun gruppo finisce con il confluire verso l’inevitabile battaglia finale, che avviene in Wakanda, dove altro? Il mix di dramma e battute stile Marvel è ovviamente onnipresente, anche se stavolta le battute ci sono sembrate più azzeccate che in altri casi, palma d’oro vanno a Drax e Mantis che in effetti hanno le più belle (ma merito va anche ai tempi comici di Bautista e della Klementieff), ma in genere il lavoro di squadra di un cast così mastodontico e per la maggior parte con un minutaggio limitato è stato ben amalgamato, su tutti emergono i pesi massimi Robert Downey Jr (Iron Man), Chris Evans (Capitan America, anzi solo Cap come si vedrà nel film) e Chris Hemsworth (Thor), ma anche Benedict Cumberbatch (Doctor Strange) è davvero incisivo. E onore a Josh Brolin/Thanos, cattivo sì, pazzo anche, ma con una logica degna del peggiore/migliore Hitler, coerente a modo suo e credibile nella interpretazione dell’attore (finalmente non soffocato dalla computer graphics). Il resto? Fotografia, effetti speciali, musiche? Inutile recensire, tutto il top di Hollywood. Finalino magari meno incisivo del previsto, ma che preannuncia una nuova scommessa della Marvel (che esce a breve…)

Dunque: il film mantiene le promesse di spettacolarità, e i Russo sono bravissimi a mantenere le redini di un cast potenzialmente ingestibile. Ma non va oltre, onestamente in 2h30’ di film di più non ci stava, in termini di azione e ritmo, e paradossalmente manca qualcosa. La profondità, anche per un film Marvel. Chissà, magari il secondo film (che senza anticipare niente, per forza avrà un bel po’ di personaggi in meno), riuscirà ad ovviare, e allora anche questo "Parte Prima" avrà un senso compiuto pieno. Sospeso come il finale. VOTO: 7/10  

A Quiet Place (Un Posto Tranquillo) – Nel Midwest Nessuno Può Sentirti Urlare

A Quiet Place (Un Posto Tranquillo) – Nel Midwest Nessuno Può Sentirti Urlare

Prima di diventare il nuovo Jack Ryan (dopo Alec Baldwin, Harrison Ford e Chris Pine) in una serie TV, John Krasinski dirige il suo secondo film, un horror classico e claustrofobico dalla trama asciutta: gli alieni hanno invaso il pianeta e sterminato la maggior parte della popolazione, si tratta di predatori rapidissimi e letali, ciechi ma capaci di sentire il minimo rumore. Gli esseri umani che sopravvivono, lo fanno in pieno silenzio. Gli Abbott sono una famiglia nel Midwest americano che ormai convivono con questa situazione, generalmente in casa, ma che si spostano cercando di essere i più silenziosi possibile: padre, madre, figlio, figlia (sordomuta) e… una in arrivo (commento: ma in una situazione del genere, non potevano stare attenti?)

Questo è un film davvero in controtendenza rispetto ai trend attuali di Hollywood del genere: breve, con un dialogo all’osso, molto più incentrato sulla tensione rispetto allo splatter. Lo sforzo di sintesi è davvero notevole, e va ad onore di sceneggiatore e regista: tagliato completamente il “come” siamo arrivati a questa apocalisse (grazie ad alcuni ritagli di giornale), sviluppo ridotto ai momenti salienti con un ottimo sviluppo narrativo, e finale che anticipiamo essere aperto, minaccioso e pieno di speranza.

Bravi gli attori principali, che sono il regista John Krasinski e la moglie sulla scena e nella vita Emily Blunt (forse alla sua migliore interpretazione), nonché la giovane attrice realmente sordomuta Millicent Simmonds, sono estremamente credibili  ( e ci sono scene di una tensione pazzesca come quella in cui l’alieno si avvicina alla Blunt nella vasca mentre sta per partorire, o ai bambini immersi nel grano del silos). L’alieno è spaventoso e incomprensibile al livello giusto.

Ultraclassico, nel senso che ha preso il meglio di tanta buona fantascienza made in USA, A Quiet Place ci ha ricordato una efficace fusione tra La Guerra dei Mondi e un episodio de Ai Confini Della Realtà, nonché Signs di Shyamalan, asciutto, cupo, sospeso. Forse si presta meno bene di quanto pubblicizzato ad alcune metafore sulla famiglia moderna (accerchiata da molti “mostri” che non aspettano altro che tu ti esponga – sui social, politicamente, pubblicamente…), ma nella sua lettura principale ci è comunque parso un film per il suo genere molto soddisfacente. Avrebbe potuto avere un altro spessore? Probabile, avrebbe avuto bisogno di uno sviluppo meno lineare; ma anche l’umiltà di essere un quasi esordio cinematografico va apprezzata: e quello che gli manca in originalità, Il film lo compensa con l'appropriatezza. Non poco. E dire che Krasinski aveva rifiutato inizialmente il film, in quanto non era convinto del genere horror/sci-fi, a suo avviso troppo fuori personaggio per lui: invece, prima lo ha accettato come attore, poi come regista ed infine ha pure coinvolto la moglie Emily Blunt per la parte principale. Quando si dice buona la seconda. VOTO: 7/10

I Segreti Di Wind River – A Caccia di Giustizia e Vendetta

I Segreti Di Wind River – A Caccia di Giustizia e Vendetta

La cosa notevole di questo film sula violenza sulle donne in una riserva di nativi indiani non è tanto la regia (quella di Taylor Sheridan, fino ad ora attore di TV e sceneggiatore di buon livello – sua opera é l'ottimo Sicario di Dennis Villeneneuve), ma la produzione: si tratta di Harvey Weinstein, sì quel Weinstein recentemente ai disonori di cronaca per aver preteso ed ottenuto favori sessuali in cambio di parti nei suoi film.

Tornando al film, annunciato come un nuovo Silenzio degli Innocenti, è un thriller che a noi, con le atmosfere gelide che lo contraddistinguono, ha più ricordato Fargo dei fratelli Coen. Protagonisti Occhio di Falco e Scarlet, nel senso che si tratta degli Avengers Jeremy Renner e Elizabeth Olsen, il primo cacciatore uomo pallido, sofferente per una perdita a sua volta e detective per caso, la seconda agente del FBI spedita da Las Vegas proprio per mandare qualcuno in rappresentanza del mondo “civilizzato”.

Salvo paragoni scomodi (e un po’ fuori categoria), I Segreti di Wind River è comunque un buon film, un ottimo inizio, un discreto ritmo, e il finale che via via svapora un po’, secondo noi, esagerando nelle spiegazioni finali, nel senso che viene illustrato un lunghissimo flashback dove viene raccontato tutto. Alla faccia del Segreto. Un grande mistero rimane invece Jon Bernthal, uno degli attori più utilizzati e sopravvalutati degli ultimi 10 anni (The Walking Dead e The Punisher in TV, poi una serie di apparizioni al cinema come Fury, Baby Driver, Sicario, ecc in parti dove sembra la guest star) e che anche qui fa la sua brava comparsata. Bravino Jeremy Renner, dolente e spietato al punto giusto, così così Elizabeth Olsen, non proprio una nuova Jodie Foster o una nuova Frances McDormand, almeno per ora. I due che rappresentano la commistione tra Vendetta e Giustizia, hanno comunque una buona alchimia.

Ci è sembrato pure sforzato il riferimento finale alla situazione delle donne native, a coronamento di un film che poteva essere ottimo, sia come ambientazione, sia come denuncia sociale sulla condizione dei nativi USA (spesso ignorata), ma che invece soffre di un po’ di pessime decisioni a livello di produzione  e narrativa. I Segreti di Wind River può contare su una fotografia eccellente (il punto di forza del film) , complice le nevi vergini e immacolate dello Utah (dove è stato effettivamente girato) che sono spesso mozzafiato, complemento e contraltare naturale delle scie di sangue rosso che lasciano gli essere umani (di qualunque colore ed etnia). La

La Vendetta, così come la Giustizia alla fine, è un piatto che va servito freddo. Anzi, surgelato. VOTO:7/10

Hostiles (Ostili) – L’Ultima Frontiera Tra Buoni e Cattivi

Hostiles (Ostili) – L’Ultima Frontiera Tra Buoni e Cattivi

Genere iperclassico quello del western, una volta il principale prodotto (spesso manicheo e di puro intrattenimento, alla Ombre Rosse per intenderci) di Hollywood, poi relegato a genere di nicchia, mai veramente risorto, ma sempre re-inventatosi grazie anche a tanti autori che, specie dal Butch Cassidy con Paul Newman e Robert Redford (1969), ha spesso avuto una valenza di metafora crepuscolare degli Stati Uniti. Una specie di caleidoscopio per analizzare la società a stelle e strisce, dove eravamo e dove stiamo andando.

Non a caso, Hostiles, ultima fatica del regista Scott Cooper, è cronologicamente posizionato veramente agli sgoccioli dell’epopea del Far West. Siamo nel 1892 e ormai di frontiera è rimasto poco: al capitano Blocker, vecchio soldato che ha combattuto Sudisti e Pellerossa per più di 30 anni, viene affidata un’ultima missione, prima della pensione, scortare il suo vecchio rivale, il Grande Capo Cheyenne Falco Giallo e la sua famiglia, dal Nuovo Messico alla riserva indiana del Montana, dove presumibilmente passerà i suoi ultimi giorni. Con lui, una scorta di soldati e Rosalie, che troveranno sulla strada, una donna a cui i banditi ribelli Apache hanno massacrato la famiglia e che infestano i sentieri.

Dicevamo una metafora crepuscolare, e così lo è anche questo film; anzi per tanti versi ancora di più rispetto ad un Butch Cassidy, che era una commedia dolceamara che romanzava quel passato di guardie e ladri, e anche altri capisaldi degli ultimi 30 anni, Pat Garrett e Billy The Kid di Peckinpah, Gli Spietati di Eastwood o Balla Coi Lupi di Costner, tutti ammantati di nostalgia e rivisitazione. Decisamente più cupa e violenta è la scelta di Cooper, tanto che il viaggio del Grande Capo e del Capitano a Stelle e Strisce (prima rivali, poi alleati, infine amici) ricordano più che una diligenza, una lunga processione funebre, costellata di funerali e perdite, spirituali e fisiche allo stesso modo. Ci richiama un gioiellino del 2005, Le 3 Sepolture dell’attore/regista Tommy Lee Jones (che vi consigliamo di recuperare) e, per molti versi, e inaspettatamente Il Nuovo Mondo Di Malick, con molte scene introspettive e dilatate e, che peraltro vede recitare ben 3 dei protagonisti di Hostiles, incluso il protagonista Christian Bale. Inutile dire che l’attore gallese sfodera  un’altra grande prestazione, e bravissima è Rosamund Pike, e regalmente dignitoso Wes Studi. Panorami splendidi e musiche appropriate.

Sebbene non particolarmente originale, alla fine (effettivamente sembra un collage di tante -buone- pellicole, vedi quelle citate sopra), Hostiles ha però il gran merito di racchiudere nel titolo forse la tesi del regista: e se è vero che il Western ha una valenza metaforica di cosa siano gli Stati Uniti in questo momento, diremmo che Cooper in qualche modo ha voluto disegnare l’attuale contrapposizione sociale di quel mondo, non più fatto di colori della pelle e diverse tradizioni, ma di valori aperti al futuro e quelli irrimediabilmente reazionari. Con un po’ più di coraggio, Hostiles poteva essere uno dei film dell’anno, ma anche così ha molto da offrire e da far riflettere. Violento e contemplativo allo stesso tempo. VOTO: 7/10

Il Giustiziere della Notte – La Giustizia al Tempo di Trump

Il Giustiziere della Notte – La Giustizia al Tempo di Trump

44 anni dopo l’originale, esce Il remake (non il re-boot, una volta tanto) de Il Giustiziere della Notte (quello con Charles Bronson, ben 4 sequel, non proprio memorabili), e non poteva che essere Eli Roth, pupillo di Quentin Tarantino, a dirigere dopo il remake del cannibal-movie The Green Inferno, al suo primo non-horror.

Il film segue fedelmente la trama dell’originale, con qualche variazione più o meno significativa: Paul Kersey è un chirurgo di successo al Pronto Soccorso di Chicago, e passa la vita a ricucire gente da ferite da fuoco e aggressioni varie, fino a che, in un giorno fatale, questa sorte spetta a moglie e figlia. Purtroppo, la giustizia latita, travolta com’è dalla violenza dilagante, e allora al buon Paul non resta che prendere in mano la giustizia stessa…

Evidente come Roth in qualche modo abbia voluto dire la sua su questi USA di Trump dove non solo le armi dilagano, ma apparentemente l’unica risposta sembra essere quella di dotare anche gli indifesi di armi in modo che possano non solo difendersi, ma anche farsi giustizia da soli. Quello che però non ci quadra moltissimo è che, altrettanto apparentemente, Roth non sembra prendere posizione. Vero che l’utilizzo dei commentatori radio in sottofondo, quasi un coro greco che commenta gli eventi più cruenti, forse in qualche modo gli danno voce (forse); ma l’effetto è quasi opposto, molto assolutorio. Per di più i cattivi sembrano tutti particolarmente stupidi e imbranati, tanto che il dilettante pistolero Kersey alla fine diventa un vero e proprio flagello di Dio.

Ora non che un film che accoppi i cattivi non sia catartico (anzi), però qui siamo proprio sul basic, tutto un po’ troppo televisivo, pure (nel senso peggiore del termine); con approfondimenti psicologici però quasi zero. Bruce Willis non si sforza neanche più di tanto, e tutti gli altri (incluso Vincent D’Onofrio, sprecato, e la rediviva Elizabeth Shue) si accontentano del minimo sindacale. Non ha neanche del fumetto, come altri film tipo Man on Fire (dove l’antieroe è un vero e proprio disperato senza possibilità di redenzione) o Drive (dove il protagonista è una specie di figura semi-divina), o grotteschi come Pulp Fiction (per citare il maestro di Roth, ovvero Tarantino); e, rispetto ad alcuni film nostrani (ci vengono in mente Un Borghese Piccolo Piccolo e Il Giocattolo) dello stesso periodo del film con Charles Bronson, non riesce neanche mai ad essere una vera e propria satira amara e sociale, 

Tutto discretamente realizzato, intendiamoci, ma tutto discretamente inutile. Le due orette scarse si chiudono esattamente con la stessa scena dell’originale del 74. Forse che il regista abbia voluto dire che niente è cambiato in 44 anni? Non ci resta che aspettare il remake dell’Ispettore Callaghan per avere la conferma. Bang! VOTO: 5/10

Il Filo Nascosto - Il Tessuto di cui Sono Fatte le Ossessioni

Il Filo Nascosto - Il Tessuto di cui Sono Fatte le Ossessioni

L’ultima volta che il regista Paul Thomas Anderson e Daniel Day Lewis avevano lavorato assieme, fu un capolavoro, Il Petroliere (2002) con tanto di Oscar per l’attore anglo-irlandese. Se ci aggiungiamo che questo film è per sua stessa dichiarazione, la sua ultima performance prima del ritiro (a soli 61 anni), si può capire quanto l’uscita de Il Filo Nascosto sia stato un evento.

Ispirato vagamente alla vita dello stilista Cristobal Balenciaga, il film narra della relazione problematica del couturier Reynolds Woodcock e della sua musa e compagna Alma nella Londra degli anni ’50. La vita dello stilista è ossessionata dal suo lavoro che domina ogni suo aspetto e ne determina un approccio quasi monastico, basato su routine maniacali: è la sorella Cyril, che ne cura il business e ogni altra necessità sociale (tra cui lo sbarazzarsi delle fidanzate ormai a fine relazione), Quest'ordone viene proprio sconvolto dall’arrivo della sua nuova fiamma, la cameriera Alma, di una trentina di anni più giovane di lui che lo conquisterà imparando a memoria una comanda complicatissima e poi entrerà sempre più in profondità nella sua vita, prima assecondando ogni suo capriccio, poi determinandolo.

Algido e chirurgico come un film di Hitchcock, Anderson ci propone una Londra plumbea è infreddolita, quasi una metafora della vita di Reynolds tra tessuti, disegni e abitudini ferree, non casualmente scaldata dall’arrivo di un’Alma (ovvero un Anima); e la storia di un’ossessione che alla fine diventa quella di due ossessioni.

Daniel Day Lewis naturalmente sfodera un’altra grande prestazione: purtroppo per lui, lo fa in un film che ha riscosso molto successo di critica, ma che a noi è parso molto noioso, a tratti mortifero. L’inizio è promettente, con l’accenno (lo stesso nel titolo), alle cuciture segrete di Reynolds (tra cui i capelli della propria madre, vero e proprio convitato di pietra della storia, che poi apparirà come un fantasma nei deliri febbricitanti di lui – peraltro, scena un po’ ridicola). Tutto sembrerebbe puntare a un thriller psicologico o perlomeno a un dramma dai risvolti gotici, alla Edgar Allan Poe: invece alla fine si risolve tutto in una scena che per quanto sorprendente non salva il film.  Intendiamoci, la maggior parte delle scene è esteticamente impeccabile (splendide le sequenze della sarte che ritagliano il vestito nuziale della principessa belga), ma la verità è che il film è veramente poco interessante, e troppo lungo per ridursi a così poco: ci ha ricordato il Match Point di Woody Allen, un film costruito su un unico climax.

Altro problema: la protagonista, Vicky Krieps, lussemburghese e anonima all’ennesima potenza come suggerirebbero le sue origini. Certo il film non aiuta, ma lei ci mette tanto del suo. Invece, è brava Lesley Manville nella parte della enigmatica ma coriacea sorella di lui Cecyl. 

Anderson si conferma un regista discontinuo come pochi: ha sfornato capolavori come Boogie Nights, Magnolia e Il Petroliere, film così così come The Master e proprio bruttini come Ubriaco d’Amore, Vizio di Forma e questo suo ultimo lavoro, appunto. Ci spiace per Day Lewis, se questo è davvero il suo ultimo film: rischia di uscire di scena come Zidane dal mondo del calcio, ovvero una grande carriera con una pessima ultima immagine, e pazienza se almeno nel suo caso non è stata colpa sua. Ci auguriamo un ripensamento. VOTO: 5/10

Black Panther – Il Futuro della Marvel è Nero, anzi Roseo.

Black Panther – Il Futuro della Marvel è Nero, anzi Roseo.

Il primo supereroe nero della storia dei fumetti appare nel 1966 sulle pagine de I Fantastici Quattro; e dopo la trilogia di Blade (un supereroe un  po’ sui generis)  a cavallo del 21 secolo, questo di Ryan Coogler (il regista di Creed, il nuovo Rocky, di colore ovviamente) è il primo vero e proprio tentativo di dedicargli un cinefumetto su schermo; ad essere sinceri, il rischio che ne venisse fuori qualcosa di tamarro (stile Cage della serie TV per intendersi) era più che concreto.

Trama: il giovane re T’Challa dell’immaginario regno ipertecnologico di Wakanda ne è anche il suo protettore, Black Panther, dotato di forza e riflessi sovrumani che gli derivano da erbe magiche e di armi futuristiche che gli derivano dai grandi giacimenti di Vibranio, un metallo indistruttibile dalle proprietà stupefacenti; lo è diventato dopo l’assassinio del padre ed ora il suo regno è minacciato da un pericoloso terrorista, Killmonger. Riuscirà a sconfiggerlo, nonché a tenere a bada le altre tribù del Wakanda dal recriminare il suo diritto al trono?

Personaggio non troppo noto, di nicchia si direbbe; il battage pubblicitario è stato notevole, subito classificato come un eroe diverso; ed in effetti il film si discosta abbastanza da quanto visto sinora dai cinefumetti della casa Disney; evidente come oltre all’ambientazione piuttosto poco scontata (principalmente l’Africa Nera), si sia voluta dare una connotazione meno buffonesca e apertamente teen di altri recenti episodi (Thor Ragnarok, Guardiani della Galassia, l’ultimo Spiderman), più matura. Non a caso, Coogler, un po’ una versione aggiornata di Spike Lee per alcuni versi, inizia il film con un anno chiave nella storia dei neri d’America, il 1992, anno della grande rivolta razziale ispirata ai pestaggi di Rodney King (e dei grandi film politici di Lee, appunto); e non è un caso visto che proprio l’attuale presidenza degli USA, in qualche modo sembri esacerbare i conflitti dovuti alle diversità.

Niente da dire, il film è davvero uno dei migliori cinefumetti recenti, al pari di un altro outsider di un annetto fa, ovvero Doctor Strange: si vede che è quando esce dai  personaggi iconici, con più libertà e meno vincoli di copione, che i Marvel Studios diano il meglio di sé. Non solo gli attori ci sono sembrati azzeccatissimi, da Chadwick Bosman a Michael B. Jordan (cattivo credibilissimo), da Forest Whittaker a Angela Bassett, da Lupita Nyongo a Laetitia Wright a Danai Gurira (altro che la penosa valchiria di colore di Thor Ragnarok); agli unici due bianchi Martin Freeman e Andy Serkis (miracolosamente con la sua vera faccia, invece dei vari Pianeta delle Scimmie e King Kong)  ma Coogler è riuscito a creare un mondo totalmente nuovo (con una frammistione di tribale e tecnologico, di animalesco e futuristico) e totalmente credibile, immaginifico. Vere lingue africane e bellissimi costumi ispirati alla tradizione africana danno una varietà davvero spettacolare, creando una cultura degna di un fantasy di alto livello. La trama, un riuscitissimo incrocio tra Il Trono di Spade e L'Uomo Mascherato, non si perde in mille rivoli come altri film simili e non solo riesce ad inserire una dimensione spirituale delicata ma potente (come i “sogni” in cui i figli conferiscono coi loro padri,) ma  riesce a mantenere una connotazione politica senza sembrare sforzato, tanto che il messaggio finale (un discorso di T’Challa all’ONU), meriterebbe di essere ripreso anche dai politici, quelli veri. Del resto, in un mondo dove comici e buffoni col parrucchino sembrano avere successo, anche un supereroe farebbe la sua figura. VOTO: 8/10

 

La Forma Dell’Acqua – Amore Liquido ed Altre Storie

La Forma Dell’Acqua – Amore Liquido ed Altre Storie

Vincitore del Leone d’Oro a Venezia, caso più unico che raro per quello che potrebbe essere a tutti gli effetti classificato come un film di fantascienza. Guilliermo del Toro, invece, è sicuramente uno dei registi che negli ultimi 25 anni ha lasciato un segno estetico perfettamente riconoscibile, quasi da realismo magico applicato al cinema, da Il Labirinto del Fauno (2006), forse il suo capolavoro, ad altri lavori più mainstream ma sempre ricchi di stile visivo come HellBoy (2004) e Pacific Rim (2013).

Con la Forma dell’Acqua, il buon Guillermo riesce nell’impresa di portare sullo schermo uno dei suoi film preferiti, ovvero la creatura (pressochè identica) de Il Mostro Della Laguna Nera del 1954; ma in un film con connotazioni più romantiche e anche sociali: Elisa Esposito (nome non casuale, si tratta di un’orfana) è un’inserviente muta all’inizio degli anni ’60 in un laboratorio segreto del governo, e all’interno di esso si studiano molte creature strane, tra cui l’ultimo arrivato, una curiosa creatura anfibia dagli artigli affilati, ma anche (come scopriranno) dagli incredibili poteri. Insieme alla sua amica di colore Zelda, al disegnatore gay Giles e all’insospettabile scienziato/spia russa Dimitri, riusciranno a rapirlo dalle grinfie dei crudeli militari di Strickland, che vogliono vivisezionarlo. A questo si aggiunge che Elisa e la creatura inaspettatamente si innamorano.

Fantascienza si, ma decisamente colta: tanti i riferimenti e i rimandi ad un’epoca piena di fermenti sociali, ma in cui la diversità è ampiamente e pubblicamente disprezzata, sia quella del colore della pelle, che degli orientamenti sessuali, che delle menomazioni fisiche, ma anche semplicemente tra uomini e donne. Visivamente, Del Toro peraltro riesce perfettamente a integrare il look di quegli anni con il realismo di una fantascienza “vintage” (vedi i macchinari e la creatura stessa, che comunque, è una meraviglia). E c’è una vena profondamente nostalgica nei film e nei balli degli anni 30  e 40 che vengono spesso mostrati sullo schermo (grande o piccolo che sia); fino a quello immaginario tra Elisa e la creatura che richiama molto La Bella e la Bestia, di cui, in ultima istanza, questo film è una versione per adulti, con un messaggio profondo: la diversità genera paura, ma l’amore è più forte di ogni apparente diversità. Alla fine la muta Elisa, che ha curiosamente dei segni sul collo come fossero branchie, comprenderà l’umanità del Mostro.

Bravissimi su tutti Sally Hawkins e il cattivo Michael Shannon, così come Richard Jenkins; e il film vincerà quasi sicuramente l’Oscar per la Fotografia. A volte, però si è voluto un po’ esasperare il messaggio metaforico della visione sociale di Del Toro, dove evidentemente sono le donne (le “diverse” originali) ad avere un ruolo di pioniere evolutive della cultura degli uomini, sono loro ad “Integrare” le nuove razze in una nuova società grazie al loro innato “amore” verso il diverso (e verso i nuovi maschi). Un’equazione dove “diverso” equivale sempre a “positivo”, e dove evidentemente è necessario creare una “bolla” di acqua, all’interno dell’asciutto della cultura dominante.

Il film è decisamente una favola per adulti intrisa di realismo magico come dicevamo, e come tale va vista in un concetto di “sospensione del giudizio”, più che un pamphlet sociale, così come il finale (splendido) rimane sospeso a sua volta, come particelle solide all’interno dell’acqua (similitudine non casuale). 

Come si domandava una storia del folklore dei nativi d’America: “e anche se il pesce e l’uccello si amassero, dove potrebbero mai amarsi il pesce e l’uccello?” VOTO: 7,5/10

The Post – Tutti Gli Uomini di Spielberg

The Post – Tutti Gli Uomini di Spielberg

Steven Spielberg dirige quello che a tutti gli effetti può essere considerato il prequel di Tutti Gli Uomini Del Presidente (1976) filmone che aveva raccontato dell’impeachment del presidente Nixon del 1974, causato da un’inchiesta del Washington Post… ma già qualche anno prima (siamo nel 1971), stampa e governo USA sono ai ferri corti: alcune carte rivelano che gli Stati Uniti stanno conducendo in piena consapevolezza una guerra in Vietnam che non possono vincere, ma da quale non possono tirarsi fuori senza perdere la faccia, e questo a costo di migliaia di vite americane e vietnamite. Nixon interviene e censura per la prima volta il contenuto del New York Times; segue il Washington Post, al quale arrivano le stesse carte. Il caporedattore Ben Bradlee e l’editrice Kay Graham sono di fronte ad un dilemma: pubblicare e rischiare non solo la censura, ma anche la galera; oppure obbedire al potere politico.

Tocca ancora a Tom Hanks impersonare il protagonista di un film di Spielberg (fanno 5 con questo), stavolta però c’è anche un altro colosso, Meyl Streep, un po’ come se Hollywood avesse schierato Superman, Batman e WonderWoman nello stessa battaglia. Evidente come questo sia stato un progetto che non a caso dà voce ai liberal sulla situazione che in questo momento vede un Presidente che seriamente minaccia i pilastri della Democrazia A stelle e Strisce, in particolare il ruolo della stampa come cani da guardia  (e non da riporto come dalle nostre parti) del potere politico; tanto che è un film girato a tempo di record (si dice poche settimane) e fatto uscire prima dell’altro colossal di Spielberg, il fantascientifico Ready Player One, ritardato apposta, per dare priorità a questo messaggio.

C’è sempre da rimanere stupiti sulla qualità e versatilità di un regista a questo livello; ancor di più sulla capacità di mobilitare tutto un universo in una direzione in un momento per tanti versi ritenuto critico oltreoceano: se Trump riesce nel suo esplicito tentativo di mettere la museruola alla stampa, potrebbe essere un colpo definitivo a quella che in questo momento sembra una nazione che abbia smarrito certi valori fondamentali e che, in tutte le sue imperfezioni, l’avevano resa un faro per molte altre.

The Post è quello che qualche anno fa, come dicevano quelli bravi di Sinistra, è un film necessario, ancor più che bello (lo è); con tutta la qualità di una ricostruzione visiva ottimale, con l’impatto delle musiche del 86enne John Williams (a proposito di uomini di Spielberg e a proposito di colossi che hanno voluto essere presenti); con una coppia di protagonisti in formissima (ennesimo oscar per Meryl Streep, secondo noi, e non aggiungiamo altro), con tante chicche narrative, che creano un crescendo emotivo notevole tra cui una delle ultime scene che, ricongiunge in modo quasi esegetico la staffetta con Tutti Gli Uomini Del Presidente, quasi a dire che anche il mondo del cinema non ha mai abbassato la guardia. 

Granitico. VOTO: 8/10

L’Ora Più buia – L’Altra Sponda di Dunkirk

L’Ora Più buia – L’Altra Sponda di Dunkirk

Lo specialista in film storici Joe Wright (Espiazione, Orgoglio e Pregiudizio) ci regala il ritratto di una delle figure politiche più importanti del ventesimo secolo britanniche, ovvero Winston Churchill, non certo una delle meno ritratte sul grande schermo, a memoria d’uomo ne contiamo almeno 5 negli ultimi 15 anni, di cui 4 come protagonista proprio il buon Winston (e l’altra è il capolavoro Il Discorso Del Re) e uno, l’eponimo Churchill proprio uscito nel 2017.

Cosa caratterizza questa pellicola: innanzitutto il periodo molto specifico, ovvero il mesetto nel 1940 che contraddistingue la nomina dell’allora Ministro della Guerra alla carica di Primo Ministro, succedendo a Chamberlain: il secondo, fautore di una politica morbida nei confronti dei Nazisti, deve cedere alle pressioni del Parlamento e invece d nominare Halifax, prima scelta dei Conservatori e pure del Re (che è lo stesso de Il Discorso del Re, ovvero il balbuziente Giorgio VI), decidono di puntare sul “falco” Churchill, 65enne al tempo della nomina, grande oratore si, ma non proprio sulla cresta dell’onda.

L’altro elemento che contraddistingue questo film è naturalmente la colossale interpretazione di Gary Oldman, quello che si dice un “instant oscar” per qualità e magniloquenza (e ci stupirebbe il contrario); sarebbe dovuto essere anche l’ultima apparizione del grande John Hurt nella parte di Chamberlain, reso purtroppo impossibile dalla sua scomparsa lo scorso Gennaio.

A differenza degli altri film, questo appare una specie di House of Cards ante litteram e basato in UK, ovvero un film fatto di intrighi, mosse e contromosse politiche (in questo ci ha ricordato anche molto il Lincoln di Spielberg), dove i grandi burattinai sembrano Chamberlain e Halifax (bravissimo David Spillane), che cercano di manovrare un Churchill inizialmente impacciato nel gioco di potere, ma che via via, grazie al coraggio che gli infonderanno la moglie Clem (Kristin Scott Thomas da applauso), sua impareggiabile consigliera, il re Giorgio, prima suo oppositore alla fine suo sponsor, e infine dal popolo britannico stesso, che incontra rocambolescamente in metro e che gli suggeriranno le parole di uno dei suoi discorsi più famosi. Tanto che alla fine, gli sarà riconosciuto dell'avversario Halifax di aver "mobilitato la lingua inglese e di averla condotta alla guerra".

Al di là della qualità visiva, notevole, e dalle interpretazioni già menzionate, ci è molto piaciuto la rappresentazione del lato fragile della figura storica (emblematica la chiacchierata col Presidente Roosevelt al telefono), anche piuttosto controversa su alcune questioni, ma che ebbe il merito di aver intuito la futilità di negoziare con Hitler, prima di molti altri, paragonandolo al “gettare in pasto i propri compagni all’alligatore nella speranza di essere divorato per ultimo”; fragilità che viene mascherata dalla magniloquenza oratoria e che però riesce ad infondere coraggio ad una intera nazione nella sua ora più buia e che ancora per quasi 2 anni dovrà resistere allo stremo prima dell'ingresso in guerra degli USA anche grazie ad una certa creatività ed enorme sacrificio rispetto alla potenza nazista: sua l’intuzione (peraltro, storicamente confermata) di utilizzare imbarcazioni civili per riportare i soldati a casa nel celeberrimo (e recentemente portato sullo schermo da Nolan) episodio di Dunquerque, al quale questo L’Ora Più Buia sembra essere quasi complementare. 

Potente ed in crescendo come una sinfonia di Elgar. VOTO: 8/10

Tre Manifesti a Ebbing, Missouri – Non è Un Paese per Signorine

Tre Manifesti a Ebbing, Missouri – Non è Un Paese per Signorine

Martin McDonagh, raffinato sceneggiatore anglo-irlandese e parsimonioso regista (questo è solo il suo terzo lungometraggio a quasi 48 anni suonati) ci regala questo spaccato di Profondo Sud USA: protagonista la cinquantenne Mildred, a cui hanno stuprato e ucciso la figlia ventenne, ma per la quale non c’è stata giustizia. Un’idea: affitta 3 cartelloni pubblicitari sulla strada con 3 semplici frasi: “stuprata mentre muore” “e ancora nessun arresto”, “come mai, Sceriffo Willoughby?”). inutile dire che l’interessato, lo sceriffo Willoughby in persona non la prende molto bene, cos’ come molta della popolazione di Ebbing, decisamente dalla sua parte, incluso uno dei suoi vice, il violento sempliciotto Dixon. In più, Willoughby è ammalato di cancro. Ma Mildred non mollerà: cerca giustizia.

Decisamente Coen-iano per ambientazione e tematiche, effettivamente Tre Manifesti ci ricorda una piacevole fusione tra Non è Un Paese per Vecchi e Fargo, non a caso la protagonista è proprio Frances McDormand, premio oscar per Fargo e moglie di Joel Coen:  con la cruenza di alcune scene si mescola lo stile da black comedy di un Paese di RedNecks (campagnoli del sud) dall’animo semplice , ma dalla scorza durissima, in un paesaggio tranquillo e cupo allo stesso tempo come in un quadro di Edward Hopper. Ed è difficile quasi da subito schierarsi con qualcuno:se infatti almeno all’inizio sembra facile prendere le parti della Mildred proletaria e divorziata contro il Sistema, già a metà Willoughby non sembra proprio il tipico prepotente che ci aspetteremmo, e la stessa Mildred, indurita oltre ogni modo dalla vita, non sembra proprio esente da colpe. Tanto che, alla fine, in un quasi colpo di scena, troverà il più inaspettato degli alleati. Perché comunque tutti sono nati e cresciuti nello stesso posto, e tutti rispondono alle stesse regole del gioco.

Film decisamente sorprendente per il tono e per l’assoluta imprevedibilità della scrittura veramente poco hollywoodiana (e molto da West End londinese, nello stile del regista), probabilmente è un film che non potrà piacere a tutti per il tono decisamente sopra le righe e la violenza piuttosto esplicita (a livello del miglior Tarantino), ma che secondo noi davvero vale la pena. Tante le interpretazioni da citare oltre alla McDormand; e se Woody Harrelson non ci sorprende più di tanto per la sua versatilità, ci piace sottolineare la performance di Sam Rockwell nella parte dello zoticone Dixon, più complesso e sfaccettato di quanto ci saremmo mai immaginati. Del resto da Moon a Confessioni di Una Mente Pericolosa, Rockwell è uno di quegli attori mai pienamente sfruttati da Hollwood, un po' tipo Willem Dafoe o Greg Kinnear (e non a caso sono tutti attori che amano interpretare parti ambigue). Brevi e intense le apparizioni di Peter Dinklage (il brevilineo protagonista de il Trono di Spade) e di Caleb Landry Jones. 

Finale enigmatico ed aperto, e consolatorio a modo suo. Sorprendente. VOTO: 8/10

Tutti i Soldi Del Mondo – Anche i Ricchi Piangono (quasi tutti)

Tutti i Soldi Del Mondo – Anche i Ricchi Piangono (quasi tutti)

A proposito di Soldi, è costata ben 10 Milioni di Dollari, la scelta di Sir Ridley Scott di rigirare le scene in cui era presente Kevin Spacey: lo scandalo di molestie sessuali che ha travolto il 2 volte premio Oscar ha avuto un impatto di queste dimensioni (inimmaginabile per l’Italia, anzi di sicuro c’è chi ci avrebbe lucrato sopra, incluso l’indagato). Al suo posto Christopher Plummer, nella parte del miliardario John Paul Getty che nel 1973 si oppose al pagamento del riscatto del nipote, rapito a Roma dalla ‘ndrangheta per 4 mesi.

Protagonista oltre a nonno Getty, la madre Gail, divorziata dal figlio tossicodipendente dello stesso Getty, e il responsabile della sicurezza Chase, inizialmente reclutato per capire meglio se il rapimento sia una farsa o meno, e poi alla fine impegnato in prima linea per recuperare il nipote scomparso.

Film piuttosto atipico per Ridley Scott, ormai sempre più coinvolto in produzioni di altissimo livello anche a livello di budget (la franchise di Alien, il nuovo Blade Runner, The Martian, persino il mega-flop Exodus), per tematiche e ritmo ce lo saremmo più aspettato dal defunto fratello Tony, quello di Spy Game e Man on Fire (oltre che Top Gun), per intenderci. In realtà il giochino funziona, un po’ per le ricostruzioni d’epoca davvero ben fatte per chi si ricorda l’Italia dei tempi che fu (e c’è persino un omaggio a La Dolce Vita di Fellini quasi all’inizio) un po’ proprio per l’interpretazione straordinaria di Plummer, 88 anni, ma sempre impeccabile. Chissà come sarebbe stata l’interpretazione di Spacey, di certo il film sarebbe stato un’altra cosa. Si dice che, a dispetto dell’età, Plummer abbia impiegato solo 2 settimane per entrare nella parte (anche se in effetti fu scartato nel casting per lo stesso ruolo). Il suo Getty, megalomane avaro che dà un prezzo alle vite degli esseri umani, così come delle cose, appare disumano e incomprensibile in una follia lucida e non priva di logica, tanto da ricordare il famoso detto “il denaro non compra la felicità”. Alla fine, sembra più il cattivo del film lui, più che i rapitori calabresi (un po’ macchiettistici in alcune riprese, ma tutto sommato, davvero quell’angolo dell’Italia era cosi remoto culturalmente più che geograficamente in quegli anni, tanto da sembrare un altro Paese, di quelli che oggi sfottiamo come “arretrati”. 

Bravina Michelle Williams nel ruolo della madre che rischia tutto per l’amore dei figli; così così Mark Wahlberg, davvero un po’ posticcio nel ruolo dell’investigatore negoziatore. Diciamo funzionali entrambi, ma non imprescindibili. Alla fine Scott ci regala 2 ore tirate, ben congegnate; con qualche concessione alla trama rispetto alla storia reale, ma in fin dei conti come disse John Huston criticato sulla verosimiglianza di alcune sue opere: “tra la vita e la leggenda, scelgo sempre di raccontare la leggenda”. VOTO: 7/10