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Borg McEnroe – Scontro di Titani a Wimbledon

Borg McEnroe – Scontro di Titani a Wimbledon

Fu proprio un’epopea sportiva diversa quella degli anni 70 e 80: in quasi qualunque sport, magari non c'erano degli atleti mostruosi come spesso capita oggi giorno, ma forse anche per questo ci apparivano dotati di superpoteri, proprio perché quello che sapevano fare in campo non solo ci sembrava meno “programmato” ma anche perché era effettivamente frutto di un’applicazione che spasmodicamente raffinava fino all’estremo le caratteristiche individuali, invece di renderli tutto sommato simili tra di loro come capita oggi. E sono anni di grandi rivalità, pensiamo a Ali e Foreman, Magic e Bird, Hunt e Lauda (questi ultimi ripresi in Rush di qualche anno fa), spesso dotati di stili agli antipodi, e per questo dividevano i fan in due, quasi fossero alfieri di due visioni del mondo, in genere l’artista contro l’ingegnere, il talento contro il fisico. Il tennis non faceva eccezione e dal 1979 fino al 1981, è il regno di due grandi come lo svedese Bjorn Borg e l’americano John McEnroe; l’uno, un martello penumatico glaciale ed impeccabile, l’altro un raggio laser tutto guizzi e nervi, anche di eccessi.

Janus Metz, regista danese al primo lungometraggio riporta proprio in auge quella storia, in particolare il Torneo di Wimbledon del 1980, che li vedrà opporsi in finale, in uno di quegli incontri universalmente considerati uno dei migliori di sempre. I due, separati da solo 4 anni di età, ma così diversi in campo. Eppure, quello che traspare è una reciproca ammirazione, e una comprensione dell’altro che a tutti gli altri sfugge. E cosi, mentre McEnroe, figlio di un ex-militare benestante, intravede una rabbia sotto il ghiaccio dell’altro, Borg, figlio di umile elettricista, capisce l’enorme  disciplina sotto le proverbiali sfuriate dell’altro. Tanto si comprendono che i due saranno grandi amici dopo il ritiro di Borg, arrivato al culmine della sua carriera poco dopo. Insomma, al di là delle apparenze che li avrebbero voluti acerrimi nemici, i due rivelano avere una personalità simile, solo educati diversamente, quasi due omologhi.

Il film di Metz ha proprio il pregio, grazie ai flashback delle adolescenze di entrambi, di portare alla luce questa omologia, e di evidenziarne le solitudini dietro la fama; ed ovviamente il climax è la Finale di Wimbledon, rappresentata attraverso alcuni momenti topici oggi famosissimi in alcune foto, il McEnroe con la faccia sul prato dopo un tuffo, Il Borg in ginocchio alla fine, ma anche nei brevi incontri fuori dal campo, tra cui quello all’aeroporto in fondo.

Il Film ha anche il pregio di raccontare bene quegli anni, attraverso le atmosfere cosi cariche di energia; e bravissimi i protagonisti, lo sconosciuto Sverrir Gunadson come un Borg perfetto (somiglianza che ricorda il Val Kilmer che interpretò Jim Morrison qualche anno fa) ma anche uno Shia LaBoeuf come un complesso McEnroe tutto talento e rabbia, un po’ la sua trasposizione nella vita reale. Ottimo anche Stellan Skarsgaard, nei panni del mentore di Borg. 

Forse Rispetto ad un Rush, altro film di rivalità sportiva (per fare un esempio) il film soffre di ritmi un po’ troppo blandi, ma è evidente come la parte sportiva sia stata meno centrale per il regista di quanto non lo sia stata per il collega Ron Howard, e forse su quello si poteva fare qualcosa in più. Ma un buon risultato: alla fine ne esce la storia di due titani che avrebbero dovuto odiarsi, ed invece si scoprono fratelli. Mitologico. VOTO: 7/10

Thor: Ragnarok – Il Crepuscolo Pop degli Dei Marvel

Thor: Ragnarok – Il Crepuscolo Pop degli Dei Marvel

Di tutte le franchise della Marvel, quella di Thor è stata forse la meno prevedibile: shakespeariana nel primo episodio del 2011 (non a caso, regista era Kenneth Branagh), molto Trono di Spade  nel secondo (2013) ed ora questo diretto dal Neozelandese Taika Waititi, che fino ad ora si era occupato di commedie (non particolarmente note da noi), che evidentemente già diceva molto del tono che avrebbe avuto.

Ed in effetti, al di là del cataclismico titolo (Ragnarok nella tradizione norrena è la fine del mondo, o il crepuscolo degli dei), è proprio questa la sfumatura scelta per chiudere la trilogia del Dio del Tuono. Stavolta Thor, alla ricerca del padre Odino (scomparso durante il secondo episodio), dovrà affrontare la sorella Hela, Dea della Morte e dell’Inferno dei vichinghi; che riuscirà a conquistare Asgard e a spedire il nostro eroe in un altro pianeta dove dovrà guadagnarsi la libertà dal Grande Maestro (il signore locale) in un torneo gladiatorio affrontando un campione inaspettato: l’incredibile Hulk, suo “collega” negli Avengers. Riuscirà nell’impresa, nonché a tornare su Asgard per liberarla? Suo improbabile alleato, il fratello Dio Dell’Inganno Loki; e la new entry, la “compaesana” Valchiria.

Dicevamo, toni da commedia decisamente sopra le righe, e ritmi molto alti, con dialoghi serrati, pieni zeppi di battute: che vi piaccia o no, qui lo stile Disney la fa da padrone, anche se spesso con doppi sensi che in uno SpiderMan di certo non troverete. Probabilmente, il film che più si avvicina a questo è Guardiani della Galassia (più il secondo del primo), sia come ambientazione cosmica, che come tonalità e che invece lo rendono molto lontano dai primi due episodi. Insomma, se il primo era un Dramma, il secondo un Cappa e Spada, qui siamo sulla Farsa. Intendiamoci, si ride e anche abbastanza, ma non aspettatevi chissà quali profondità: ormai i Marvel Studios hanno scelto la loro cifra che bene o male (a differenza dei rivali della DC/Warner di Superman, Batman, Wonder Woman e c.) sta pagando, e alla grande. Ottimi e bene nella parte sia Chris Hemsworth/Thor e Tom Hiddleston/Loki che rivelano una verve comica davvero inaspettata; ai quali si aggiungono Mark Ruffalo (ormai è l’Hulk definitivo, davvero) e Jeff Goldblum, Un Grande Maestro stile Re Julian di Madagascar, e Benedict Cumberbatch e Anthony Hopkins che nei pochi minuti di apparizione come Dr. Strange e Odino rubano la scena per talento. Infine, menzione d’onore per Cate Blanchett/Hela (perfetta anche qui come sempre), la prima cattiva al femminile in una serie Marvel, e un Karl Urban, attore quasi sempre da parti secondarie, ma molto sottovalutato. 

Belle le musiche (molto Guardiani della Galassia, ovvero anni ’80) e belle le ambientazioni; le cose che ci hanno convinto poco sono una Valchiria afroamericana 1.60 e tondina, omaggio al politically correct un po’ fuori luogo (così come per gli Asgardiani multietnici) , e la definitiva dipartita dalle atmosfere da saga nordica che sono da sempre la cifra stilistica del Thor dei fumetti. Di sicuro, ai fan di quel Thor sulla carta, questo un po’ cialtronesco sullo schermo farà storcere la bocca; ma per tutti gli altri, 2 ore di relax, sganassoni e risate. Da vecchio fan di entrambi i mondi, però, ci sembra di vedere la corda nell'oliato meccanismo Marvel... Se gli Avengers non rovesciano il trend, il rischio è che tutti i film saranno fondamentalmente uguali. Profeticamente Thor: Ragnarok ci sembra a tutti gli effetti un Crepuscolo in questo senso. ll Crepuscolo più colorato che si sia mai visto, ma sempre un Crepuscolo. VOTO: 7/10 

Blade Runner 2049 – Il Cerchio si Chiude. Forse.

Blade Runner 2049 – Il Cerchio si Chiude. Forse.

Il 2017 sarà ricordato come l’anno del Revival per la fantascienza di Ridley Scott: dopo che Alien è ufficialmente tornato sulla scena con Covenant, riprende vita anche l’altro capolavoro del Maestro Britannico, solo che stavolta si limita a produrre, lasciando la regia ad uno dei più promettenti di Hollywood, ovvero il canadese Dennis Villeneuve.

Ambientato 30 anni dopo l’originale, questo sequel vede un nuovo Cacciatore di Replicanti, Il Blade Runner K (e, togliendo ogni dubbio rispetto al primo film, qui si tratta di un replicante al servizio della Polizia di Los Angeles, sempre più inquinata e lurida) alle prese con una missione unica: scovare l’unico figlio nato naturalmente da una donna replicante, per eliminarlo. Non sarà il solo: anche il suo creatore, Niander Wallace, potentissimo deus ex machina del nuovo ordine, e la sua sovrumana assistente Luv (naturalmente una replicante a sua volta) lo vogliono per dissezionarlo e scoprirne i segreti genetici.

Inutile dire che ancora di più rispetto ad Alien, di fatto più volte ripreso in una franchise non sempre di livello, Blade Runner era atteso al varco, vista l’aura quasi mitologica che circonda il visionario film uscito nel 1982 (peraltro, non un successo al botteghino), con il famoso monologo di Rutger Hauer (“ho visto cose che voi umani…”) forse le linee più citate di sempre da un’opera sci-fi, gli incredibili paesaggi cyberpunk, e la straordinaria commistione col genere noir, unica nel suo genere. In pratica, il primo film autoriale di fantascienza dopo 2001 di Kubrick del 1968.

Villeneuve è addirittura esegetico nel modo in cui riprende le fila del suo predecessore, sia a livello di immagini che di colonna sonora; quasi fosse un’evoluzione sia della fotografia, le immagini divengono meno claustrofobiche del primo, cosi come le sonorità simil-Vangelis che riesce ad imprimere Hans Zimmer (comunque originali, con l’eccezione di uno dei momenti più commoventi della pellicola). E tantissime le citazioni che Villeneuve tributa a Scott, a partire dai nomi , dalla situazioni, dai volti (su tutti la prostituta Mariette, impressionante il richiamo a Daryl Hannah del primo film). E cosi gli attori, Ryan Gosling francamente perfetto, Jared Leto enigmatico e semi-divino, ed i ritorni emozionanti dell’eterno Harrison Ford e persino del cameo di James Edward Olmos (che ci grazia di un origami riferimento sia al primo film che al libro di Philip K. Dick). Splendidi gli incroci ed i riferimenti letterari del libro, che caratterizzavano il primo film cosi come questo, una specie di Kafka ambientato nel futuro (non a caso il protagonista si chiama “K” come la seconda iniziale di Dick, ma anche come l’opera di Kafka), dove il/i protagonisti sono condannati a morte senza aver commesso alcun crimine, se non quello di ambire ad avere un’anima.

Fortunatamente per i tanti fan del primo film, un sequel attesissimo e temutissimo, ma riuscito, e senza cadere ne’ nella trappola del citazionismo, né in quella del vilipendio alla memoria; in più aggiungendo del nuovo e forse chiudendo un cerchio lungo quanto l’esistenza umana: cerchiamo uno scopo nella vita interrogando i nostri creatori, e se fossimo noi stessi lo scopo della vita? Miracolo. VOTO:8,5/10

Baby Driver – A Tutta Birra, a Tutto Volume

Baby Driver – A Tutta Birra, a Tutto Volume

Film voluto  a tutti costi dal regista/sceneggiatore Edgar Wright, uno degli astri nascenti di Hollywood, tanto che il cast è di tutto rispetto: Kevin Spacey, Jamie Foxx, Jon Hamm, l’ormai onnipresente Jon Bernthal (francamente un mistero il motivo per cui appaia in così tanti film e serie TV, non essendo a nostro avviso, così talentuoso).

Dicevamo film voluto dal regista a tutti i costi, una sua intuizione dopo aver girato un video musicale, ovvero quello di realizzare un film fatto di inseguimenti di auto e musica: protagonista è Baby, giovane e magistrale conducente di auto in fuga dalla polizia dopo una rapina. Di lui si sa poco: orfano, con un disturbo all’udito che lui maschera ascoltando costantemente musica sull’ipod (il pretesto di tutto il film), convive con un’anziano sordomuto, e deve un sacco di soldi al boss Doc, per il quale lavora fino ad estinguere il suo debito. Quando si innamora della cameriera Debbie, sogna di uscire da quella vita… ma evidentemente non andrà tutto così liscio.

Il film è palesemente un tributo a tutti i film di rapine anni 60-70, su tutti Driver, the Getaway e Bullit, nonché anche al più recente Drive di qualche anno fa; con in più una selezione fantastica di gran musica che include Queen, Commodores, Jon Spencer, Beach Boys, T-Rex, Beck, e ovviamente Simon & Garfunkel, visto che Baby Driver è una loro canzone. Il tutto filmato (e questo è davvero un pezzo di maestria da parte di Wright) a ritmo di queste. Curiosità: tanto la parte musicale è la colonna portante di Baby Driver, che agli attori è stato richiesto di imparare la loro parte ascoltando il soundtrack del film.

Accolto trionfalmente dalla critica, a noi francamente non è piaciuto più di tanto: virtuoso si, ma dopo 30 minuti il film inizia ad essere fin troppo ripetitivo, e ne mancano ancora 90 alla fine; rapido ed adrenalinico, ma non così superiore alla fine, ad un qualunque Fast & Furious. Anzi, ci viene il dubbio che quello sia stato  lo scopo di Wright: realizzare un episodio di F&F semi-autoriale, un po’ come quando Kubrick girò le scene semi-porno di Eyes Wide Shut (per stessa ammissione del regista). Bravini i giovani protagonisti (Ansel Elgort e Lily James), sembrano però far loro da balia (professionali) i già citati Spacey, Foxx e Hamm, che letteralmente li fagocitano quando recitano assieme prima dell'inevitabile cruentissimo climax. 

Insomma, Baby Driver, visto siamo in tema di motori, lo paragoneremmo a una di quelle gare di dragster: accelerazione da 0 a 100 al fulmicotone; ma dopo 500 metri si è già visto tutto. Gran colonna sonora però. Quella sul nostro iPod la metteremo di sicuro. VOTO: 6/10

Dunkirk – L’Eroismo della Sopravvivenza

Dunkirk – L’Eroismo della Sopravvivenza

Il film di guerra più atteso dai tempi di Salvate il Soldato Ryan, fosse altro che a dirigerlo è Christopher Nolan, quello che in questo momento è il miglior regista del mondo (ce ne assumiamo la responsabilità), o almeno il più rappresentativo degli ultimi 15 anni, un po’ come lo era stato quello Steven Spielberg per metà anni 70 e tutti gli anni 80.

Peraltro, così come quel film di quasi vent’anni fa, l’evento che lo segna è uno sbarco nelle spiagge della Normandia del 44, così anche in questo caso le spiagge della Francia sono lo sfondo del film; ma con un evento decisamente meno famoso o vittorioso, ma non per questo meno epico ed eroico: l’evacuazione di oltre 300.000 soldati britannici e francesi da Dunkirk nel 40, per sfuggire ai Nazisti che ormai avevano conquistato Parigi. Il film è visto da 3 punti di vista: quello della fanteria, che attenderà ammassato sulle spiagge per una settimana, quello della marina, che ha il compito di riportarli in Gran Bretagna; e quello dell’aeronautica, che dovrà difenderli entrambi dalle soverchianti forze dei Tedeschi.

Nolan sceglie la Normalità dell’Eroismo come chiave di lettura, dipingendo militari e civili, che giocheranno un ruolo fondamentale nell’operazione di evacuazione, con tutti i loro pregi e difetti, tutti impegnati a sopravvivere, tutti pronti anche ad azioni meno che nobili per tornare a casa, tutti che convivono con la costante paura della morte, ma anche pronti al sacrificio come ultima carta da giocarsi. Non a caso, sono pochissimi gli attori famosi scelti in un film così corale (che ci ricorda una via di mezzo tra Il Giorno Più Lungo (1962) e La Sottile Linea Rossa (1998), il bravissimo Mark Rylance nel ruolo del capitano improvvisato, Tom Hardy il pilota che farà di tutto pur di salvare i suoi compagni a terra, Cillian Murphy, ufficiale ormai indelebilmente ferito nello spirito, e Kenneth Branagh, l’ammiraglio con il compito di supervisionare l’operazione. A questi si aggiungono tanti attori giovani  e sconosciuti, Fionn Whitehead, Aneurin Barnard, Damen Bonnard e Harry Stiles, l’unico noto per i trascorsi musicali negli One Direction. Tutti inglesi, per volere dello stesso Nolan.

La paura, la sopravvivenza, dicevamo sono gli aspetti preponderanti del film; a sottolinearlo insieme alle immagini livide, buie, claustrofobiche di costante senso di essere in trappola (in nave, in acqua, allo scoperto, ovunque) mai come in questa pellicola l’uso del sonoro: il rumore quasi sempre assordante di urla, caccia in picchiata, esplosioni, e un ineluttabile ticchettio di orologio che è inserito in sottofondo fino alle ultime scene. Splendido lo score di Hans Zimmer (con una magnifica variazione del Nimrod di Elgar come unica vero sfondo musicale) Continuamente nel film, i protagonisti si tappano le orecchie oltre a chiudere gli occhi. Dialoghi all’osso, e per questo ancora più efficaci. Anche per lo spettatore, quasi 2 ore di groppo in gola e fino alla fine mai una pausa emotiva.

Nolan fa centro per l’ennesima volta e in tutta onestà, ci stupiremmo se al prossimo Oscar, fosse ignorato sia a livello di regia che a livello di film (oltre al già citato Zimmer); certo, qui siamo di fronte ad un antiretorica della guerra lontanissimo dall’immaginario di Hollywood  (soprattutto di questi tempi) e fuori dallo star system; ma per tutti quelli che vogliano mandare in guerra i propri figli (e quelli degli altri) consigliamo la visione (e l’ascolto) di questo inferno sulle spiagge.  Bellissimo e commovente già il payoff del film: “quando 400.000 soldati non poterono tornare a casa, casa loro tornò a prenderli”. VOTO 9/10

Il Pianeta delle Scimme: The War - Tribù contro Tribù

Il Pianeta delle Scimme: The War - Tribù contro Tribù

Si chiude (forse…) la trilogia di Cesare, la scimmia con un nome da generale che liberò il suo popolo. Dirige ancora Matt Reeves, che aveva impressionato tutti con il secondo episodio della serie (datato 2014, e dopo il primo episodio del 2011).

Stavolta è guerra, come nella tradizione dei pay-off di infiniti sequel hollywoodiani: non solo il virus che aveva sterminato gran parte degli umani ha continuato la sua opera, ma si è addirittura mutato, causando un’apparente involuzione in molti dei sopravvissuti; e questo mentre la tribù di Cesare combatte ormai apertamente contro un’umanità decimata sì, ma divisa in fazioni a loro volta, e determinata a non cedere il trono di specie suprema sul pianeta.

Quando entra in scena il Colonnello, apocalittica e nichilista figura militare a capo di una feroce brigata chiamata Alfa Omega, e che riuscirà nell’intento di uccidere alcuni dei cari di Cesare, il nostro si imbarca in una missione apparentemente suicida: con un piccolo drappello di volontari (che includono il saggio Maurice, il leale Rocket e il colossale Luca), si mette alla ricerca del Colonnello per vendicarsi, ma soprattutto per dare tempo alla sua tribù di trovare rifugio.

Molta attesa per questo episodio di una franchise che tra originali e reboot sta per compiere 50 anni e che rischiava di chiudere malamente una gloriosa serie; ma, al contrario, questo invece è un film che è degna conclusione (anche se, ed ecco il forse iniziale, si sta pensando ad un quarto episodio che  - senza anticipare niente – dovrà per forza apportare drastici cambiamenti) e aggiungiamo di più, una delle cose migliori viste sul grande schermo quest’anno.

La cosa più straordinaria è come queste scimmie siano realistiche rappresentazioni di una tragedia più che umana e che non “scimmiottano” (scusate la battuta facile) gli esseri umani, ma hanno comportamenti credibilissimi e che manifestano emozioni universali, al di là della specie di appartenenza; e magnifiche sia la fotografia, con un mix di natura e rovine post-industriali umane; e le musiche magniloquenti di Michael Giacchino, che ne sottolineano l’epica quasi shakespeariana, piena di sorprese, tradimenti, alleanze inaspettate.

Stavolta la parte del leone, la fa lo scontro/incontro dei due capi, un Cesare (Andy Serkis ci lascia sempre senza parole) invecchiato e più stanco, ma mai domo e che sempre sceglie la strada più nobile, anche pagandola a caro prezzo, ma con l’effetto di ispirare il meglio da una nazione; e il Colonnello, interpretato ottimamente da Woody Harrelson, con chiari riferimenti al fanatico Colonnello Kurtz di Apocalypse Now (sia fisici che sulla sua filosofia, ma anche con alcuni indizi disseminati nel film, come la scritta Ape-pocalypse Now). Non ci vorrà molto a capire chi è il più umano dei due, e perché una delle due razze è destinata ad essere seppellita dalla natura (non solo metaforicamente). I fan sfegatati della serie riconosceranno anche numerosi riferimenti alla serie originale, come i nomi di alcuni personaggi e le ambientazioni (e il nome stesso Alfa Omega della brigata ribelle) che ricordano soprattutto L’Altra Faccia del Pianeta delle Scimmie (1970), ma senza cedere al citazionismo fine a se stesso.

Forse ci era piaciuto di più il secondo episodio, più cupo e meno consolatorio, ma anche questo è davvero notevole. Più che Umano. VOTO: 8/10

Spiderman: Homecoming – Il Ragno Torna a Casa (Marvel)

Spiderman: Homecoming – Il Ragno Torna a Casa (Marvel)

Secondo Re-boot per il Tessiragnatele più famoso del mondo: insieme a X-Men (2000), il primo Spiderman di Sam Raimi (2002) fu il titolo che creò quel filone di cinefumetti che tuttora imperversa sul grande schermo con risultati alterni. Lo stesso Spiderman, con questo titolo diretto da Jon Watts (solo 2 film sul grande schermo prima di questo), alla sua sesta apparizione ha avuto livelli altissimi (il secondo diretto da Raimi è uno dei migliori cinefumetti mai usciti) e bassini, tra cui proprio l’ultimo del 2014. Con una novità: si tratta del primo Spiderman che appare nel Marvel Cinematic Universe, lo stesso dei vari Iron Man e Capitan America, grazie all’accordo tra Sony (che deteneva i diritti fino ad ora) e i Marvel Studios. Non a caso il titolo, riferimento all'inizio dell'anno scolastico in USA, ma anche al ritorno a casa del Figliol Prodigo di casa Marvel.

Stavolta Tocca all’Avvoltoio, uno dei più classici nemici dello Stupefacente Spiderman, a dare filo da torcere a Peter Parker, “tipico” quindicenne che, superpoteri a parte, è un nerd con molto talento per la scienza, ma non proprio popolarissimo a scuola.  E anche come supereroe, è decisamente in prova sotto l’egida di Tony Stark/Iron Man per evitare che faccia più danni che imprese.

Quindi? Vale la pena il nuovo re-boot?

Cosa ci è piaciuto: Tom Holland, il nuovo Peter Parker è fino ad ora quello che ci ha convinto di più delle 3 incarnazioni del buon Peter, sia come fisicità sia come carattere impresso al personaggio: fin troppo goffo era Toby McGuire, troppo figo Andrew Garfield. Idem per il costume, finalmente perfettamente ricalcante quello dei fumetti (incluso gli occhi che si rimpiccoliscono come si vedeva nei cartoni!) ma ben credibile. E grazie al cielo, niente nuova storia delle origini: non che non sia bella, anzi quella di Peter Parker è probabilmente LA storia delle origini per eccellenza (quella di “da grandi poteri derivano grandi responsabilità”), ma ormai lo scienziato che ottiene i poteri con l’esperimento andato storto è visto e rivisto. E molto funzionale la relazione che instaura col mentore/figura paterna che è Tony Stark/Iron Man, non solo un trucco per attirare spettatori al cinema, ma ben centrato sul bisogno di somigliare quanto di distaccarsi degli adolescenti rispetto ai propri modelli guida.

Bene anche Michael Keaton, l’Avvoltoio (che però non viene mai chiamato così nel film), che oltre ad essere una citazione di cinefumetto vivente e volante (l’Avvoltoio cita Birdman, interpretato da lui nel 2014, che a sua volta cita Batman, da lui interpretato nel 1989), cattivo proletario suo malgrado e intento solo a dar da vivere alla sua famiglia nel suo pezzo di Sogno Americano; peccato che il film non approfondisca meglio le implicazioni del personaggio (un po’ come aveva fatto Il Cavaliere Oscuro di Nolan con i movimenti tipo Occupy Wall Street). E sempre bella e brava Marisa Tomei, non ci ricordavamo una zia May così giovane e sexy!

Le noti dolenti: troppi personaggi distorti per far spazio al politically correct, e troppo mirato al pubblico teen (carinissimi i titoli di coda con la musica dei Ramones, però), un po’ come lo era stato The Amazing Spiderman (non così polpettone, fortunatamente), del resto questa sembra la cifra scelta per il personaggio da grande schermo, molto Ultimate SpiderMan (la linea dei fumetti rivolta a quel tipo di pubblico), molto Disney. E alla fine, niente di davvero nuovo sotto il sole. Insomma, divertente (qualche volta), mestierante, competente, senza sbavature, ma davvero senza gloria. 

Ritorno a Casa, sì, ma non Stupefacente. VOTO: 6,5/10

Wonder Woman – Il Cinefumetto è finalmente Donna?

Wonder Woman – Il Cinefumetto è finalmente Donna?

Il primo supereroe al femminile titolare di una pellicola tutta sua dai tempi di Elektra (2004), ed il primo diretto da una donna, Patti Jenkins che non dirigeva un film da grande schermo dal pluripremiato Monster del 2003 (quello con Charlize Theron sfigurata che vinse l’oscar). Premesse di grande attesa, visto che oltretutto, successo commerciale a parte, i fumetti del mondo DC non hanno avuto un gran ruolino di marcia per ora (eccetto, ovviamente, per il Batman di Tim Burton e soprattutto quello di Christopher Nolan), ultimo caso il tremendo Suicide Squad.

Il personaggio è ovviamente iconico, creato dallo psicologo William Moulton Marston nel 1941 (stesso anno di Capitan America), nelle intenzioni doveva essere un omaggio alle donne americane che contribuivano con coraggio al supporto bellico degli USA, e questo prima che in molti paesi occidentali (italia inclusa) non avessero diritto di voto. Nel nostro Paese fu soprattutto la serie televisiva anni 70-80 con l’Indimenticata Lynda Carter (ex Miss America, e francamente perfetta incarnazione del personaggio  nell’immaginario collettivo) a renderla nota al pubblico.

In questo film, siamo nel 1917, (cambiamento rispetto all’originale, qui siamo nel periodo del Primo e non del Secondo Conflitto Mondiale) Diana/Wonder Woman, Principessa delle Amazzoni nella mitica Isola di Temyshira (curiosità: scene girate in costiera amalfitana!), entra in contatto con l’affascinante pilota di aerei US Steven Trevor, e decide di accompagnarlo per salvare il mondo da quel conflitto globale che lei pensa essere opera di Ares, Dio Della Guerra. Il Buon Steve, un po’ perché ha bisogno di tornare al suo mondo, un po’ perché Diana è un portento in battaglia e apparentemente indistruttibile, un po’ perché (diciamo la verità) è un gran bel pezzo di figliola, non ce la fa a dirle che Ares c’entra poco e se la porta dietro. Insieme i due avranno la missione di distruggere i laboratori dove i Tedeschi producono il letale Gas Mustard, con cui stanno già facendo strage ovunque.

Sicuramente interessante il fatto che il protagonista sia stavolta un personaggio femminile, dopo dozzine di uomini; e anche l’ambientazione durante la Grande Guerra, pochi dei cinefumetti hanno tentato lo spostamento nel passato (solo Capitan America nel primo episodio e gli X-Men con il trittico ’60-70-80), è ben riuscita. Bene anche la protagonista, Gal Gadot, che aveva l’arduo compito di sostituire nell’immaginario Lynda Carter, benino Chris Pine nel delicato compito di fare il donzello da salvare (in effetti non è così imbelle, una specie di Indiana Jones un po' sfortunato). Visivamente buone le scene di combattimento, dove si vede uno stile di combattimento molto elegante e femminile da parte delle Amazzoni rispetto ai soldati), e lo score musicale.

Tutto il resto, nonostante il successo mondiale che sta riscuotendo, è nella media, con in particolare una visione un po’ superficiale del personaggio di Diana. Capiamo gli alleggerimenti da commedia, certo la scelta degli attributi di Steven e le conversazioni sull’educazione sessuale per evidenziare le peculiarità femminili, sembra curiosamente “maschilista” come scelta. Se poi ci mettiamo una rappresentazione della guerra un po’ tirata via e posticcia (ad esempio la scena della strage con il gas) e dei cattivi poco ispirati (uno a sorpresa, non anticipiamo), il film non rimane memorabile, in linea con Superman Vs. Batman di qualche mese fa, certo con una trama decisamente meno contorta e forse godibile, ma un po’ deludente rispetto alle aspettative. Dopo il buon Man Of Steel dedicato a Superman del 2012, siamo ancora in attesa di qualcosa di bello dalla DC.  Che sia l’imminente Justice League a rovesciare il per ora perdente confronto con i grandi rivali della Marvel? Ai posteri  -tra qualche mese, tranquilli- l’ardua sentenza.

Meno Wonder del previsto. VOTO: 6,5/10

Scappa (Get Out) - Indovina Chi Viene A Cena, 50 anni dopo

Scappa (Get Out) - Indovina Chi Viene A Cena, 50 anni dopo

Uno dei film sorpresa di questa stagione negli Stati Uniti, tematica caldissima di recente: rapporti interraziali e razzismo latente nell’America di oggi (basti pensare che negli ultimi mesi sono usciti i vari Loving, A United Kingdom, Barriere, e naturalmente il Premio Oscar Moonlight), il tutto curiosamente ad esattamente 50 anni da quello che fu uno dei film più emblematici del genere, ovvero Indovina Chi Viene a Cena, quello con Sidney Poitier e Spencer Tracy... Se i film rispecchiano lo zeitgeist di una nazione, cosa ci dice questo? C’è stato un reale avanzamento della questione razziale a stelle e strisce?

A dire il vero, un aspetto originale di questa pellicola sta nel fatto che si tratta di un horror, scelta particolare rispetto agli altri, in genere drammi sociali, e quasi sempre ambientati in un’altra epoca: il regista, il nero Jordan Peel, è lui stesso alle prime armi col genere. Chris, giovane fotografo afroamericano e proletario, sta per passare il primo weekend a casa della fidanzata, la ricca e bianca Rose. Piccolo particolare: lei non ha detto ai suoi che il fidanzato è nero, ma in fondo, il padre, lei gli dice, avrebbe votato Obama per un terzo mandato, da quanto gli piaceva. Anche se l’amico Rod lo mette in guardia, cosa potrà andare male? Ah, particolare inatteso: si profila una re-union degli amici dei genitori lo stesso weekend…

Dicevamo, ottimo e insperato successo a casa sua, questo Get Out. Dalla sua, senz’altro, dei protagonisti veramente in parte, buono il protagonista David Kaaluya e la fidanzatina Alison Williams, ma sono i genitori di lei, Bradley Whitford e soprattutto una rediviva e demoniaca Catherine Keener, appesantita dai tempi di Essere John Malkovich (quando spiava le teste altrui… piccolo indizio), ma non certo meno magnetica. E menzione speciale per la servitù di casa, Marcus Henderson e Betty Gabriel, davvero inquietanti. La trama è oltretutto davvero ben congegnata, la prima parte costruisce il climax in modo esemplare, peraltro delineando una sottotrama di satira sui benpensanti liberal e bianchi americani, piuttosto caustica: i neri gli stanno benissimo, ma se sono come Obama, ovvero neri di pelle, e bianchi di stile di vita. Neri fuori, e bianchi dentro, se preferite.

Ad essere sincero il film non è originalissimo, due su tutti i film che richiama: Society (1989) e soprattutto Rosemary’s Baby (1968), ovvero elite/caste che nascondono orribili segreti e ritualità, in genere a danno dei poveracci (cosi come anche la recente trilogia de La Notte del Giudizio, anche se con connotazioni meno sociali e più politiche), con uno sviluppo che si appoggia sul completo rovesciamento della situazione apparente iniziale prima della fine del film. Qui ovviamente la peculiarità dell'opera di Peel è l’accusa di razzismo ad un’intera cultura buonista, ma sempre razzista. Spike Lee incontra M. Night Shyamalan.

È la seconda parte che non mantiene completamente le aspettative, sfociando in un finale sì parecchio sanguinario come era giusto che fosse, ma forse troppo “telefonato”. Tutti cattivi i bianchi, tutti buoni i neri, risultando alla fine curiosamente “conservatore” come visione: i neri preferiscono  i neri, i fratelli neri si salutano con "yo" e con il pugno e non la stretta di mano, e guai a mettersi con le bianche ricche. 

Ad ogni modo, un thriller tirato intelligente e ben costruito. Si poteva rischare di più, ma colpisce allo stomaco e anche alla testa ed è già tanto. VOTO: 7/10

King Arthur: Il Potere della Spada - Il Gangster che Divenne un Re

King Arthur: Il Potere della Spada - Il Gangster che Divenne un Re

Dopo aver rinverdito il mito di Sherlock Holmes (con il terzo capitolo in arrivo entro i prossimi due anni), il buon Guy Ritchie affronta uno dei miti per eccellenza della tradizione britannica, ovvero quello della epica di Camelot, Re Artù, I Cavalieri della Tavola Rotonda, ecc.

Storia stranota, in quello che dovrebbe essere il primo di 6 (!) episodi sul grande schermo, anche se tuttavia, Ritchie la stravolge completamente, almeno se la versione più ortodossa vogliamo considerarla quella di John Boorman, Excalibur (1981), ispirandosi forse e molto di più a niente poco di meno che La Spada della Roccia, il cartone della Disney, nel senso che la trama si concentra sulle origini del futuro re d’Inghilterra, ragazzo di strada di dimenticate origini regali, fino alla deposizione del malvagio uccisore di suo padre Vortigern, e alla sua incoronazione.

Poco ortodosso in tutti i sensi, nello stile di Ritchie, Artù diventa una specie di gangster del ghetto londinese, in mezzo a contrabbandieri e prostitute, fino alla sua, inizialmente riluttante, nuova vita come capo dei ribelli, poi capo di una nazione. Insomma, è un mix che, al posto della verosimiglianza, preferisce l’aggiornamento della leggenda, con una commistione di tante storie, a volte Mosè, a volte Robin Hood, a volte Il Signore degli Anelli, a volte 300, e tante volte Snatch, forse il film più emblematico del regista UK, soprattutto da un punto di vista del suo mood ipercinetico, fatto di accelerazioni e stacchi di montaggio vertiginosi, insieme ad una selezione musicale martellante e sempre interessantissima.

Ritchie potrà piacere o meno, ma di certo ha uno stile perfettamente riconoscibile e, francamente, in questo caso sembra più maturo e meno grottesco: rimangono le battute e i dialoghi serratissimi, ma stavolta sono meno esagerati, più funzionali. Molte le scelte dicevamo poco ortodosse: costumi davvero anacronistici (con t-shirt, cappotti, camicie, cinture quasi firmate); muscoli stile Fast & Furious, superpoteri stile Marvel e scene di lotta stile kung fu; personaggi stravolti, stavolta Merlino e Mordred sono riferiti come figure del passato, sostituiti da un cast multietnico (quasi a voler richiamare la Londra del Futuro) e ben assortito: rischiosa e riuscita la scelta del protagonista semi-sconosciuto Charlie Hunnam (di sicuro ne sentiremo ancora parlare), una via di mezzo tra Tom Hardy e Brad Pitt, ma molto intenso e di stampo supereroistico; bravo e dolente Eric Bana nel ruolo del nobile padre di lui Uther; e bravissimo Jude Law, vile e cattivo come un personaggio di Shakespeare che fa un patto col diavolo pur di ottenere il potere. E c’è persino un cameo di David Beckham, più credibile del previsto. 

Insomma: film che dividerà di sicuro, ma a noi questa versione glam di una storia dove apparentemente si era detto tutto, ci è piaciuta e ci ha divertito, pur con alcuni limiti e lungaggini di troppo nella seconda metà. Certo, non parteciperà a Cannes, ma pazienza, non crediamo che Guy Ritchie si offenderà. VOTO:7/10

Alien Covenant – Ritorno al Paradiso Perduto

Alien Covenant – Ritorno al Paradiso Perduto

5 anni dopo Prometheus, Ridley Scott torna sul luogo della su creazione più famosa, a quasi quarant’anni da Alien, uno dei film di fantascienza più influenti di tutti i tempi. Commistione di SF e horror, quel film aveva creato uno stuolo di sequel, imitazioni fino a tempi recenti (Il recente Life per esempio), e tanti interrogativi, solo qualcuno di questi risposto, e molti altri sollevati proprio in occasione di Prometheus.

“Covenant”, oltre a significare Arca Dell’Alleanza, particolare non secondario nell’economia del film, è l’astronave che sta portando oltre 2000 coloni su una nuova Terra; solo il computer di bordo e l’androide Walter la guidano. Ma un incidente, li costringe a svegliare l’equipaggio… e un segnale non troppo lontano, convincerà il capitano a deviare per trovarne la fonte… Ricorda qualcosa? Troveranno un pianeta quasi perfetto, ma senza vita animale. O sì? Chi c’è ad aspettarli?

Alien Covenant è il secondo di una nuova trilogia di Alien, e stavolta, per la gioia dei fan, molto più affine alle tematiche originali, laddove Prometheus aveva espanso molto il concetto dello Xenomorfo (come viene classicamente chiamato il mostriciattolo creato nel concept da HR Giger, scomparso lo scorso anno), inserendolo in una tematica molto più metafisica: chi ci ha creato?

Domanda che viene rivolta proprio nel prologo del film dall’androide David al suo creatore Weyland e che, in modo molto laterale, fa pari con il prologo di Prometheus, dove erano i nostri “ingegneri” a fare intuire come creavano nuove forme di vita. Peraltro, già in questo prologo, il film cita in continuazione non solo la franchise di Alien, ma anche l’altro opus magnum di Scott, ovvero Blade Runner: non solo l’occhio iniziale, ma il dialogo del prologo sembra veramente tratto dall’incontro tra il replicante e il suo creatore del film del 1982, quasi come se Scott avesse fuso insieme i concept. L’ingegnere ha creato l’Uomo, L’Uomo ha creato l’Androide… ma chi ha creato lo Xenomorfo? Preparatevi a ricevere un po’ di risposte.

Pieno zeppo peraltro di citazioni (per la gioia dei fans che si divertiranno a compilare le easter eggs), Scott richiama anche molto l’Aliens di James Cameron, con una caratterizzazione dei personaggi e del mood visivo, tutto sommato molto più simile a quella del suo successore (si sta ancora dibattendo quale dei due sia stato migliore);  a questa aggiunge l’estetica mitologica/divina vista in Prometheus e tanto gore e splatter, a volte pure in eccesso. Ritornano infine le musiche originali di Jerry Goldsmith, sempre evocative. Niente da dire: è un blockbuster a tutti gli effetti.

Menzione finale per gli attori. Se Katherine Waterston (Daniels) energica e  tenace, è una discreta erede di Sigourney Weaver (ma non al suo livello, togliamo subito i dubbi), ottimi i contributi di Billy Crudup (il capitano Oram, uomo di fede e forse proprio per questo autore di cattive decisioni), di Danny McBride (Tennessee, il più umano e commovente) e soprattutto di Michael Fassbender, nel duplice ruolo degli androidi David (esteta fascistoide – non a caso apprezza Wagner (!) -  e bugiardo) e Walter (integerrimo e dedicato): impressionante la caratterizzazione dei due (bellissima la scena del flauto e splendidi alcuni dialoghi tra di loro), sarebbe sorprendente se non ricevesse una nomination agli Oscar. 

Tiratissimo, forse un tantino eccessivo, Alien Covenant non tradisce le attese. Certo, i primi due Alien avevano un altro appeal, del resto cosa non è stato già visto oggi? Ma se di replicanti stiamo parlando (per rimanere in tema), questo è certamente di grande qualità e impatto…. Ottime le premesse e le promesse delle scene finali, in vista del terzo ed ultimo episodio. Lunga vita a Sir Ridley. VOTO: 8/10

Gold La Grande Truffa – Non è Tutto Oro Quello che Luccica

Gold La Grande Truffa – Non è Tutto Oro Quello che Luccica

Ritorno alla regia per Tony Gaghan dopo ben 12 anni da Syriana (unico oscar per attore protagonista nella carriera di George Clooney per ora), stavolta con un film, come amano sentirsi dire gli americani, ispirato ad una storia vera, anche se in questo caso con nomi cambiati (ma situazione e caso piuttosto fedeli – se vi interessa cercate su google Bre-Ex).

Siamo negli anni ’80 e Kenny Wells, prospettore di quarta generazione di un’azienda mineraria, e dopo vent’anni di insuccessi, di bocconi amari e porte sbattute in faccia, si reca in Indonesia inseguendo il sogno dell’oro e, grazie all’aiuto del geologo Michael Acosta, ci riesce… Trova la vena d’oro del decennio e, insieme, al suo socio, diviene improvvisamente l’uomo dell’anno, corteggiato da aziende finanziarie che fino al giorno prima lo ignoravano… lieto fine da Sogno Americano in vista? Occhio al sottotitolo del film…

Un Matthew McConaughey che, da Killer Joe di William Friedkin in poi (e stiamo parlando di appena 6 anni fa) si è completamente trasformato come attore, da bellimbusto perennemente a torso nudo o quasi, ad interprete di parti pericolosissime (non per ultima quella del malato terminale di AIDS in Dallas Buyers Club, Oscar 2014), ed anche questa, imbruttito e ambiguo come pochi, si prende i suoi rischi. Il film di per sé è un mix di The Wolf of Wall Street, American Hustle, La Grande Scommessa (non a caso il sottotitolo che in USA non esiste) e anche il recente The Founder, con l'epica del selfmade man dalle connotazioni etiche ambigue; come molti dei film citati, anche questo ambientato negli anni ’80 che evidentemente va alla grande come caratterizzazione in questo periodo. Musiche, look, ambientazioni… tutto ben curato, molto calzante. Interpreti in forma, al già citato McConaughey, in versione calva e sudaticcia ed ingrassata di 20 kg, un Edgar Ramirez più sottile dell’apparente, ed una Bryce Dallas Howard molto credibile, dalle forme piene e molto “americane”.

Dove Purtroppo Gold non eccelle è l’eccessivo senso di derivativo. Sembra già tutto visto molte volte, e seppur di qualità ottima da un punto di vista fattivo, sono pochi i punti che rimarranno impressi nella memoria, come Mc Conaughey che, nudo, di spalle, sigaro in bocca afferma con soddisfazione assaporando il successo della rivalsa davanti al suo rivale: “allora è cosi che succede?”. Interessante la commistione business/politica, ma, come tutto il resto, cosa non è già stato visto al riguardo?

Non è Tutto Oro Quello Che Luccica. VOTO: 6,5/10

Guardiani della Galassia Vol.2 – Marvel Cosmica, Parte Seconda

Guardiani della Galassia Vol.2 – Marvel Cosmica, Parte Seconda

Un follow up con un titolo a metà tra Quentin Tarantino ed Elio e Le Storie Tese, del resto il mood impostato dal regista James Gunn sulla franchise più spaziale dei Marvel Studios è quello della commedia, con molti riferimenti alla cultura pop anni ’80. Il primo delle serie (ed ovviamente ci sarà un terzo, senza voler spoilerare niente) fu uno dei successi più eclatanti in ambito cinefumetto, non proprio scontatissimo, visto anche le origini “indie” del regista (suo il particolare Super, prima sua incursione nel mondo dei supereroi, seppur piuttosto particolare), personaggi molto di nicchia (non certo Hulk o Spiderman) e l’assenza al tempo di star di grande richiamo. Invece, non solo il film rese Chris Pratt una stella commerciale di Hollywood, ma di fatto ha aperto le porte ad uno stream di cinefumetto palesemente brillante ed anche un po’ sboccato (non al livello di Deadpool, ma neanche a quello parecchio annacquato di The Avengers).

Il secondo episodio è sempre pericoloso, tranne pochi casi (Vedi L’Impero Colpisce Ancora), in genere è sempre il più debole della serie; è cosi anche per questo?

Smarcata la questione delle origini, che in genere occupa sempre una buona prima parte del primo episodio; stavolta la questione affrontata è quella della paternità del protagonista, Peter Quill/StarLord (Chris Pratt), metà umano, metà alieno… è che padre, visto che si tratta niente poco di meno che un Pianeta Vivente, Ego (niente poco di meno che Kurt Russell), personificatosi in un essere antropomorfo. Insieme ai suoi compagni, Gamora (Zoe Saldana), Rocket (con la voce di Bradley Cooper, forse il più divertente -ma anche il più complesso- della banda), Drax  (Dave Bautista) e Groot (Vin Diesel), si recherà sul pianeta proprio per riunirsi al genitore… ma ci sono svariate sorprese, e molte negative. Ancora una volta, ed inseguiti da razze evolute dorate e pirati spaziali, i Guardiani della Galassia dovranno salvare l’Universo!

Rispetto al primo, bisogna dire che le sottotrame sono più numerose, in primis quelle affettive dove si scava nell’intimo dei protagonisti, il significato della famigiia per Gamora (con la new entry Nebula) e la paternità biologica rispetto a quella affettiva per Peter, grazie al rapporto con Ego e soprattutto Yondu (Michael Rooker), forse il personaggio più interessante del film. Effetti speciali di primissimo livello (con il Pianeta Vivente che fa la parte del leone, si dice il più complesso effetto speciale digitale di tutti i tempi), e ovviamente musiche vintage di grande effetto (e titoli finali davvero eccezionali), del resto la nostalgia per gli anni ’80 emerge anche alla presenza di alcune guest star come Kurt Russell, Sylvester Stallone e David Hasselhoff (quello di Supercar!), in un fllm dal gusto kitsch, che fa palesemente l’occhiolino ad un pubblico di quarantenni, oltre che agli adolescenti (un po’ come I Simpson, diciamo). Ritmo alto, anche se, rispetto al primo, l’effetto sorpresa è meno evidente, ma ci sono elementi appunti molto space-soap opera che, non pensiamo casualmente, riprende proprio la trilogia di Guerre Stellari e in particolare questo secondo episodio che ha un’introspezione maggiore e, non casualmente, avvicina Peter a Luke Skywalker, più che a Han Solo che era palesemente l’ispirazione precedente. Intendiamoci, non memorabile neanche questo, ma a differenza dell'insipido Kong Skull Island,  2 ore di intrattenimento di buona qualità. 

Cosmico, ma non troppo. Aspettiamo il terzo con discreto interesse, anche perché si preannuncia (nel solito finalino) l’ingresso di uno dei personaggi più interessanti della Marvel dei tempi d’oro (è un indizio!) su carta . VOTO: 7/10

Boston: Caccia All'Uomo - Corsa contro Il Terrorismo

Boston: Caccia All'Uomo - Corsa contro Il Terrorismo

Ben due saranno i film dedicati all’Attentato della Maratona di Boston del 2013, questo di Peter Berg è il primo ad uscire, regista che sembra si stia specializzando in tragedia insieme al protagonista Mark Wahlberg, visto che solo 6 mesi fa uscì Deep Water Horizon, film che trattava il disastro ecologico del Golfo del Messico del 2010 e che contava sul medesimo abbinamento regista-protagonista.

Di fatto, si tratta di un film basato su ben due libri sullo stesso argomento, unendo così le caratteristiche del thriller a quella più documentaristiche: la trama racconta di quell’attentato che costò la vita a tre persone, più quella di un poliziotto vittima dei due terroristi ceceni.

Il punto di vista scelto, è quello multiplo delle persone comune, incluso il protagonista Tommy Saunders, poliziotto che oltre a far parte del servizio di sicurezza, avrà le intuizioni giuste per aiutare l’impressionante macchina messa in moto dal FBI per catturare i colpevoli; il Sergente Pugliese, capo di polizia della tranquilla cittadina dove i due saranno effettivamente presi; il giovane imprenditore cinese Manny, che sarà preso in ostaggio seppure brevemente; il giovane poliziotto Collier che non uscirà mai con la giovane studentessa del MIT; e i vari spettatori della maratona, le loro vite normali, qualcuno di quelli rimarrà menomato fisicamente, tutti lo rimarranno dentro. Ed incluso il punto di vista dei due fratelli ceceni, ormai residenti negli USA, uno sposato con una statunitense, fondamentalisti follemente lucidi, che danno da mangiare alla bambina prima di uscire per dare la morte alle altre persone comuni.

Proprio la commistione di filmati reali alla fiction del thriller, rappresenta forse il punto di forza del film; così come la scelta di non dare un lato supereroistico alla storia: i poliziotti, pur con tanta abnegazione e impegno, sono poco atletici, disorganizzati, confusionari, più cuore che cervello. Una scena su tutte: il poliziotto lasciato a fare da sentinella al corpo del bambino di 8 anni ucciso sotto un telone per un giorno intero, perché se lo dimenticano sul posto, ma lui non batte ciglio, è il suo dovere. Così come l’interrogatorio della moglie del terrorista, mostruosa lei e mostruoso l’interrogatorio.

 

Non passerà alla storia come un capolavoro, questo Boston Caccia all’Uomo, ma è un ottimo film artigianale, con discrete interpretazioni (JK Simmons su tutti) e alcuni momenti di sincera commozione. Un po’ come quei poliziotti di Boston: quello che gli manca di ingegno, ce lo mette di cuore.  O come dice Saunders: “hanno fatto incazzare la città sbagliata”. VOTO: 6,5/10

Kong: Skull Island – Lunga Vita al Re (dei Mostri)

Kong: Skull Island – Lunga Vita al Re (dei Mostri)

Dopo Il Marvel Universe ed il DCVerse, adesso è il turno di un nuovo Universo Cinematico, ovvero quello del MonsterVerse, dove questo Kong è già il secondo episodio dopo il Godzilla di un paio di anni fa e che, spoilerata o meno, anticipa lo scontro tra i due nel 2020 (uscita già prevista).

Ebbene sì, siamo all’ennesima versione di King Kong, trama però decisamente diversa rispetto ai predecessori, quello illustre del 1933, quello pop del 1976, e quello colto del 2005, che erano 3 remake l’uno dell’altro.

Stavolta  la missione del mix di scienziati, avventurieri e militari (sotto l’egida della enigmatica organizzazione Monarch) è proprio quello di eliminare i mostri della misteriosa Skull Island, tra lucertoloni, insettoni, bufaloni, piovrone, aracnidoni, e ovviamente il gorillone, qui alto più di 30 metri (motivo semplice: sennò non potrebbe scontrarsi con Godzilla nel 2020).

 Tutto qui, davvero. Lasciamo stare esegesi e citazioni varie, è un blockbuster 3D da popcorn e poco altro. Unica eccezione, è interessante la commistione con i NamMovies: ambientato nel 1973, sono tanti i richiami ai film sul Vietnam, in particolare Apocalypse Now di Coppola, tra Napalm, musiche rock, navi che risalgono il fiume, elicotteri su sfondi rossi subtropicali (la locandina ne fa una citazione fin troppo evidente), per di più uno dei protagonisti si chiama Conrad (come l’autore di Cuore di Tenebra, su cui il film di Coppola è basato), ed in fondo, almeno nel Colonnello Packard l’ossessione della ricerca del nemico a tutti i costi richiama una delle tematiche cardini di quel capolavoro di più di quarant’anni fa.

Detto questo, Kong: Skull Island è un film godibile se non si cerca profondità di nessun genere: le scene sono spettacolari, le morti si susseguono in modo cruento e quasi svogliate alla Starship Troopers; ad onor del vero, Kong è realizzato benissimo, muscoli, pelo ed espressività ne fanno il personaggio più interessante (con qualche metafora anti-imperialista in sottofondo), sicuramente più degli umani, con un cast stellare sprecato, tra cui un Tom Hiddleston e una Brie Larson davvero fuori posto, quasi imbarazzati. Meglio Samuel Jackson e John Goodman, ancora meglio John C. Reilly, forse quello con la parte più memorabile. Fortunatamente, ci siamo evitati la storia d’amore tra la bella e la bestia, almeno quello; tenendo la parte divertente, quella degli scontri tra i mostri, ma dopo un po’ anche quella stufa.

Roar. VOTO: 6/10

Logan: The Wolverine – Vecchi Mutanti e Nuove Speranze

Logan: The Wolverine – Vecchi Mutanti e Nuove Speranze

Ogni storia arriva alla fine, e questa è quella degli X-Men sul grande schermo. Fu un loro film, diretto da Brian Synger e datato 2000 a dare vita al nuovo filone dei cinefumetti, dopo che il Batman degli anni’90 (quello “camp” di Joel Shumacher per intenderci) lo aveva affossato.

Già allora, uno dei personaggi più iconici dell’universo mutante (se non il più iconico), Wolverine, fu interpretato da un giovane attore australiano semi-sconosciuto, ovvero Hugh Jackman, e lo interpretò talmente bene, da rendere l’aspetto fisico del cartoon della Marvel ri-modellato graduatamente su di lui, cosa più unica che rara.

A 17 anni di distanza, sempre lui Hugh Jackman, stavolta però un anziano e malato Wolverine (e ora privo della sua tradizionale chioma biforcuta), in un futuro prossimo, ormai noto come Logan ai più, e James per quelli che lo chiamano amico, che sono solo due, gli ultimi mutanti sul pianeta, ovvero il novantenne Charles Xavier, telepate ed ex leader degli X-Men, e l'abino Caliban, capace di rintracciare i suoi simili. Ma sono davvero rimasti solo loro? L’arrivo di una piccola ribelle, Laura, dotata di poteri per tutto simili a quelli del mutante artigliato, inseguita da un pericoloso gruppo di cyborg capitanati da Donald Pierce, rimette tutto in questione… Esiste forse un Eden di nuovi mutanti in Nord Dakota? Inizia il viaggio per 3 di loro: il patriarca, l’ultimo alfiere del vecchio mondo, e quella che potrebbe essere la prima erede di quello nuovo.

Questo Logan è, come dicevamo prima, l’ultima apparizione degli X-Men, almeno come ce li immaginiamo adesso, visto che sia Jackman che Stewart (Professor X) hanno annunciato che non re-interpreteranno i loro rispettivi mutanti, ed è la conclusione ideale di 3 trilogie di cui due dedicate agli X-Men ed una a Wolverine stesso (alle quali aggiungiamo anche Deadpool, del 2016).

E si tratta di un finale decisamente cupo, decisamente cruento, ispirato agli episodi più crudi del Wolverine di carta, ma anche con momenti di tenerezza insperati ed una sfumatura di speranza che alla fine arriva… Le atmosfere sono quelle di un western di redenzione (non casuale la citazione nel film de Il Cavaliere della Valla Solitaria) e di Gran Torino di Eastwood, con un Jackman che mai come in questo caso ha una somiglianza decisamente marcata col vecchio Clint. Ottimo davvero il lavoro del regista James Mangold, che dopo aver recuperato il personaggio nel secondo episodio della trilogia (dopo un primo piuttosto mediocre), sforna qui forse il Wolverine più azzeccato in 17 anni di apparizioni, di cui coglie la valenza metaforica che lo ha sempre contraddistinto: l’eterno senso di inadeguatezza a coloro che gli vogliono bene e gli stanno vicino, che ne fanno un reietto in mezzo ai reietti. Violento e tenerissimo in questo episodio, finalmente figlio e finalmente padre proprio all’ultimo, parte di una famiglia come mai ha pensato di meritare. 

Il film è bello, immagini plumbee che avranno anche una versione in bianco e nero almeno in dvd (come ha anticipato Mangold) e musiche country perfette per inquadrare le atmosfere. Forse solo X-Men: Giorni di Un Futuro Passato gli è superiore nel mondo dei Mutanti sullo schermo, e tutto sommato, è giusto che questa generazione di X-Men si congedi così, lasciando spazio alla prossima (spoiler?). Definitivo. VOTO: 8/10

T2 Trainspotting – Scegli La Vita, Vent’anni Dopo

T2 Trainspotting – Scegli La Vita, Vent’anni Dopo

A più di due decadi di distanza, Danny Boyle torna sulla scena del crimine, o meglio, di uno dei film più contestati, demonizzati, nichilistici degli anni ’90; ma anche uno dei più sinceri, innovativi, profetici del periodo, ed ad oggi iconico, ovvero Trainspotting.

La storia stranota dei 4 amici di Edinburgo, tossici e sbandati finiva con un clamoroso tradimento, e da lì riparte: Renton ritorna da  Amsterdam e ritrova la vecchia gang, o meglio, ritrova Spud, sempre il solito tossico sbandato, ma con venti anni di più; da lì, si rimette in contatto con SickBoy, adesso aspirante magnaccia e ricattatore pornografico (sempre il più nobile del team) e, accidentalmente, con Begbie, lo psicopatico appena evaso di galera. Dopo l’iniziale (comprensibile) scontro, una nuova impresa si profila per i nostri eroi: farsi finanziare dai fondi europei un bordello di lusso con prostitute dell’est. Impresa per 3 di loro, visto che Begbie ha altri e minacciosi piani…

Ci vollero 8 settimane, si disse, per girare e montare Trainspotting nel 1995 (uscì nel 1996, basato sull’opera di Irvine Welsh del 93), e ci sono voluti quasi 5 anni per concepire questo, con una prima sceneggiatura parzialmente basata su Porno, sempre di Irvine Welsh, 2002, quindi a 10 anni dalla prima apparizione del ritorno dei nostri eroi (almeno su carta stampata). Evidente come il regista Boyle ci abbia pensato non bene, ma benissimo, prima di lanciare quella che, ad una distanza tale dal primo film, poteva apparire un’operazione nostalgico-commerciale, quasi fosse una re-union dei Take That. Lo è davvero?

Per tanti versi sì. Non tanto il lato commerciale (non lo è), ma il tasto della nostalgia e della malinconia viene battuto spesso, con rimandi continui, più o meno velati, dove è Renton il collegamento principale, dalla corsa iniziale sul tapis roulant a quando il protagonista  che atterra sul cofano di una macchina, fino ai costanti richiami ai cessi e water e più luridi della Scozia e fino alla camera con i trenini, dove lo stesso Renton prova a disintossicarsi (che dava il titolo al libro originale). Per chi non ha visto il primo film, a volte i rimandi sono oscuri, ma per chiunque abbia avuto venti anni alla fine del Ventunesimo Secolo, il nodo in gola arriva spesso. Quando Renton parla alla ragazzina bulgara, separati da 20 anni non solo anagrafici (quasi anni luce, ci sarebbe da dire), su cosa era quel periodo, parafrasando proprio quel monologo, davvero si rimane un attimo in silenzio. Tanti inoltre, le rivelazioni rispetto al primo film, che ovviamente non possiamo anticipare.

E’ un film il cui messaggio finale, però è profondamente diverso dal precedente, così anarchico, legato a quel periodo. Sono pieni di rughe i nostri anti-eroi, ma non per questo meno sbandati. Quella profezia che fu lanciata nel monologo finale del primo film e che prendeva in giro i luminosi anni ’80 degli Wham!, si trova pienamente realizzata ora, un’epoca di Social Network, poche speranze professionali e molta solitudine, dove spesso solo quelli che hai conosciuto da giovane sono le persone con cui puoi ragionevolmente creare un legame affettivo e che sono la vera conquista e la ricchezza di una maturità riconciliante con la vita, questa volta sì. Choose Life.

 

Malinconia,  ma anche molta ironia ed alcune scene strepitose: Sick Boy e Renton al piano al pub dei Lealisti (che poi rapineranno), è favolosa; e se le immagini e la musica, parzialmente riprendono il film originale aggiornandolo (soundtrack comunque splendido),  sono davvero in forma i 4 attori. Renton/McGregor maturo, SickBoy/Miller complesso e machiavellico, Begbie/Carlyle quasi apocalittico, e un sorprendente Spud/Bremner, al quale il regista regala una dimensione inaspettata (vedere alla fine). Insomma Vent’anni dopo, si, ma per risentire e rivedere Lust For Life (proprio quando non te lo aspetti più) ne è valsa la pena. VOTO: 8/10

Split – 24 Sfumature di Thriller Piscologico

Split – 24 Sfumature di Thriller Piscologico

M. Night Shyamalan,  regista di origini indiane che a cavallo del ventesimo e ventunesimo secolo era stato considerato il nuovo Steven Spielberg con titoli come Il Sesto Senso (1999) e Unbreakable (2000),e quello che diventerà il suo marchio di fabbrica, ovvero lo "Shyamalan Twist" (il colpo di scena/rovesciamento finale); ma successivamente si era perso nei meandri della Hollywood più superficiale, con lavori piuttosto discutibili, su tutti i tremendi  L’Ultimo Dominatore dell’Aria (2010) e After Earth (2013). Quale Shyamalan ci dobbiamo aspettare in questo Split?

Proprio in linea con questa molteplicità si presenta il suo nuovo lavoro, un thriller psicologico dove Kevin, affetto da disturbi della personalità multipla (ben 23), rapisce tre ragazze, apparentemente a scopo sacrificale… ma per chi? Alla psichiatra di lui, viene confessato l’avvento della 24ma personalità… chiamata dalle altre, La Bestia. Solo una delle tre ragazze sembra comprendere la psiche del suo rapitore. Come ci riesce?

Con The Visit (2015), il buon Manoj (questo il vero nome di battesimo del regista), aveva deciso la coraggiosa mossa del low budget, e seppur meno di impatto rispetto ai primi lavori, questo aveva dato i primi frutti, il concentrarsi sulla cura dell’immagine e la sequenza degli eventi, che li rendeva opere da guardare trattenendo il fiato, cercando di capire dove aveva disseminato indizi… e senza voler svelare niente, anche qui è cosi, e talmente all’inizio, da essere addirittura nella locandina del film! Il premio arriverà in fondo per i suoi estimatori, con una musica che salirà piano piano.

Split, che comunque come impostazione visiva appare meno elaborato e più tradizionale rispetto ad altri film dello stesso autore (complice anche qui un budget molto basso, solo 9M) è un film che si avvale di una performance a nostro avviso straordinaria, quella di James McAvoy, che forse non vincerà l’oscar (e lo meriterebbe), ma grazie a dei giochi di mimica facciale davvero magistrali, riesce ad impersonare in modo credibilissimo le diverse personalità, un vero e proprio meccanismo di scatole cinesi, complesso quanto impressionante da vedere. Sicuramente, è il film di Shyamalan più incentrato sulle performance dei propri interpreti, e ci sarebbe da dire che il nuovo stile “minimalista” (per modo di dire) ha giovato all’evoluzione del regista.

Non perfetto, intendiamoci, la parte che racconta i flashback di Casey (la co-protagonista, una delle 3 rapite), pur fondamentali, sono abbastanza deboli ed in genere quando non c’è McAvoy sullo schermo, a differenza di altri thriller psicologici alla Psycho (tutto sommato il padre spirituale di questo Split), l’interesse cala parecchio; e nella parte finale a volte si scende un po’ nella truculenza del Teen Horror (senza valore aggiunto).

In definitiva, però, sembra davvero che Shyamalan con questo film sia sulla buona strada… e da vecchio fan del regista che ci conquistò quasi venti anni fa, ci aspettiamo che, come promesso, (spoiler?) ci torni a brevissimo. Metaforicamente e non. Avventistico. VOTO:7/10

Silence – Il Silenzio è D’oro (ma non sempre)

Silence – Il Silenzio è D’oro (ma non sempre)

Terzo film dalle tematiche palesemente legate alla religione dall’ex seminarista Martin Scorsese, questo Silence, e diciamo palesemente perché da sempre il sottofondo di peccato e redenzione sono il leit motiv  del maestro di Brooklyn. Così dopo L’Ultima Tentazione di Cristo (1988) e Kundun (1997), Scorsese ci porta nel Giappone del 17° secolo, terra di missionari gesuiti e di persecutori di cristiani. Così padre Rodriguez (Andrew Garfield, l'ex Spiderman) e padre Garupe (Adam Driver, l'ex Star Wars), giovani ed entusiasti padres portoghesi, tentano una missione suicida: trovare lo scomparso Padre Ferreira, che si dice aver abiurato la Fede Cristiana… sarà una vera e propria via crucis, quella dei due sacerdoti, nel fragoroso Silenzio di Dio, che lascia che i suoi Figli siano martirizzati…

Più che gli altri film di Scorsese, questo Silence, con le sue immagini di natura rigogliosa e durissima, ed i suoi volti scavati nel fango ci hanno ricordato due film: uno l’ovvio Mission di Roland Joffè, che peraltro condivide la partecipazione di Liam Neeson, anche qui padre gesuita, l’altro è il molto meno immediato La Sottile Linea Rossa di Malick, autore che ha sempre avuto uno stile spesso agli antipodi rispetto a quelli di Scorsese, in genere molto meno contemplativo.

Ci è piaciuto? Se da un punto di vista visivo, il film è notevolissimo (si vede la fotografia del grande Dante Ferretti, nonché  l’accurata scelta dei set, quasi un film in stile Ukiyo-e, grazie anche all’aiuto ricevuto da un altro grande regista, Ang Lee, che si è gentilmente prestato per l’operazione. Capolavoro allora?

Insomma. Il film è una vera e propria via crucis anche per gli spettatori: Abiureranno? Non abiureranno? E se avesse ragione l’inquisitore giapponese, secondo cui “il prezzo della gloria dei missionari, è la sofferenza dei convertiti”, o dei Chistiran, come storpiano il nome gli stessi fedeli. ? 2h40 non sempre spesi benissimo, a volte parecchio ridondanti, tanto che alla fine le sequenza migliori sono, paradossalmente, non i silenzi (lunghi e frequenti) dei protagonisti, ma i dialoghi tra Padre Rodriguez e l’Inquisitore Inoue (forse la figura più enigmatica del film), sfide dialettiche su cosa sia la religione più che la fede, e quelle in cui Padre Ferreira (un Liam Neeson particolarmente convincente) racconta della sua “conversione” alla sua nuova vita (ma sarà così?).

 Merito va reso a Scorsese di avventurarsi in nuovi campi (almeno stilisticamente) ad oltre 70 anni, certo se il tentativo era quello di rendere se non condivisibile, almeno comprensibile, il fervore religioso dei missionari di qualche secolo fa, non è che ci sia riuscito, anzi: e il silenzio di Dio sembra essere un inno al fanatismo di molti mortali. Scorsese ha pure fatto visionare il film in anteprima ai Gesuiti di Roma, chissà quale sarà stato il loro pensiero al riguardo; o il suo a questo punto della sua vita, dove con tutta probabilità, si comincia (o si ricomincia) ad accarezzare il pensiero di una conversione last-minute, stile Francois Mitterand , o un Giovanni Lindo Ferretti (non Dante). Certo che rispetto ad un Taxi Driver o a un The Departed, siamo proprio lontani… VOTO: 6/10

Arrival – Incontri Ravvicinati, 40 anni dopo…

Arrival – Incontri Ravvicinati, 40 anni dopo…

Dopo i successi di critica che sono stati Prisoners (2013) e Sicario (2015), il talentuosissimo regista Dennis Villeneuve era veramente atteso al varco con questo suo primo approccio alla fantascienza, anche perché quest’anno replicherà la sua incursione nel genere con niente poco di meno che il seguito del cult dei cult di SF ovvero Blade Runner 2049.

Sono arrivati gli alieni sul pianeta, in 12 location distinte e distribuite su tutto il globo. Non si sa cosa vogliono, ma si interfacciano tranquillamente con gli umani, attraverso una parete che delimita la loro atmosfera. Enormi, misteriosi, dalla forma mai vista sulla Terra. Sono minacciosi? Sono pacifici? Cosa vogliono? Per quanto riguarda gli Stati Uniti, tocca al team condotto dalla linguista Louise Brooks e Ian Donnelly capire tutto questo. Le altre nazioni inizialmente collaborano, poi ognuno va per conto suo, divergenze e reciproci sospetti fanno sì che qualcuno decide che gli Alieni siano una minaccia e danno loro un ultimatum. Riusciranno la Brooks e Donnelly a decifrare il tutto prima che la Cina e la Russia (sempre loro…) diano seguito al loro ultimatum?

I richiami ad un capolavoro come Incontri Ravvicinati del Terzo Tipo (uscito esattamente 40 anni fa) sono tanti e, per tanti versi, questo film di Villeneuve lo aggiorna, integrandolo con le preoccupazioni dello stato attuale del nostro pianeta, le cui divergenze tra nazioni sembrano peggiorare col passare del tempo. Da un punto di vista visivo, il film si muove sospeso in una perenne foschia, spesso fisica (metereologica, ma anche quella in cui vivono gli alieni) ma spesso anche simbolica, e che si addensa nella mente della protagonista, che ha misteriosi flashback su una una vita mai veramente vissuta. Senza anticipare niente… è una parte fondamentale del film.

Davvero mirabile come sia stato creato il nuovo linguaggio alieno, affascinanti la loro rappresentazione grafica circolare che, al di là della resa estetica, saranno una chiave di volta per capire la loro visione de mondo. Questo perché il linguaggio, come viene detto nel film, ma anche in numerose teorie, non solo descrive il nostro mondo (esteriore ed interiore), ma lo crea. o per dirla alla Nanni Moretti, "chi parla male, pensa male e vive male" (e viceversa, si spera, ma temiamo non sia proprio scontato) 

Anche da un punto di vista di musica e sonoro, il film si avvale di una colonna sonora rarefatta molto in linea con lo spirito del film, tanto che quest’opera è davvero notevole come linguaggio “non-verbale” (quasi un mete-esercizio) di coerenza narrativa; e molto buone le interpretazioni di Amy Adams, Jeremy Renner e di Forest Whittaker, ben affiatati.

Capolavoro dunque? No, purtroppo, e ci spiace davvero. Certo, non è un popcorn movie, quindi non aspettatevi spade laser ed inseguimenti in astronave; in effetti, proprio come Incontri Ravvicinati, si tratta di un film di SF quanto il più realistico possibile, e più volte, sembra un pretesto per raccontare altre cose: il linguaggio come chiave della civiltà e della collaborazione tra popoli, ma anche la fonte di tutti i malintesi, per citare Saint Exupery; la nostra limitazione come essere umani in un universo così vasto; e l’inevitabile ciclicità della vita, di ogni vita.

A questa profondità, però, manca una scintilla più emotiva e meno asciutta, quella che, per avvicinare questo stile così denso di non-detto, a quello di un altro grande, aveva un Terence Malick di qualche anno fa (non gli ultimi, però). Insomma, un po’ troppo irrisolto (e a volte troppo poco) per fare il salto.

 

Buone le premesse per il nuovo Blade Runner, ma ci aspettiamo di più. VOTO: 7/10