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Doctor Strange – Il Lato Psichedelico della Marvel

Doctor Strange – Il Lato Psichedelico della Marvel

Il più psichedelico degli Eroi Marvel, nato nel 1963 dai creatori di Spiderman (Stan Lee e Steve Ditko), nonché uno dei primissimi della Casa delle Idee ad essere pubblicato in Italia, nel 1970.

Nonostante sia stato uno dei personaggi che si vociferava già negli ’90 essere in procinto di essere portato sul Grande Schermo (addirittura da Wes Craven, il compianto maestro di Scream e Nightmare, che lo voleva fortissimamente), arriva in pratica dopo che gran parte dei suoi colleghi ha già avuto un’incarnazione cinematografica. Regista lo Scott Derrickson dei non trascendentali (nonostante la tematica) Ultimatum alla Terra e Sinister; ma con l’asso nella manica di un grande cast: Benedict Cumberbatch, Tilda Swinton, Chiwetel Eljiofor, Mads Mikkelsen.

Stephen Strange, chirurgo strapagato ed egocentrico, perderà l’uso delle mani in un incidente automobilistico e, dopo aver perso la speranza nella scienza occidentale, riceve una dritta: nel Nepal c’è chi può curarlo, ma troverà molto di più: la strada per accedere ad altre dimensioni, detta volgarmente magia. Ma non è tutto: il suo Maestro, l’Antico è a capo di una Setta che protegge il Mondo dalle Minacce Interdimensionali, su tutti il terribile Dormammu e il suo zelota, Kaecillus, rinnegato della stessa Setta a cui appartiene lo stesso Strange…

Molto diverso da tutti gli altri film di casa Marvel, intanto per il mood del film, tra Matrix e Inception, e poi per il personaggio stesso, decisamente il meno muscolare di tutto il colorato Pantheon dei vari Iron Man, Captain America, Avengers, Guardiani della Galassia. E onestamente, un cambio era davvero necessario, visto che il format, per quanto quasi sempre di ottima qualità (vedi l’ultimo Cap: Civil War), iniziava a mostrare la corda. E, sebbene non sia il più originale dei primi episodi (ovvero le origini del personaggio), proprio il tono spirituale e psichedelico (con tanto di riferimenti a 2001 Odissea Nello Spazio e Pink Floyd) e il mix tra arti marziale,  magie e i fenomenali paesaggi in cui si muovono i personaggi lo rendono forse il film visivamente più interessante del genere dai tempi dello Spiderman di Raimi. Finale che, si preannuncia scontato, invece la soluzione risulta essere davvero ingegnosa, e in linea con la natura metafisica del personaggio principale.

Gran merito agli attori, va detto: un Cumberbatch su cui il personaggio sembra praticamente cucito addosso, con un humour raffinato e mai sopra le righe (a differenza di altri del genere; e lo stesso vale per tutto il resto del film) e che ha un’evoluzione assolutamente credibile; ma anche la Swinton, per l’occasione calva, e con toni ambigui davvero enigmatici (e protagonista della scena più bella e suggestiva di tutte le due ore della pellicola); cosi come Ejiofor e Mikkelsen.

 Applauso alla Marvel, che, fuori dai pezzi da novanta (mondo Avengers, ma anche Guardiani Della Galassia, dove deve giocare senza rischiare) come era successo in Ant Man e ci mettiamo anche Deadpool (che non è dei Marvel Studios) , si prende delle belle soddisfazioni, come in questo caso. Forse la sorpresa di fine anno del cinema fantastico. VOTO: 8/10

American Pastoral – Requiem di Un Sogno, Parte Seconda

American Pastoral – Requiem di Un Sogno, Parte Seconda

Regia d’esordio a 45 anni per Ewan McGregor, che Per l’occasione sceglie di trarre un film dal celeberrimo libro di Philip Roth, Premio Pulitzer 1998, che, a dire il vero, aveva una sceneggiatura pronta da quasi dieci anni, ma che, per motivi inspiegabili non era mai riuscita ad essere prodotta.

Intendiamoci, il libro era ostico come nella miglior tradizione di Roth, e con questo siamo al settimo film basato sui suoi libri (ed il suo capolavoro, Il Lamento di Portnoy, è stato portato da noi con il vergognoso titolo Se Non Faccio Quello, Non Mi Diverto (sic, 1972; siamo nel periodo dei titoli pruriginosi). Ma sono titoli ostici per tutti  i giusti motivi. Non sempre i film sono riusciti a coglierne lo spirito (un esempio su tutti: La Macchia Umana del 2003, col peggior Hopkins a memoria d’uomo).

Ma vediamo il film: Seymour Levov, detto lo Svedese, di famiglia ebraica di Newark, ingegnoso, puro, determinato ed americano fino al midollo ha tutto quello che può desiderare un uomo americano. Un bel lavoro a capo della sua fabbrica di guanti, una moglie bellissima e devota (e perdipiù cattolica, una shikseh come viene definita da non-ebrei,”segno che lo Svedese ce l’aveva fatta”), una splendida casa ed una figlia adorabile, Merry, che ha un unico neo: è balbuziente.

Purtroppo per lui non sarà l’unico neo: nel fervente 1968, proprio Merry sarà coinvolta in un atto di protesta violenta e sarà costretta alla clandestinità. Da lì in poi, tutta la vita dello Svedese sarà dedicata a ritrovare la figlia perduta, e la sua perfetta vita familiare sarà sconvolta per sempre.

Libro ostico dicevamo e, con tutta la buona volontà, non possiamo dire che McGregor sia riuscito a farne un bel film. Di certo abbastanza riuscite le ambientazioni, ma il film appare fin troppo bidimensionale, con un personaggio che rappresenta un ideale americano che si scontra con le miserie di un Sogno infranto irrimediabilmente: nel sociale, con le rivolte che rendono la sua cittadina zona di guerra; e nel familiare, con moglie e figlia che celano segreti indicibili per la morale ufficiale. Tematiche e atmosfere che, in qualche modo, ci ricordano Requiem Per Un Sogno di Aronofsky (2000), ma in tono minore.

Non si tratta di un problema di fedeltà al libro, anzi lo è, nel bene e nel male; laddove, forse si sarebbe potuto tagliare qualcosa a beneficio della storia (l’apertura e la chiusura con lo scrittore che riceve la storia dello Svedese da parte del fratello di lui, ad esempio, qui sono assolutamente superflue), McGregor non lo ha fatto, con una regia rigorosa, ma abbastanza povera alla fine.

Non aiutano le interpretazioni. Si salva McGregor, che di certo non era lo Svedese che Roth aveva in mente, ma alla fine risulta passabile. Diversamente le donne della storia: una Jennifer Connelly che, per quanto bella, dimostra tutti i suoi limiti attoriali (curiosità: era nel suddetto Requiem per Un Sogno); ed una Dakota Fanning che, dopo i fasti della carriera da bimba prodigio (era ne La Guerra dei Mondi e Man On Fire qualche anno fa), qui non sembra per niente credibile.  

Non ce ne voglia il buon McGregor, uno dei più apprezzati attori della sua generazione che di strada ne ha fatta dalla sua esplosione in Trainspotting (1996, venti anni fa esatti) e che ce lo renderà sempre caro, ma forse non è la regia la sua strada. Requiem di una Regia. VOTO:5,5/10

Inferno - Lasciate Ogni Speranza (per Davvero)

Inferno - Lasciate Ogni Speranza (per Davvero)

Il terzo film della saga di Robert Langdon  sul grande schermo, sarebbe dovuto essere il quarto come nella serie letteraria di Dan Brown, ma per motivi di proprietà intellettuale, si è arrivati a questa scelta. Era peraltro in dubbio il regista, Ron Howard, poi alla fine confermato in quello che al momento è una trilogia.

Poco male, visto che in realtà il capostipite della trilogia, il successo letterario di proporzioni planetarie Il Codice Da Vinci in realtà era il seguito di Angeli e Demoni, ovvero il sequel…

Ora che siete abbastanza confusi (tralasciando che il nuovo episodio sulla carta stampata è previsto nel 2017), possiamo parlare di Inferno, che esce a ben 10 e 7 anni dai predecessori… tanto che molti si sono effettivamente domandati il senso di un’operazione come questa, che non sia meramente commerciale. Discreto il primo episodio, grottesco il secondo (con risultati di critica e botteghino che aveva affossato ulteriori progetti)… e questo terzo?

Sempre Ron Howard in cabina di regia, dicevamo, e sempre Tom Hanks nei panni del protagonista, che si risveglierà senza memoria in un letto d’ospedale a Firenze, solo per sfuggire ad un tentativo di omicidio grazie alla Dottoressa Brooks, insieme alla quale scoprirà che mancano due giorni al lancio su scala mondiale di un virus che minaccia di decimare la popolazione mondiale per volere dell’estremista futurologo Bertrand Zobrist… fortunatamente per Langdon e noi, Zobrist (prima di suicidarsi) ha lasciato una serie di indizi ed enigmi per trovare il pericoloso ordigno biologico…

Inferno, invece di fare fuoco e fiamme come lascerebbe presagire, purtroppo fa acqua da tutte le parti a livello di trama e a poco valgono le splendide fotografie del film che ben capitalizzano sulle meraviglie di Firenze, Venezia ed Istanbul.

L’inizio, con Langdon che recupera la memoria piano piano in mezzo alle allucinazioni dantesche, è tutto sommato buono (seppure non così originale), ma tra indizi ed enigmi semplicistici (almeno per chi è cresciuto in Italia, e magari si è pure studiato Dante a scuola; evidentemente il target è un pubblico USA) e in alcuni casi inutili, sfondoni storico-architetturali, e fin troppe corse e inseguimenti, il film dopo circa un’ora è pressochè defunto da un punto di vista dell’interesse, lasciando l’oretta rimanente piena di sbadigli.

Veramente svogliate le interpretazioni dei protagonisti (Tom Hanks/Langdon e Felicity Jones/Sienna su tutti), ma anche gli altri si aggirano per il film inseguendosi a turno senza sapere veramente a che scopo, tanto che uno o due personaggi, come quello di Buchard/Omar Sy, sono assolutamente superflui, e gli altri vengono buttati li, mezzi abbozzati , come quelli di  Ben Foster, di Irrfhan Khan, e della Knudsen, con svariati dialoghi scritti cosi male da far rimpiangere  qualche serie TV nostrana.

 

Finale brutto e scontato come pochi. Oltre il danno, la beffa: non è lo stesso del libro, cambiato per motivi che francamente ci sfuggono, ma tanto qui poco o niente si salva, se non la confezione audio-visiva certamente da alto budget. Non che Brown sia chissà quale genio letterario, ma il personaggio di Langdon, un Indiana Jones meno fisico e più enigmista, potenziale ne aveva e ne ha. La cosa più divertente è che il payoff italiano del film è fin troppo autoesplicativo nei confronti del cinespetattore che si appresta ad entrare in sala: Lasciate Ogni Speranza, Voi Ch’Entrate. Sic. VOTO: 5/10

Elvis & Nixon – Quando Un Presidente  Incontra Un Re

Elvis & Nixon – Quando Un Presidente  Incontra Un Re

Negli USA tutto è business, dunque se vi recate alla Casa Bianca in visita turistica, avrete la possibilità di acquistare nel Gift Shop le riproduzioni delle foto degli incontri tra i vari Presidenti e i loro ospiti, da JFK in poi. Indovinate quale è la piu richiesta? Si tratta di quella dell'incontro il 21 dicembre 1971 tra due delle figure  più  iconiche degli USA degli ultimi 50 anni, nel bene e nel male, ovvero Richard Nixon e Elvis Presley.

Si tratta del terzo film della giovane regista Liza Johnson, con un film parzialmente  basato sulla realtà… difficile sapere  se davvero Elvis si recò di propria iniziativa alla Casa Bianca per essere  nominato agente onorario  della DEA, ma questo fu il risultato, nel senso che effettivamente Nixon concesse questo titolo ad Elvis in seguito a questo incontro, cosa resa nota solo successivamente alla scomparsa  del Re del Rock'n'Roll.

Vere  invece le fisime dei due mega personaggi, tanto diversi per estrazione e stile di vita, ma accomunati da un conservatorismo di fondo fatto di armi, antipacifismo e fedeltà alle tradizioni: da i distintivi da sceriffo e le pistole che Il Re si portava dietro, e le manie di avere noccioline e dr peppers solo per se nello Studio Ovale del Presidente.

Il film dalla trama gustosa e dalle scene grottesche, che si svolgono nell’arco di 3 giorni, tra tutte Elvis che prova il karate davanti a Nixon, finendo col farsi colpire le nocche per dimostrare  la sua resistenza.. ma tutto l'incontro  tra i due, un vero e proprio meeting tra due Capi di Stato (con tanto di rispettivi staff e protocolli) è spassosissimo. Ovviamente, tutto il film è impreziosito dalle ottime interpretazioni di Kevin Spacey e Michael Shannon, non molto basate sulle somiglianza fisica (anzi), bensì sulla caratterizzazione, magari sopra le righe, a tratti caricaturale , ma in definitiva molto in linea con lo spirito del film, che doveva essere un cortometraggio  low budget, e che alla fine è stato allungato  in 1h20’ assolutamente meritevoli. E, nonostante il budget che a volte si vede non essere stato generosissimo, ben si vede il livello di un’industria con tanta qualità e mestiere, recitazioni dei comprimari inclusi (c'è anche il figlio di Tom Hanks nella parte di uno degli assistenti di Nixon) e con una fotografia davvero interessante.

 Delizioso. Voto: 7/10

Suicide Squad – il lato oscuro della (Super)Forza

Suicide Squad – il lato oscuro della (Super)Forza

Attesissimo questo  film della Warner DC, terzo  del nuovo DC Universe dopo l’Uomo d’Acciaio e Superman vs. Batman (ed escludendo la trilogia capolavoro del Cavaliere Oscuro di Nolan, serie esplicitamente fuori “continuitá” narrativa). Se i primi due film sono stati, spesso, ingiustamente ipercriticati, il terzo, questo Suicide Squad, rappresenta, a detta di molti, un riempitivo prima dei pezzi grossi della DC, Justice League e Wonder Woman in primis. Lo è davvero?

Cominciamo dalla trama: squadra di detenuti sovraumani (in qualche caso con superpoteri, diremmo dei mutanti se potessimo usare il termine della  grande concorrente Marvel), viene reclutata dal Governo degli USA per missioni impossibili (quasi “suicide”, ecco il motivo del  titolo), in cambio di attenuazioni dei loro ergastoli. Tra di loro Deadshot, cecchino infallibile (Will Smith), una pazza psicopatica letale e atletica Harley Quinn (Margot Robbie), il rettiliano Killer Croc, l’incendiario Diablo e il super ladro australiano Capitan Boomerang, e la misteriosa Incantatrice, posseduta  da uno spirito antico. Sarà  pero’ proprio l’Incantatrice, liberando il fratello, una misteriosa entità  sovrannaturale che conquista la città,  rapendo proprio il capo della Task Force dei reietti,  Amanda Waller, a causare la loro prima missione. A capo del team, il Colonnello  Rick Flagg; e sullo sfondo, opera il folle criminale Joker (Jared Leto), compagno  di Harley Quinn e teso a liberarla…

Il film, diciamolo subito, è un bel casino. Raramente ricordiamo una montaggio così  apparentemente  casuale, e vi assicuriamo che più di una volta, ci sono dei salti logici che rendono la trama difficilmente comprensibile; si dice che  il regista David Ayer, che pure aveva sfornato dei buoni film sia come regista  (Fury) che scrittore  (Training  Day, U-571), abbia subito molte pressioni  dalla  produzione  per anticipare l’uscita ed i risultati si vedono, inclusi dei dialoghi a volte adolescenziali  e, a dir la verità,  quasi mai divertenti  come volevano essere per il pubblico  teen.

Non è tutto male : belli i combattimenti, non male come sono stati portati sullo schermo  visivamente i personaggi , musica ok (Queen, Rolling Stones,  Eminem, White Stripes tra gli altri), forse un po’ ruffiana.

 

Degli attori si salvano Margot Robbie nella parte di Harley Quinn (impazzita per amore, ma che desidera una vita normale; e bene risalta la duplicitá del suo personaggio ) e parzialmente Will Smith, nella parte del mercenario non senza cuore, e Jared Leto, un Joker molto più  ortodosso del suo predecessore  Heath Ledger, e molto più  fedele alla caratterizzazione originale del fumetto  (che aveva seguito  anche Jack Nicholson nel film di Burton del 89). Il resto, tutto grigio e abbozzato, sullo sviluppo della trama abbiamo giá detto, ma alcuni personaggi sono totalmente inutili (Capitan Boomerang, e tale Slipknot che dura 5’ manco fosse quello con la maglia rossa in Star Trek), molti sfruttati male (Killer Croc, Diablo e pure il supercattivo di cui manco si sa il nome) altri francamente poco credibili  (Viola Davis è una Amanda Waller  che più  che il capo di un’agenzia  segreta  governativa  sembra un’impiegata dell’anagrafe e sadica , e  con alcune uscite davvero fuori luogo; Joel Kinnaman/Rick Flagg debolissimo, Incantatrice/Cara Delevigne assolutamente ridicola, vedere per credere quando ondeggia a più riprese  nella  storia ). Onestamente difficile capire quanto  dipenda  dalla regia  o dalle interpretazioni. Ci sarà  un seguito? Commercialmente non è andato male, grazie ad un trailer particolarmente azzeccato (la parte migliore del film… ed una delle battute è stata pure tagliata!), artisticamente fa rimpiangere gli ultimi Fantastic Four, il  che è tutto dire. A breve, crediamo, l’ardua sentenza. Per noi, Perdibilissimo. VOTO: 5/10

Morte di Un Sogno (Mai Avverato)

Morte di Un Sogno (Mai Avverato)

Opera Prima dell’italiano Andrea Di Stefano, fino ad ora attore, Escobar racconta del picco e del declino del più grande magnate della cocaina di tutti i tempi, ovvero Pablo Escobar, colombiano, dagli anni ’80 fino al 1991, anno del suo arresto (o meglio in in un esilio dorato, evidentemente tutto il mondo è paese.

Ci viene raccontato attraverso gli occhi di Nick, fidanzato canadese della nipote di Escobar, Maria, inizialmente surfista/turista giunto in Colombia col fratello per aprire una scuola di surf, poi assunto dallo stesso Escobar nella sua hacienda. Inizialmente all’oscuro di tutto, o meglio, avvisatocon nonchalance dalla stessa fidanzata come la sua immenza ricchezza sia basato sull’esportazione della cocaina, vista come un mero commercio di prodotti locali… vero anche che Escobar utilizzò parte del patrimonio per aiutare la popolazione locale e fu pure eletto al senato, grazie all’enorme influenza che otteneva grazie alle sue elargizioni.

Tutto andrà bene fino a che Escobar, incaricherà Nick di un primo ed ultimo trasporto, e di un primo omicidio.

Film che ricorda molto il miglior Soderbergh come stilemi e non incidentalmente, Escobar è interpretato da Benicio Del Toro, che qui sfodera il suo miglior sguardo metallico e il suo miglior sorriso tagliente ed enigmatico. Bella la caratterizzazione del megalomane che ormai quando sente la parola “Dio” si sente chiamato in causa. L’altro protagonista è Josh Hutcherson della fama di Hunger Games: tutto sommato la parte del gringo (non USA, ma canadese, come tiene a far sapere più volte nel film) ben gli si addice, ma la verità è che non sembra un mostro di espressività (ne qui né in altre parti).

Oltre a Benicio, vero polo nord magnetico del film, la parte del leone viene da una trama violenta e tesa come da miglior tradizione di mala sudamericana, forse un po’ televisiva (da Miami Vice a Narco, il passaggio è breve), e quello che rimane impresso tutto sommato è la commistione tra normalità e criminalità in quei Paesi, tanto che il buon Nick avrebbe dovuto mangiare la foglia quando la fidanzata lo striglia un po’ (“voi stranieri pensate che qui sia un Paradiso, ma non lo è qui”), riferimento anche al titolo originale Paradise Lost. Soprattutto sembra una caduta verso gli Inferi, o forse il Paradiso era solo davvero apparente

Per il resto, detto delle ambientazioni, belle le musiche e bella la scena finale, malinconica ma sincera. Davvero un ottimo esordio per il regista italiano. C’è speranza oltre a Muccino, per gli italiani a Hollywood.

VOTO: 7,5/10

 

 

Star Trek Beyond - Spazio, Ultima Frontiera (davvero?)

Star Trek Beyond - Spazio, Ultima Frontiera (davvero?)

… e via, verso nessun Uomo è mai giunto prima. Terzo episodio di una delle franchise più iconiche della storia della fantascienza  dopo la rivitalizzazione operata dal guru del piccolo e grande schermo più in voga degli ultimi 10 anni, ovvero JJ Abrams.

C’è da dire che, nei precedenti  episodi, datati 2009 e 2013, il buon JJ era riuscito nell’impresa di rivitalizzare  un brand glorioso, ma ormai francamente decotto, con Generazioni  Vecchie e Nuove  che ormai avevano ben poco da aggiungere alla saga dell’Enteprise: i personaggi  della nuova trilogia, pur rimanendo  rispettosi della versione originale, avevano avuto nuova linfa e caratterizzazioni in linea  coi tempi. Ora, questo terzo episodio, inizia con l'handicap : al timone, non più JJ, passato  al Lato Oscuro della Forza (letteralmente , visto che sta dirigendo i grandi rivali di Star Wars), e che qui si limita a produrre, ma il Justin Lin della serie Fast & Furious.

Stavolta Il Comandante Kirk, il suo fido vice Spock, e tutti i vari Scottie, McCoy, Uhura, ecc… dovranno affrontare la minaccia di Krall e il suo sciame di terroristi spaziali che, dotato di una  potentissima arma biologica, minaccia la Federazione di riportare l'universo ad uno stato di perenne guerra tra mondi e razze. A rendere il tutto ancora più drammatico per Kirk : Krall riesce non solo a catturare quasi tutto l'equipaggio, ma niente poco  di meno che a distruggere l’Enterprise…

Dunque, si chiude (forse) la trilogia, ma come si chiude? Di certo è l'episodio  più adrenalinico, ovviamente si vede la mano del nuovo regista, e sono tanti i bei tocchi che strizzano l'occhiolino ai fans, nonché alcuni omaggi a chi non c’è più (come Leonard Nimoy, lo Spock originale) e a chi c’è ancora (tra cui l’outing del  Sulu nuovo, chiaro riferimento alla omosessualità mai rivelata del Sulu  degli anni ’60).

Altro aspetto che ci è piaciuto molto è lo spazio lasciato ai comprimari dell'equipaggio: e se Kirk  (Chris Pine ) è sempre il leader coraggioso (è un po’ impulsivo), stavolta Spock (Zachary Quinto, comunque  la star della trilogia, a nostro avviso) duella verbalmente soprattutto con McCoy (un Karl Urban in forma e con le migliori battute del film), cinico e burbero; e allo stesso tempo più spazio per Sulu, Uhura e Scottie, quest’ultimo interpretato da Simon Pegg, non incidentalmente anche co-sceneggiatore, e non incidentalmente alla sua prima  sceneggiatura  SF dopo tanta commedia. Ultima apparizione , peraltro di Cechov, Anton Yelchin ci ha lasciato quest’anno.

E se i combattimenti  nello spazio (impressionante la rappresentazione  dello sciame delle navicelle di Krall) e la stessa Yorktown, la città difesa dalla Federazione, sono entrambi superbi, ed è evidente come sia stato accentuato il tono “light” di questa space opera per i neofiti, con rimandi che risuoneranno familiari ai nostalgici con qualche annetto in più  (come la scelta di alcune musiche su tutti i Beastie Boys); nonostante tutto questo, il terzo episodio perde qualche colpo rispetto agli altri due, complici un cattivo (Kral/Idris Elba) un po’ troppo abbozzato (peccato , si poteva risolvere meglio) e una trama con poco spessore psicologico.

 

Si vocifera un quarto episodio, ancora senza L’uomo che aveva rilanciato la serie.Forse, però, a vedere questo Beyond, è tempo che l’Enterprise sfrecci via definitivamente nella leggenda  onde  evitare quello che era successo con con le precedenti  Generarazioni. Voto:6,5/10

Tutti vogliono qualcosa! – nostalgia anni ‘80

Tutti vogliono qualcosa! – nostalgia anni ‘80

Il seguito spirituale a La Vita è un Sogno, film relativamente  sconosciuto in Italia, o almeno questa è l’intenzione  del regista Richard  Linklater, forse il più antropologico  dei registi made in usa (per fare un esempio,  suo il titanico  Boyhood, film girato in un arco di 12 anni). Laddove però  quello raccontava di un passaggio  generazionale  degli anni 70, qui siamo all’inizio dei favolosi anni 80.

Tutti vogliono  qualcosa  vuole raccontare  i 3 giorni di transizione  tra le scuole superiori  e l’università,  e lo fa attraverso le bravate di un gruppo di studenti giocatori  di baseball di un’immaginaria università  del Texas, un weekend fatto di feste e  ragazze  da rimorchiare.  il Protagonista è  Jake, con lui tutta  una serie  di personaggi, il leader Mcxxx, il filosofico  Finn, il fricchettone willoughby, lo schizzato Nice, ecc.

La trama, incredibile  ma vero,  finisce praticamente  qui, eccezion fatta per gli ultimi 10’. Il film di Linklater è un vero e proprio tuffo in un periodo, storico e della vita, dove non ci sono conseguenze, ma solo un’interminabile serie  di sballi.

Da  un  punto di vista della ricreazione del periodo  storico, TVQ è splendido. Gli abiti, le polo infilate nei jeans, i pantaloncini strettissimi, i capelli vaporosi, i baffi alla Magnum PI, i colori saturi;  e poi gli ultimi  giorni  della disco music, i punk, le feste a tema. Per chi se li ricorda,  davvero un tuffo al cuore, per di più abbinati a una selezione  musicale davvero spettacolare,  da the Knacks ai Queen, passando per Pink Floyd e Rappers Delight.

Il problema  è  tutto il resto: non succede pressoché  niente, se non un’ infinita serie di feste. Ci vogliono  ben 80’ per vedere  i giocatori  di baseball  allenarsi, e anche  in quel caso, tutto si riduce ad una serie di rituali  (quasi  sempre scherzi pesanti) di passaggio tra anziani  e matricole. Rispetto a La Febbre del Sabato Sera o aUn Mercoledì  daLeoni, tanto per citarne due, non sembra davvero cosi interessante, manca di una storia, di u ‘epica; vero che eventuali dissertazioni  filosofiche  sono lasciate ai due intellettuali del gruppo, ovvero Willoughby (non casualmente il più legato agli anni 70) e allo scanzonato Finn (che meglio coglie  lo spirito dei leggeri anni 80),ma quando si arriva all’inizio della storia di Jake con beverly, di tempo sembra essere  rimasto poco (anche metaforicamente ), tanto che solo negli ultimi minuti, il film si ammanta di una malinconia molto peculiare, non casualmente in corrispondenza della prima lezione. È la fine dell’inizio o l’inizio  della fine? Il sogno finisce o inizia qui?

Attori sconosciuti, nessuno secondo noi particolarmente  memorabile, questo film di Linklater, ci lascia un po’ esterrefatti, e se forse ci sembra di averne compresi  gli intenti, molto meno ci sembra di aver capito il senso di 2 ore cosi, con svariati  passaggi che ci sembrano più  che superflui (la festa punk, la seconda serata in discoteca) in quello  che alla fine appare solo un divertissement per chi era adolescente negli anni 80.

 

Frizzante come una canzone degli Spandau Ballet, e altrettanto effimero.  Voto: 5,5/10

Captain America: Civil War - Da che Parte Stai?

Captain America: Civil War - Da che Parte Stai?

E anche la trilogia del Vendicatore a Stelle e Strisce giunge al termine (o forse no). Ancora diretto dai fratelli Russo, il film riprende direttamente il suo predecessore The Winter Soldier, ma con un taglio decisamente  più  corale, quasi un Avengers 2 e mezzo, anche perché  l’ispirazione (ma solo quella, visto lo sviluppo  profondamente  diverso) è quella del più famoso  cross-over di casa Marvel degli ultimi 30 anni, ovvero Civil War, che vedrà i supereroi  dividersi in due fazioni, l’una capeggiata  dal buon Cap e l’altra  da Iron Man. Tra i vari Vedova Nera, Visione,Hawkeye, Antman, ecc. Due le new entry, ovvero il felino e feroce Black Panther e lo scanzonato  e amichevole  Spiderman, ritornato  all’ovile dopo il lungo esilio di produzione  Columbia Sony. E un nuovo nemico che rimane nell’ombra per un bel po’.

Pompatissimo in fase di promozione, esce dopo un altro scontro tra supereroi,  quello di casa DC tra superman  e batman, ed è inevitabile il confronto: e anche se l’altro aveva i suoi buoni punti (seppur stroncato dalla critica), qui si vede tutt’altro “mestiere”, e francamente CC:CV vince a mani basse. Molto più  coerente, molto più spettacolare, molto più  vario. Intendiamoci, niente di autoriale, ma intrattenimento di alto livello, un The Bourne Identity in costumi  sgargianti, e che non si prende  sul serio (con battute però meno infantili e decisamente più  appropriate di altri prodotti  dei marvel studios).

Ottimi gli attori, in formissima Chris  Evans/Cap, ormai a proprio agio  nel ruolo  dell’icona  dei fumetti (creato 75 anni fa), e ottimo Robert Downey/Iron Man, stavolta meno nobile del solito, ma umano: bello il contrasto fra l’idealista e il pragmatico, non al livello della serie a fumetti, ben più  profondo e controverso (in fin  dei conti questo è un film Disney) ciò nonostante molto efficace e credibile. Molto buono il cast di contorno, Paul Bettany nei panni della Visione (in maglioncino!) Ci convince sempre si più, cosi comd ci ha sorpreso Paul Rudd/Antman, e Tom  Holland  come terzo Spiderman sullo schermo nel 21 secolo rischia di essere il migliore della serie. Infine, scontri ben coreografati e effetti  speciali  efficaci e in alcuni casi davvero notevoli. Insomma: 2h40 divertenti, mai stanchi.

Unico neo: “prodotto” ottimo, si sarebbe potuto rischiare qualcosa in più. Coerenza narrativa non proprio cristallina (il motivo per cui Cap e Bucky vanno in Siberia alla fine si poteva pure risparmiare)  ma certo rispetto a  Batman vs Superman è Dostojevsky, ed alla fine non pretende di più  di quello  che vuole offrire, anzi spunta anche qualcosina in più  rispetto  ai precedenti  episodi.

 

Ad ogni modo: bene, bravi, tris. Marvel Studios è una macchina  di guerra, nessun dubbio che il prossimo The Avengers (diretto dagli stessi Fratelli Russo dopo il forfait di Josh Wheadon) sarà uno spettacolo, e pazienza se non parteciperà a Cannes. VOTO:7,5/10

10 Cloverfield Line – i Mostri sono Ovunque

10 Cloverfield Line – i Mostri sono Ovunque

Che vi piaccia o no, JJ Abrams, il creatore di Lost in TV (che ha ridefinito il vero e proprio concept di serie TV) e il rifondatore sia di Star Trek e Star Wars (che può far immaginare quanto importante e considerato sia  ad Hollywood, visto che è riuscito a mettere insieme le tribù  dei fan delle due saghe) è  la figura  più influente dello schermo (piccolo e grande) al mondo. Come nessun altro ha integrato cultura  pop, viralità dei messaggi e psicologia  dei memi in una potente (a volte spaventosamente potente) architettura e strategia di conquista del mercato, mantenendo però  qualità  e spessore di intrattenimento.

Prendiamo 10 Cloverfield Lane, opera prima di Dan Trachtenberg, cosi come lo fu Cloverfield per Matt Reeves.  Il modo in cui viene integrato un nuovo episodio in una franchise che di fatto non era mai iniziata (il film Cloverfield  è  di 6 anni fa), ma nella quale evidentemente  il buon JJ ci ha sempre creduto, ma che probabilmente  lo farà ora, è impressionante, tanto che (ci permettiamo uno spoiler) finalmente si capirà da dove arrivava il misterioso titolo di quel film del 2009 (e che fu solo parzialmente  spiegato), e come arriva nel film, davvero un colpo di scena degno del miglior Lost.

Non incidentalmente, la trama ricorda una sottotrama di quella serie, e risponde alla domanda: cosa succederebbe se tu fossi intrappolato con un pazzo, ma con la quasi certezza che fuori da quella  prigione  c’è la morte? È la storia di Michelle, che si trova in un bunker dopo un incidente: i suoi compagni sono il salvatore/carceriere Howard  e il co-prigioniero Emmett.

Thriller claustrofobico, ma con risvolti fantascientifici sempre più evidenti (alla Lost, ovviamente ), ha davvero  il potere di tenere incollati, anche perché se all’inizio  siamo nei paraggi di Misery Non deve Morire (non a caso il carceriere è corpulento  come la terribile  infermiera del film di Reiner), poi si entra piano piano nei temi de L’Esercito delle 12 Scimmie, e alla fine… beh, ricordiamoci che il titolo richiama  chiaramente Cloverfield.

Film con appena 5 attori visibili  in tutto il film, di  cui uno mera comparsa, ed uno con una parte piccola, ma molto significativa. Ed una curiosità : la voce al telefono della protagonista è quella di Bradley Cooper.

Rimangono gli altri 3, molto bravi: ottimo il buono e generoso John Gallagher jr nella parte di Emmett, molto convincente Mary Elizabeth Winstead/Michelle (che avevamo apprezzato nel remake  de La Cosa di qualche anno fa, evidentemente  è un genere che le si addice), mostruoso (insospettabilmente) John Goodman/Howard certamente un buon attore (con punte come in Argo del 2012, che avrebbe meritato un oscar), ma qui davvero al suo meglio, e che, ansimante, enigmatico,  paternalistico, crudele, riempie la scena anche fisicamente e davvero  ci ha fatto venire  in mente Cathy Bates di Misery.

 

Non perfetto, ma davvero godibile, e superiore al suo predecessore, non per ultimo per il  fatto che non utilizza lo stile videodocumentaristico che un po' aveva/ha stufato. Ingegnosa e perfettamente sintetica come poche altre  volte  la tagline del film: “i Mostri si presentano  in diverse forme”. VOTO:7,5/10

Batman vs. Superman: Dawn of Justice – Il Ritorno del Cavaliere Parecchio Oscuro (e altre creature)

Batman vs. Superman: Dawn of Justice – Il Ritorno del Cavaliere Parecchio Oscuro (e altre creature)

Dopo tanto battage pubblicitario, la DC/Warner sforna infine il suo cavallo di battaglia per contrastare lo strapotere dei grandi rivali della Marvel/Disney nell’arena dei cinefumetti. Guerra tra titani: da una parte Batman, Superman e WonderWoman, dall’altra Spiderman, IronMan, Captain America.

Regge la strategia della DC? Dall’altra parte una serie scrupolosamente pianificata di film dedicati ad eroi individuali, che poi si riuniscono periodicamente nei mega cross-over che sono gli Avengers; qui invece, un po’ per differenziarsi, un po’ perché dopo tanta non-strategia avevano perso troppo tempo (anche se ovviamente la trilogia di Nolan, quella del Cavaliere Oscuro, e che qui comunque produce, è stato un diversivo, seppure problematico da un punto di vista della continuità, coi fiocchi e probabilmente inarrivabile nel genere), la scelta è di risolvere tutto la questione delle genesi in un mega contenitore da 2h30 dove vengono presentati quelli che saranno i nuovi dei dell’universo DC. Partendo da quelli che abbiamo già visto, Batman e  Superman (già visto ne L’Uomo D’Acciaio di 3 anni fa e da cui riprende le mosse anche questo film), e aggiungendo le new-entry, Wonder Woman in primis, ma anche lasciando intravedere gli altri come Aquaman, Flash e Cyborg.

Da questo punto di vista, il regista Zack Snyder (lo stesso de L’Uomo D’Acciaio, nonché 300 e Watchmen) prova nella titanica impresa di condensare il tutto in un unico film, peraltro prendendo le mosse da una graphic novel notissima ai fan (ovvero Il Ritorno del Cavaliere Oscuro) e usandola come cavallo di troia per il resto dell’operazione, e che aveva come climax lo scontro tra Batman e Superman. Ci riesce?

Non anticipiamo niente della trama, parliamo invece dei personaggi, che in fondo, sono il motivo per cui andiamo a vedere un film del genere. Abbiamo Superman (Henry Cavill), l’unico già veramente noto in questo universo, semidio dalla valenza messianica, tanto adorato quanto temuto (e strumentalizzato); il nuovo Batman (stavolta è Ben Affleck, al secondo supereroe dopo il flop di Daredevil; e aveva anche interpretato la biografia del primo Superman della TV, ovvero George  Reeves in Hollywoodland), che però è un vecchio Batman, cinico e disilluso, praticamente solo se non per il fedele Alfred (Jeremy Irons), che opera come il suo braccio destro tecnologico, più che da maggiordomo. Si aggiungeranno la misteriosa e bellissima Wonder Woman (Gal Gadot) e il cattivo di turno, Lex Luthor (Jesse Eisenberg), giovane e geniale imprenditore assetato di potere.

Quindi? Vediamo quello che ci è piaciuto: ambientazione molto cupa e quanto più realistica possibile, in netta differenziazione rispetto al mondo pop e colorato degli Avengers, e ancora più dark rispetto agli X-Men della Fox. Effettivamente si è trattata di una mossa necessaria, in un mondo già inflazionato di supereroi; musiche di Hans Zimmer davvero potenti (in linea col Cavaliere Oscuro per intenderci). Non aspettative battute (ne  abbiamo contate solo 2 -due!- in oltre 2h30 di film, se cercate atmosfere alla Disney qui non ne troverete e non che sia un male!). E Henry Cavill è davvero molto nella parte, degno erede di Christopher Reeve (dimenticato l’intermezzo Brandon Routh), credibile e spesso tormentato nelle sue responsabilità verso l’umanità. Alcune scene, l’attentato in senato in primis, sono davvero di impatto, un po’ il marchio di fabbrica di Snyder. Infine la tematica del divino contro l’umano, molto ben congegnata la sovrapposizione della mitologia storica (greca, egiziana, biblica) con quella del pantheon DC; e i continui rimandi all’attuale situazione di lotta al terrore.

Cosa ci è piaciuto meno: gli altri personaggi sono veramente abbozzi, e dire che soprattutto Batman ne ha di tempo sullo schermo: ma è un guazzabuglio di flashback, sogni, reazioni più o meno credibili, a meno che non abbiano voluto dargli una connotazione da anarchico quasi-psicopatico. Ci sembra invece che abbiano voluto mettere troppa carne al fuoco, e il modo con cui prima combatte Superman e poi si riconcilia lascia un po’ stucco per la velocità (con alcuni dialoghi fin troppo adolescenziali). Intendiamoci, Ben Affleck ha le physique du role, e si vede che ama i fumetti, e  che ama il personaggio; la stempiatura grigia  e lo sguardi disilluso gli dà una tonalità davvero nuova rispetto al Cavaliere Oscuro che abbiamo conosciuto (e occhio all’armatura di Robin nella batcaverna… rivela un particolare notevole). Invece, Jesse Eisenberg nei panni di Lex Luthor è davvero fuori luogo: sembra un Mark Zuckerberg impazzito (non a caso è l’attore di The Social Network), o un tentativo di imitare Heath Ledger nella sua famosa interpretazione del Joker. Non si capisce neanche quale sia il motivo per cui vuole sbarazzarsi di Superman.

L’ultima parte, poi, dove entra l’ultimo cattivo nell’innesto di un’altra famosissima storia della DC (e di cui non possiamo dire il titolo per evitare un mega-spoiler) ci sembra veramente inutile, se non per creare un finale allo stesso tempo spiazzante per lo spettatore e comunque scontato per gli sviluppi futuri.

Dunque? Secondo noi, complessivamente è un discreto film, ma decisamente deludente rispetto alle aspettative. Per ora The Avengers e gli X-Men (salvo un suicidio nel prossimo Apocalypse) dormono sonni tranquilli. Ma potenziale e spazio per recuperare ce n’è. VOTO: 6,5/10

Il Caso Spotlight – Un Caso da Oscar?

Il Caso Spotlight – Un Caso da Oscar?

Vincitore del recentissimo Premio Oscar 2016, dunque al centro della ribalta e dei riflettori, come giustamente sarebbe la traduzione di “Spotlight”, che è anche il titolo originale del film. Iniziamo subito col dire che stona moltissimo nel titolo italiano “Il Caso” messo prima di Spotlight: non è nessun "caso", ma è invece il team investigativo del Boston Globe su cui ruota la storia. Solo l'ultimo esempio di come i titoli in Italia siano davvero scelti a casaccio.

In realtà “il Caso” riguarda i ripetuti, storici, sistematici e criminali tentativi della Chiesa Cattolica, in particolare quella USA e di Boston (patria ufficiosa dei cattolicissimi discendenti degli Irlandesi immigrati nel 19° secolo oltremare), di coprire gli abusi di decine, se non centinaia, di preti, nei confronti di bambini delle loro diocesi. Vero e proprio “sistema” scoperto nel 2001 da un’inchiesta giornalistica USA, che, partendo da un caso, finisce con lo scoperchiare il proverbiale vaso di pandora.

Il team di Spotlight, guidato da Walter Robinson (Michael Keaton), dovrà farne parecchia di fatica, perché l’intera comunità di Boston, politici e polizia inclusi, si oppongono in modo strisciante ma implacabile, ed anche la magistratura ed il sistema giudiziale sembrano chiudere un occhio, e persino i giornalisti locali, tanto che ci vorrà un nuovo editore ebreo e da Miami (Liev Schreiber) a spingere Robinson ed i suoi a non fermarsi alle prime “mele marce”, ma ad andare fino in fondo.

Film accuratissimo da un punto di vista della ricostruzione storica della cronaca e dei fatti (tanto è vero che il film fa riferimento al crollo delle Torri Gemelle), ed anche le ambientazioni ed i costumi sono assolutamente fedeli a quella quindicina di anni fa (gli abiti e le scarpe hanno un curioso effetto “sformato” a riguardarli oggi); e ci sarebbe da dire che più che un film sulla pedofilia, dove in effetti se ne fa poco riferimento se non in poche interviste sostenute con le vittime; è un film sul giornalismo, un (ottima) versione aggiornata del capolavoro di Lumet, Tutti Gli Uomini Del Presidente, che quest’anno compie 40 anni. Davvero interessante (e appassionante) come viene effettuata la ricostruzione, la ricerca delle fonti, la ricerca dei collegamenti, nonché come sia ben delineata l’etica del mestiere di giornalista. Questo anche grazie alle performance dei vari Michael Keaton (impressionante come sia rinato dopo Birdman), Mark Ruffalo, Rachel McAdams, Liev Schreiber, ai quali aggiungiamo Stanley Tucci, nella parte dell'avvocato che forse pronuncia la frase più emblematica del film: “ci vuole una comunità per educare un bambino, così come ci vuole una comunità per abusarne”.

Lungi dall’essere un film sensazionalista (e avrebbe potuto esserlo, vista la tematica), la scelta è quella di appoggiarsi esclusivamente alla fattualità del racconto, e lasciare che sia la pura verità delle parole e dei numeri a raggiungere lo spettatore. Quasi un docufilm, ci sarebbe da dire, tanto che la stessa Chiesa Cattolica, pur non promuovendone la visione (tanto che, diciamoci la verità, in Italia è arrivato praticamente a fari spenti, e probabilmente sarà stato lo stesso in molti altri Paesi), ne ha pubblicamente apprezzato la sobrietà, segno che i tempi siano cambiati rispetto a L’Ultima Tentazione di Cristo o anche al Codice Da Vinci.

 

Capolavoro? No. Film molto stimolante, pulito, piacevole, tradizionale, anche istruttivo. Certo 40 anni dopo Tutti Gli Uomini Del Presidente forse ci saremmo aspettati un taglio registico diverso (ma Tom MCCarthy non sembra un grande innovatore, suo curriculum alla mano), ma di certo il coraggio c’è stato tutto, e quello sì che è da Oscar. Migliore comunque di almeno un paio di concorrenti ben più pubblicizzati. Suggerimento finale: non lasciatevi sfuggire nei titoli di coda la lista dei Paesi a cui si è allargata l'inchiesta. Indovinate chi mancaVOTO: 7,5/10 

Deadpool – Un Supereroe molto Super e poco Eroe

Deadpool – Un Supereroe molto Super e poco Eroe

Il primo cinefumetto targato Marvel (ma non Studios) ad arrivare in Italia nel 2016, è basato su uno dei fumetti più anomali del MarvelUniverse, ovvero Deadpool, che di supereroistico, a dire la verità, ha solo il costume ed i superpoteri, essendo un mercenario linguacciuto, sboccato e violento.

In effetti, il primo film di Tim Miller, si presenta più come un film di vendetta, che altro: quella di Wade Wilson (Ryan Reynolds), alla ricerca del medico che sì lo ha curato dal cancro, donandogli poteri rigenerativi sovrumani (alla Wolverine, che più di una volta viene citato nel film), ma sfigurandolo oltre ogni limite. Per poter tornare dalla sua amata Vanessa (Morena Baccarin), il suo piano è semplice: trovare il medico e costringerlo a curarlo. Peccato che il medico stesso (Ed Skrein), sia lui stesso un mutante chiamato Ajax, a capo di un pericoloso cartello di criminali.

Come è più di Ant-Man, Deadpool (che prende il nome dall’ultimo film della serie dell’Ispettore Callaghan), appartiene a quel filone di decostruzione del supereroe in chiave comico/satirica, prendendone in giro clichè e stilemi; ed aggiunge un bel po’ di violenza e scene di nudo che, a differenza di tutti gli altri film Marvel, lo rendono non proprio un film da bambini (negli Stati Uniti è un PG 13). In effetti, il film di Miller è quello che si chiama uno spoof (ovvero la parodia del genere, un po’ come lo erano stati L’Aereo Più Pazzo del Mondo, Top Secret, e i più recenti Scary Movie, Hero Movie). E, se la trama è veramente basic, c’è da dire che si ride , e pure parecchio: il gore e le battute esplicite saranno anche a tratti pesanti (e il cameo di Stan Lee è di sicuro il più estremo visto sinora!), ma senz’altro sono una ventata di freschezza rispetto all’umorismo stile The Avengers che più che ridere fa sorridere (essendo prodotti per famiglie), e gli amanti del genere saranno entusiasti di scoprire gli innumerevoli riferimenti al fumetto e ad altri film del genere (mitica la battuta sulla scelta del nome "Captain Deadpool? naa, solo Deadpool").

Soprattutto film in cui ha partecipato Ryan Reynolds, arrivato al quarto film basato su un fumetto della sua carriera (tutti flop o quasi): Lanterna Verde, Blade III, RIPD, e Wolverine Origins, dove interpretava… Wade Wilson/Deadpool, ma in una versione totalmente stravolta rispetto al fumetto (bocca cucita -sic- e katana al posto delle mani). Ha già annunciato è il suo ultimo (sarà vero?). A Reynolds, si aggiunge tutto il cast, nessuna stella, ma molto efficaci, su tutti il cattivo Ed Skrein, la bellissima Morena Baccarin (quella di Visitors), ed i simpatici TJ Miller e Leslie Uggams (i “Robin” di Deadpool. 

Curiosamente, si tratta di un film low budget (per gli standard Marvel… e spesso ci sono nel film battute su quanto sia stata parsimoniosa la produzione!) e, incredibile ma vero, funziona meglio di tanti altri: non solo il film su concentra su meno personaggi (pensiamo a come l’eccesso di personaggio abbia nuociuto agli ultimi Spiderman o agli ultimi due Iron Man), e questo aiuta a delinearli meglio, ma elimina tutti quegli effetti speciali che a volte niente aggiungono, anzi anestetizzano lo spettatore (ultimo Avengers). Aggiungiamoci l’umorismo che davvero fa ridere, qualche tocco come Deadpool che parla direttamente in camera (la “quarta parete”), e le origini che vengono integrate benissimo nella storia (ormai sono tutte uguali, soprattutto questa che nel fumetto è quasi uguale  Wolverine!) che, udite udite, è compressa in 1h45’ tutti tirati, lo rendono, sorprendentemente, uno dei migliori cinefumetti degli ultimi anni. Infine, lascia presagire interessantissimi sviluppi coi “reietti” dei Marvel Studios, ovvero gli X-Men. Dopo aver visto questo Deadpool,  attendiamo più che fiduciosi. VOTO: 7,5/10

Revenant Il Redivivo – 1823 Odissea negli Spazi

Revenant Il Redivivo – 1823 Odissea negli Spazi

Dopo Birdman dello scorso, Alejandro Inarritu, regista spagnolo ormai adottato da Hollywood, sembra a detta di tutti avviato alla conquista del suo secondo Oscar, con questo Revenant… E’ davvero così? E’all’altezza del suo precedente lavoro? Ma, sopratttutto, è un bel film?

Ecco, quest’ultima domanda è importante, e ce la teniamo per la fine.

Trama: 1823, regione del Missouri, Hugh Glass (Leonardo di Caprio) cacciatore e scout, guida una spedizione con lo scopo di portare a casa quante più pelli e pellicce possibili; ma vengono intercettati da una tribù di pellerossa, alla ricerca della perduta figlia del capotribù. Se ne salvano solo una dozzina e devono inoltrarsi in territorio inesplorato: purtroppo Glass viene attaccato da un orso e quindi lasciato indietro col figlio e altri due compagni, tra cui il cacciatore Fitzgerald (Tom Hardy),  fino alla sua morte o guarigione… o una via di mezzo. The Revenant racconta  la  sua estrema, inenarrabile e solitaria odissea per tornare in mezzo ai suoi simili, e per vendicarsi di chi lo ha tradito.

Cominciamo dai punti di forza che sono davvero molti: innanzitutto la fotografia, veramente splendida, anche grazie alla magnifica ambientazione dell’Alberta Canadese, magnifici spazi selvaggi e stupendi come un paradiso terrestre, e valorizzata in modo eccellente dal regista. Ci fa ricordare molto il Terence Malick di Nuovo Mondo, ambientato circa due secoli prima, stesso paradiso naturale, ma i rapporti coi nativi erano ben diversi: qui è evidente come ormai siano deteriorati, e improntati alla violenza di due popoli, uno predatorio, l’altro tutto teso alla sopravvivenza in un mondo che sta scomparendo. Notevole come alla lentezza che accompagna le riprese della natura, si sovrappongono le cinetiche, velocissime, movimentatissime riprese degli scontri. Il film c’è da dire, è estremamente violento ed esplicito, con alcune scene decisamente non per deboli di stomaco: in particolare, lo scontro con l’orso che debiliterà Glass è la scena di uno scontro con una belva la più feroce e realistica che si sia vista sullo schermo.  Il che ci porta al secondo pregio del film: le interpretazioni di Di Caprio (probabilissimo il suo primo Oscar, fuor di dubbio) e di Hardy sono notevolissime, così come di tutto il cast che, per volere di Inarritu hanno davvero dovuto sottoporsi alle ordalie che si vedono nel film, il freddo, l’acqua gelida, il nutrirsi di carne cruda (Di Caprio è peraltro notoriamente vegetariano), dipingono come non mai l’estremo istinto di sopravvivenza di questi esseri umani, messi a repentaglio dalla natura e dai propri ferocissimi simili (con l’eccezione di una persona che però sarà ripagata nel peggiore dei modi. Ovviamente, i francesi sono dipinti malissimo in un film spagnolo-americano, anche in tempi di solidarietà occidentale). E se le scene di natura ci ricordano Malick, qui siamo nel regno di Into The Wild combinato al crudo realismo de La Passione di Cristo. Le ferite sono davvero impressionanti e per niente risparmiate al pubblico. Completa il tutto lo score musicale di Ryuichi Sakamoto, molto azzeccato e mai invadente, che si alterna perfettamente ai suoni della natura, combinandosi in modo davvero mirabile.

Allora riprendiamo la domanda inziale: è un bel film?

Ecco il problema è nella parola “bello”: se il significato è meramente estetico, The Revenant è perfetto da quasi ogni punto di vista, immagini, musica, interpretazioni. Quello che vedi e senti è un’esperienza impressionante.

Ma se per “bello” si intende l’armonia della forma con quello della sostanza, la risposta è no, puro e semplice. La trama e lo sviluppo per oltre 2h30 di film è veramente ridotta al minimo, e dopo la sesta o la settima volta dove vedi Glass strisciare, cucirsi le ferite, cadere, rialzarsi, nell’acqua gelida, nella neve, a nutrirsi di quello che trova, allora la domanda sorge spontanea: “quando finisce?”. Ci spiace doverlo dire, ma un conto è la velocità del ritmo, un conto è la varietà del racconto. Nessuno si lamenta di 2001 Odissea nello Spazio, o La Sottile Linea Rossa o C’Era Una Volta In America, perché sono troppo lunghi e lenti, perché sono esperienze sensoriale E cerebrali fuori dal comune. Qui invece, diciamo la verità, succede molto poco (incredibile ma è così), e spesso ci si trova a sperare che Di Caprio si sbrighi ad arrivare in fondo per la più classica della resa dei conti (che non poteva essere diversamente),  e per di più (vogliamo esser sinceri) un po’ scontata per come si risolverà.

 

Se Inarritu ha voluto sottoporre gli spettatori ad un odissea sensoriale c’è riuscito, ma in quanto ad evocazione e riflessione, molto meno. Temiamo che alla fine di tutto questo, l’unica cosa che rimarrà impressa nella memoria saranno le ferite del protagonista. Dubito che ci sia qualcuno che vorrà rivedere the Revenant una seconda volta. Redivivo si, Rivedibile no. VOTO: 6,5/10

Il Ponte delle Spie – Giustizia e Pace, centimetro dopo centimetro

Il Ponte delle Spie – Giustizia e Pace, centimetro dopo centimetro

Torna sugli schermi Steven Spielberg dopo 3 anni: allora fu con Lincoln, stavolta con il Ponte Delle Spie. E se il primo era un biopic che molto parlava della Costituzione degli Stati Uniti e di quanto sia stato faticoso mantenere unito il popolo americano sotto di essa, questo invece racconta di come sia facile mettere da parte quelle regole universali che differenziano una democrazia da una dittatura.

Torna con Spielberg Tom Hanks (al loro quarto film assieme), che interpreta l’avvocato James Donovan, specializzato (fino ad allora) in negoziazioni assicurative: siamo nel 1957, guerra fredda, e riceverà un duplice incarico dal Governo degli Stati Uniti, prima dovrà difendere una spia sovietica arrestata su suolo americano, Rudolf Abel, successivamente dovrà negoziare (senza un coinvolgimento diretto degli USA) con i sovietici lo scambio con un pilota abbattuto in Unione Sovietica. Arrivato in Germania Orientale, dove risiede la famiglia di Abel, la faccenda si complicherà: uno studente americano è stato pretestuosamente arrestato per spionaggio, e le autorità della DDR vogliono scambiarlo con Abel.

In effetti, più che un film, si tratta di due film, il primo un thriller legale, il secondo un film di spionaggio ma visto dalla parte dei negoziatori. La prima parte ci ricorda molto lo sviluppo de Il Buio Oltre La Siepe, con l’avvocato di solidi principi democratici che difende un imputato che tutti vorrebbero vedere sulla sedia elettrica, incluso il giudice, il governo che lo ha nominato, e persino i suoi familiari, ed anche lo stesso Abel avviserà Donovan (di cui riconosce il valore morale) di essere più cauto. A differenza del film con Gregory Peck (che, nel 1965, aveva acquisito i diritti per portare sullo schermo la storia di Donovan, ma poi non se ne fece niente), in realtà Abel è realmente colpevole, il che naturalmente rende ancora più estremo e lampante come il diritto alla difesa sia uno dei principi inderogabile della giustizia in uno stato di democrazia.

A dire la verità, ci piace molto di più la seconda parte, con Donovan che, umilmente ma senza mai arretrare si trova a negoziare con burocrazie assurde, giochi di potere e persino con i propri committenti; un centimetro alla volta, senza mai arrendersi all’arroganza, alla freddezza, alla rabbia, senza mai perdere di vista l’unico principio universale che tutti gli uomini riconoscono come vero in cuore loro: la vita umana è importante e va preservata. Intelligente e empatico, scava con arguzia ma anche calore e con decisione, scavalcando gli interessi personali di ciascuna parte, trovando alleati e sponde dove apparentemente non ce ne sono.

 

Il Film di Spielberg è ovviamente ben girato (come potrebbe essere diversamente?) e ha tra i suoi punti di forza le splendide ricostruzioni d’epoca, soprattutto quelle della ex DDR; e sono molto belle le musiche di Thomas Newman (che per la seconda volta in 40 anni lavora con Spielberg al posto del fedele John Williams), oltre che naturalmente le interpretazioni degli attori principali: solida quella di Tom Hanks (ormai il nuovo James Stewart del cinema USA da qualche anno), molto sottile quella di Mark Rylance (Abel), candidato all’Oscar. CI sembra che stavolta il problema sia la discontinuità del ritmo in una trama così spezzata in due tronconi, a volte veramente la tensione narrativa scende troppo di ritmo, e per quanto è comprensibile come Spielberg abbia voluto creare i presupposti per il rapporto di “amicizia” tra i due protagonisti, l’armonia globale del film avrebbe giovato di una prima parte più asciutta, inclusa tutta la parte sul background di pilota e studente (gli ostaggi americani) che alla fine appesantiscono senza aggiungere niente. Una tendenza che in molto cinema USA sta prendendo piede. Film candidato all’Oscar come miglior film, Il Ponte delle Spie rimane comunque un buon film,  ma saremmo stupiti se portasse a casa la statuetta a danno degli altri concorrenti. VOTO: 7/10

La Grande Scommessa – Manuale di Finanza per Dummies (Siamo noi)

La Grande Scommessa – Manuale di Finanza per Dummies (Siamo noi)

“La Verità è come la Poesia. E alla maggior parte della gente la Poesia sta sulle palle”.

 

Questa frase, citata quasi all’inizio del film e, almeno a quanto riporta la citazione, è stata trovata nel bagno di un bar di Washington, racchiude in modo esemplare la grande illusione del sistema capitalistico occidentale, ovvero che tutti possano avere tutto, quando è chiaro e lampante anche ad un bambino che se vuoi un pezzo di torta più grande, qualcuno deve averne una più piccola. E se qualcuno la vuole cento, mille, un milione di volte più grande degli altri, qualcuno dovrà accontentarsi delle briciole o morire di fame.

Trama semplice: qualcuno si è accorto che banche, borse, politica, aziende di rating hanno escogitato un piano per fare soldi ai danni degli investitori ed iniziano ad accaparrarsi degli strumenti finanziari che frutteranno milioni quando il mercato scoppierà. Già sentita?

Curiosamente, proprio come le bolle finanziarie, sono ciclici i film che ci parlano di quanto siamo creduloni davanti alle istituzioni che niente producono eppure sono così rispettabili: le banche. E tutte le volte ci raccontano la stessa storia: sono crimini dove alla fine paga la vittima. Wall Street (1987), il caposaldo con Gordon Gekko profeta dell’avidità, e il suo seguito (2010), fino ai recenti Margin Call (che racconta esattamente la stessa storia, ma da un’altra angolazione) e The Wolf Of Wall Street.

Adam McKay dirige il suo primo film drammatico dopo qualche commedia e sceglie una tematica scomodissima, vedi la prima frase: cosa è veramente successo nel grande crollo finanziario del 2008, quello di cui stiamo appena rivedendo la luce alla fine del tunnel adesso? In che modo si stanno assicurando che quella crisi, che ha rovinato la vita di milioni di persone, e lasciato sulla strada altrettanti milioni non capiti mai più? Abbiamo imparato la lezione?

Visto che sappiamo la risposta, concentriamoci sul film, che davvero merita di essere visto: innanzitutto perché ci sono delle interpretazioni davvero splendide e con un lavoro di squadra ad orologeria, con una chimica tra i vari personaggi spettacolare: Christian Bale, il pazzo visionario che intravede tutto anni prima (e che paradossalmente ha un ‘occhio di vetro… ci verrebbe da dire che “In un mondo di ciechi un orbo è re.), , Ryan Gosling, il narratore del film, lo squalo con un gran senso dell’umorismo (la sua battuta: “se mi dici la differenza tra stupido e illegale, faccio arrestare mio cognato” ce la sentiremo parafrasata parecchie volte, ve lo assicuriamo); Steve Carell, anarchico investitore nichilista, alla seconda parte drammatica dpo Foxcatcher; e Brad Pitt, in una piccola ma significativa parte di quello che è uscito dal sistema.

Ma non illudiamoci: nessuno si salva. L’altro motivo per cui questo film merita di essere visto è per come l’orgia di numeri, definizioni finanziarie volutamente misteriose, smascheramenti di meccanismi di controlli finanziari incestuosi e inesistenti vengono raccontati con semplicità e in modo divertente (con alcuni simpaticissimi siparietti), ma la cosa peggiore è che nessuno -banche, agenzie di rating, la borsa - veramente nasconde niente, provare per credere su internet. La Verità è che vogliamo essere fregati. O meglio, speriamo non tocchi a noi, ma sappiamo che a qualcuno toccherà. Perché dovremmo diventare ricchi senza produrre niente di significativo? Da dove arriva la ricchezza finanziaria? E perché le banche hanno bisogno dei nostri spiccioli (per i loro standard, ovvio)?

 

Come disse il campione dei mondo di poker, Amarillo Slim sul sedersi ad un tavolo di giocatori che non conosci: « Se nella prima mezzora non capisci chi è il pollo, allora il pollo sei tu. » VOTO: 8/10