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Star Wars: Il Risveglio della Forza - 32 anni dopo, in una Galassia Lontana Lontana...

Star Wars: Il Risveglio della Forza - 32 anni dopo, in una Galassia Lontana Lontana...

Mai vista gente commuoversi al cinema ai titoli di testa. Già questo esempio la dice lunga sull’attesa che avvolgeva il settimo capitolo della più famosa saga stellare di tutti i tempi; neanche la trilogia del prequel era riuscita nell’intento, un po’ perché solo qui si sapeva che sarebbero stati presenti la maggior parte degli attori principali della saga originale, e un po’ perché solo ora, a 38 anni dal lancio del primo episodio, la maggior parte di quelli che l’avevano vista da bambini adesso in sala portavano i loro figli a vedere i “veri” Luke, Ian e Leia.

La trama è semplicissima: un nuovo Impero è sorto dalle ceneri del vecchio, e stavolta si chiama Primo Ordine. Con il nuovo Lato Oscuro, il Leader Supremo Snoke ed il suo nuovo potente Darth Vader, (che si chiama Kylo Ren), la sua nuova Morte Nera, le sue truppe in armatura bianca. Ma la speranza rinasce, in una Galassia lontana lontana… una nuova generazione di Resistenza. Ma solo apprendendo i segreti della Forza la Resistenza ha speranze di rovesciare il Lato Oscuro e l’ultimo maestro Jedi, che potrebbe insegnarli, si è nascosto da qualche parte nell’universo: Luke Skywalker (Mark Hamill). Entrambe le parti lo cercano, ovviamente per motivi opposti.

Cominciamo subito dalle buone notizie, ed è un piccolo spoiler, Jar Jar Binks, il personaggio più stucchevole e insopportabile della saga, non c’è. Dobbiamo ringraziare il regista JJ Abrams per questo? Molti fan avevano storto la bocca quando hanno saputo che sarebbe stato il regista dei reboot di Star Trek (sacrilegio!) ad occuparsi del settimo episodio (cosa che non succederà nei due capitoli conclusivi), e molti erano stati i dubbi sull’effettiva libertà che si sarebbe potuta prendere nella produzione ammiraglia della Disney (ancora di più di The Avengers o di qualunque animazione targata Pixar). Questo infatti è  tutti gli effetti un sequel, non un reboot, quindi nessun revisionismo era realmente possibile (a differenza di Star Trek).

Dobbiamo riconoscere ad Abrams che è stato effettivamente molto abile nel riproporre sapientemente i topoi della serie originale, che si svolge, anche cronologicamente, esattamente a una trentina di anni da il Ritorno dello Jedi; e a tenere il salvabile della trilogia prequel che, effettivamente, solo nel terzo episodio era stata soddisfacente: quindi aspettatevi pianeti desertici, macchine e robot immaginifici e uniformi acronistiche consolidate e non, mix di razze aliene, e ovviamente le magnifiche musiche di John Williams… con l’innesto delle nuove generazioni su quelle vecchie, peraltro in omaggio al politically correct, visto che i nuovi protagonisti sono una ragazza (Daisy Ridley), un nero (John Boyega) ed un ispanico (Oscar Isaac) più il bianco (Adam Driver, che è il cattivo, ovvero l’erede di Darth Vader). Del resto la Disney è la Disney: e se i primi 20-30 minuti vi assicuriamo che vi faranno presagire il peggio (stile Phantom Menace,per intenderci), con questi “ragazzini” impegnati in inseguimenti e in battute da pubblico sotto i 14 anni, fortunatamente il film cresce fino al climax finale. Merito? Saremo di parte, ma il film decolla con Harrison Ford, Ian Solo che entra in scena col fido Chewbacca: allora sai che la Forza è tornata per davvero (anche se tecnicamente Ian Solo non è un Jedi, ma chi se ne frega). Il vecchio leone è perfetto nell’ammantare di aura mistica il nuovo episodio, e le scene con la principessa Leia (Carrie Fisher), ormai entrambi ultrasessantenni, sono veramente intense per tanti versi.

E poi, tra le tante citazioni e easter egg (una su tutte: la sfera di allenamento dei Jedi – ma occhio, perché si vede per un secondo), X-Fighters contro Tie Fighters, spade laser, C3PO e R2D2 (con, e questo è un tocco piacevole, il suo erede BB8), Bene contro Il Male. Alla fine i conti tornano.

 

Mantenute le promesse? Sì. Capolavoro? Ancora no, ma il finale ci lascia presagire che La Forza si è davvero risvegliata. VOTO: 7,5/10

Mr. Holmes: Il Mistero del Caso Irrisolto – L’Ultimo Caso di Sherlock

Mr. Holmes: Il Mistero del Caso Irrisolto – L’Ultimo Caso di Sherlock

Interessante come il titolo originale del film seguisse pedissequamente quello del libro di Mitch Cullin “un Impercettibile trucco della mente”. Interessante perché: 1. Forse si perde il vero succo del film, che prende le mosse dalle incredibili capacità di lettura dei dettagli del protagonista, l’arcinoto Sherlock Holmes; 2. Sottolinea con il prefisso, che si vuole scavare nel “vero” Sherlock Holmes, che , pur essendo un personaggio letterario, era un essere umano con i suoi limiti e i suoi difetti.

Bill Condon, dirige per la seconda volta il titanico Ian McKellen dopo Demoni e Dei  1998 (Oscar per la Miglior Sceneggiatura), oltre che la sua attrice prediletta Laura Linney (alla quarta collaborazione).

Il personaggio di Sherlock Holmes, che ormai è nato quasi 130 anni fa, sembra aver avuto un’interessante rinascita in questa decade, sia al cinema con la versione adrenalinica di Guy Ritchie (e Robert Downey Jr. mattatore), sia in ben due versioni TV, la trasposizione moderna con Jonny Lee Miller e quella più classica con Benedict Cumberbatch. Nessuno di questi, però, aveva avuto l’idea di far vedere uno Sherlock ormai 93enne, ritiratosi sul mare, solo, fragile ed amareggiato, e sull’orlo della perdita delle sue capacità mentali, suo vanto ed eccellenza. Due le cose che gli riempiono la vita: il rapporto col piccolo Roger, figlio della badante, al quale trasmette l’arte dell’apicoltura e dell’osservazione; e la sua ultima missione: cosa lo ha costretto ad abbandonare la sua carriera di investigatore 35 anni prima? Sembra persa in partenza la sua battaglia con l’Alzheimer, ma non desisterà, e sarà l’ultimo caso della sua vita.

Film British a tutti gli effetti, quindi grandissime interpretazioni, e buoni dialoghi seppur un po’ teatrali, storytelling però molto lento, e a tratti da fiction. Lo stile di Condon, qui è proverbiale, e tanti lo ameranno quanto lo odieranno. Che dire di McKellen? Ormai è un monumento,il suo volto è una maschera in grado di invecchiare e ringiovanire col semplice alzarsi di un sopracciglio, e ancor di più stupisce la sua capacità di comunicare attraverso il non detto. Le sue interazioni col piccolo Milo Parker (promettente talento in erba) e con la Linney (attrice di rara intelligenza e versatilità) sono il punto di forza del film, così come la rievocazione degli anni’40, semplice e pulita.

 

Dove probabilmente zoppica il film , paradossalmente per un prodotto UK per di più basato su un romanzo, è proprio la sceneggiatura: e se davvero struggente è l’epifania del vecchio Sherlock, che capisce come la logica e le fredde convenzioni siano una religione senza gioia, e una schiavitù priva di senso verso il nostro prossimo (quanto dolore inespresso quando afferma che ha perso Watson, senza neanche salutarlo), molto meno efficaci sono i flashback, sia quello dell’effettivo caso Kelmot (la sua ultima missione), sia quello del suo viaggio in Giappone, che davvero così come è presentato, appare davvero posticcio e con forse l’unica motivazione di preparare la scena finale. Molto più funzionale, invece, l’espediente di Holmes che si rivede al cinema, in una specie di prisma suo passato “bidimensionale”; e dismessi cappello da cacciatore e pipa, si spoglierà finalmente dei suoi pesi prima di risolvere il suo ultimo caso: quello della felicità perduta. Elementare, Watson: la vita viene prima. VOTO: 6,5/10

The Visit – Le Streghe Son Tornate (?)

The Visit – Le Streghe Son Tornate (?)

Torna sul grande schermo, M. Night Shyamalan, regista di origine indiane che a cavallo tra gli anni 90 ed i primi 2000 sfornò una serie di titoli davvero niente male come Il Sesto Senso, Unbreakable, Signs e che lo additarono come il prossimo Steven Spielberg per fotografia, ambientazioni e capacità di suspence nel pubblico. Purtroppo queste promesse non furono mantenute. I suoi ultimi lavori (citiamo solo After Earth, per fare un esempio) sono stati mediocri a dir poco e la sua carriera è andata decisamente a picco.

Comprensibile che, quindi, The Visit possa essere approcciato con un certo pregiudizio: sarà un film del primo Shyamalan o del secondo Shyamalan?

Ma andiamo con ordine: Rebecca e Tyler vanno a trovare i nonni sperduti nella campagna della Pennsylvania, e si tratta della prima volta che le due generazioni si vedono. Infatti, la madre era letteralmente fuggita di casa all’annuncio del suo fidanzamento con quello che poi diventerà il suo ex-marito, per non ripresentarsi mai più dai suoi. Tutto bene il primo giorno, fatta di passeggiate e biscotti casalinghi; ma già la prima notte la nonna comincia ad avere dei comportamenti inspiegabili. Ed il nonno sembra avere molti segreti da nascondere nella casa… saranno 5 notti e 5 giorni molto lunghi per i due ragazzi.

The Visit è girato nello stile che da The Blair Witch Project in poi sembra uno dei generi più in voga per l’horror, ovvero il finto documentario: Rebecca e Tyler vanno in giro riprendendo con le loro videocam, col pretesto narrativo che vorrebbero ricavarne un racconto per la mamma. In effetti, il film conta molto sulle aspettative dello spettatore, che ovviamente anticipa cosa potrebbe succedere e quali sono gli indizi, gioco che effettivamente funziona molto bene: basti pensare all’ossessione della nonna affinchè Rebecca pulisca il forno entrando completamente dentro (ricorda qualcosa?) o ai racconti del nonno sulla “cosa bianca con gli occhi gialli” (che sarà rivelata in fondo per pochi secondi, quindi occhi aperti). La paura e la tensione derivano più dall’immaginato che dal visto, come ci insegna Lovecraft.

Due gli elementi narrativi originali in un film che effettivamente richiama molti stilemi del già citato The Blair Witch Project, ma anche di Paranormal Acitivity e L'Ultimo Esorcismo: innanzitutto gli intermezzi leggeri di Tyler, giovane rapper in erba, che, sebbene a volte un po’ stonati, rendono più variegato lo sviluppo; in secondo luogo, il tentativo di Rebecca di riconciliare la madre coi nonni, attraverso il link emotivo dello storytelling: raccontare per accomiatarsi dal nostro passato (che accomuna questo film con Il Sesto Senso).

Una cosa la anticipiamo, e che forse è la nota più piacevole di quello che alla fine è un buon film anche se ampiamente imperfetto (per riprendere la domanda iniziale, diciamo che si tratta di uno Shyamalan 1.5): il ritmo sincopato che caratterizza il regista, abbinato al rovesciamento finale delle nostre convinzioni, grazie ad un colpo di scena presentato con una pulizia e semplicità tale da essere disarmante.

 

A volte l’orrore fa parte della vita indipendentemente da orchi e streghe, invecchiare da soli nel decadimento del corpo e della mente (magari in una “maledetta provincia” come dicono nel film) fa più paura di qualsiasi mostro immaginario. VOTO: 6,5/10

Spectre – Bond, James Bond nr. 24

Spectre – Bond, James Bond nr. 24

Eccoci qui, episodio 24. No, non stiamo parlando di The Walking Dead o House Of Cards o di qualunque serie televisiva, ma della più longeva franchise del mondo del cinema, ovvero Bond, James Bond. Alla seconda regia del personaggio di Fleming uno dei migliori registi al mondo, il Sam Mendes di American Beauty e Era Mio Padre, alla sua quarta apparizione come protagonista Daniel Craig.

Stavolta il nostro eroe si carica sulle spalle la vendetta (privata) nei confronti del suo vecchio capo, uccisa in Skyfall, e scalerà una potente organizzazione criminale e politica, con a capo l’enigmatico Oberhauser, che scoprirà essere una sua vecchissima conoscenza. Al suo fianco, la figlia del suo antico nemico Mr. White; a coprirgli le spalle, il nuovo capo M, la fidata assistente Moneypenny e il genio tecnologico Q, visto che l’M16 è adesso in pericolo di essere assorbita dall’Intelligence, che non approva le missioni di 007

Probabilmente non è onesto fare troppi confronti col passato, ma alla fine dei conti, chi non va al cinema per vedere un film di 007 con il suo modello pre-costituito? Lasciamo stare che il tema della vendetta privata e clandestina non è nuovo alla serie (ne ricordiamo uno con Timothy Dalton 25 anni fa), ma come minimo il confronto vacon l’ultimo episodio, ovvero Skyfall, visto che ne è una continuazione e visto che era risultato essere uno dei migliori degli ultimi anni, con un Bond fragile e umano, e un concept completamente rivitalizzato da Sam Mendes.

Ebbene, Spectre risulta essere molto più tradizionale come impianto: i fan apprezzeranno i continui rimandi alla tradizione, come ad esempio il prologo (ovvero la scena prima dei titoli di testa) che non potrà non ricordare Vivi e Lascia Morire (fantastica canzone di Paul Mc Cartney, tra l’altro), o la cicatrice finale (e il gatto bianco) del megacattivo di turno.

Purtroppo, però, Spectre è un bel passo all’indietro rispetto al precedente, e si sviluppa come un videogioco più che come un film coeso: inizio missione (in Paese esotico), entrata in scena di 007 (vestito sempre fighissimo), combattimento, premio/indizio, passaggio alla missione successiva. Alla fine, qualche sbadiglio è inevitabile. Sorprende che sia un regista raffinato come Mendes a mancare il bersaglio della narrativa, laddove invece la parte della fotografia e della confezione in generale è impeccabile come sempre. 

Visto il cast, colpisce anche quanto anonime risultino le interpretazioni: Daniel Craig torna ai suoi livelli abituali (medio-bassi, ce ne prendiamo la responsabilità. La sua camminata a gambe larghe fa rabbrividire), Ralph Fiennes nei panni del nuovo M se la cava, insipida Lea Seydoux nella parte della compagna di avventure e, udite udite, pure Christoph Waltz come Oberhauser buca la parte, credo per la prima volta nella carriera, segno che è il film che fa acqua a più livelli. Si salva Ben Whishaw, il genietto Q, che invece ravviva il tutto con una caratterizzazione precisa e fuori dal coro; inutile dire di Monica Bellucci, 5 minuti di parte, la maggior parte, di troppo. Complimenti, però, a 51 anni non solo è più vecchia di James Bond (e la più vecchia BondGirl della serie), ma fa ancora la sua splendida figura (recitazione a parte).

 

In definitiva: tradizionalissimo episodio (anche la canzone di Sam Smith sembra già sentita), delusi chi sperava ad un seguito all’altezza di Skyfall, contenti i fan della serie, che lo troveranno particolarmente liturgico ed esegetico. Ci sarà un seguito? Tranquilli (!), ci mancherebbe. Purtroppo. VOTO: 5/10

The Lobster- Rituali di Ordinaria Follia

The Lobster- Rituali di Ordinaria Follia

Talvolta iniziare dalla trama non solo è buon senso, ma è un must. Questo è proprio il caso di The Lobster. In un futuro o in un luogo più o meno lontano, i separati o coloro che sono rimasti single decidono di trascorrere un certo periodo in un bellissimo resort sulla costa, dove possono fare sport, varie attività ricreative e conoscere eventuali nuovi partner. Cosa c’è di strano? Che hanno 45 giorni per farlo, altrimenti vengono trasformati in un animale a loro scelta (!)… e uno dei giochi che vengono praticati nel resport è quello di andare a caccia di un altro strano gruppo: quelli di coloro che hanno scelto di rimanere single, vivendo nei boschi.

David, in particolare, (un Colin Farrell imbolsito a dovere) ha scelto di divenire, in caso di fallimento della propria ricerca di una nuova compagna, un’aragosta. Dopo un tentativo altrettanto fallimentare di convivenza, non gli resterà che scappare nei boschi ed entrare nella nuova tribù…

Ora, evidentemente e come dicevamo, la trama di The Lobster è decisamente particolare, al limite dell’assurdo, e questo rende l’operazione particolarmente ipnotica, almeno all’inizio: una voce fuoricampo, femminile (poi scopriremo di chi è) racconta delle peripezie del povero David, del suo stingere amicizia con due compagni di avventura/sventura, delle sevizie (alcune davvero crudeli) a cui viene sottoposto nella sua permanenza al resort, e di come la sua situazione non migliori così tanto passando dall’altra parte della barricata. L'opera del regista greco Yorgos Lanthimos sta proprio nel creare un vero e proprio teatro dell’assurdo dove quello che succede nella realtà, seppure distorto, appare mostruoso ma solo apparentemente diverso da quello che succede nella società contemporanea: ovvero, la parte conformista e tradizionale di ricerca di una famiglia, chi più per convenienza che per amore; e l’ostracismo riservato a coloro che decidono di non farne parte. Intendiamoci, entrambe sono tribù con rituali parimenti bizzarri: di là lo sfregamento dei genitali da parte dei camerieri per eccitare gli ospiti, piuttosto che l’assistere a spettacoli educativi sul vivere in coppia o l’ossessione nel trovare cose in comune, anche se superficiali; di là il ballare da soli, lo scavarsi una fossa e la criminalizzazione di coloro che cercano affetto reciproco. Una cosa hanno in comune: la violenza, il sangue che scorre volutamente o no (in alcuni casi eccessivamente), sublimazione di una violenza, non sempre esplicitata ma finalizzata alla sottomissione dell’individuo.

In questi casi, la domanda è sempre la stessa: bella l’idea, ma il film vale la pena o no? Un po’ come La Fattoria degli Animali di Orwell o Il Rinoceronte di Ionesco, come coniugare profondità e leggerezza in un impianto così carico di simboli? The Lobster ci riesce a metà: ottima la prima parte, come dicevamo, lo spettatore è quasi ipnotizzato da questo mondo con queste regole incomprensibili, che poi diventano più chiare e organiche: ma quando il gioco di parallelismo reale/assurdo è svelato, il film si spegne, e la seconda parte (David che entra nella comunità dei single) fa affiorare qualche sbadiglio. Ci si aspetta un climax che di fatto non arriva… e quindi, come si suol dire: il gioco è bello quando dura poco.

 

The Lobster, una specie di Viaggi di Gulliver nell’odierno mondo sentimentale, ha il grande pregio di una trama coraggiosa, ma alla luce dei fatti, rimane fin troppo un’opera fredda, quasi da operazione entomologica di questi strani insetti sociali che sono gli essere umani. Per fare esempi di film affini nel mood assurdo, stesso difetto di Lei di Spike Jonze, ottimamente affrontato invece in Lars e Una Ragazza Tutta Sua. Tante le immagini che rimangono sospese (l’abbattimento del cavallo all’inizio del film?), spesso si ride amaro, a volte qualche pretesa intellettualistica di troppo. Come un’aragosta: per quanto interessante, è difficile affezionarsi a questo film. VOTO: 6,5/10

Black Mass (L'Ultimo Gangster) – Cieli di Piombo a Boston

Black Mass (L'Ultimo Gangster) – Cieli di Piombo a Boston

Sembra proprio che dopo Chicago, New York, Los Angeles, sia il turno di Boston ad essere location d’elezione dei crime movies d’oltreoceano. E dire che la bella città del Massachussets fino a poco tempo fa era conosciuta per essere una delle culle della Rivoluzione Americana, la festa di San Patrizio, la città di Harvard e del MIT, e una delle capitali del basket con i mitici Celtics. Invece, da qualche anno, ispira film sul crimine, quasi sempre di buona o ottima fattura.

Black Mass, terzo film del regista Scott Cooper, a differenza dei predecessori più illustri (The Departed, Mystic River, Gone Baby Gone, The Town, Cogan), è basato su una storia vera, trattando della parabola di James “Whitey” Bulger (Johnny Depp), pericoloso ganster di origine (ovviamente) irlandese dal 1975 fino alla metà degli anni ’80 e della sua –incredibile, per quanto durò e come furono tollerati i suoi crimini più efferati- attività come informatore del FBI. Amico di agenti FBI (in primis  John Connolly, di origine irlandese come lui) e fratello di un senatore (evidentemente, la realtà supera la fantasia non solo in Italia), Bulger aiutò sì l’FBI a sgominare alcune gang di Boston, ma continuando le sue attività criminose per oltre 10 anni, incluso 19 omicidi.

Cast superlusso per Black Mass (curiosità: il riferimento alle Messe Nere non ha a che fare con riti satanici, ma connette la “sacrilega” alleanza tra FBi e crimine, con l’abbreviazione di Massachusetts): al di là di Johnny Depp,  sono presenti Benedict Cumberbatch, Kevin Bacon, Joel Edgerton, Peter Sarsgard, Dakota Johnson… evidentemente, i presupposti per un film che poteva essere epico c’erano già in fase di casting. Scott Cooper, già regista di Crazy Heart e Il Fuoco della Vendetta, dirige con precisione e professionalità una storia dal grande potenziale e che suscita grande curiosità già in fase di trailer, disegnando una Boston dalle atmosfere plumbee. Peraltro al suo primo weekend in Boston, Black Mass segna più di 2M di Dollari al botteghino (per rivedere i bei vecchi tempi immagino?).

Immagino si capisca l’antifona. Black Mass fallisce, e di parecchio, il livello dei film citati sopra, lontano anni luce da The Departed, ma prendendo punti persino da un’opera molto meno eccelsa come Cogan. Certo, si tratta di una storia vera, per dipiù con molti protagonisti ancora in vita, dunque era necessario rispettare una certa veridicità dei fatti (peraltro contestata), ma il problema fondamentale sta nello sviluppo e nella trama piatta e, solite scene di cervello appiccicati al vetro delle auto post-sparatoria incluse, senza davvero colpi di scena di memorabili (l’unica, forse, è l’omicidio da parte di Whitey della giovane prostituta sotto lo sguardo inflessibile del suo amante/patrigno. Scena che si concentra, mirabilmente, sullo sguardo di quest’ultimo) e, quel che è peggio, senza neanche dialoghi memorabili.

Johnny Depp (ancora gangster dopo Blow e Nemico Pubblico) gioca praticamente da solo, con una prestazione anche questa volta di ottimo livello: i suoi sguardi freddi e imprevedibili sono la parte migliore del film, ricordando un po’ il Joe Pesci di Quei Bravi Ragazzi che sembra decidere all’ultimo minuto se ridere ad una battuta o ammazzare chi l’ha pronunciata. Violento ed estremo, il suo Whitey regge bene un film senza sussulti, ma il resto del cast sembra non sapere cosa fare per risollevare una trama così piatta (se non fare il proprio lavoro). In particolare Joel Edgerton, attore piuttosto sopravvalutato, e Dakota Johnson (che conferma, purtroppo, il livello di Cinquanta Sfumature di Grigio).

 

Peccato, i presupposti per un altro ottimo crime movie bostoniano c’erano tutti, invece la noia e lo sbadiglio sono sempre dietro l’angolo, come un piovoso pomeriggio irlandese. VOTO: 5,5/10

The Martian - Houston, Abbiamo Ancora Un Problema

The Martian - Houston, Abbiamo Ancora Un Problema

Dopo il flop di Exodus, Ridley Scott doveva in qualche modo “andare sul sicuro” e quindi eccolo alla regia di The Martian, film ambientato nel futuro e nello spazio, vedi i vari capolavori del maestro britannico Alien e Blade Runner, al quale aggiungeremmo il sottovalutato Prometheus di qualche anno fa.

In realtà, le analogie finiscono qua, perché The Martian non ha niente in comune con la fantascienza se non le ambientazioni e molto di più appare in linea con Apollo 13 o Gravity o addirittura Moon, ma anche con film che con lo spazio hanno niente o quasi a che fare come Cast Away oppure All is Lost.  Insomma, Neil Armstrong versione Robinson Crusoe.

Mark Watney (Matt Damon), astronauta della missione Ares III sul pianeta Marte in un prossimo futuro, viene creduto morto e abbandonato dai suoi compagni sul pianeta stesso. Mark dovrà trovare un modo di sopravvivere all’interno della base, dove scorte e viveri sono garantiti per 31 giorni, perché la prossima missione atterrerà sul pianeta tra 4 anni. Quando riesce a mettersi in contatto con la Terra, la sua situazione migliorerà solo marginalmente. Il tempo e la solitudine giocano a suo sfavore: ma la sua intelligenza, la sua volontà e le sue conoscenze da botanico e ingegnere sono armi formidabili.

Non aspettatevi alieni (nonostante la regia di Scott) e vita indigena sul pianeta, o rivelazioni eretico-religiose, The Martian è un film che ha come principale tema l’indomita volontà di sopravvivenza dell’uomo e, in qualche modo, il messaggio che questa dipenda non solo dagli sforzi dell’individuo, ma dalla sinergia di un’intera specie, il genere umano, che, in una metafora non così nascosta, dovrà fin troppo presto capire come nutrirsi in un futuro meno lontano di quello che pensiamo. Pur non troppo innovativo come ambientazioni e impatto visivo (vedi Mission to Mars o Red Planet) ,The Martian ha però il pregio di realizzare il film di sopravvivenza e solitudine mai facendo ricorso  al tema fideistico come quasi sempre è capitato in questi casi  ma sempre al potere della volontà e dell’atteggiamento dell’Umanità in situazioni disperati: “un problema dopo l’altro, e se ne risolverete abbastanza tornerete a casa”, come concluderà ad un certo punto Mark.

Proprio Mark, nell’interpretazione di Matt Damon ha un cardine fondamentale, e pensare che il buon Matt aveva inizialmente rifiutato la parte in quanto troppo simile alla sua ultima interpretazione Interstellar (solo in apparenza però). E meno male, perché il suo Mark, geniale scienziato dalla volontà di ferro e che odia la disco music (dopo Guardians of the Galaxy dello scorso anno, ecco un altro film spaziale con colonna sonora  anacronistica), è ciò che fa la differenza con Gravity di qualche anno fa, con Sandra Bullock che evidentemente non ha lo stesso impatto e intensità di Damon. The Martian, sia dal lato della storia su Marte, sia dal lato della storia sulla Terra (ovvero come lavorano per trovare soluzioni), funziona molto bene e, seppur decisamente in debito nei riguardi di Apollo 13 per tantissimi versi, è comunque: a. sufficientemente originale; b. tesissimo: oltre 2h20’ mai noiosi e spesso senza far ricorso ad espedienti scontati; c. dotato di un umorismo un po’ nerd, ma molto efficace e con continui riferimenti alla cultura pop vintage (come musica, videogames,  fumetti e, parte più simpatica, altri film su missioni spaziali come Alien –occhio anche ai titoli iniziali- e lo stesso Apollo 13)

Molto bravo il cast di contorno, con una spanna sugli altri Jeff Daniels e Chiwetel Ejiofor nella parte dei capi della NASA, ma anche Jessica Chastain, il volitivo e materno capitano Lewis, peraltro vista con lo stesso Damon in Interstellar.

 Insomma un film holliwoodiano nella sua forma migliore di intrattenimento intelligente. Houston, abbiamo ancora un problema. Finalmente! VOTO: 8/10

Sicario – Oltre ogni Confine

Sicario – Oltre ogni Confine

Benicio Del Toro in una storia di Messico & Droga? impossibile non pensare a quel gioiello che fu Traffic di Steven Soderbergh ormai 15 anni fa, in un’interpretazione a dir poco monumentale del grandissimo attore portoricano (meritatissimo oscar in quella occasione). 

Grandissime aspettative dunque, anche se Sicario si presenta subito come un film da outsider,  un po’ per il regista (Dennis Villeneuve del bellissimo, ma praticamente ignorato Prisoners di due anni fa), un po’ per la presenza di ottimi attori nessuno di grande richiamo (il succitato Benicio, ma anche Josh Brolin e Emily Blunt). 

Proprio l’attrice britannica è il perno di questa storia: Kate Macer, agente FBI prestato in un’operazione anti-droga, ben presto si scoprirà sconfinare in ambiti molto ambigui, e non solo perché si tratta del confine tra USA e Messico. Kate è affidata a Matt Graver (Brolin) e appunto Alejandro (Del Toro), Influenti, misteriosi e poco ortodossi, la scorteranno in angoli molto oscuri della giustizia e della ragion di stato: obiettivo snidare il potentissimo capo del Cartello di Juarez, Alarcon. Ma chi sono veramente questi due? Questo sarà il vero thriller. 

Sicario è un film che, pur nei canoni dell’action movie/police movie, fa della tensione il suo punto di forza: impossibile non rimanere incollati allo schermo, anche perché le soluzioni narrative scelte da Villeneuve sono spesso imprevedibili e sempre inquadrate da un punto di vista anomalo, visto che la protagonista, pur essendo un’ottimo poliziotto, spesso si trova in vere e proprie situazioni di guerra urbana dove è realmente un pesce fuor d’acqua (in mezzo ai “lupi” parafrasando Alejandro). La lunga sequenza del primo viaggio a Juarez, in mezzo a  corpi mutilati esposti nelle strade (controllate sul web… eventi che capitano realmente da quelle parti!), un traffico perennemente congestionato e che si conclude con uno scontro (incredibilmente chirurgico) proprio alla frontiera è assolutamente straordinaria e fa intuire in quale abisso Kate stia per sprofondare, fisicamente e moralmente.

Tutto davvero di alto livello in Sicario: trama, interpretazioni, fotografia (alcune davvero di pregio… i soldati che si immergono nell’oscurità del crepuscolo sono un gioiellino) e musica (tesissima, appropriata e mai invadente). Insomma, Villeneuve fa ancora centro. 

Ancora monumentale la prestazione di Benicio Del Toro, che riempie piano piano il film fino a diventarne il protagonista: bello come parta come figura di contorno ( la prima inquadratura sembra casuale, semplicemente di sbieco), poi via via  cresce, occupa lo spazio anche emotivo della storia ed infine ne diviene sempre più la colonna portante fino a diventarne l’elemento risolutore. Quando arriverà allo scontro finale la pistola sarà appoggiata un  ultimo secondo sul cuore per sentirne il rinculo, prima di un sospiro quasi definitivo. Ancora un oscar in arrivo?

Proprio l’orrore della normalità in cui si muove Kate è la cifra stilistica scelta dal regista per connotare Sicario: soldati che combattono una guerra dove la guerra non è mai stata dichiarata, poliziotti che lottano o a volte lavorano a fianco di quelli con cui dovrebbero lottare, potenti boss che vivono, ammazzano e vengono ammazzati in tranquillità, persone che vivono la loro vita in mezzo al traffico di auto e proiettili come se fossero la stessa cosa. Non a caso, Villeneuve sceglie un fil rouge molto particolare nel film, il poliziotto corrotto Silvio che alterna il servizio (dall’una e dell’altra parte) con le partite di calcio del figlio, e una scena finale di questa partita tra bambini in un campetto polveroso (e la polvere permea tutto il film sporcando la luce del sole ovunque, chissà forse un riferimento a quella polvere per cui si combatte in queste terre di confini piuttosto selettivi) che in qualche modo richiama proprio quello di Traffic (era baseball in quel film). Solo che li, negli Stati Uniti, al di là del confine, era tutto bello, di qua, in Messico, ci si ferma un attimo quando si sentono gli spari. Giusto un attimo. VOTO: 8/10

Fantastic 4 - Preparatevi al Fantastico (oppure no)

Fantastic 4 - Preparatevi al Fantastico (oppure no)

Anche i mitici Fantastici Quattro (pubblicati in Italia la prima volta nel 1970), non sfuggono alle regole del marketing globalizzato, e così dopo Spiderman (ex- Uomo Ragno), The Avengers (ex Vendicatori) e persino Capitan/Captain America (capirai lo sforzo), anche la primissima creazione di Stan Lee e Jack Kirby diventano Fantastic Four (anzi Fant4stic) per il pubblico italiano.

Personaggi particolari (non hanno identità segrete e neanche costumi veri e propri a dire la verità) e piuttosto conservatori (sono in pratica la trasposizione supereroistica della famiglia tradizionale USA)  del panorama Marvel, i nostri eroi sono alla quarta incarnazione sul grande schermo, dopo una versione abortita, clandestina e semi-mitologica degli anni 90 (firmata niente poco di meno che da Roger Corman), e due versioni molto indirizzate al pubblico teen dei primi anni 2000 (non particolarmente riuscite, ma che perlomeno hanno il merito di aver fatto apparire l’iconico Silver Surfer al cinema).

A dire la verità, già dalle prime visioni semi-private da critici e specialisti di cinema, questa opera di Josh Trank (unico altra suo credit, il quasi supereroistico Chronicle), è stato uno dei film più stroncati a memoria d’uomo del genere e non solo (credo il solo Ghost Rider 2 abbia fatto peggio), e quindi appena sbarcato da noi, non godeva certo di un buon viatico.

Ma è davvero così brutto?

Cominciamo dall’inizio: Reed Richards, geniale inventore teen ager, scopre accidentalmente un teletrasportatore in un’altra dimensione: col supporto dell’amico fraterno Ben Grimm, il sanguigno Johnny Storm, la sorella di lui Sue, e l’amico/rivale/genio pure lui Victor Von Doom, riesce a piantare per la prima volta la bandiera a stelle strisce nel mondo alieno. Ma, ca va sans dire, un incidente di percorso li trasformerà tutti pesantemente, benedicendoli (e in un paio di casi, maledicendoli) con superpoteri straordinari. Inutile dire che il Destino (gioco di parole puramente voluto, se siete esperti di fumetti oppure avete visto il film) li metterà l’uno contro l’altro, in gioco la distruzione del nostro mondo.

Con X-Men, Fantastic Four è rimasto l’ultimo gioiello di casa Marvel a non essere prodotto sul grande schermo da Marvel Studios, bensì Fox… questa peculiarità ha creato la necessità/opportunità di non attenersi agli standard Marvel di grandi film d’azione colorati, pop e pieni di battute, infatti il regista sceglie di rendere i Fantastici quanto più reali possibile: dunque, colori cupi, (idem per quanto riguarda eventuali battute che sono pochissime) e niente uniformi, ma più che altro tute funzionali al contenimento dei poteri, e anche il nome del team vedremo arriverà praticamente in chiusura. La scelta è stata anche quella (rischiosissima) di cambiare molti elementi del fumetto originale, come dicevamo ipertradizionale per sua natura: innanzitutto l’eta dei protagonisti, ora teen; poi il viaggio interdimensionale, non più interstellare.

E se qualche scelta è invece molto azzeccata, come il modo con cui La Cosa (BenGrimm, imponente e tragico) e Dottor Destino (finalmente spaventoso, e con poteri reali, e anche le nuove origini non dispiacciono) siano stati rappresentati molto meglio che in passato, nonché il fatto che (con un escamotage temporale) i nostri non siano subito in grado di usare i loro poteri, altre sicuramente lo sono meno: tanti i salti logici, poca l’introspezione psicologica, discutibile la scelta di avere un Johnny Storm di colore per evidenti motivi politically correct (ma allora non era meglio anche Sue Storm nera, invece della trovata dell’adozione? oppure un Reed Richards nero,  anche se poi Miles Teller, Mr Fantastic, è la migliore interpretazione del film).

 

C’è un altro problema. E’ evidente che questo Fantastic Four è tarato in funzione di essere il primo di una serie: in più della metà (!) ancora non ci sono superpoteri, c’è un anno di buco tra la manifestazione dei poteri ed il primo scontro (che rimane l’unico del film!) vero e proprio, il cattivo è inspiegabilmente cattivo. A sostegno di questa tesi, Fantastic Four dura meno di 1h40’, in controtendenza con tutti gli altri cinefumetti. Il problema è che il taglio scelto sembra più adatto ad una delle attuali serie TV in circolazione, come Daredevil o Arrow, dove comunque si può contare su almeno una dozzina di episodi per rendere meno rarefatto l’equilibrio origini/storia complessiva. Abbiamo paura che al secondo episodio, vista l’accoglienza di questo (critica e botteghino), non ci arriveremo mai. Peccato, perché, per quanto non proprio riuscito, questo reboot di Fantastic Four ha il pregio di aver voluto fare qualcosa di diverso, senza scadere nel teen drama tipo Amazing Spiderman o la pacchianata tipo Ghost Rider. Guai ai Vinti. VOTO: 6/10

Ant-Man - Piccolo Grande Superuomo

Ant-Man - Piccolo Grande Superuomo

L’ultimo sfornato dei Marvel Studios è anche uno dei primi ad apparire sulla carta stampata dei Marvel Comics: AntMan appare nel  1963, ed è pure uno dei membri fondatori  degli Avengers (sempre sulla carta stampata). Per gli amanti dei fumetti, interessante è la scelta di non utilizzare l’alter ego storico  Henry Pym, ma quello attuale ovvero Scott Lang, ladruncolo  dal cuore d’oro e che finisce con l’essere  reclutato proprio dal dottore  Pym nei panni  del supereroe più piccolo di tutti i tempi, ovveto Antman, che oltre ad avere il potere di rimpicciolire a comando,  mantiene però forza ed agilitá pari ad un  uomo di dimensioni normali (e quindi intensificate su un corpo così piccolo) e comunica  con le formiche grazie ad un’altra tecnologia del buon dottore.Missione: evitare che la tecnologia di miniaturizzazione sia venduta ai militari.

Ormai siamo nella cosiddetta terza fase del Marvel Universe, e l’introduzione di personaggi nuovi è sempre un rischio da un punto di vista della ripetitività (origini, scoperta di sé, confronto col nemico,vittoria finale). Ecco perché probabilmente gli Studios hanno optato non per Henry  Pym, un po’ troppo simile a Tony Stark/Iron Man, e invece hanno scelto Scott  Lang, quello che appare, rispetto  al resto degli Avengers, un perdente in cerca di riscatto: talentuoso ingegnere sì, ma ex detenuto (seppure per motivi  disinteressati), divorziato con figlia che riesce a vedere raramente,  e seri problemi  economici. ..una specie di Peter Parker  (Spiderman) quarantenne. Insommasi è voluto strizzare  l’occhio ad una fetta di popolazione che difficilmente si poteva immedesimare con dei del tuono, supersoldati, geni miliardari. Per di più i superpoteri di Scott sono assai meno spettacolari  di altri (e chi sceglierebbe di rimpicciolirsi rispetto a volare, spaccare carri armati a pugni, o evocare fulmini?).

Invece l’operazione è stata molto intelligentemente  condotta, sia per la caratterizzazione del personaggio di cui sopra, sia per come AntMansi diversifica dal resto delle pellicole marvel in  termini  di mood generale, molto più leggero e scanzonato, sia per come recupera tutto il patrimonio filmografico del concetto di miniaturizzazione di un essere umano : in alcuni casi siamo in Tesoro Mi Si Sono Ristretti  i Ragazzi, in altri è Salto Nel Buio, ma tocco geniale è il recupero di un vecchio capolavoro di fantascienza The Incredible Shrinking Man, soprattutto  nel finale “subatomico”, davvero molto suggestivo. Buona in generale laresa grafica delle trasformazioni e dello stile di combattimento.

Buone le interpretazioni, con un Paul Rudd che ben rappresenta un supereroe non troppo cool e suo malgrado (ma con tocchi alla McGyver), un Michael Douglas buon mentore, Evangeline Lilly (la Jane di Lost) un fiorellino d’acciaio e un Michael Pena spalla divertente. Meno interessante la scelta del cattivo, Darren Cross, un po’ troppo anonimo.

 

Insomma un buon film di genere, e i presagi dello sfruttamento del personaggio ci sono tutti. Piccolo grande supereroe. VOTO: 7/10

Tomorrowland – Il Manifesto del Futuro targato Disney

Tomorrowland – Il Manifesto del Futuro targato Disney

Brad Bird, ex regista della Pixar (suoi Gli Incredibili, Ratatouille e Up), si getta nella sua seconda opera in carne ossa dopo Protocollo Fantasma della serie Mission:Impossible.

Casey, adolescente sognatrice e straordinaria meccanica, viene catapultata in un mondo tecnologico ed avanzatissimo, ma solo per qualche minuto: cercherà di tornarci a tutti i costi con l’aiuto di Athena, piccolo robot antropomorfo, e Frank Walker, geniale inventore,  ed ex bambino prodigio, entrambi a loro volta provenienti da quel mondo: Tomorrowland. Una serie di robot cercheranno di impedire al trio di tornarci… ma i tre hanno uno scopo più importante del semplice turismo: salvare il mondo da quello che a noi ci appare un futuro destinato alla auto-distruzione.

Tomorrowland è un film Disney a tutti gli effetti, quindi aspettatevi tutto il pacchetto: bambini prodigio, spesso orfani, adulti senza speranza, effetti speciali, tante gag e taanto ottimismo di fondo, che forse è l’aspetto più interessante dell’opera di Bird. In effetti, pensando a tutti i più recenti film di fantascienza, e sto parlando degli ultimi 15 anni (facciamo da Matrix in poi), ognuno dei futuri che ci vengono dipinti sono prettamente distopici, ovvero partono dal presupposto che il nostro futuro non è per niente rosa,anzi… e alzi la mano che non pensa che il nostro presente non ci lasci presupporre il peggio. Tomorrowland invece ci dice: il futuro non è deciso, ma dobbiamo fare qualcosa. Non fare niente, o l’idea di fondo che ormai non si può più fare niente, equivale alla classica profezia che si autoavvera, che ha un grande inconscio vantaggio: non costa fatica, e i mass media (evidente la metafora nel film) non fanno altro che incoraggiarci in questo lento genocidio: pensa  a te, difenditi dall’esterno, consuma e goditi quello che puoi finchè puoi. Piccola perla: tra i vari omaggi inseriti a tutto il mondo Disney, lo skyline di Tomorrowland è lo stesso di Disneyland (quello del logo, per intenderci), così come la musica che si sente alla Fiera Scientifica del 1964 è quella che si può tuttora sentire nei grandi parchi Disney.

Purtroppo, ed è un peccato, aspettatevi un film che si rivolge ad un pubblico pre-adolescenziale (dai 12 in giù): troppe scene messe li per stupire visivamente e basta, recitazioni cartoonesche (si salva Hugh Laurie, lo pseudo-cattivo della storia, ma non George Clooney; le ragazze scelte come protagoniste poi sono improponibili),una musica (niente poco di meno che Michael Giacchino, quello di Lost per intenderci), invadente e stantia replica di una qualunque cosa di John Williams,  e la trama che per tutto il primo tempo (un’ora!) non decolla mai (tanti gli sbadigli in sala). Meglio il secondo tempo, ma ormai è tardi: non bastano alcune trovate interessanti come la Torre Eiffel come base missilistica nascosta (evidentemente Bird adora girare a Parigi, vedi sia Ratatouille che Gli Incredbili), l’esistenza di un nucleo di illuminati, i Plus Ultra che provano a influenzare il mondo verso un futuro migliore ( i primi 4: Edison,Tesla, Verne e appunto Eiffel, 2 americani e 2 francesi… vedi commento sopra), e l’idea di come i Media non si limitano a raccontare la realtà, ma dipingendola a tinte fosche, “nutrono” i peggiori istinti dell’umanità indirizzandola attivamente verso l’autodistru,zione.

Per tanti versi, anche come mood (basta vedere i volti dei ragazzi, o fare mente locale sullo score musicale), Tomorrowland è un film che sembra qualcosa che avrebbe potuto girare Spielberg 35 anni fa, ovviamente aggiornato con gli effetti speciali di oggi, ma come dire: fuori tempo massimo. Forse ne sarebbe venuto fuori un bel cartone animato (con un 30’ in meno, però), così il rischio è che si annoieranno tutti.

Temiamo il terzo megaflop in carne ed ossa di fila per il Grande Topo dopo John Carter e The Lone Ranger… Morale? A ciascuno il suo. VOTO: 5/10

The Salvation - Spaghetti Western in Salsa Danese

The Salvation - Spaghetti Western in Salsa Danese

Raramente si vedono western ormai, ancor più raro uno spaghetti western diretto da un regista danese. Si vede che è arrivata l'estate sul grande schermo:tempo di titoli non proprio di prima fascia, o addirittura recuperati dalla distribuzione per riempire i buchi di programmazione. Il che non é sempre un male, intendiamoci… è questo il caso di The Salvation?

In ordine: The Salvation è un film del 2014 (presentato a Cannes lo scorso anno) diretto dall'eclettico Kris Levring e narra della vendetta di Jon, soldato danese emigrato nel West nella seconda metà del 1800, a cui viene trucidata la famiglia da una gang di banditi, ex soldati nordisti ora convertiti a scagnozzi di una grande compagnia petrolifera. Tradito persino dai suoi cittadini, a Jon non resterà che salvare la città da solo. Facile, no?

Per molti versi, e come già anticipato, The Salvation é un quasi omaggio a Sergio Leone, con i suoi cowboy polverosi, fangosi e spietati (vedere per credere la scena in cui vengono condotti al  massacro e  a sangue freddo una vecchietta e uno storpio), i suoi campi lunghi, la sua geometria di inquadratura e le musiche alla Ennio Morricone che sono così evidenti nei titolo di testa e di coda.

Non che non ci siano delle lodevolissime originalità rispetto a Leone, in particolare la fotografia con i suoi colori cosi saturi, quasi da dagherrotipo dipinto del secolo scorso, abbinata ad una freddezza appropriatamente nordica ne fanno un piacere da vedere sul grande schermo. Belli anche i personaggi, dove all'eroe senza macchia e senza paura, e al cattivo rinnegato e disumano, vengono affiancati tutta una serie di comprimari  interessanti: cosi lo sceriffo è anche il prete della comunità in attesa di un Salvatore, sacro o profano non importa, un burattino vigliacco al pari del sindaco, titolare di un'impresa funebre e al contempo complice di grandi possidenti terrieri che hanno intuito il valore dell'olio nero che sgorga dai pozzi e avvelena le acque.

Ottimo il cast, a partire da Mads Mikkelsen, un vero e proprio Clint Eastwood danese, cosi come Jeffrey Dean Morgan (continuando il parallelo: un Henry Fonda barbuto e giovane. Peccato sia poco sfruttato da Holliwood) ed  Eva Green (una Claudia Cardinale del 21 secolo, muta e pulp). Occhio anche a Jonathan Pryce e Eric Cantona (proprio l'ex calciatore).

The Salvation é un film crepuscolare (quasi alla Butch Cassidy), sia nei toni che nel significato: un mondo si di cowboy, agricoltori e banditi, ma dove ormai si staglia la corruzione delle grandi corporazioni, che spogliano quelli che una volta furono i pionieri e coloni di terre strappate a pellerossa e natura selvaggia, ora depredati a loro volta, (e legalmente pure). Non potrà mancare, ovviamente, loShowdown, l'epico scontro finale, con tanto di benedizione postuma del prete-sceriffo ("ora ci sono solo buone anime qui", che non può non strappare un amaro sorriso), e, senza voler anticipare niente,  cavalieri che cavalcano verso il tramonto, e distese di misteriose e moderne diavolerie, le trivelle che pompano il sangue nero dei nuovi padroni sopra il sangue rosso dei vinti, buoni o cattivi che siano.

Per tutti gli amanti delle frontiere perdute. VOTO: 7/10

Youth (La Giovinezza) – La Vita Vista Da Vicino

Youth (La Giovinezza) – La Vita Vista Da Vicino

Inutile dire quanto fosse atteso Paolo Sorrentino dopo il grande successo de La Grande Bellezza. Non che il nostro regista fosse alla prima ribalta internazionale (This Must Be The Place con Sean Penn che sbarcò negli Stati Uniti è di qualche anno fa), ma questo Youth realmente è la prova del nove per lui.

In perfetto ossimoro col titolo (Giovinezza), la trama riguarda la permanenza in un lussuoso chalet svizzero di Fred, anziano compositore e direttore d’orchestra ormai in pensione, al quale viene richiesto di eseguire per l’ultima volta il suo pezzo più famoso davanti a niente poco di meno che la Regina D’Inghilterra. Con lui, il suo amico regista, Mick alla scrittura del suo ultimo film, da lui definito il proprio testamento artistico, con il quale passa il suo tempo a disquisire di tutto, riflettendo sulle loro esperienze ora che si avvicina il crepuscolo.

In realtà, Youth è molto meno crepuscolare di quanto possa apparire, molti gli sprazzi leggeri (sempre amarognoli) che alleggeriscono il contesto e l’ambientazione, dominata dal bianco e dal grigio all’interno dello chalet, ma dal verde dei monti svizzeri al di fuori di questo (non è casuale, come rivelerà un medico quasi alla fine). In effetti, questo film appare più appartenente alle atmosfere rarefatte di un opera come Le Conseguenze Dell’amore (anche questo ambientato in Svizzera) piuttosto che ai barocchismi saturi de La Grande Bellezza o Il Divo, con tempi dilatati, scanditi da dialoghi che , in pieno stile sorrentiniano, appaiono spesso sospesi, integrati e definiti dalle immagini più che dalle parole.

Questa integrazione necessaria di parole ed immagini è forse la cifra stilistica più importante di Sorrentino, che in qualche modo lo assimila al più europeo dei grandi registi USA, ovvero Terence Malick: e senza le immagini, le parole diventano incomprensibili, e le immagini senza le parole, troppo ampie. Per fare un esempio musicale, un po’ come Comfortatbly Numb dei Pink Floyd o La Donna Cannone di De Gregori, perfette fusione di testi e note.

Cosa è la Giovinezza secondo Sorrentino? È la vita stessa. La Passione, il ruolo da protagonista nel tuo Grande Spettacolo. Il resto dell’esistenza è una mera comparsata, o la replica di uno spettacolo già visto fin troppe volte. Come ci dirà Mick, forse nel momento più emblematico (e occhio al finale… dove siamo noi?) : la Vita vista da vicino.

Detto questo, però, e purtoppo, per quanto sia apprezzabile come lo scostamento rispetto a La Grande Bellezza sia notevole e coraggioso, Youth appare fin troppo rarefatto. Molte scene e molti personaggi, a differenza dei suoi precedenti lavori, appaiono spuri e difficilmente collocabili nell’ottica del film: l’omaggio a Maradona, la massaggiatrice-danzatrice da Wii, l’attore che interpreta Hitler, o fin troppo prevedibili (la storia della figlia di Fred con lo scalatore, la giovane prostituta per “anziani”, lo spettacolo finale). Non che manchino scene davvero significative: oltre a quella che vede Miss Universo “trasfigurata” fare il bagno coi nostri due eroi (la locandina del film), bella quella dove Fred “scova” la musica in una mandria di placide vacche. La Musica (la Vita) è ovunque.

Bravi i protagonisti (più Harvey Keitel che Michael Caine), meno efficaci gli altri (Rachel Weisz in testa, ma anche Paul Dano sembra un po’ fuori forma), splendide le immagini. Attenzione anche alla breve, ma intensa apparizione di Jane Fonda, sboccata ma disincantata musa di Mick. Stavolta però, la musica (ed è paradossale vista la trama) è meno efficace di tante volte, meno emozionante.

Ci azzardiamo a dire che se Youth fosse uscito prima de La Grande Bellezza, sarebbe probabilmente passato inosservato. Un film minore nella cinematografia di Sorrentino: speriamo che, a differenza di Mick, non sia questo il Testamento artistico del regista napoletano.  VOTO: 6,5/10

Fury - La Guerra Non Finisce Mai

Fury - La Guerra Non Finisce Mai

La Guerra non finisce mai tranquillamente” è il payoff di questo film di David Ayer e, senza voler anticipare niente, in qualche modo racchiude tutta la storia dell’equipaggio di un Carro Armato, soprannominato appunto “Fury” che avanza nella Germania ormai alla fine della Resistenza, ma non per questo meno pericolosa. I nemici sono le SS, ma anche una Wehrmacht ormai ridotta ad arruolare donne e bambini.

L’equipaggio è composta dal sergente Collier (B. Pitt) e i suoi 4 soldati, un fanatico religioso (S. Lebouef), un immigrato messicano (M. Pena) , un bifolco della Georgia (J. Bernthal) e un dattilografo sbattuto in prima linea (L. Lerman) , essendo ormai anche l’esercito USA allo stremo (come si lascia sfuggire qualcuno all’inzio guardando un campo militare “difficile credere che stiamo vincendo”). Il Fury avanzerà, e avanzerà, e avanzerà per fare spazio alle truppe dietro, contro tutto e tutti, fino a rimanere isolato dal resto dell’esercito.

Fury, da un punto di vista della trama e dello sviluppo, appare un film di guerra nella tradizione più classica del cinema USA, diciamo quello che va dalla metà degli anni ’80 in poi, quello non platinato alla John Wayne per intendersi, ma quello fangoso, lurido e sporco (in ogni senso), che deve più le sue radici al filone del Vietnam (Platoon, Apocalypse Now, Full Metal Jacket), una guerra subito ripudiata anche dagli Americani Stessi, piuttosto che alla Seconda Guerra Mondiale, che ha sempre goduto di uno status di “guerra giusta nonostante tutto” (ed in effetti, se l’Oscurità del Nazi-Fascismo fu sconfitta, fu principalmente, anche se non esclusivamente, merito degli USA).

L’originalità del film, risiede nella famiglia che si forma all’interno del Fury, vera e propria casa su cingoli, con tutte le dinamiche tipiche del patriarca (Collier) che guida, educa, premia, punisce e viene sfidato dal resto del team, dove addirittura si può ritrovare la figura della madre (Il soldato “Bibbia”, che lo affianca e si distacca dagli altri per molti versi)  e i figli, quello ribelle e scapestrato (Grady), quello docile ed inquadrato (Gordo), e quello giovane ed inesperto (Norman). Più che le scene di combattimento, alcune delle quali davvero spettacolari e mozzafiato, come la sfida tra i 3 Sherman USA e il Tiger Nazista, o l’avanzamento nel primo  paese o lo scontro finale col plotone SS, Fury trova però i suoi punti più alti in momenti più intimi: Collier che si apparta un secondo dal resto del team per mettersi la testa nelle mani dalla disperazione in ginocchio, la cena a base di uova con le ragazze tedesche, o l’attesa dell’ultimo scontro all’interno del tank.

Pur privo della poetica di altri film di guerra (ci viene in mente La Sottile Linea Rossa, di molto superiore a questo, ma anche Salvate il Sodato Ryan e Flags of our Fathers, qui decisamente più in linea come modello di rappresentazione), Fury è alla resa dei conti un buon film, nobilitato da una fotografia ottima (splendida l’inquadratura finale del Fury, una specie di masso che divide le acque di un fiume fatto di fango, persone e cadaveri), musiche molto azzeccate e interpretazioni molto valide, Brad Pitt in testa, ma anche gli altri.

Il Finale è emblematico e come dicevamo, è ben rappresentato dal payoff del film: Collier sceglierà comunque il combattimento, anche in una situazione disperata, apparentemente per difendere la posizione, ma in realtà in assenza di una reale alternativa alla Vita di Guerra, che ormai ha scavato dentro di lui un abisso, nobile e terribile allo stesso tempo, e senza speranza. Come disse un altro famoso film di guerra: “la prima vittima è l’innocenza”… anche se il culmine del combattimento, l’ultimo incontro di Norman con un soldato SS, sarà decisamente sorprendente: la guerra ci fa credere di essere diversi, e ci fa dimenticare che l’unica cosa che conta quando sei giovane è vivere, ed essere vivo. VOTO: 7/10

MAD MAX: Fury Road – Il Futuro è una Follia chiamata Speranza

MAD MAX: Fury Road – Il Futuro è una Follia chiamata Speranza

Inutile stare a chiedersi se i remake o i reboot (come si usa dire adesso) non siano altro che scorciatoie di marketing o siano semplicemente mortificanti per la creatività. In fin dei conti, ci sono pessimi remake (Saranno Famosi), ancor peggiori reboot (The Karate Kid), ma anche buoni prodotti (La Cosa), addirittura migliori dell’originale. Il cinema non è forse più ricco per avere sia il Batman di Nolan che quello di Burton?

Allora - vi domanderete - a quale categoria appartiene Mad Max: Fury Road,  successore della trilogia cult degli anni 70-80, peraltro diretto dallo stesso regista, ovvero George Miller, trentasei anni dopo l’originale? Alla fine della recensione, l’ardua sentenza.

MM:FR è a tutti gli effetti un reboot, anche se, per i fan della serie, sembra più riprendere le fila del secondo episodio della serie originale, cioè Il Guerriero Della Strada.

Il protagonista (Tom Hardy), che svelerà il suo nome praticamente dopo 1h30 l’inizio del film, è un solitario avventuriero in un mondo post-apocalittico e desertico del quale non sappiamo nulla se non che, attraverso dei flash feedback, scopriamo che ha perso un gruppo di persone evidentemente sotto la sua protezione (familiari? Disperati come lui?). Viene catturato da una delle gang che seminano il panico intorno a La Cittadella, governata dal megalomane Immortal Joe che possiede gli unici due beni che contano (il carburante e l’acqua) e, dunque, ha potere di vita e di morte sui suoi sudditi; una società distopica dove gli uomini sono mera forza lavoro o guerrieri, le donne riproduttrici o produttrici di latte, i vecchi tutti spazzatura, tranne quelli che comandano (tra cui Immortal Joe). Se ciò vi ricorda vagamente la nostra avanzata civiltà, probabilmente il regista è riuscito nel suo intento da cui, spesso, emerge la domanda: chi ha ucciso il Mondo?

Il nostro Max avrebbe un destino molto breve, essendo destinato a divenire una banca mobile del sangue, se non fosse che una serie di circostanze fortunate lo porta alla guida di un nuovo gruppo di disperati, composto da donne incinte in fuga e dall’Imperatrice Furiosa (Charlize Theron), traditrici di Immortal Joe. È una nuova speranza per Max? Una forma di redenzione in un mondo di pazzi?

MM:FR è un film di poche parole e di azione pura come non si vedeva da tempo. Delle due ore di film, il 90% risultano essere inseguimenti d'auto (o meglio di veicoli, visto che si tratta di accozzaglie fantasiose di carcasse di auto, camion, cisterne, ecc), con scene, peraltro, non in computer graphics ma vecchia scuola stuntmen, alcune delle quali francamente incredibili, il tutto trasportato nella dimensione che sarà familiare ai fan della vecchia serie: un deserto meraviglioso e terribile allo stesso tempo - per intenderci, a metà tra Dune e Ken il Guerriero - con personaggi cyber/steam punk a volte davvero immaginifici e tocchi molto kitsch (il chitarrista fiammeggiante come un tamburino di guerra, ad esempio). Proprio come il Dune di Herbert, Miller ha (ebbe) il pregio di realizzare un futuro distopico complesso, con una società imbarbarita dalla paura, ingegnerizzata alla mera sopravvivenza dal più forte e intorno al più forte.

La novità non sta tanto in Max (comunque molto buona l’interpretazione di Tom Hardy), ma nell’affiancargli un personaggio femminile tostissimo, l’Imperatrice Furiosa, che di sicuro sarà protagonista in un più che probabile sequel. Pellicola, dicevamo, distopica nel miglior senso fantascientifico, dove una società di pochi vecchi col potere concede lo stretto necessario ai sudditi per sopravvivere e promette ai giovani nient’altro che una morte gloriosa (cosa che ci fa fischiare le orecchie – vedi sopra).

Non abbiamo dubbi che un Quentin Tarantino troverà grandioso questo film. E il resto di noi? MM:FR all’inizio è elettrizzante, poi piacevole, alla fine ripetitivo. Forse due ore di inseguimenti e combattimenti, per quanto spettacolari, sono un po’ troppi, soprattutto se si tratta di qualcosa già visto più di 30 anni fa. Una gloriosa e folle fiammata di azione ed energia, e come tale si spegne. VOTO: 7/10

Avengers – Age of Ultron - Il Ritorno dell'Era delle Meraviglie

Avengers – Age of Ultron - Il Ritorno dell'Era delle Meraviglie

Certamente uno dei film-evento del 2015, e probabilmente il più atteso in assoluto da parte dei Marvel Studios dopo il successo del primo episodio, sia ai botteghini sia di critica, ritornano gli Avengers, con ancora alla regia l’ex- sceneggiatore di fumetti, Joss Whedon.

Dopo le origini, con la minaccia di Loki che aveva originato il Team, stavolta il cattivo è l’intelligenza artificiale Ultron, creato dalle menti di Tony Stark e Bruce Banner, classico genio uscito dalla lampada e sfuggito al controllo dei suoi creatori: obiettivo di Ultron, con l’appoggio dei suoi nuovi alleati, i gemelli Maximoff (il velocissimo Pietro e la strega Wanda) è -sorpresa sorpresa- l’estinzione del genere umano, considerato di per sé il seme della propria distruzione, stavolta a vantaggio di una nuova razza, creata dallo stesso mega-cattivo. Ed ecco chi si oppone all’oblio dell’umanità: Capitan America (Chris Evans), Iron Man (Robert Downey jr.), Thor (Chris Hemsworth), Hulk (Mark Ruffalo, forse la rivelazione del gruppo), Vedova Nera (Scarlett Johansson) e Occhio di Falco (Jeremy Renner) ! Hurrah!

Ok ok, la trama non è particolarmente originale, ma in fin dei conti chi va a vedere un cinefumetto aspettandosi Hitchcock? Neanche la trilogia del Cavaliere Oscuro risulta avere una trama così imprevedibile, o no? Molto più importante capire se Avengers siano 2h30’ dove i bambini si meravigliano delle magie di Semidei moderni e i grandi tornano bambini ricordandosi dei miti del loro passato…

Da questo punto di vista, I Marvel Studios sono una garanzia, anche nei prodotti meno “felici” da un punto di vista strettamente contenutistico (Thor 2 o Iron Man 3, per dire), lo spettacolo è assicurato. Qui si può contare su un cast strepitoso, ognuno dei quali con un personaggio davvero popolare, con un effetto da All Star Game esaltante.

Certo, direte voi, ma cosa non abbiamo già visto nel primo episodio? Per la verità non tantissimo (ahi, prima sbavatura), anche se stavolta gli approfondimenti psicologici dei vari protagonisti sembrano più indirizzati a “dividere” che “unire” il team: oltre a fornirci un tuffo nelle paure nascoste di ciascuno di questi titani (grazie all’escamotage di una magia della strega Wanda), sorgono le prime crepe. Qualcuno vuole tornare alla vita normale (Occhio di Falco, il più umano del team e l’unico con una famiglia vera e propria, che ci porta in una dei momenti più toccanti –senza effetti speciali- del film. Rispetto al primo episodio, il ruolo che ha preso più peso), qualcuno ne vuole una (Black Widow e Hulk, in una parentesi romantica inaspettata), qualcuno vuole guidare un popolo (Thor) e, soprattutto, iniziano le divergenze tra le 2 anime della Leadership Capitan America e Iron Man (preludio a cosa succederà nei prossimi episodi… due sole parole per gli Esperti fumettofili: Guerra Civile! Gli altri cerchino su Wikipedia…).  A questo si aggiungono la presentazione di nuovi personaggi importanti, tra cui i gemelli Maximoff di cui sopra (e mai citati con i loro nomi di battaglia che tutti gli amanti della Marvel conoscono, cioè Quicksilver e Scarlet Witch), War Machine (finalmente in azione seria, dopo le apparizioni nella trilogia di Iron Man), Falcon (visto in Cap 2) e soprattutto La Visione (Paul Bettany), forse l’elemento più interessante di tutto il film, in una versione quasi metafisica (alla Dr. Manhattan di Watchmen; siamo molto curiosi di vedere come evolverà nei prossimi film), e protagonista di uno momenti più belli del film, l’incontro-scontro finale col “padre” Ultron.

Tutto questo per dire che in effetti, come sembrerà molto evidente alla fine, questo secondo episodio  di Avengers appare un momento di transizione verso i prossimi step del Marvel Universe, soprattutto il terzo episodio (già annunciato diviso in due parti) e Cap 3 (ovvero Guerra Civile… indovinate chi guiderà la due fazioni della Guerra?). Sicuramente ben fatto, spettacolare, con le usuali punte di umorismo a spezzare la tensione, ma stavolta il gioco sembra un po’ meno efficace che nel primo episodio. Ultron è un” buon” cattivo, ma, rispetto a Loki, meno interessante (complice l’essere costruito in CG, e non in carne e ossa), anche se alcuni passaggi (il parallelismo con Pinocchio, burattino senza più fili, e la conflittualità quasi archetipica col “padre” Tony stark e il “figlio” Visione) non sono affatto male. Nonostante ci siano molte scene di a differenza di altri film non c’è la sensazione ci sia troppa carne al fuoco (stiamo parlando di una pellicola con una dozzina di supereroi!). ma in effetti, alla fine, e rispetto al primo episodio, oltre ad essere più cupo (e, senza voler dire altro, ci sarà una morte nel film), ci sembra ci sia qualcosina in meno sul piano della “meraviglia”. Probabilmente, ci attendono eventi drammatici nei prossimi round.

In defintiva: per gli amanti del fumetto, tolto qualche licenza narrativa incoerente rispetto al fumetto su carta stampata, pane per i loro denti. Per i bambini di oggi e di ieri, il ritorno degli Dei dai Colori Sgargianti. VOTO: 7,5/10

Chi è senza Colpa (The Drop)- Una Tranquilla, Violenta Vita di Periferia.

Chi è senza Colpa (The Drop)- Una Tranquilla, Violenta Vita di Periferia.

Interessante questo incrocio tra il regista belga Michael R. Roskam, e il racconto del bostoniano per eccellenza Dennis Lehane, già autore per Clint Eastwood e Ben Affleck... Stavolta (per scelta di produzione), la storia si svolge a Brooklyn e non a Boston come da norma, ma fortunatamente per gli estimatori di Lehane, vengono mantenute le ambientazioni da noir di quartiere, e interni da pub irlandese.

Stavolta l'mmancabile  "colpo" lo vuol fare Marvin (James Gandolfini)' ai danni della mafia cecena, che usa il suo pub come punto di raccolta per le scommesse clandestine. Nel mezzo, ci cade il placido barman  Bob (Tom Hardy) che si troverà suo malgrado anche ad adottare un cane, essere ricattato dal suo ex padrone, ed avere una relazione con l'ex ragazza dell'ex padrone... Ma ilplacido Bob non è cosi placido come sembra...

Noir dai ritmi molto particolari, anomali, senza particolari sorprese, tranne l'ultima; ma, mantenendo la cifra stilistica di Lehane, viene disegnato un ecosistema umano dove vicini di casa, lavoratori, malviventi, poliziotti, ecc. Convivono,più o meno,pacificamente, un unico tessuto sociale dove si parla, si tratta, si beve assieme e si ammazza con la stessa disinvoltura.

Chi è Senza Colpa, traduzione non letterale, ma non malvagia, proprio in riferimento a quel tessuto dove è sin troppo facile passare la linea della legalità ed impossibile non avere rapporti con chi quella linea l'ha passata da un pezzo. Curiosamente neanche il titolo originale del film in inglese (The Drop, la Caduta, ma anche riferimento al Drop Bar, ovvero il punto di raccolta delle scommesse, e anche Goccia, come nella fatidica Ultima Goccia) riprende il titolo del racconto di Lehane (Animal Rescue, qui riferimento al cane -e non solo quello- salvato da Bob).

Bello come lo stile europeo del regista dà atmosfere da interni al film, dando nuova linfa al filone dopo Mystic River, Gone Baby Gone, The Town; ottimo il lavoro degli attori, con dialoghi ben calibrati tra un sempre più sorprendente Tom Hardy, con una caratterizzazione imprevedibile e spiazzante del suo Bob, un Gandolfini che (alla sua ultima interpretazione prima della scomparsa prematura) capitalizza la sua esperienza da I Soprano, una fragile e disperata Noomi Rapace e con vari personaggi secondari a completare un affresco urbano molto vivido e reale.

Se di Colpa vogliamo parlare, almeno di punto debole del film, sta nel ritmo molto dilatato, scandito dai dialoghi, ma non sempre adatto ad un noir come questo , cosi che, pur senza mai annoiare, a volte dà il senso di eccessiva uniformità, senza delle vere punte narrative, anche se, proprio in virtù di questa "lentezza" il finale arriva ancor più sorprendente (nonostante gli indizi disseminati in qua e là dal regista). Forse non un capolavoro, ma di certo piacevolmente asciutto ed essenzialmente elegante. Che non è poco. VOTO:7/10

Foxcatcher – A Caccia di Onore, Gloria e Amore

Foxcatcher – A Caccia di Onore, Gloria e Amore

Sottotitolo: Una Storia Americana. Questo è il succo di un film basato su una storia vera e raccontato da uno dei migliori registi USA dell'ultima generazione, ovvero quel Bennett Miller che ci ha regalato perle come Truman Capote e Moneyball, altre storie basate su fatti reali e americani.

Foxcatcher è il nome della tenuta in cui il ricchissimo magnate dell'industria John Dupont  finanziò e fece allenare sotto la sua "supervisione" il team olimpico di lotta libera a stelle e strisce dal 1987 al 1996. Protagonisti di questo progetto furono i fratelli Schulz: Mark come atleta fino al 1988, David come atleta e allenatore fino al '96.

Non aggiungiamo altro alla trama, anche perché, ad essere onesti, è particolarmente rarefatta e costruita sui dialoghi e sulle relazioni a due tra uomini, di cui la lotta libera ne è una metafora molto fine, con tutta la sua carica di aggressività, forza e eleganza (evidenti i parallelismi tra rapporto fraterno e relazione, padre-figlio, e con qualche accenno di carica omoerotica) che in Foxcatcher sono posti al centro di un improbabile triangolo, ognuno dei quali gioca un ruolo importante nella tragedia.

Mark (Channing Tatum) è il più fragile (emotivamente) dei tre, solo e disperatamente bisognoso di amicizia ma, soprattutto, di una figura paterna che dapprima trova nel fratello, poi, quasi un complesso edipico, sostituisce/uccide tramite Dupont. Aggressivo, autodistruttivo, sempre sul punto di scattare, totalmente incentrato sul suo sport, visto come missione ma soprattutto unica ragione di vita.

David (Mark Ruffalo) è la figura di equilibrio, posato e responsabile (è, infatti, sempre raffigurato ingobbito, ancor più del fratello, quasi sostenesse un grande peso sulle spalle) con una famiglia sua che lo segue; ottimo atleta, ancor migliore coach, forte e centrato in sé, tanto da influenzare tutto l'ambiente e le persone intorno. Capisce e motiva il fratello come nessun altro - è lui, infatti, il primo a volersene distaccare - ma, allo stesso tempo, intuisce la morbosità del rapporto di Mark col suo sponsor, col quale lui invece negozia alla pari nonostante la differenza sociale. è lui, in fin dei conti, il vero Eroe del film.

Ma la figura che si staglia su tutto, più un'ombra che un'aquila come ama soprannominarsi lui stesso, è John E. Dupont, ricco industriale di famiglia patrizia, ornitologo, filatelico, filantropo, patriota. Inintellegibile ed enigmatico, paranoico e schizofrenico, il vero Foxcatcher, ovvero "cacciatore di volpi", in riferimento al rapporto irrisolto con la madre (piccola ma significativa parte di Vanessa Redgrave). Finanziatore di sportivi e di opere benemerite, vero, ma anche collezionista di pistole, mitragliatrici e carri armati (!) che usa regolarmente come fossero trenini. Questa, l'interpretazione che ne dà un inedito (e quasi irriconoscibile) Steve Carell: l'immagine di  un represso all'eterna ricerca del riconoscimento altrui (stima, amicizia e amore: le prede che cerca disperatamente) anche a costo di doverlo comprare.

Questo triangolo si inserisce, chiudendo il cerchio iniziale, nella Storia Americana (innumerevoli i riferimenti alla Guerra di Indipendenza), in questo eterno gioco di una nazione (non solo gli USA) che ha bisogno di eroi (militari, sportivi, artistici), li onora e li ama, ma allo stesso tempo li compra, li fagocita e li uccide. Un Capitalismo buonista e solo apparentemente progressista, che esorcizza e giustifica la ricchezza di una élite ricca nei confronti di una massa che ha il riscatto sociale come obiettivo primario: il Sogno Americano come difesa di un sistema sempre più insostenibile.

Foxcatcher appare molto più complesso di una semplice epica sportiva, con tonalità molto più simili a Truman Capote (finale incluso) che all'altro film sportivo di Miller, Moneyball. Seppur non allo stesso livello complessivo degli altri due, si tratta comunque di un film più che buono e ricco di interpretazioni davvero notevoli e sorprendenti. VOTO:7,5/10

Vizio Di Forma – Un Noir Tanto Fumo (e Poco Arrosto)

Vizio Di Forma – Un Noir Tanto Fumo (e Poco Arrosto)

Paul Thomas Anderson, regista semi-mitologico di Boogie Nights, Magnolia e Il Petroliere porta sullo schermo Thomas Pynchon, scrittore complesso come pochi nel panorama letterario USA, con un romanzo di qualche anno fa, ambientato nei lisergico 1970. Il detective hippie Larry “Doc” Sportello viene incaricato dalla sua ex, di ritrovare la sua nuova fiamma, il ricco magnate immobiliare Wolfman. Rimane invischiato in una storia di poliziotti complottisti, cartelli della droga integrati come corporazioni, servizi segreti, sette orientali, movimenti hippie, fratellanze ariane e chi più ne ha più ne metta…

In effetti il film di Anderson si presenta, in pieno stile 70s come un viaggio psichedelico lungo 2h30’, oscillando tra il noir alla Philip Marlowe e la farsa un po' fricchettona. Lo spettatore è subito assalito da un senso di paranoia e allucinazione come se fosse sotto effetto delle stesse sostanze che il buon Doc usa ed abusa, anche perchè la storia non segue un percorso lineare, ad esser sinceri non sembra neanche seguire un qualunque sviluppo, quasi che la trama fosse un optional.

Che dire di Vizio Di Forma? La confezione è spettacolare, bellissimi i colori saturi e le ambientazioni stile Hair, con alcune scene spassosissime, tipo la visita al bordello o la festa con tanto di Ultima Cena hippie a base di pizza. Il cast è stellare, con Joaquin Phoenix nei panni di un John Lennon strafatto improbabile investigatore privato dalla scarsa igiene, e tutta una serie di comprimari che vanno dal poliziotto reazionario e cripto-omosessuale Josh Brolin, al saxofonista surfista Owen Wilson, al dentista cocainomane Martin Short, e poi Eric Roberts, Benicio Del Toro, Reese Witherspoon. Musiche d’epoca azzeccate e di alto livello (del resto, si tratta di un periodo d'oro da questo punto di vista).

Detto questo… inizia il resto del film. Anche a prenderlo così come è, un trip psichedelico, Vizio di Forma appare all'inizio divertente, spesso pretenzioso, e alla fine confuso e luuungo. Se dovessimo rifarci a film simili, ad esempio Paura e Delirio a Las Vegas, oppure Il Grande Lebowski, l’opera di Anderson, pur essendo interessante l’idea del noir paranoico e lisergico, appare incoerente sia per tono narrativo, che altalena casualmente tra la parodia e il serio, sia per coerenza di esposizione, con realtà e allucinazione che si intrecciano senza soluzione di continuità, così come i personaggi che entrano ed escono di scena senza veramente un motivo. A volte si ha la sensazione che quello che è sullo schermo sia il frutto dell’immaginazione di Doc, ma a differenza di Paura e Delirio o Il Grande Lebowski, rimane una sensazione, mai risolta fino alla fine (vi troverete spesso a dirvi "e quindi? cosa è successo?") e   troppe sottotrame rimangono incomprensibili e dispersive ai fini delle ricerche di Doc. Aggiungete che in generale manca proprio il senso di leggerezza che caratterizza gli altri due e capirete perchè la fine arriva neanche un minuto troppo presto.

Dopo il mezzo passo falso di The Master, Paul Thomas Anderson appare in piena involuzione: persa la bellissima e armoniosa coralità dei suoi primi lavori, (e privo di una star magnetica come lo sono Daniel Day Lewis o Philip Seymour Hoffman), questo lavoro è ambizioso, ma le singole scene, per quanto ben fatte, e qualcuna persino quasi-iconica, non bastano a salvare il tutto. Tanto “fumo” (in ogni senso), poco arrosto.  VOTO: 5/10

Whiplash – Full Metal Jazz

Whiplash – Full Metal Jazz

Se mai ci fosse un motivo per cui amiamo il cinema made in USA, potrebbe essere per lo stesso motivo per cui gli Europei rimangono stupiti in un viaggio Oltreoceano: è tutto così grande, così esteso. Larger than life. É la stessa industria cinematografica che produce blockbuster come Il Gladiatore e Titanic e gioielli narrativi come Birdman e, appunto, Whiplash, seconda opera del 30enne (!) Damien Chazelle.

Il giovane Andrew studia batteria al primo anno del prestigioso conservatorio Shaffer di New York: é la sua unica passione, alla quale sacrifica ogni relazione umana. Arriva la grande occasione: Terence Fletcher, insegnante esigente e spesso crudele, lo recluta nella Band ufficiale del Conservatorio. È l'inizio di una grande ascesa? O piuttosto il primo passo verso una ossessione che lo distruggerà?

 Whiplash prende il nome da uno dei pezzi del repertorio della Band, ma allo stesso modo rievoca le "frustate"delle bacchette sulla batteria, e, in senso più metaforico, quelle che si infligge Andrew  (e a cui viene sottoposto dal dispotico Fletcher) sia fisicamente che emotivamente per diventare una star del jazz, e a cui viene sottoposto lo stesso spettatore che non può non chiedersi a che scopo un essere umano dovrebbe essere sottoposto a quello che più che uno sviluppo personale e professionale sembra una distruzione programmata, un sacrificio sull'altare dell'arte.

L'opera di Chazelle (parzialmente autobiografica) ha tantissimi punti di pregio, a cominciare dalla fotografia che ben incarna ll look raffinato e allo stesso tempo "indie" del mondo del jazz: e quello che è stupefacente, è che mai Whiplash sembra un prodotto low cost come effettivamente è sulla carta. Merito di un'industria cinematografica di livello spaventoso, imparagonabile al cinema europeo, italiano in primis, dove si assiste al processo contrario: al budget (anche) elevato, si ha la sensazione di qualcosa di artigianale (in senso negativo).

Inutile aggiungere che il pezzo forte del film siano le scene musicali, stratosferiche per carica visiva ed emotiva, e riescono ad appassionare persino a un genere non proprio accessibilissimo (e a volte noioso, diciamo la verità) come il jazz. Dove é il trucco? Solo mestiere?

Eh no. Come dice Fletcher, essere tra i migliori musicisti jazz di New York significa essere tra i i migliori musicisti del mondo. Gli interpreti sono il trucco. Come nel jazz. In Italia ne abbiamo pochissimi a questo livello.

In Whiplash il protagonista Miles Teller, (autodidatta alla batteria nella vita), è perfetto nell'incarnare una bidimensionalità asolescenziale di musicista ammirevole per dedizione e fastidiosa per arroganza con gli altri esseri umani. Un Giovane Holden , per parafrasare Salinger, pronto a morire nobilmente piuttosto che a vivere umilmente per raggiungere il suo scopo. Ma il finale è tutto suo.

E non possiamo non citare JK Simmons nei panni di Fletcher, meritatissimo premio Oscar per una parte che, più che un insegnante, ricorda (in peggio) i sergenti di Ufficiale e Gentiluomo e Full Metal Jacket. Brutale, sprezzante, manipolatorio fino allo stomachevole, con un'etica del suo ruolo quasi spartana nel far emergere il talento (meglio spezzarsi e spezzare, subito o nel futuro, che rimanere mediocri... E questo lo rende simile ad Andrew), vendicativo, ma alla fine pragmatico. Mille sfaccettature, mille contraddizioni. Vale quasi il biglietto del film da solo.

Whiplash è un film musicale che piacerà anche a coloro che non sono appassionati del genere: un Saranno Famosi 2.0 tutto Sudore, Lacrime e Sangue (letteralmente) che emoziona, stupisce, indigna ed esalta. VOTO: 8,5/10

Birdman - La Vita Segreta dei Supereroi (quelli finti)

Birdman - La Vita Segreta dei Supereroi (quelli finti)

Che differenza c'è tra Superman e Batman? Come ci insegnò Tarantino in Kill Bill: Batman è il travestimento di Bruce Wayne per combattere il crimine, Superman (o Kal El se siete dei fan puristi) invece deve travestirsi da Clark Kent per vivere in mezzo agli uomini.

Sostituite l'identità dei supereroi con quella degli attori, ed ecco la tematica principale del film di Alejandro Inarritu, già regista di Babel e 21 Grammi: il protagonista é Riggan Thompson, protagonista di un cinefumetto di successo di 25 anni fa, e che decide di rilanciarsi a Broadway, producendo, dirigendo, ed interpretando una piece drammatica. Birdman di fatto racconta i 5 giorni delle prove ed anteprime del suo spettacolo, fino alla sera della prima assoluta, dove sa di trovare il terribile critico teatrale che ha già dichiarato di volerlo stroncare solo per i suoi trascorsi holliwoodiani. Riuscirà Birdman a trionfare contro il suo nuovo temibile avversario? E chi è davvero il suo più temibile avversario?

Film fatto di dialoghi, e di dramma recitato all'interno del film stesso, Birdman è un'opera virtuosistica ed impegnativa da tanti punti di vista: già il fatto che sia una dramma all'interno di una dramma, vera e propria scatola cinese, è già una bella sfida per lo spettatore; in più alcune scelte, come quella  a volte estenuante e claustrofobica di non avere mai uno stacco di scene, ma fondamentalmente un passaggio di soggettiva quando cambiano i personaggi sullo schermo, quasi un piano unico di quasi 2 ore, dove spesso la realtà si scambia con l'immaginario del protagonista. Così come la scelta di non avere un vero e proprio score musicale, se non una batteria jazz che ne scandisce l'incedere. Ma: funziona.

Cosi come non facile è La stessa tematica dell'identità delle persone, degli attori principalmente (che vivono le vite di mille persone), ma in verità di ciascun essere umano, alle prese con un unico io narrante della propria esistenza e mille ruoli, qualcuno di successo e qualcuno no. Un pò, se vogliamo, come i supereroi post moderni, alla Watchmen per intenderci, perennemente  in crisi di identitá. Alla fine come scegliamo il nostro vero io? Dove siamo veramente noi stessi? Non a caso, il dramma  rappresentato è di Raymond Carver, grande scrittore USA, narratore per eccellenza di drammi a volte maestosi, ma spesso invisibili, delle persone comuni, e non per questo meno reali di ciò che viene rappresentato al telegiornale o sul grande schermo.

Non possiamo non parlare dei protagonisti del film, davvero bravissimi ed affiatatissimi: Michael Keaton è praticamente un vero e proprio meta-protagonista, lui stesso é stato un supereroe sul grande schermo, ovvero il Batman di Tim Burton a cavallo tra gli '80 e i '90, poi scomparso di circolazione salvo qualche tentativo di riproporsi in altri ruoli... Si metterà letteralmente  a nudo pur di dimostrare quanto vale in una scena memorabile, lui che attraversa Broadway in mutande pur di raggiungere il suo spettacolo. I suoi monologhi con il suo alter ego, le sue allucinazioni (...attenzione, però... Fino alla fine) , la sua disperazione, la sua imprevedibile e virtuosa ignoranza da celebrità sono l'ossatura del film, ma bravissimi anche Edward Norton, il "vero" attore che recita solo nella vita reale, uno Zach Galifianakis irriconoscibile fisicamente e recitativamente, ed  Emma Stone, con i suoi occhi perennemente sgranati sulla vita.

Film anche ridondante e non digeribilissimo come nella miglior tradizione di Inarritu, Birdman è però un film da vedere, anche più di una volta. Ricorda per più di un verso, una sintesi moderna di Robert Altman (A metà tra Radio America e America Oggi, tratto proprio dai racconti di Carver) ma con il ritmo di un Carnage di Polanski. Un film originalissimo, intelligente e a tratti irresistibile... E L'ultima enigmatica immagine di una Sam mai cosi sorridente in tutto il film non potrà non farvi sussultare. Materiale da Oscar. VOTO:8,5/10

Exodus (Dei e Re) – Il Gladiatore contro il Faraone

Exodus (Dei e Re) – Il Gladiatore contro il Faraone

Dopo il Noè di Aronofosky, torna un Kolossal di dimensioni bibliche (letterariamente), stavolta ci prova Ridley Scott de Il Gladiatore e Robin Hood e sceglie la star principale del Vecchio Testamento, ovvero Mosè. Visto i brutti risultati di Aronofsky, prevedibile immaginare lo scetticismo con cui Exodus – Dei e Re – sia stato accolto.

Storia stranota, e peraltro piuttosto ortodossamente raccontata dal vecchio leone britannico, con un cast stellare, a cominciare da Christian Bale nel ruolo del protagonista, Joel Edgerton in quelli dell’antagonista Ramses ed una miriade di comprimari di lusso come John Turturro, Sigourney Weaver, Ben Kingsley…

Quali le novità apportate da Ridley Scott su una storia arcinota rispetto al suo predecessore storico, ovvero il semi-mitologico I Dieci Comandamenti di Cecil DeMille (quello con Charlton Heston e Yul Brinner, per intenderci, che in genere viene riproposto su Mediaset ogni natale ed ogni pasqua da 30 anni.)?

Molto poche ad essere onesti. Christian Bale è un credibile Mosè, non balbuziente come nella tradizione biblica, ma piuttosto saggio e supereroistico (del resto è lo stesso attore di Batman), con la sua gioventù da generale egiziano, il suo esilio prima sofferto, poi dorato, la rivelazione di Dio, il ritorno in Egitto per liberare il popolo d’Israele, ecc, ecc.

Forse la parte più interessante è proprio il rapporto con Dio, raffigurato come una bambino capriccioso, vendicativo e guerrafondaio (e, ad onor del vero, età a parte, il Dio del Pentateuco così ci appare), che disprezza gli Egizi, falsi dei di “carne e sangue”, e che più volte entra in discussione con Mosè stesso. Bello il dialogo dove, accusato di perdere tempo nell’addestrare gli Israeliti alla guerrilla –buona idea se tu sei uno straccione e il tuo nemico è abbastanza armato da sotterrarti in uno scontro diretto- Mosè rinfaccia al piccolo Dio Impaziente: “ ci hai tenuto 400 anni in schiavitù e ora hai fretta?” un rapporto che accompagnerà Mosè fino alla stesura dei Dieci Comandamenti, anche qui una bella scena tra i due, e all’ultimo viaggio nel deserto, con un vecchio Mosé seduto su un carro accanto all’Arca dell’Alleanza.

Dicevamo, Christian Bale è un credibile Mosè. Il problema è tutto il resto del cast. Con l’eccezione di Ben Kingsley, mai ricordiamo volti tanto male assortiti per rappresentare un popolo dai tempi dei film della Disney anni 50 e 60.  Uno si aspetterebbe occhi e colori mediterranei, invece apparentemente Egizi ed Ebrei del 1300 a.c. avevano moltissimi rappresentanti dagli occhi azzuri e volti anglosassoni. Joel Edgerton è un Ramses assolutamente fuori ruolo per caratteristiche fisiche, quasi peggio come interpretazione (talvolta quasi farsesca), e lo stesso dicasi per la Weaver e i vari comprimari. Non poche volte si ha la sensazione di assistere a qualche scena di un film in peplum di una cinquantina di anni fa, e talvolta persino di Brian di Nazareth (!).

Effetti speciali ottimi, e ci mancherebbe, ma non così stratosferici come ci si aspetterebbe da un film dove il Mar Rosso si divide in due; Exodus è a tutti gli effetti un kolossal ma con un sviluppo così piatto (ad esempio il rapporto tra i fratelli Mosè e Ramses) che non sembra neanche un film di Ridley Scott, ma di un qualunque Michael Bay (Transformers) o Roland Emmerich (Independence Day). Ci spiace dirlo, ma è l’opera più brutta della quasi quarantennale carriera del maestro.

Exodus ci appare quindi, per essere uscito nel 2015, perfettamente inutile; quel che è peggio, e visto il nostro tempo cosi sanguinoso, l’idea di realizzare un film basato su una tradizione religiosa dove l’Eroe è guidato da un Dio tremendamente geloso e che ricatta quelli che dovrebbero essere i suoi figli (di qualunque popolo) con piaghe inenarrabili e l’uccisione dei bambini, ci appare francamente poco intelligente. Altro che Charlie Hebdo. VOTO: 4,5/10

American Sniper - L'Ultima Vittima di una Sporca Guerra

American Sniper - L'Ultima Vittima di una Sporca Guerra

Regista che in tarda età è divenuto prolifico come non mai, Clint Eastwood (politicamente uno dei pochissimi conservatori – moderato ad ogni modo- nel panorama di Hollywood) non poteva non dire la sua, sul momento e la guerra che per ora (e purtroppo) hanno caratterizzato il 21 secolo, ovvero la Caduta delle Torri Gemelle ed il conseguente dispiegamento di forze militari USA in Medio Oriente.

Lo fa attraverso gli occhi e la mira di un formidabile cecchino della Marina, Chris Kyle, da cowboy da rodeo a leader sul campo in Iraq, con 160 uccisioni confermate: la sua è la tipica storia americana del militare a stelle e strisce, con l’entrata sotto le armi, l’incontro con la futura moglie, i turni in missione, intervallati dalla nascita dei figli. Diventerà la Leggenda per i suoi commilitoni, ed il Diavolo di  Ramadi per i suoi nemici. La sua missione più importante: abbattere Mustapha, il suo contraltare siriano.

Sono 3 le domande che vale la pena rispondere in questo film: a. ha ancora un senso produrre dei film sulla guerra in Iraq? b. ha senso questo contributo di Clint Eastwood? c. American Sniper merita la candidatura all’oscar?

Per ordine: ancora di più di quello che fu per gli Stati Uniti il Vietnam, cicatrice mai veramente riemarginata, e che sviluppò letteratura, musica, cinema e controcultura fino a buona parte degli anni ’90, la Guerra In Iraq sempre di più appare come la madre di ogni guerra sbagliata, con una serie di reazioni a catena , ultime dei quali Isis e vicenda Charlie Hebdo. Ora la domanda è: a cosa dovrebbe servirci un film sulla guerra che non sia semplicemente un action movie? Probabilmente a capirne le ragioni, comprendere il nostro passato per interpretare il nostro presente, forse riflettere su quale futuro ci aspetta.

Il che ci porta alla seconda domanda: Eastwood è già al terzo film che parla di un conflitto, i precedenti basati sulla seconda guerra  mondiale, Lettere da Iwo Jima e soprattutto Flags of our Fathers, di cui American Sniper sembra quasi la continuazione naturale, con la retorica del patriottismo come difesa di un sistema valoriale spesso in contraddizione con se stesso (ed il finale è assolutamente emblematico). Il film alterna la crudezza della guerra (incluso le uccisioni più o meno accidentali di civili) alle scene di ritorno a casa del “guerriero”, che tuttavia sarà posseduto dal desiderio di essere in mezzo all’adrenalina del conflitto. American Sniper è sufficientemente originale? Qui la risposta è facile: no. Tra il realismo di Redacted e The Hurt Locker, l’analisi politica di Zero Dark Thirty e Lions For Lambs, la vita dopo/oltre la guerra di Nella Valle di Elah e The Messenger, tutto sembra più o meno visto in questo film. Intendiamoci, non è che l’originalità sia tutto in un’opera… e se la sceneggiatura non è così nuova, che dire della qualità delle interpretazioni e della narrativa? American Sniper è veramente da Oscar come è stato appena candidato?

Fotografia buona, soprattutto nelle battaglie, interessante la scelta di non avere nessuna musica, se non solo percussioni (scelta molto particolare per il regista, che ha sempre avuto nello score musicale  un punto di forza). Lo sviluppo è reso interessante dalla crescente bramosia per Kyle di sconfiggere il suo antagonista, novello Achab disposto a sacrificare tutto (il proprio plotone, il tempo con la famiglia, la propria vita) pur di abbattere il suo Moby Dick. Certo, l’interpretazione di un Bradley Cooper particolarmente pompato e non particolarmente espressivo poteva essere decisamente migliore (per quanto ci si potesse aspettare da un attore a nostro avviso non straordinario), anche perché il resto del cast è virtualmente inesistente come spessore.

American Sniper rimane dunque, alla luce dei fatti, un buon prodotto artigianale da parte di Eastwood, solo parzialmente riscattato da un finale significativo, con il pregio di offrirci un punto di vista onestamente conservatore (che siate d’accordo o meno con questo tipo di retorica... unica sbavatura: la pallottola finale alla Matrix) sulle motivazioni di chi sceglie di andare in guerra. Lontanissimo da altro materiale da Oscar del buon Clint come Gli Spietati, Gran Torino, Mystic River… Ben eseguito, poco ispirato. VOTO: 7/10

The Imitation Game – L’Enigma più Irrisolvibile di Tutti i Tempi

The Imitation Game – L’Enigma più Irrisolvibile di Tutti i Tempi

"Sono le persone che nessuno immagina che possano fare certe cose, quelle che fanno cose che nessuno può immaginare..." è senza dubbio la frase cult del film anche per il futuro (viene ripetuta per ben 3 volte), e ovviamente mai frase è più appropriata per il protagonista storico del film, ovvero il matematico britannico Alan Turing, genio matematico, crittografo, precursore del computer moderno, omossessuale, perseguitato ed infine suicida per questo motivo, nonostante gli enormi meriti in tempo di guerra.

La storia di Turing, abbastanza nota di per sé, viene qui raccontata in un interessante ibrido tra biopic e thriller cerebrale con la risoluzione del celebre caso Enigma, ovvero la macchina che crittografava i messaggi dell’esercito nazista e che viene decodificata grazie alla macchina inventata dallo stesso Turing, (nel film da lui chiamata “Christopher” – si tratta tuttavia di una “Licenza poetica” mai esistita).

La vicenda Enigma è stata già raccontata in precedenza (nel 2001), ma senza far riferimento diretto allo stesso Alan Turing, ed in un certo senso questo film rimedia ad un grande torto del Governo Britannico, che formalizzerà le sue scuse verso il deceduto matematico solo nel 2009; a questa vengono però aggiunti due periodi della vita di Turing, l’infanzia da emarginato in una Public School inglese, e la persecuzione finale per la sua omosessualità.

Nel durante, però emerge tutta la connotazione del grande matematico come personaggio complesso, enigmatico ed indecifrabile  a sua volta (anche nella freddezza di alcune scelte apparentemente disumane) come il codice che si era prefissato di risolvere: di fatto il titolo fa riferimento sia all’Imitazione della macchina tedesca da parte di quella britannica, sia a quella di una vita “normale” da parte di un omosessuale in un tempo dove ciò era legalmente perseguitato e condannata. In un tentativo di nascondere le proprie tendenze, Turing nasconde il proprio lato emotivo fino a somigliare lui stesso ad una macchina. Saranno i compagni di lavoro di Turing, tra cui Joan Clarke (con cui si fidanzerà, solo formalmente) e Hugh Alexander a farlo uscire dal guscio del suo isolamento sociale, proteggerlo dalle ingerenze dei militari e realizzare la macchina che da solo non avrebbe potuto completare. Spassosissima la scena in cui, su suggerimento della stessa Joan, prova ad ingraziarsi i compagni in modo goffo (con una mela ed una barzelletta), ma adorabile.

Per alcuni versi, The Imitation Game non potrà non ricordare A Beautiful Mind di Ron Howard, anche in quel caso, si trattava di un genio matematico (un economista in quel caso) stralunato e socialmente disadattato, e in particolar modo in una scena (in un bar mentre i colleghi tentano di decodificare il comportamento delle ragazze per abbordarle… evidentemente si tratta di un’esperienza illuminante per la maggior parte degli uomini) che sarà il punto di svolta e la chiave dell’intuizione definitiva.

Davvero un ottimo esordio in lingua inglese per il regista scandinavo Morten Tyldum che coglie benissimo la cifra stilistica del film (un po’ come c’era riuscito l’altro scandinavo Alfredsson con La Talpa), imbevuta della Gran Bretagna colori seppia degli anni della II Guerra Mondiale e sfrutta ottimamente la grande vena dei protagonisti Keira Kightley, Matthew Goode, Mark Strong ed ovviamente Benedict Cumberbatch, in stato di grazia, attore versatile dalle fattezze appropriatamente enigmatiche ed aliene, che ne fanno un Jeremy Irons in versione aggiornata. Ci azzardiamo a dire che se la gioca con Jake Gyllenhaal di NightCrawler per l’Oscar 2014 alla miglior interpretazione maschile.

Pellicola che si presta dunque a molti piani di lettura e tutti di grande profondità: Tyldum decide di narrare le complessità dell’animo in un raffinato gioco di specchi e rimandi, con una sintesi davvero ammirabile e senza mai cedere al facile melodramma. In fin dei conti, quale enigma è più irrisolvibile di quello che ci pone la nostra umanità? VOTO: 8/10