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L’Amore Bugiardo – Tutti Vittime, tutti Colpevoli?

L’Amore Bugiardo – Tutti Vittime, tutti Colpevoli?

Ogni film di David Fincher, dai tempi dell’ormai iconico Fight Club (1999), è sempre atteso come un evento, soprattutto se il film in questione è considerato da molti il principale candidato all’Oscar. Con un cast di attori davvero ben assortiti, una sceneggiatura basata su un libro di successo, L’Amore Bugiardo (il cui titolo non c’entra assolutamente niente con l’originale Gone Girl ed è francamente troppo esplicativo) è effettivamente un titolo che sulla carta ha molti crediti da spendere sul tappeto rosso… ma alla prova dello schermo?

Nick Dunne, al quinto anniversario di matrimonio, torna a casa per trovare un tavolo di vetro infranto e la moglie Amy scomparsa. Ben presto, i sospetti della polizia cadranno su di lui, ma la situazione è ben più complessa di quello che sembra, e alla fine chi potrà dire chi è il Persecutore e chi la Vittima?

Non aggiungiamo niente di più, anche se obiettivamente il film, raccontato nelle poche linee sopra, è molto più complesso e si snoda, nell’arco di 2h30’, in tre parti distinte, di cui solo la prima è effettivamente un thriller classico di rapimento/omicidio/caccia al colpevole (non casualmente, gergalmente è un genere noto come “WhoDunnit?”, “Chi è stato?”, ed il cognome del protagonista è proprio Dunn), mentre successivamente si sviluppa come genere di fuga, ed alla fine una vera e propria guerra psicologica.

Facciamo un gioco…Prima diciamo perché L’Amore Bugiardo potrebbe davvero vincere l’Oscar 2014 come miglior film, poi perché non dovrebbe.

Dunque, perché il film di Fincher potrebbe vincere? La confezione è notevolissima, raffinata ed evocativa proprio come ci aspettiamo dal regista (che negli anni 90 aveva esordito dirigendo videoclip musicali, ad esempio Madonna in Vogue o Express Yourself). In effetti,  per immagini (dove si abbonda con lo “spargimento” -letterale, andate a vedere il film per capire-  di sangue), ma anche il suono (una brusio frequente, reale o meno, di TV mal sintonizzate) il modello di riferimento è Seven dello stesso Fincher, una delle sue opere migliori.  E idem il cast, con un Ben Affleck davvero imperscrutabile e sempre molto credibile, una Rosamund Pike sexy e mostruosa allo stesso tempo che domina il film soprattutto nelle due parti finali e tutta una serie di comprimari molto tridimensionali e che ci restituiscono un Missouri da copertina di riviste di case (solo all’apparenza). Infine, davvero notevole come alla fine, Fincher ci conduca in un mondo, dove la colpevolezza o meno di Nick e dei personaggi sia determinata non tanto dalle indagini di polizia quanto dall’abilità mediatica dei possibili imputati (e dei loro avvocati, veri e propri “spin doctor” e coach comportamentali) alle prese con un mondo di pseudo-giornalisti imbonitori, ipocriti e manipolatori.

Viceversa, perché L’Amore Bugiardo non dovrebbe vincere? In una sola parola: freddo. Nonostante gli incastri e gli agganci della trama siano perfettamente congegnati, il film eccede di spiegazioni e chiarimenti (spesso con l’espediente della voce fuori campo, che in genere coprono la narrativa lacunosa, ma qui è spesso ridondante) che alla fine, eliminano quei “vuoti” necessari allo spettatore per elaborare e metterci del suo. Una parafrasi (con una lettura sociale molto interessante, sia nei rapporti di coppia che in quelli coi media) molto valida, ma la poetica di fatto è assente. Troppo detto, troppo poco evocato. E se il regista avesse deciso di tagliare, invece di aggiungere?

Ecco perché preferiremmo Interstellar per l’Oscar, film forse meno perfetto su presupposti, trama e conclusione, ma di certo più risonante, più controverso, e in definitiva più profondo. Ma abbiamo pochi dubbi su chi lo vincerà effettivamente. Sarà pure vero che in Amore, Bugiardo o meno, non ci sono regole, ma a Hollywood sì. VOTO: 7,5/10

The Judge – Robert Contro Robert

The Judge – Robert Contro Robert

È sempre un bel rischio il cambio di genere, in un mondo come Hollywood, e stavolta se lo prende David Dobkin, regista di commedie abbastanza mestieranti (2 Single a Nozze, Cambio Vita, ecc) e di serie televisive. L’idea è buona: ibridare il legal thriller, uno dei grandi classici americani, con il dramma familiare, altro filone di grandi tradizioni.

Protagonisti sono due grandi Robert del cinema, entrambi premi oscar, ovvero Robert Downey Jr e Robert Duvall, laddove il primo (Hank Palmer), Avvocato di pochi scrupoli della grande città, dovrà aiutare il secondo, Giudice rispettato e temuto nella città di provincia, a sfuggire ad una condanna per aver investito un ex detenuto. Nel durante, tante altre tematiche affiorano, come il ritorno alla città dell’infanzia, la morte della madre (che è peraltro l’occasione del ritorno a casa di Hank), i rapporti coi fratelli, il ritrovarsi con la vecchia fiamma, la malattia dei tuoi cari, il tempo che passa e che non torna più.

Come dicevamo, è sempre un problema passare da un genere ad un altro, quando il mestiere è l’unica cosa che ti sorregge, ed in effetti, è proprio cosi anche stavolta. In pratica The Judge sono due film in uno, nel senso sia di ibridazione dei due generi suddetti, sia purtroppo di durata (2h20) e dico purtroppo perché sfortunatamente The Judge manca completamente di sintesi tra i generi, e spesso trabocca di dettagli che sembrano (e lo sono) irrilevanti ai fini della storia complessiva e si limitano ad appesantirla senza un reale corrispettivo: la morte della madre all’inizio, il fratello disabile (che gira tutto quello che vede in una 8mm… inutile chiedersi perché non passa al digitale nel 2014), il flirt  quasi “edipico” con la figlia della vecchia fiamma (Vera Farmiga, sempre stupenda, ma qui completamente sperduta), tutte sottotrame che non vengono minimamente sviluppate.

In effetti, The Judge, da questo punto di vista, più che due film in uno, sembrano 2 o 3 episodi di un telefilm montati assieme, anche e soprattutto in virtù di una narrazione molto costruita “a regola d’arte” (vedi anche le battute che smorzano la tensione, molte immagini stereotipate – la fine sul lago su tutte- e le musiche tristi che “chiudono” alcune scene) e che ricorda molto serie di qualche anno fa come LA Law, In Famiglia e Con Gli Amici e, in tempi più recenti, Ally Mc Beal, dove fu protagonista chi? Ma il buon Robert Downey Jr, ovvio.

Il buon Robert, che qui gigioneggia in un ruolo costruito su misura per lui, uscendo solo per un momento dalla sua zona di comfort nella scena migliore e più emozionante del film, quando aiuta il padre nel bagno e lo fa esitando solo un secondo, prima di “sporcarsi” le mani (e non solo); per il resto, effettivamente, è proprio il confronto tra di lui e il padre Robert Duvall, l’uno alla perenne ricerca dell’approvazione e dell’amore dell’altro, il perno di tutta la vicenda e, seppur non al suo meglio, il vecchio leone cerca di non far affondare tutto il film, e quasi ci riesce. Quasi.

Menzione speciale per Billy Bob Thornton, che caratterizza il suo Pubblico Ministero, persecutore sistematico ma non crudele, con pochi ma efficaci tocchi in un processo senza particolari guizzi (eccezion fatta per la bella scena della scelta dei giurati), e per Vince D’Onofrio, sempre bravo anche in piccoli ruoli.

Per il resto? Televisivo, e non di prima fascia. Troppo e troppo poco. VOTO: 5,5/10

Nightcrawler (Lo Sciacallo) – Sbatti il Mostro in Primo Piano

Nightcrawler (Lo Sciacallo) – Sbatti il Mostro in Primo Piano

Prima regia per Dan Gilroy, che a 55 anni passa dalla sceneggiatura alla regia, Nightcrawler-Lo Sciacallo, è la dimostrazione che non è mai troppo tardi per iniziare una carriera – speriamo, dopo vedremo perché – di successo.

Lou Bloom è un giovane che vive di espedienti e che scopre, quasi per caso, di avere un talento per le riprese di cronaca nera notturna: si apposta dunque la notte sulla sua auto intercettando le comunicazioni della polizia di Los Angeles, si precipita sui luoghi di incidenti, omicidi, massacri quando capitano e vende le riprese ad un canale di news locale. La sua attività crescerà abbastanza velocemente, tanto da permettersi una corvette rosso fiammante, un assistente da 30 dollari a notte, e una videocamera migliore… ma non passerà molto tempo che Lou attraverserà la sottile linea da mero osservatore a parte in causa di quello che osserva. Con un sospetto: la stampa si limita a registrare quello che succede, o in qualche modo lo “ingegnerizza”?

Che il mondo delle informazioni sia senza scrupoli, Hollywood già ce lo ripete da tempo, vedi Quinto Potere, L’Inventore di Favole, ecc., visto che il sangue è la notizia che fa notizia, ma dove Lo Sciacallo è veramente notevole è la commistione di genere, fra la denuncia di un sistema di informazione marcio alla base e il thriller alla American Psycho, al quale si avvicina per la denuncia più estesa di tutto quello che è l’American Way (degrado dell’American Dream), ovvero compra, vendi, consuma, produci, crepa (e fai crepare). Notevolissima la performance di Jake Gyllenhaal (dopo Prisoners, un’altra conferma del suo talento) con il suo Lou sociopatico inizialmente emarginato e poi di successo…  non potrà non ricordare il Patrick Bateman di Christian Bale, più che per la somiglianza fisica (una specie di versione malata di Bateman)  per il modo con cui interagisce con le altre persone, portatore (insano) di follia lucida, imbevuto delle filosofie dei santoni del successo a tutti i costi made in USA (Anthony Robbins, Robin Sharma, John Maxwell, ecc… e già da tempo ci sono emuli anche in Italia) e dove il fine della ricchezza di fatto rende inutile il mezzo che lo raggiunge. Nobili parole, che in genere validano l’avidità come obiettivo e modo di vivere.

In realtà, e a differenza di American Psycho, Lou agisce in modo fin troppo follemente lucido, tanto che conquisterà un suo seguito, oltre che all’affascinante, e affascinata, produttrice Nina Romina (una Renèe Russo, davvero regale nella sua interpretazione e in splendida forma – dettaglio trascurabile: è la moglie del regista, ma qui è un favoritismo che si può davvero perdonare).

Simbolico il cognome del protagonista (Bloom, ovvero germoglio, o l’atto di sbocciare dal terreno) che se da un punto di vista, è metafora del suo voler emergere a tutti i costi dal fango in cui vive, d’altro canto è ossimoro del titolo originale Nightcrawler, (ovvero lombrico), che si nutre delle sostanze organiche vive e morte nel fango stesso, immergendosi sempre di più in esso. Potenza evocativa spenta dalla traduzione italiana che, seppur semplice nelle sue intenzioni, (facile il riferimento allo Sciacallo che si nutre di carogne) dimostra, come purtroppo capita spesso in Italia, ignoranza del contenuto dell’opera, oltre al fatto che, anche da un punto di vista creativo, sembra piuttosto offensivo per l’autore (ma sarà mai che di tutte le traduzioni possibili per il titolo di un film, “Lombrico” debba esser tradotto in “Sciacallo”! il seguito cosa sarà? L’avvoltoio? Lo Scarabeo Stercorario?)

Seppur non al livello del Michael Mann di Collateral, bello anche da un punto di vista visivo come Gilroy ci dipinge una Los Angeles quasi sempre notturna e quasi sempre umida, in tutti i sensi (anche qui un riferimento all’ambiente preferito del lombrico); e molto azzeccate le musiche di Newton Howard.

Thriller intelligente, per niente scontato, con un protagonista in grande forma. Da vedere. VOTO: 8/10

Interstellar – Viaggio al Termine della Buona Notte

Interstellar – Viaggio al Termine della Buona Notte

"Non andartene docile in quella buona notte..." è l'incipit e il leit motiv dell'ultimo lavoro del titanico Christopher Nolan, e del poema di Dylan Thomas, che incita l'essere umano ad andare oltre ai confini imposti dalla sua natura: lo spazio, il tempo, la mortalità.
Allo stesso modo, Interstellar racconta dell'incredibile viaggio di Cooper e del suo equipaggio alla ricerca di un mondo alternativo alla Terra, in un prossimo futuro ormai morente. Lascerà i suoi figli con la quasi certezza di non vederli mai più, ma con la convinzione che la sua missione garantirà, a loro e al resto dell'umanità, di proseguire la specie umana.
Film imbevuto di concetti di fisica quantistica, come relatività, singolarità, worm-hole, distorsioni di spazio/tempo, 5 dimensioni, Interstellar può, lo è, apprire molto ostico ad una comprensione profana dei principi e dei presupposti che di fatto ne determinano le premesse: ma superandone i tecnicismi, si mostra come un film con una poetica complessa ed evocata, suscitata dalla metafora del viaggio interstellare, esseri umani che viaggiano nella e verso l'oscurità, in un fragile contenitore.
Da questo punto di vista, visivo e concettuale, non può non ricordare Gravity di Cuaron, ma la somiglianza è meramente superficiale: molto di più, Interstellar è la versione aggiornata di 2001 Odissea nello Spazio di Kubrick, che di fatto ne rappresenta quasi un antefatto (il concetto di fantomatici "loro" che ci aiutano, il punto di arrivo familiare e sorprendente allo stesso tempo, il supporto delle intelligenze artificiali, qui Tars, di là era Hal) con molte sfumature derivate da Inception dello stesso Nolan (vedi i punti di contatto di più sovrapposti-anche fisicamente- uno sull'altro e accanto all'altro).
Ambizioso  e riuscito, Interstellar coniuga il voler ricondurre i principi della fisica -una natura terribile, ma mai maligna, come sottolineerà uno dei personaggi- a principi filosofici universali come la vita, il tempo, la morte.
Poco da aggiungere sulle streiptose capacità visive di Nolan (che ha pochi pari nell'attuale panorama cinematografico), stavolta sono lande desolate e spazi infiniti che anche si abbinano come sempre alle bellissime ed evocative musiche di Hans Zimmer e al silenzio tombale del cosmo. Tutto il film trasmette un senso di attesa, di sospensione (2h40 che scorrono sorprendevolmente bene, visto quanto, in effetti succeda "poco" sullo schermo), prima dell'arrivo. Non casualmente il progetto del film si chiama Lazarus, presagio di un trapasso, stavolta non verso la "buona notte" ma attraverso di essa.
Completa il quadro l'ottima performance di Matthew Mc Conaughey, incredibile la maturazione di questo attore negli ultimi anni,  e del resto del cast, Jessica Chastain su tutti... Piccola sorpresa saranno le apparizioni di alcuni attori "vip" come personaggi minori.
In pieno stile Nolan, Interstellar è magniloquente, ambizioso, profondo e non per tutti. Ma Per coloro disposti ad affrontare tutto il viaggio con Cooper,  la poesia di Thomas non potrà non riecheggiarvi per molto tempo...

“ Non andartene docile in quella buona notte,
I vecchi dovrebbero bruciare e delirare al serrarsi del giorno;
Infuria, infuria, contro il morire della luce”

VOTO: 8/10

Guardiani della Galassia – L'A-Team dello Spazio di casa Marvel

Guardiani della Galassia – L'A-Team dello Spazio di casa Marvel

Nuova franchise per l’Universo cinematico Marvel, Guardiani della Galassia si caratterizza dal resto delle attuali produzioni della Casa Delle Idee per l’ambientazione cosmica e prettamente fantascientifica. Regista è James Gunn che già aveva affrontato la tematica supereroistica con Super, dissacrante ma non particolarmente riuscito.

Peter Quill, fuorilegge autoproclamatosi StarLord (e scarsamente riconosciuto... da chiunque!) si trova invischiato nella ricettazione illegale di un oggetto preziosissimo e pericolosissimo: una delle Gemme dell’Infinito, oggetto con il potere di distruggere mondi, e obiettivo di Ronan l’Accusatore, folle genocida intergalattico. Per salvare il pianeta Xandar, Peter troverà insperati e improbabili alleati: la letale Gamora, lo sconnesso ma potente Drax, l’adrenalinico procione mutato Rocket ed il suo compare Groot, un Albero antropomorfo. Insieme diventeranno i Guardiani della Galassia!

Sia nello spirito che nella trama (come si può capire da sopra), Guardians of the Galaxy è un B-Movie molto costoso ed accurato, ritmi serratissimi e decisamente auto-ironici. In particolare, Peter Quill (Chris Pratt, probabilmente al ruolo di svolta nella sua carriera), eroe suo malgrado ma inconsapevolmente leader e destinato ad essere una forza del bene, è una specie di Han Solo di Guerre Stellari adattato ai gusti attuali. E proprio parzialmente a Guerre Stellari, per ambientazioni, mix di razze galattiche, spirito ed atmosfere, che GdG si ispira, specialmente alcune scene di scontri tra navicelle o alcune navi stellari colossali decisamente ricorderanno la saga di George Lucas. Lo sviluppo della trama (da sbandati individualisti a squadra predestinata a salvare l'universo) non potrà non ricordare il primissimo episodio della serie, datato 1977 (che cronologicamente è il quarto… ma lasciamo stare), ed il finale è, come nell'altro caso, ovviamente il lancio di una trilogia.

Altissimi ritmi e molta ironia nei dialoghi, dicevamo, così come fotografia e colori davvero molto immaginifici, saturi, adrenalinici. Tanti I cameo di molti vip, (Benicio Del Toro, Ben C. Reilly, Glenn Close e ovviamente Stan Lee), che nella versione originale si aggiungono alle voci di Bradley Cooper (Rocket) e Vin Diesel (Groot) e che rendono GdG da un punto di vista visivo e concettuale, un fantastico luna park intergalattico, nato per esaltare il 3D.

Dove GdG perde colpi è proprio la profondità: se fosse un vino, avrebbe un bouquet ottimo, bollicine che stuzzicano, ma poco corposo. Tarato per un pubblico teen, ma che strizza l’occhio ai fumettari nostalgici degli anni ’80 (grazie ai vari memorabilia sparsi in qua e là, come i Troll, la cagnetta Laika o Howard il Papero –alzi la mano chi ricorda il suo film! – e all’espediente delle canzoni che fanno da sottofondo… niente poco di meno che in walkman e audiocassetta!), il film è molto lineare e sebbene, talvolta provi ad approfondire la psicologia di alcuni personaggi (Peter su tutti e il suo irrisolto rapporto con le figure genitoriali, ma anche l’iconico procione Rocket, che sotto la sua ipercinesi ipertecnologica, nasconde un’anima tormentata  e sensibile, tanto è vero che è l’unico che comprende Groot, il Chewbacca della compagnia), il film rimane un godibile divertissement senza davvero spessore, spessore che invece è presente in altri prodotti Marvel come il primo Iron Man o, con risultati un po’ meno brillanti, il secondo Capitan America.

Tutto sommato, si avvicina di più come modello, alla coralità pop e sopra le righe di The Avengers, ma senza mai raggiungerne i toni epici, cosa curiosa visto le scenografie e i presupposti di cui GdG poteva godere, che rimane, a tutti gli effetti, una specie di A-team versione galattica.

Insomma: una simpatica e spettacolare scazzottata spaziale. Si poteva sperare di più. VOTO: 7/10

I Due Volti Di Gennaio - Una Tragedia Greca Moderna (o quasi)

I Due Volti Di Gennaio - Una Tragedia Greca Moderna (o quasi)

Prima regia di Hossein Amini, iraniano di origine e già sceneggiatore di Drive e Biancaneve e il Cacciatore, I Due Volti di Gennaio è basato sul libro di Patricia Highsmith, già tradotta sullo schermo per la trilogia di Mr Ripley.

Ambientato ad Atene nel 1962, il film racconta della giovane guida Rydal (Oscar Isaac), ex studente di Yale in fuga dal suo passato e dal suo futuro già scritto, che si trova invischiato nelle vicende della facoltosa coppia McFarland, lui Chester (Viggo Mortensen), investitore finanziario quasi cinquantenne, lei Colette (Kirsten Dunst) poco più che ventenne: a seguito di un incidente, Chester dovrà sfuggire alla polizia e sarà Rydal a farsi carico, in cambio di denaro, di portare sia lui che la moglie fuori dalla Grecia… ma non sarà una passeggiata di salute, complice l’attrazione che si instaura tra lui e Colette, e il rapporto padre-figlio che si crea con Chester. Non casualmente, più di una volta le immagini fanno riferimento ad un affresco della tauromachia, dove due toreri sfidano mortalmente il toro (mortalmente per tutti i 3), un gioco che si traduce nella realtà di 3 personaggi, dove però i ruoli di toreri e toro si intercambiano continuamente.

Come dicevamo, prima regia per Amini, che in qualche modo decide di affondare a piene mani nel patrimonio visuale di Mr. Ripley, ed ecco le atmosfere retro e luminosissime dell’Italia anni ’60 si trasferiscono in Grecia, anche qui caratterizzate da un presagio malevolo, un sentore che qualcosa andrà di male in peggio; a differenza di Mr. Ripley, è evidente come il focus sia su due personaggi, Rydal, tipico ex studente USA ansioso di perdersi nella vita, e Chester, truffatore all'imbocco del viale del tramonto. Entrambi in una fase di transizione, ma, come suggerisce il titolo, insieme sono un Giano (nume che dà il nome a Gennaio, il mese di passaggio tra il vecchio anno ed il nuovo) bifronte, uno che guarda al futuro, l’altro al passato. Non casualmente, tra i due emerge un rapporto filiale, laddove il padre alla fine non potrà fare a meno di scusarsi per aver deluso il figlio, tema ricorrente nei romanzi di formazione, più che nei thriller.

Di positivo ne I Due Volti Di Gennaio, emerge la buona fotografia, complice i fantastici scorci della Grecia e Creta in primis, e le buone interpretazioni dei protagonisti, soprattutto Viggo Mortensen che riesce a caratterizzare il suo Chester con un misto di affascinante, misterioso, ma anche maldestro e meschino. Il suo destino è segnato già all’inizio, il finale sarà per lui una specie di catarsi dagli spettri del passato, remoto e recente.

Cosa invece non funziona è in definitiva, il senso di dejavu dell’opera, con il gusto retro e un po’ stereotipato della Highsmith (Italia o Grecia, il risultato non cambia) ormai già visto sullo schermo e di fatto molto prevedibile, che in un thriller certo non aiuta: la sensazione che qualcosa di sorprendente succederà, viene delusa, con una parte iniziale molto promettente (che ricorderà per certi versi Cortesie per Gli Ospiti, di qualche anno fa), una parte centrale discontinua e venti minuti finali che sono forse la parte debole del film. Ben altro potenziale sarebbe potuto essere espresso con una diversa narrazione.

I due Volti di Gennaio in definitiva e per ironia, finisce col dimostrare nei fatti quello che avrebbe voluto raccontare del rapporto padre-figlio: irrisolto.  VOTO:6,5/10

Posh – Il Lato Oscuro dei Piccoli Snob Britannici

Posh – Il Lato Oscuro dei Piccoli Snob Britannici

Ambientato nella Oxford universitaria, Posh (in inglese snob, chic, fighetto) racconta delle gesta del Riot Club, un esclusivo gruppo goliardico dove si forgiano gli spiriti e le amicizie del futuro gruppo dirigente della nazione… Speriamo di no, altrimenti povera Inghilterra.

Inutile dire che i nostri goliardi sono dediti a tutto meno che allo studio, in particolare le passioni sono ubriacarsi fino allo sfinimento e distruggere tutto quello che possono. Evidentemente deve trattarsi di attività particolarmente ricercate, visto che entrare nel ristrettissimo club (esistente dal 18mo secolo) è pressochè il sogno di metà degli studenti (maschili) di Oxford. Infatti, il film (basato sull’omonima piece teatrale – e soprattutto la seconda parte lascia riconoscere la struttura “da interni” tipica del teatro), prende le mosse dall’iniziazione di due membri, Miles, intelligente e affabile (M.Irons), ed il cupo ed enigmatico Alistair (S.Claflin), e si conclude nella cena di benvenuto, destinata a terminare in modo drammatico.

Per tanti versi, Posh sembrerebbe avere tutti i crismi per poter sfruttare la grandissima tradizione attoriale britannica, e le premesse ci sono tutte: seppur non originalissima l’idea delle confraternite universitarie dal lato oscuro (qualche anno fa, film pressochè analogo ma basato negli USA fu The Skulls, e di film simili la cinematografia a stelle e strisce dagli anni 80 in poi è piena zeppa), interpreti e ambientazioni di certo potevano valorizzare l’idea. Sfortunatamente la regista danese Lone Scherfig (già regista di An Education, sempre ambientato in UK) finisce con l’appiattire oltremodo la caratterizzazione dei personaggi, dando una lettura veramente bidimensionale del maschio universitario di buona società (il liberale dalle buone intenzioni, ma un po’ vigliacco, il fascista frustrato, il gay decadente – che vive in vestaglia (!), il ricco straniero… una specie di galleria dell’ovvio) e peraltro rendendo poco credibile il club stesso, che a ben vedere sembra un vero e proprio club di sfigati: cene di soli uomini, un paio veramente nerd, che non fanno altro che mangiare, bere e tirare di coca… e perché uno vorrebbe mai passare la serata cosi? Date un’occhiata a The Social Network, per fare un esempio, e  francamente lì si che ci si diverte… Un clichè per tutti: la musica di benvenuto al Riot Club è Wild Boys dei Duran Duran (che fantasia… per di più, una scelta poco credibile per dei 18-20enni).

Peccato perché il potenziale degli attori, soprattutto Sam Claflin, appare completamente non sfruttato. I dialoghi piatti, più che la trama non originalissima che lascia presagire un finale cupo, ma alla fine non troppo, sono in definitiva la parte debole del film, affossando una regia troppo tradizionale. Il lato di critica sociale, di una classe dirigente già marcia prima di diventare adulta, e che avrebbe senz’altro dato tutt’altro spessore al film, emerge didascalico e poco incisivo. Curioso che si tratti (sia nel caso della regista che della sceneggiatrice) di due donne, evidentemente questo non ha giovato al ritrarre la psicologia post adolescenziale maschile.

Quale è in definitiva il giudizio su Posh? Film destinato al pubblico giovanile (soprattutto femminile), è la commistione poco riuscita di The History Boys, il suddetto The Skulls, una spruzzatina del pop-80 di Oxford Blues e qualche ambizione di Fight Club. Rimanendo in tema British, una ricetta che Gordon Ramsay definirebbe un polpettone insapore… anche per gli standard culinari d'Oltremanica. VOTO: 5/10

Apes Revolution (Il Pianeta delle Scimmie) – Cesare non deve morire

Apes Revolution (Il Pianeta delle Scimmie) – Cesare non deve morire

Classico esempio di pasticcio all’italiana, il titolo in inglese di  questo secondo episodio della nuova franchise delle Scimmie, è dovuto al fatto che la traduzione italiana del primo episodio era esattamente L’Alba del Pianeta delle Scimmie, ovvero la traduzione letterale di questo (Dawn of the Planet of The Apes) e dunque si è dovuto procedere con questo escamotage filologico piuttosto ridicolo… ma lasciamo stare.

Cambio di regia, stavolta è il Matt Reeves di Cloverfield ad occuparsi delle peripezie di Cesare, scimpanzè (con le fattezze di Andy Serkis) evoluto che guida la sua ormai numerosa tribù di scimpanzè altrettanto evoluti, in un mondo in cui gli umani sono stati sterminati da un virus, generato all’interno di un laboratorio. Quando la tribù si imbatterà in un drappello di umani, desiderosi di utilizzare una centrale idro-elettrica all’interno del territorio di Cesare, il destino è purtroppo segnato: e per quanto lo stesso Cesare ed alcuni umani sognino di vivere in pace tra diverse specie, sono i loro simili (di entrambi i lati) a scatenare un finale inesorabile come la storia.

Reeves, che ben capitalizza l’esperienza apocalittica di Cloverfield in questo episodio altrettanto apocalittico (e che dirigerà il terzo episodio nel 2016), disegna Apes Revolution come una tragedia shakespeariana, laddove il leader, non casualmente chiamato Cesare, è magistralmente interpretato e rappresentato: pur credibilmente scimmiesco, Serkis connota il suo personaggio di nobiltà, saggezza e gravità. E così la sua famiglia, reale ed allargata, il suo passato tormentato, la sua sagacia politica,  tutto veramente ben rappresentato con tanto di tradimenti imprevedibili ed alleanze trasversali. In particolar modo, le ultime scene finali, dove chiama a raccolta il suo popolo, sono particolarmente riuscite, ma è tutto l’impianto ad essere ben costruito e, sebbene non particolarmente imprevedibile (ma in fin dei conti non lo era neanche Shakespeare!), le interazioni tra i personaggi (con dialoghi comprensibilmente all’osso, visto che si tratta pur sempre di scimmie semi-evolute) ne sono un punto di forza, così come la straordinaria espressività delle scimmie (miracoli della CGI), le immagini spettacolari eppure sempre chiare e delineate anche in situazioni estremamente dinamiche come inseguimenti e combattimenti, e le musiche azzeccatissime di Michael Giacchino.

 Davvero notevole come questa nuova (futura) trilogia abbia stravolto ma allo stesso tempo ammodernato la vecchia serie, il cui primo episodio è datato 1968: sostituito lo spettro del conflitto nucleare con quello dello sterminio biologico (decisamente attuale… ed infatti dopo il virus della mucca pazza, l’influenza suina e quella aviaria, ecco la peste delle scimmie a chiudere il cerchio!), ne coglie però in piena freschezza tutta l’attualità del messaggio politico e sociologico di allora: basteranno pochi uomini di buona volontà ad opporsi alle nuove tenebre della ragione, ovunque esse siano? Siamo semplicemente destinati a ripetere la Storia? Nello sguardo fin troppo umano di Cesare, forse la risposta.

Molto soddisfacente questo nuovo Pianeta delle Scimmie: un secondo capitolo meno citazionista , ma decisamente più cupo (e violento) del precedente episodio, ma le premesse lanciate 3 anni fa sono state perfettamente sviluppate, e anche meglio di quanto ci si poteva attendere. Fantascienza di grande Spessore, per sognare e capire. VOTO: 8/10

Jersey Boys – C’erano una volta le Boy Band…

Jersey Boys – C’erano una volta le Boy Band…

Ultima fatica dell’ormai mitologico Clint Eastwood, Jersey Boys è tratto da un musical di successo, a sua volta basato sulla storia di Frank Valli ed i Four Seasons, boy band ante-litteram a cavallo tra gli anni 50 e 70… I nostri eroi, Frankie, Tommy, Nicky e Bobby, italoamericani pasta-e-fasul e brillantina che partono dal New Jersey, iniziano i primi concerti in sagre, ristoranti e sale da bowling, firmano il loro primo contatto e poi inanellano una serie di hit che ne fanno il gruppo pop americano più di successo prima dell’arrivo della British Invasion con Beatles, Rolling Stones, ecc… con il culmine della hit “Can’take my eyes off of you”, una delle canzoni più interpretate nella storia del pop (una delle scene più belle del film, peraltro).

Pur non essendo nuovo al genere musicale (vedi Bird o The Honky Tonk Man, ma in genere lo score musicale ne è sempre stato un punto di forza come ne Gli Spietati o Gran Torino), il buon Clint, lungi dall’andare in pensione, si cimenta con un genere per lui inusuale, e per tanti versi ci spiazza con una pellicola piuttosto estiva e leggera per i suoi standard degli ultimi vent’anni. Pur non essendo particolarmente originale, risulta comunque interessante la commistione di genere, una via di mezzo tra Grease (i cui titoli di testa sono cantati da Frankie Valli, ovvero il solista dei Four Seasons!) e Quei Bravi Ragazzi (dove –piccola curiosità-  Joe Pesci, interpreta Tommy De Vito, stesso nome di uno dei Four Seasons, e peraltro suo amico di infanzia!). Da notare come i Four Seasons siano stati veri e propri precursori di genere, sia come scelte musicali (il falsetto di Frankie Valli –col grande contributo vocale di John Lloyd Young- ed il contrappunto degli altri 3 non potrà non ricordare i Beach Boys, che arriveranno qualche anno dopo) che come stile di performance (vedere per credere i balletti ed i numeri sul palcoscenico, apripista per tutte le boyband dei 50 anni successivi!).

Scorrevole e piacevole (ben 2h15, ma senza fatica), il film ha ottime musiche e buone interpretazioni (peraltro la maggior parte degli attori, ha cantato e ballato nel musical a teatro; eccezione è il guascone Vincent Piazza, evidentemente chiamato per apportare peso specifico agli altri 3 componenti del gruppo, comunque apprezzabili anche a livello recitativo; e menzione speciale per il produttore gay interpretato da Michael Doyle ed il sempiterno “padrino” Christopher Walken); ma, curiosamente per Eastwood, Jersey Boys è carente nello sviluppo della trama che sceglie di non discostarsi troppo dalle atmosfere di Broadway e da alcune scelte narrative (un esempio per tutti: a turno, i protagonisti parlano fuori campo verso lo spettatore, ma sembrano momenti piuttosto forzati), che oltre ad impoverire una versione da grande schermo, lasciano un senso di superficiale e mai approfondito, anche perché i rivoli che affioravano nella storia dei 4 ragazzi sono molti e raramente fatti maturare. Rimangono alcune scene notevoli (bellissimo come il Brill Building, mitico palazzo dei produttori musicali anni 50-60, viene raffigurato scalandolo da fuori e lasciando intravedere in ogni finestra uno stile ed un genere nuovo… espressione di energia artistica di quegli anni così densi ed innovativi) e la voglia di battere le mani a tempo su quanto avviene nello schermo, con un grande finale in stile Bolliwood che non potrà non strappare un sorriso… e che poi si schiude in un’immagine finale amarognola (qui c’è il tocco del regista) di 4 ragazzi imbrillantinati che cantano a cappella sotto un lampione, l’essenza dei privilegi della gioventù e di un’epoca irripetibile.

In definitiva? Canterino, simpatico, qualche sprazzo di luce, prevedibile… Grande coraggio da parte di Clint nel girare Jersey Boys, ma un film minore nella sua cinematografia. VOTO: 6,5/10

Synecdoche, New York - La Vita Vista Da Dietro Le Quinte

Synecdoche, New York - La Vita Vista Da Dietro Le Quinte

Gli scrittori scrivono per se stessi? gli attori recitano per se stessi? i registi dirigono per se stessi? Esiste un’arte fine a se stessa dove l’autore è il principale fruitore e gli altri sono spettatori dell’autore stesso?

Domanda a cui Charlie Kaufman, celebrato e originale sceneggiatore (suoi Se Mi Lasci Ti Cancello – titolo italiano da denuncia penale – Confessioni di Una Mente Pericolosa e Essere John Malkovich) cerca di dare una risposta sia all’interno del film, sia come scelta narrativa. Se la cosa vi può sembrare non chiara, infatti non lo è: Synecdoche, New York, il cui titolo (fusione di Shenectady, dove si svolge l’inizio del film, e la forma retorica Sineddoche) è già ermetico, non è un film semplice.

Caden Cotard, regista di provincia, viene abbandonato dalla moglie, che si trasferisce a Berlino con la figlia; vince però un importante vitalizio per meriti artistici, che gli darà la possibilità di mettere in piedi uno spettacolo che durerà tutta la vita, ricreando la sua vita in una Shenectady in miniatura (seppure enorme, ed ecco il riferimento alla Sineddoche di cui sopra) all’interno di un magazzino: vi recitano tutte le persone della propria vita (sulla base dei suoi input) e alla fine sostituirà anche se stesso, per poi infine prendere lui stesso un ruolo completamente diverso.

Valeva davvero la pena recuperare al cinema un film del 2008 come questo, o si è trattato di un’operazione “commerciale” (ed il termine è assolutamente inappropriato per questo film, vi assicuriamo) per sfruttare la performance di uno dei migliori attori degli ultimi vent’anni, Philip Seymour Hoffman, e scomparso quest’anno? Difficile essere definitivi, ma probabilmente questo secondo aspetto ha influito molto: si tratta di un film dallo sviluppo spesso incomprensibile, con un inizio più realistico e una seconda parte dove, attraverso l’espediente della malattia (degli occhi) avvenimenti, cronologia, elementi visivi (vedi la casa in fiamme di Hazel) trascendono la verosimiglianza con la realtà, quasi fosse un “realismo magico” di Marqueziana memoria.  Peraltro, nota di merito per un cast femminile assolutamente stellare (Catherine Keener nella parte della moglie, Samantha Morton nell’eterna amante Hazel, e poi Jennifer Jason Leigh, Emily Watson, Hope Davis…).

In qualche modo, Synecdoche, New York esemplifica il perché non tutti gli sceneggiatori diventino registi: il film si presenta come un luna park di intuizioni e filoni narrativi, dove evidentemente Kaufman ha dato sfogo a tutta la sua fantasia (e qui ci sono idee degne del miglior David Lynch), ma in un modo che alla fine risulta poco organico rispetto alla narrazione stessa. E, sebbene sia bella l’idea di come possa essere irresistibile crearsi un mondo parallelo dove tutto va come lo desideri; nonostante alcuni dialoghi davvero notevoli  che risuonano profondi e amarognoli (e qui è il marchio di fabbrica di Kaufman); ebbene, il prodotto finale risulta parecchio cerebrale e indigesto, laddove manca quasi una sintesi complessiva, che evidentemente è il lavoro del regista.  E, potenziale inespresso a parte, qui non ci siamo, sorry.

Con una metafora scolastica, visto il periodo: non so se sia rivedibile (io non me la sentirei, almeno in tempi brevi), ma di certo più che rimandato. VOTO: 5/10 

Edge Of Tomorrow – Provaci Ancora, Tom

Edge Of Tomorrow – Provaci Ancora, Tom

Cosa potremmo fare se riuscissimo ad imparare dai nostri errori e avessimo tutto il tempo del mondo per farlo? Se avessimo la possibilità di provare e riprovare all’infinito fino ad avere successo? A Rispondere a questa domanda ci pensa Doug Liman, regista del primo film della serie di Jason Bourne e di una serie di film d’azione, trasportandoci in un futuro prossimo dove una razza di alieni sta per sconfiggere la razza umana, se non fosse per la strenua resistenza dell’esercito terrestre e per gli incredibili avanzamenti del Maggiore Cage (T. Cruise) e dell’eroina Rita Vrataski (E. Blunt). Il segreto dei due soldati è che, per qualche misterioso motivo, i due muoiono sul campo per “resuscitare” all’inizio della missione, stavolta però consapevoli degli errori svolti in precedenza, quasi come fossero in un videogioco.

Non casualmente, visto l’atmosfera da Playstation che pervade tutto il film, a cui si aggiunge che si tratta dell’adattamento da una graphic novel giapponese, aspetti entrambi molto evidenti nel film come scelta estetica (vedi vari tòpoi come gli esoscheletri da combattimento dei soldati, il look biomeccanico degli alieni, o lo spadone con cui Rita -una specie di Giovanna D’Arco futuristica- abbatte i nemici). La pellicola è decisamente spettacolare, con ritmi serratissimi ed un soggetto molto interessante, partendo dall'intuizione (ottima) di riprendere l’idea base di un classico della Commedia USA (Ricomincio da Capo con Bill Murray) e traslandolo nella fantascienza. Le scene dell’invasione in stile D-Day (che si vedrà svariate volte durante il film) sono probabilmente il punto più alto e memorabile del film, davvero notevoli sia come ritmo che come fotografia. 

Dove si affossa dunque un film che, dopo 30 minuti, aveva già tutti i crismi per diventare un nuovo classico? Semplice: troppa ingegnerizzazione da blockbuster. Posto che alla fine la spiegazione dei superpoteri di Cage fa un po’ acqua (ci sarebbero state soluzioni migliori e meno “fantasy”), la seconda parte, paradossalmente quella con meno “ripetizioni” è la più fracassona, tradizionale e infine noiosa. C’entra forse Tom Cruise? In qualche modo Edge Of Tomorrow fa il pari con un film di fantascienza dello scorso anno, Oblivion: una trama molto diversa come presupposti, un potenziale ugualmente ottimo, ma uno sviluppo pressochè identico: in particolare il finale si poteva risparmiare in entrambi i casi (con perdipiù titoli di coda degni di un cinepanettone), ma la sensazione è che probabilmente si sia voluto tutelare l’immagine della star di Top Gun (nonché dargli la solita occasione di guidare una moto senza casco… vedi oltre a Top Gun, Oblivion e questo, i vari Mission Impossible, e persino, se non ricordo male, La Guerra Dei Mondi... Aargh. Ma sarà una sua richiesta specifica?). Ad ogni modo, il buon Tom si appresta a diventare, nel bene o nel male, l’erede di Charlton Heston nella fantascienza mainstream USA.

Sviluppo e Cruise a parte, in Edge of Tomorrow tutto è perfettamente mestierante (inclusi Emily Blunt, il redivivo Bill Paxton, Brendan Gleeson, gli alieni dal design non particolarmente interessante e i marines dello spazio destinati al massacro nel miglior stile di Aliens, Predator, ecc.) e dunque tutto perfettamente dimenticabile nel breve. Occasione persa... Provaci ancora Tom. VOTO: 6,5/10

X-Men Giorni Di Un Futuro Passato - Il Potere Più Grande

X-Men Giorni Di Un Futuro Passato - Il Potere Più Grande

Quinta re-incarnazione per i più famosi Mutanti del mondo dei fumetti. Stavolta alla regia torna Bryan Singer, che aveva diretto i primi due episodi (con buoni risultati) più di dieci anni fa, per poi passare all'altra sponda (il Superman dei rivali della Marvel, ovvero la DC... E qui invece con pessimi risultati, subito, o quasi, sostituito da Zack Snyder).

Naturale che questo ritorno, dovuto alla rinuncia dell'uomo del rilancio della grande X, ovvero Matthew Vaughn, abbia suscitato qualche perplessità. Anche perchè La trama di questo episodio è una degli archi narrativi più importanti del fumetto mainstream USA, Giorni di Un Futuro Passato, scritto da Chris Claremont: per gli amanti del settore, è l'equivalente di uno dei libri della Bibbia. Insomma, bel rischio corso dalla Fox di farsi odiare per sempre dai fan della Marvel.

Vediamo dunque: Logan/Wolverine viene inviato nel passato per scongiurare un futuro fatto di campi di concentramento per mutanti e potenziali tali (quasi tutto il genere umano!) e dominato dalla minaccia di androidi cacciatori e micidiali. Dovrà unire il suo non ancora mentore Xavier ed il suo non ancora nemico Magneto, per fermare corso del tempo.

iniziamo subito dalla fine: X-Men GDUFP è in assoluto il miglior film della serie, immaginifico, cupo, pop, adulto, e merita di essere considerato uno dei migliori cinefumetti Marvel, al pari dei vari Spiderman 2 (versione di Raimi, e niente a che vedere con il teen drama attualmente in circolazione...), il primo Iron Man e The Avengers.

Le duplici interpretazioni di Xavier (James Mc Avoy, bravissimo, e l'iconico Patrick Stewart) e Magneto (Michael Fassbender, perfetto come sempre, e il monumentale Ian McKellen), sono cosi perfettamente combinate, da rendere lo sfasamento spazio-temporale ricorrente nel film assolutamente comprensibile anche a chi non conosce la storia dall'inizio. Con Logan (Hugh Jackman che stravolge il personaggio, da allievo recalcitrante a maestro necessario, in modo mirabile) e Mystique (Jennifer Lawrence) enigmatico e credibilissimo perno della storia, e vera e propria metafora del potere  delle nostre scelte, completano un quartetto davvero da applausi. A questi si aggiungono un Bestia umano e fragile, un Quicksilver semi-divino e una pletora di personaggi di ieri, oggi e domani e che, a dimostrazione della bontà del film, non sembrano troppa carne al fuoco.

I dialoghi sono davvero ottimi, di grande impatto, sintetici, ma potenti e memorabili come lo erano gli originali su carta, ma perfettamente credibili sul grande schermo; gli X-Men sono sempre stati uno dei fumetti più forti da un punto di vista psicologico e tracciano parallelismi sociologici (l'emarginazione, la diversità, il melting pot evolutivo rispetto alla predominanza di razza...) sempre attuali, e forse ancora di più oggi, dove non è per niente scontato che il domani sarà migliore dell'oggi.  Altro elemento positivo, sono gli inserti umoristici, a differenza di altri cinefumetti (Thor, piuttosto che l'ultimo Spiderman) dove sembrano meramente riempitivi, stavolta perfettamente in linea e anzi azzeccati per rendere ancora più tridimensionali i personaggi. Ancora notevoli le ambientazioni storiche che dopo gli anni '60 dell'episodio precedente, stavolta delineano in modo eccelso gli anni '70 (molto intrigante come inseriscono l'assassinio di JFK all'interno della storia), e la musica è giustamente maestosa e magniloquente come merita una storia così monumentale.

Due ore e venti minuti, scorrevolissimi e emozionanti, che non potranno non entusiasmare i fan della serie. In definitiva, uno dei migliori prodotti usciti di recente, con un messaggio profondo e lineare, che parla dentro ad ognuno di noi: la speranza in un futuro migliore, il potere più grande dell'umanità, è  concreta solo se ti prendi in carico che qualcosa succeda, ed inizia dal decidere di credere in qualcosa. Di più grande. VOTO:8,5/10

The Amazing Spiderman 2 - Il Ritorno Del Tessiragnatele (e 4...)

The Amazing Spiderman 2 - Il Ritorno Del Tessiragnatele (e 4...)

Due anni dopo il primo episodio della seconda serie, ritorna sul grande schermo il più famoso dei personaggi della scuderia di fumetti Marvel, peraltro e paradossalmente, uno dei pochi che i potenti Marvel Studios non producono. È tempo di entrare nel mondo dell'universitá per il neo-diplomato Peter Parker (Andrew Garfield). E mentre persegue la sua carriera di fotografo, la fidanzata Gwen (Emma Stone) viene assunta come stagista dalla potente Oscorp, specializzata in innovazioni scientifiche, spesso top secret, e spesso non completamente etiche, e a capo della quale, adesso siede Harry Osborn (Dane DeHaan), vecchio amico di Peter con il quale riallaccia un'amicizia. Ma i destini dei due sono destinati a scontrarsi: sono eredi di segreti che li porteranno ad indossare i panni di Spiderman e Green Goblin l'uno contro l'altro, quest'ultimo supportato dal potente Electro (Jamie Foxx).

Se la trama vi sembra piuttosto soap-operistica più che super-eroistica, beh, sappiate che in realtà succede anche molto altro, e i personaggi presentati nel film sono una valanga: e proprio la narrazione, che si perde in mille rivoli, sembra essere il punto debole di questo film. TAS2 prova a condensare qualcosa come 50 anni di fumetto, mixando oltretutto la serie tradizionale, e quella Ultimate, ovvero una serie parallela parzialmente "revisionista" e decisamente indirizzata al pubblico teen. Il risultato sono due ore e venti minuti dove le scene romantiche e un pò mielose, si alternano a scene di combattimento coloratissime ed ipercinetiche, il tutto condito con molte gag (marchio di fabbrica da sempre del Tessiragnatele), tante gag, anche troppe gag, che veramente sembrano strizzare l'occhio allo spettatore under 15.

La fedeltà al fumetto non è particolarmente stretta, anzi (in particolare il personaggio di Gwen è lontanissimo dall'originale, cosi come ad esempio Electro, o i genitori di Peter e Harry - che di fatto dovrebbe essere il vero primo Green Goblin), ma non è questo il problema, anzi ben vengano delle rivisitazioni rispetto alla continuity di 40 anni fa in un prodotto come questo: ma quello che colpisce è come molte sottotrame ed alcune delle scene più famose di tutti i tempi di Spiderman sono veramente sviluppate male ed in alcuni casi sprecate (senza volervi rovinare la visione, i fan rimarranno delusi da come viene svolto un avvenimento capitale nella storia di Spiderman e del fumetto USA in generale datato 1973: diciamo solo che ha a che fare col salvataggio di Gwen).

Intendiamoci, non è tutto cosi male: le scene di combattimento con Spiderman che svolazza da palazzo a palazzo sono spettacolari, ed Andrew Garfield è un Peter Parker meno nerd, ma complessivamente migliore di Toby McGuire della prima serie.

La critica principale è che il regista Marc Webb tenta di fondere il DNA di un'opera a questo punto che dura da 50 anni con prodotti abbondantemente soap-teen come Twilight e Hunger Games... E vi assicuriamo che due ore e venti sono allo stesso tempo poche per tutto il materiale contenuto e troppe per il ritmo effettivo: dispiace dirlo, ma è proprio cattiva regia.

TAS2 alla fine risulta essere uno strano animale, nè carne nè pesce: e se il confronto con il quasi-autoriale Spiderman 2 di Raimi del 2004 è assolutamente impietoso, purtroppo dobbiamo registrare come sia decisamente un passo indietro anche rispetto al primo episodio di due anni fa.

Sfocato. VOTO: 6/10

Transcendence - L'Insostenibile Leggerezza Della Rete

Transcendence - L'Insostenibile Leggerezza Della Rete

Se davvero ci fosse un modo per connettere tutti gli esseri umani del mondo, curarli, migliorarli da ogni punto di vista, e curare il pianeta stesso da noi folli che avveleniamo le nostre case, non sarebbe un mondo migliore?

È la domanda che pervade il primo film di Wally Pfister, ex direttore della fotografia di Christopher Nolan nei suoi vari Batman, Inception, Memento, che ci  regala la storia di Will Caster (Johnny Depp), genio dell’informatica e studioso di Intelligenza Artificiale, che viene assassinato da un gruppo di tecno-terroristi, la loro missione fermare una tecnologia sempre più dilagante e sempre più totalizzante. La moglie di Will, Evelyn (Rebecca Hall), riuscirà però ad installare la coscienza di Will all’interno di PINN, il progetto di prima Intelligenza Artificiale Senziente. Un po’ alla volta, Will dominerà tutta la rete e creerà una nanotecnologia che potenzia gli esseri umani, li cura, e li mette sotto suo controllo: e quando proverà a disseminare questa nanotecnologia su tutto il pianeta, inclusi gli altri esseri viventi, si avvicinerà lo scontro finale contro terroristi e governativi, ora uniti sotto il comando del suo ex-amico ed ex-collega Max (Paul Bettany). Finale aperto, e molto poetico.

Tutto il film è pervaso da un senso di paranoia, il confine tra il controllo e le nostre libere scelte sempre in eterno contrasto e contraddizione: da questo punto di vista, ottimo il lavoro di soggetto e sceneggiatura di Jack Paglen che, pur non originalissimo, tra Matrix, Terrore dallo Spazio Profondo e gran parte dell’opera di Michael Crichton, aggiorna bene i concetti della tecnocrazia assoluta all’attuale stato della tecnologia, dove siamo arrivati ad un punto dove poche persone potrebbero dominare tutto il mondo, grazie al controllo sulla rete. Tutti connessi, tutti prigionieri? In fin dei conti, è uno dei due lati che ci presenta Pfister, e non in modo così manicheo giusto/sbagliato: forse l’assurdità sta nel pensare che questa interconnessione universale (che bene o male è un obiettivo delle religioni o di qualunque movimento spirituale o hippy o no global o ecc.) sia desiderabile, ma che non esistano mezzi buoni per raggiungerla. E allora è davvero desiderabile?

Oltre alla sceneggiatura, buone le ambientazioni che prendono un po’ in prestito da 2001 Odissea Nello Spazio, specie nel laboratorio di Will Ed Evelyn, con corridoi algidi ed immacolati che contengono “bolle” di casa vissuta con divani, giradischi, abat-jour. Buone le performance del cast (davvero di primordine: oltre ai già citati, ci sono Morgan Freeman, Cillian Murphy e Clifton Collins jr), anche se non particolarmente sviluppati i personaggi.

Se questo film fosse uscito negli anni ’90, probabilmente sarebbe stato un cult, nel 2014 appare ormai “consolidato” sia come genere che come idee: e, seppur ben svolto come detto in precedenza, forse manca di quel guizzo che gli avrebbe permesso di fare un salto di qualità. Alcune scene (le ultime parole di Will a Evelyn, per esempio) ed alcune immagini sicuramente sono molto interessanti, ma discontinue, soprattutto negli esterni, non particolarmente ispirate, e i 30 minuti della battaglia finale possono fare un po’ sbadigliare.

Per un opera prima, però, un buon risultato e molti margini di miglioramento. Trascendentalmente interessante. VOTO: 7/10

Noah - Salvati O Sommersi

Noah - Salvati O Sommersi

Una delle storie per eccellenza della Bibbia, l’Arca di Noè è sempre stato uno dei racconti e metafore più suggestive per raccontare il complesso rapporto divino-umano-natura. Sicuramente, però, e al di là della maestria tecnica che possa richiedere la realizzazione di un diluvio, anche la narrazione non deve essere stata semplice da affrontare, essendo un tema estremamente delicato da un punto di vista inter-religioso (ebraismo, cristianesimo ed islamismo contemplano un diluvio nelle rispettive genesi) e allo stesso tempo scarno (e aggiungere qualcosa è di certo rischioso– vedi parentesi precedente). A memoria di uomo, quello di Aronofsky, uno dei meno timidi registi del panorama di hollywood (vedi Requiem per un Sogno, Il Cigno Nero, e quello che rimane il suo miglior film, ovvero The Wrestler), è il terzo tentativo di portare questo racconto (il secondo è il celeberrimo La Bibbia di John Huston) sul grande schermo, e il primo nel farne un film a sé stante.

Aronofsky, sceglie di realizzare un film di atmosfere primordiali, al confine tra storia e preistoria, in ampie praterie spoglie che in qualche modo ben rievocano un qualcosa di estremamente antico, dove la sopravvivenza appare quasi magia. Noè e la sua famiglia si nascondono dagli altri uomini, corrotti e malvagi rispetti ad una natura pura ed armoniosa, con animali e piante che sconfinano nel mitologico, ed angeli caduti resi giganti di pietra, dimenticati da Dio su una Terra che decisero di aiutare millenni fa. Letti ed interpretati i segni insieme al nonno Matusalemme, Noè porta la sua famiglia e gli animali sull’arca prima del diluvio con la convinzione che loro saranno gli ultimi esseri umani sul pianeta, a riparazione di tutti i torti fatti al Creato dai propri simili; dovrà prendere decisioni terribili fino a comprendere che l’umanità che tanto detesta non è che frutto di libero arbitrio, le sue scelte libere da ogni vincolo. Arriverà dunque il mitico arcobaleno, sigillo della rinnovata alleanza con Dio e nuovo inizio.

Non si può che applaudire al coraggio di Aronofsky che, come dicevamo si prende dei bei rischi e alla fine ne tira fuori un kolossal che ben esalta il 3D in tutta la sua potenza; per rendere meno scarna la storia di partenza incorpora nel film numerosi riferimenti alla storia biblica, tra cui la Creazione, Adamo ed Eva, la pelle del serpente (uno dei tocchi migliori… il serpente restituito alla sua dimensione non di peccato, ma di conoscenza, trasformazione, libera scelta: di fatto si tramanda da patriarca a patriarca nel film), persino Sodoma e Gomorra ante-litteram ed un presagio del Sacrificio di Isacco.

Da qui in poi, però, e purtroppo per noi, è tutta in discesa: se Russell Crowe è un Noè “larger than life” (incluso nel girovita), pieno di estremi e contraddizioni (e va bene), e Ray Winston un buon “cattivo”, il tutto sprofonda più nel fantasy che nello spirituale, decisamente reminiscente di Conan il Barbaro di John Milius, con mostri di pietra, armature cimmere, stivali e giacchettine in pelle (sic!), ma anche la stregoneria di Matusalemme - Anthony Hopkins, qui palesemente in vacanza- e della moglie di Noè-la sopravvalutatissima Jennifer Connelly. Alla fine non si può non simpatizzare con Cam (la cui performance batte lo scialbo Sem e l’insopportabile Ila senza discussione) che abbandona la famiglia per cercare fortuna –e moglie, poveretto- altrove.

I momenti migliori sono i brevi presagi e i racconti di Noè, dove il sogno si amalgama in modo più naturale ed appropriato con le tematiche: più che a Conan il Barbaro, forse Aronofsky avrebbe dovuto aggiungere qualcosa in più del Valhalla Rising di Nicholas Winding Refn (visivamente molto simile), film estremamente crudo ma intriso di una spiritualità decisamente più evocativa. Invece, si posiziona tra le esigenze del blockbuster (il finale è da Walt Disney, così come la tremenda musica dei titoli di coda) e le ambizioni di un’opera superiore, senza però avere successo né nell’uno né nell’altra.

Noah Si salverà? No, Sommerso. VOTO: 5,5/10

Lei – L’Amore ai Tempi dell’Intelligenza Artificiale

Lei – L’Amore ai Tempi dell’Intelligenza Artificiale

Uno dei registi certamente più originali degli ultimi quindici anni, Spike Jonze ci ha abituati a commedie molto cerebrali e che travalicano il confine del reale e dell’immaginario. Ed anche stavolta è cosi: siamo nel futuro prossimo immediato, una Los Angeles molto simile all’attuale, ma dove le persone ormai vivono con sistemi operativi intelligenti, che in pratica gestiscono la loro vita. Non fa eccezione Theodore, scrittore di lettere d’amore per conto terzi, separato da un anno e che si innamora niente poco di meno che del proprio sistema operativo, Samantha. “Lei” racconta della loro relazione, gli inizi timidi, la passione, la routine…

Idea molto interessante (infatti, ha visto l’Oscar per Miglior Sceneggiatura Originale), anche perché, mentre osserviamo persone che si muovono guardando il loro cellulare, o seguiamo le peripezie amorose virtuali (con una persona che non esiste fisicamente) di Theodore, non possiamo non sorridere (o accigliarci, dipende dal vostro stato d’animo) a come tutto ciò sia in realtà molto più vicino di quanto possa sembrare viste le basi surreali di questa storia. Quante persone ormai iniziano una storia via chat e la proseguono per anni? Non era qualcosa di impensabile 30 anni fa? Davvero manca così tanto alla virtualizzazione di rapporti in un mondo dove siamo sempre più connessi e sempre più impauriti e soli?

Jonze si conferma autore molto originale, e per niente commerciale… molto fine come dall’assurdo iniziale, ci trasporta in un mondo così simile al nostro, senza che di fatto ci accorgiamo del cambio, al di là della tecnologia e del vestiario delle persone (pantaloni ascellari, camicie sformate e scarpe ortopediche: sembra che nel futuro trionferanno i fondi di magazzino di Muji… persino Amy Adams sembra un fagotto, mica come l’avevamo vista in American Hustler, per intenderci).  Ed è molto bello come alla fine l’amore, come atto del dare, del fare, dell’accompagnare, dell’evolversi (e non del pensare) trasformi Theodore, che riuscirà a produrre la sua lettera più bella, nel momento più importante della sua vita.

Qual è il problema allora? Semplice: non c’è abbastanza sostanza per un lungometraggio di più di 2 ore; anzi, già dopo la prima ora si capisce dove e come finirà… tanto è imperfetta la relazione tra umani (all’inizio la chat con una sconosciuta – che gli attacca in faccia dopo l’orgasmo!- e poi l'appuntamento con la strepitosa, ma umorale, amica dell’amica), quanto è perfetta quella con un’intelligenza artificiale: è una bella idea, ma alzi la mano chi non ha capito cosa succederà quando Samantha si evolverà ulteriormente. Un film che peraltro vede Joaquin Phoenix in campo dall’inizio alla fine e, sebbene non sfiguri, non è un Jim Carrey o un Philip Seymour Hoffman che riescono a raccontare una storia solo con la loro faccia. Appare in realtà, perennemente inebetito (come dovrebbe peraltro essere chi passa la vita davanti ad uno schermo di realtà virtuale) e non sempre credibilissimo. Purtroppo, poi, la voce di Micaela Ramazzotti (Scarlett Johansson nell’originale) non è particolarmente espressiva, anzi è piuttosto monocorde e un po’ miagolante (e forse il leggero accento romano in qua e là infastidisce in un film di dizioni perfette).

Sintesi: non sempre una bella idea diventa un bel film. VOTO: 6/10 

Capitan America The Winter Soldier - Capitan America Sfida il Ventunesimo Secolo

Capitan America The Winter Soldier - Capitan America Sfida il Ventunesimo Secolo

Uno dei supereroi più popolari della Marvel, nonchè uno dei più longevi (creato nel 1941, prima che fosse creata la stessa Marvel), Capitan America torna sul grande schermo dopo gli exploit di CA- The First Avenger e the Avengers. Nato come personaggio propagandistico nella seconda guerra mondiale, Cap (come è universalmente noto da sempre) ha poi ha avuto un'evoluzione molto sofisticata, fu infatti il primo eroe a contestare apertamente il governo USA (con il caso Watergate praticamente esportato sulla carta stampata, 1974) e successivamente sempre il volto scelto dagli autori per parlare di confini tra libertà e politica.

Dopo l'avventura dal gusto retrò del primo episodio, stavolta tocca ai fratelli Russo dare la loro visione del buon Capitano a Stelle Strisce, e viene scelta una delle storie di maggior successo degli ultimi anni, ovvero Il Soldato d'Inverno, scritto da uno dei maggiori autori del panorama fumettistico attuale, ovvero Ed Brubaker; Steve Rogers/Cap dovrá infatti scontrarsi ancora una volta con l'Hydra, organizzazione terroristica tesa a sovvertire l'ordine mondiale, instaurando una tecno-dittatura globale: questa volta infiltra lo SHIELD, una specie di super-CIA, lo fa diventare un fuori-legge, e gli mette contro un misterioso, temibile avversario, praticamente suo pari nel combattimento, ovvero Il Soldato d'Inverno. Ad aiutare però Cap, la letale Vedova Nera, il machiavellico Colonnello Fury ed un nuovo alleato, Falcon.

Il lavoro dei Russo è stato quello di rivoluzionare completamente le atmosfere anni 40 (peraltro ottime) del primo episodio per immergere Cap in una realtà ancora aliena per lui, piena di insidie che vanno al di lá degli avanzamenti tecnologici, ma che più hanno a che fare con sfumature politiche che non sono il bianco e nero a cui era abituato: e, come il buon Steve capirà ben presto dall'avvertimento di un suo alleato, non potrà fidarsi di nessuno, neanche di quelli accanto a lui. Operazione perfettamente riuscita, da questo punto di vista: e se Iron Man appare molto legato all'ipertecnologia da Manga in carne e ossa e Thor al fantasy de Il Signore degli Anelli, Capitan America sembrerebbe inaugurare un filone spionistico-adrenalinico stile Bourne Identity... E laddove Jason Bourne è un uomo senza passato, Steve Rogers è un uomo senza presente, entrambi outsider rispetto al sistema che pure a rigor di logica dovrebbero rappresentare.

I Russo scelgono di limitare al massimo gli effetti aggiunti al computer e l'uso dei costumi da supereroi ed invece caricano di energia le atmosfere, con spettacolari scene d'azione, in particolare i combattimenti corpo-a-corpo, davvero strepitosi. E se forse si sarebbe potuto fare a meno di qualche inseguimento in auto di troppo, ottime invece le scene di introspezione psicologica, con qualche puntata umoristica azzeccata (vedi la lista delle cose da sapere degli ultimi 70 anni nel bloc notes di Cap - e occhio alla sorpresina per gli spettatori italiani...). Cosi come non stona la retorica della libertà che, per chi conosce il personaggio, non poteva mancare (e tutto sommato, aggiunge una dimensione politica -seppure non approfondita- al film). Nessuna interpretazione fuori posto (Chris Evans, Samuel Jackson, Scarlett Johansson ed un Robert Redford -senza anticipare niente-in un ruolo decisamente anomalo per lui. Piccola curiosità: : dagli anni 70 fino agli anni 90 Redford era il modello di riferimento per disegnare Steve Rogers, cosi come Rupert Everett lo era di Dylan Dog!), anche se forse nessuna punta di eccellenza (comprensibile per un film che non esalta i dialoghi).

In definitiva più di due ore di spettacolo ed adrenalina, in un film equilibrato e ben diretto: seppur non un capolavoro, decisamente un passo avanti rispetto ad Iron Man 3 e Thor 2, ed un ottimo viatico per il nuovo The Avengers. Ah... E occhio all'immancabile (e stavolta doppio!) finalino...

Molto americano, poco patriottico. VOTO: 7,5/10

300 L’Alba di un Impero – Questa è ATENE!

300 L’Alba di un Impero – Questa è ATENE!

Ben 7 anni dopo il suo predecessore, esce l’attesissimo sequel di 300. Cambio alla regia: non più Zack Snyder (che poi porterà sul grande schermo un altro caposaldo del mondo delle graphic novel, ovvero Watchmen, e rivitalizzerà Superman), ma l’israeliano Noam Murro;  da un punto di vista cronologico, questo sequel in realtà avviene prima, durante e dopo il prequel e ci racconta le gesta di Temistocle, assurto alla gloria uccidendo il re persiano Dario nella battaglia di Maratona (si, proprio QUELLA Maratona), poi divenuto generale ateniese che avrà il compito di unire i greci per fermare l’avanzata del figlio di Dario, ovvero Serse, il Dio-Re,  e il suo generale, la greca rinnegata Artemisia. Il tutto in un periodo di circa dieci anni, rispetto ai pochi giorni della Battaglia delle Termopili, tema del primo 300 e che sono in pratica “contenuti” in questo.

Se il primo 300 era direttamente basato sulla Graphic Novel di Frank Miller (per tanti versi era una mera e fedele –per questo criticata- trasposizione di quelle bellissime tavole), questo lo è solo in parte, in quanto “Xerxes”, nuovo lavoro del maestro statunitense, che avrebbe dovuto essere la base di questo film, è ancora largamente incompleto (slittato dal dicembre 2013 al dicembre 2014… e molti temono sulla qualità finale visto che il genio di Miller è sembrato un po’ in declino negli ultimi anni). quindi, comprensibilmente, l’Alba di un Impero, si rifà al mood del predecessore con i colori saturi (sostituendo il Rosso di Sparta con il Blu di Atene) e stavolta ci aggiunge il plumbeo della terra macchiato del rosso del sangue versato (e ce ne sarà molto), cieli altrettanto plumbei attraversati da perenni scintille (prima presagio e poi memento del destino di Atene), e il petrolio del mare, stavolta luogo di battaglia primario (l’atto finale è la famosa battaglia di Salamina).

Come nel primo 300, emerge la tematica della contrapposizione tra la mistica tirannia dell’Impero Persiano, i cui soldati sono milioni di schiavi; e l’oasi di libertà e giustizia delle Città Stato greche, difese da pochi uomini liberi e che, nella visione di Miller (1998) era una contrapposizione tra mondo occidentale e mondo orientale; con in più la necessaria complementarietà del ruolo di riformisti ateniesi (l’Europa, che favorisce il progresso) con i militaristi Spartani (gli USA, che difendono i confini, reali e non).

Proprio da quest’ultima tematica, emerge bene il ruolo di Temistocle, leader moderno rispetto al sovrumano, roboante, manicheo, per certi versi ottuso Leonida che non potrà che abboccare all’offerta fattagli dai Persiani per una “magnifica morte”, come dirà lo stesso Temistocle. E se Leonida pianifica la sua nobile morte secondo la Legge di Sparta per unire i Greci, Temistocle più pazientemente ed umilmente sopravvive per tessere strategie per unire le rissose città greche (unica chiave per sconfiggere i Persiani) e per inventarsi tattiche geniali per affrontare le mostruose navi da combattimento del nemico con soldati e navi “normali”: frutto di una diversa cultura, Temistocle sfrutta l’ingegno ed ispira la motivazione di chi combatte per la propria famiglia, rispetto a chi lo fa sotto la frusta dei padroni.

Tutto bello? Si, anzi no. Putroppo l’Alba di Un Impero soffre della sindrome di Kick Ass 2: non aggiunge abbastanza al predecessore se non una maggiore spettacolarizzazione dei combattimenti (ottimo il 3D), e lo spostamento dei combattimenti sul mare; e purtroppo i dialoghi ed i monologhi (orfani di Miller, che ne è un maestro) sono meno impattanti dell’altro; idem la musica, meno evocativa. Brave soprattutto le due  “regine” Eva Green e Lena Headey, bravino Sullivan Stapleton (Temistocle meno impressionante però di quanto lo fu Gerard Butler/Leonida di qualche anno fa),  ancora disturbante Rodrigo Santoro nella parte di Serse. Ma tutto visto, purtroppo. E francamente, 7 anni dopo, ci si poteva aspettare qualcosa di più: forse a questo punto conveniva attendere che Miller completasse il lavoro, ma evidentemente business is business.

Preparatevi per la Gloria, ma non troppo. VOTO:6/10

Snowpiercer – Un Treno Chiamato Futuro

Snowpiercer – Un Treno Chiamato Futuro

Che possa piacere o meno, quando ben scritta e calibrata, la Fantascienza è un potentissimo genere che trascende quanto si vede sullo schermo ed assume una capacità di metafora sul presente e di chiaroveggenza sul futuro… esiste un filone distopico estremamente creativo, che inizia con Metropolis di Fritz Lang, passa da Il Pianeta delle Scimmie, Blade Runner, Akira, L’Esercito delle 12 Scimmie (forse il film che, nello spirito, più si avvicina a Snowpiercer) e Matrix, per arrivare ai recentissimi Looper, Oblivion e Elysium… la lista è lunghissima. Cosa hanno in comune questi film?che il futuro non è così luminoso come ce lo hanno prospettato, ma soprattutto che il futuro ha i semi della distruzione nel presente, e li abbiamo piantati noi.

Joon-ho Bong, talentuoso regista coreano, ci racconta di un futuro dove il Mondo è stato riportato all’Era Glaciale dalla follia dell’Uomo, che tutta la vita sul pianeta o quasi è stata sradicata, e che tutta l’Umanità rimasta è su un treno (lo Snowpiercer) perennemente in movimento, auto-sufficiente per carburante e risorse interne: un vero e proprio ecosistema, dove gli esseri umani sono divisi nella Testa del Treno (i ricchi), e la Coda (i poveri). Curtis (Chris Evans) proverà a guidare l’ennesima rivolta… riuscirà ad arrivare alla Sacra Locomotiva e prenderne il comando?

Cominciamo subito dal dire due cose: primo, è un film uscito 8 mesi fa in Corea, e ha seriamente rischiato di non uscire nelle sale occidentali, considerato troppo “di nicchia”, un po’ come successe con Kick Ass nel 2010 (peraltro anche lui basato su un fumetto); secondo: al momento è il miglior film dell’anno e il miglior film di fantascienza dai tempi di Matrix (1999!).

Questo perché Snowpiercer, riesce ad  abbinare delle ambientazioni davvero immaginifiche (i paesaggi invernali sono mozzafiato, così come i singoli vagoni, ognuno un mondo a parte) ed una fotografia sbalorditiva ad un potentissimo messaggio sul genere umano: a meno che non troviamo nuove soluzioni sostenibili, il genere umano è (giustamente) destinato alla distruzione dai propri perversi meccanismi con cui i pochi hanno molto e i molti hanno poco. Inutile domandarsi come mai gli appelli ad uno status quo di ordine quasi divino per cui sia giusto cosi, arrivano sempre da chi è in Testa al Treno.

Certamente violento, ma mai veramente eccessivo, Snowpiercer abbina la peculiare raffinatezza visiva Orientale (c’è molto Manga in alcune soluzioni, soprattutto Miyazaki e Matsumoto, ricordate Galaxy Express 999?) al genio visionario dei vari Terry Gilliam, Tim Burton, Ridley Scott: forma al servizio del contenuto. Attori talentuosi e davvero in forma: John Hurt nella parte del mentore del nuovo leader, Tilda Swinton una specie di robotica Maria Stella Gelmini al servizio del Dio Ingegnere Wilford, un Ed Harris evidentemente a suo agio con ruoli pseudo-divini (vedi il regista in The Truman Show).  E attenzione a Chris Evans che, dai tempi dei Fantastici Quattro e Cellular (invece già meglio in Capitan America e The Avengers),  ha fatto parecchia strada, qui è irriconoscibile per capacità espressiva rispetto ai suoi primi lavori; faccio una scommessa: potrebbe essere il nuovo Christian Bale.

Lo sviluppo del film è notevole, equilibrato ma allo stesso tempo mai scontato, eppure perfetto nei suoi incastri, con un finale consolatorio in senso assoluto: la Natura e la Vita intorno a noi troveranno una strada, anche dopo di noi.

Il Futuro è in partenza e non effettua fermate. Da vedere. VOTO: 8/10

The Monuments Men - La Battaglia più Importante

The Monuments Men - La Battaglia più Importante

George Clooney, uno degli artisti di Hollywood più influenti degli ultimi dieci anni, ci propone la storia di una corpo speciale nell'Esercito USA che, negli ultimi anni della Seconda Guerra Mondiale, ebbe il compito di recuperare le opere d'arte trafugate dai Nazisti (ed evitare che se successivamente se le portassero via i Sovietici).

Frank Stokes (Clooney) metterà insieme dunque un improbabile team di curatori di museo (M. Damon), architetti (B. Murray e J. Goodman), critici e professori  d'arte (B. Balaban, J. Dujardin e H. Bonneville), tutti piuttosto attempati e con virtualmente zero esperienza in ambito militare; ma con una missione per la quale più di uno di loro pagherà con la vita: salvare la memoria della nostra civiltà attraverso le espressioni di arte che ne rappresentano il punto più alto. E quando il Presidente Truman, che erediterà dal suo predecessore Roosevelt la missione, chiederà a Stokes se un'opera d'arte vale una vita umana, lo stesso Stokes cambierà idea rispetto a quanto diceva lui stesso: l'arte è il riscatto di una civiltá umana che rischia continuamente di sprofondare nella barbarie (e mai come in quel momento) e se qualcosa rimarrà degno di essere ricordato da chiunque verrà dopo di noi, allora vale la pena combattere ad ogni costo la battaglia per assicurarci che quel qualcosa di veramente eterno sopravviva alla nostra mortalità.

Facile immaginare come il buon George sia rimiasto affascinato da questa storia, per di più abbinato ad un periodo storico a lui sicuramente congeniale (Intrigo a Berlino, La Sottile Linea Rossa, per non tacere di Good Night and Good, inizio anni '50), e dove gli USA combatterono una delle ultime guerre "romantiche" della storia. Peraltro, per mood e stile visivo, The Monuments Men, potrebbe benissimo essere un film dell'epoca d'oro di Hollywood, come Il Ponte sul Fiume Kwai, La Grande Fuga, Operazione Sottoveste... Non a caso i momenti migliori sono alcuni siparietti (in particolare il duo Murray-Balaban, che convincono un nazista a ritirarsi grazie a John Wayne (!), e smascherano Il gerarca Stahl con la sua collezione di Renoir e Cezanne appesi nel salotto...), tesi a sdrammatizzare una guerra che fu, in realtà, estremamente cruenta. Da questo punto di vista, ambientazioni, musica, immagini, tutto impeccabile.

Purtroppo, proprio questo stile retro, a volte propagandistico e pieno di troppi clichè, come i nazisti bidimensionali, la bandiera USA in barba ai sovietici, la quasi parentesi romantica tra la francese e l'americano, le musiche di Bing Crosby durante il natale al fronte,i costanti e a volte un pò stucchevoli riferimenti alla tragedia ebraica finiscono con indebolire parecchio un film, che sembra più alla fine un divertissment pieno di stelle (e non abbiamo citato Cate Blanchett, pure lei curiosamente un pò fuori parte) presenti per fare un favore al regista. Piccola curiosità: The Monuments Men sarebbe dovuto uscire per le festività natalizie, e in effetti il target sembrerebbe quello di un pubblico in cerca di buoni sentimenti e con poca voglia di qualcosa di realisticamente violento.

Mezzo passo falso per il Clooney regista che conferma (vedi In Amore Niente Regole) essere più a suo agio con sfumature più cupe e impegnate (Good Night and Good Luck, Le Idi di Marzo). Se volessimo fare un paragone in linea col film, più Vermeer e meno Monet, George...  VOTO: 6,5/10

12 anni schiavo – L’Odissea di Solomon Northup, “Libero” Cittadino Americano

12 anni schiavo – L’Odissea di Solomon Northup, “Libero” Cittadino Americano

Tematica tanto delicata quanto di elezione per il cinema USA quella trattata da Steve McQueen... Da Il Buio Oltre la Siepe (1962) in poi, la questione razziale, in particolare sulla condizione dei neri è sempre stata una ferita aperta, con risultati generalmente buoni. Interessante stavolta, risulta poi il fatto che si tratti del contributo di un regista nero (britannico), peraltro basato su una storia vera: Solomon Northup (Chiwetel Ejiofor) è un violinista nero di New  York che nel 1841 viene rapito e portato in Georgia dove ancora vige la schiavitù: senza alcuna possibilità di dimostrare la propria identità, Solomon viene venduto come schiavo e la sua situazione rimarrà tale per ben 12 anni.

La trama racconta delle strategie di sopravvivenza di Solomon all'interno di due piantagioni, raccontata con crudezza e dovizia di dettagli espliciti, e dei suoi tentativi di tornare alla sua famiglia di New York. 

Ejiofor molto bravo, alcune scene sono davvero molto credibili e prive di manierismo: una su tutte, un canto gospel al funerale di uno dei compagni di sventura, al quale finalmente si unisce dopo aver rifiutato fino ad allora, quasi a rivendicare la sua educazione di uomo libero e di ragione, diverso in tutto dai suoi compagni se non nel colore della pelle, e che si affida ad un potere superiore, una volta che tutta la sua fede nel genere umano è ormai tramontata. E se Ejiofor con la sua interpretazione rischia seriamente di portarsi a casa l'oscar, molto bene emergono anche i vari Paul Dano, Benedict Cumberbatch, e la coppia di sadici padroni Sarah Paulson e  Michael Fassbender (ormai inseparabile dal regista, al suo terzo ruolo dopo Hunger e Shame), tanto crudeli quanto primitivi nella loro concezione razziale di schiavo=proprietà al pari di un cavallo o di una casa, con lui che, naturalmente, finisce con l'avere una relazione con la schiava nera prediletta (la giovane e promettente Lupita Nyong'o, davvero bravissima anche lei). In qualche modo, Fassbender ricorda l'Amon Goeth di Schindler's List (un Ralph Fiennes memorabile a sua volta), la personificazione di un male quasi banale quanto estremo. Basti pensare a quelle scene in cui i padroni leggono la Bibbia ai propri schiavi... La sola  contraddizione di questo basta a lasciare sbigottiti su quanto alieno fosse quel mondo, eppure non certo preistoria della civiltà occidentale.

In questa pellicola, Mc Queen si discosta significativamente dai suoi precedenti lavori, per uno stile più tradizionale, quasi spielbergiano nella narrazione visiva (non a caso, Spielberg ha affrontato due volte la tematica razziale, con Amistad e Il Colore Viola) anche se decisamente più esplicito e crudo rispetto al suo modello. Il film è senz'altro ben fatto, ma purtroppo senza particolari slanci, ed appare tutto già visto... Si direbbe quasi un film "necessario", vista la  tematica "reale" della storia, ma con tutta una serie di  limiti che di fatto finiscono con l’aggiungere virtualmente pochissimo ai suoi predecessori, , se non un valore di testimonianza a quanto vicina a noi può essere la barbarie.

E se Mc Queen dimostra molto coraggio nell’affrontare un film di dimensioni decisamente più kolossal dei suoi precedenti lavori, allo stesso tempo perde quel suo tocco essenziale e metallico che lo aveva ben contraddistinto: ingegnerizzazione finalizzata all’Oscar?

Educativo più che evocativo. VOTO: 7/10

Dallas Buyers Club - Il Lato (Siero)Positivo della Vita

Dallas Buyers Club - Il Lato (Siero)Positivo della Vita

Proprio vero che non si dovrebbero giudicare i cavalli vincenti alla partenza. Cosi come non si dovrebbero giudicare gli attori se non dopo un percorso di scelte. Prendiamo Matthew McConaughey: inizio promettente tra Spielberg e Zemeckis, poi però scivola in tutta una serie di filmetti dove può avvantaggiarsi di fisico da fusto e mascellone da supereroe... Non passa per un fulmine di guerra, tanto è vero che diventa proverbiale l'imitazione un pò da tamarro che Matt Damon gli riserva ogni volta che va al David Letterman Show (cercatele su youtube...)

Però però però: il buon Matthew negli ultimi anni inizia a scegliere i suoi film, e sono dei bei rischi perchè si trova in film piuttosto violenti (Killer Joe) o controversi (Magic Mike), o si ritaglia dei cameo per niente facili (The Wolf of Wall Street). Insomma, esce dalla sua area di comfort, smette di fare film da popcorn, e  nel 2013 si prende la briga di produrre una sceneggiatura che non riusciva a trovare finanziamenti dalla metà degli anni '90 (sic!), ovvero Dallas Buyers Club, che finalmente esce quest'anno.

Film scomodo perchè innanzitutto parla di AIDS, ma soprattutto perchè punta il dito contro una certa azienda farmaceutica (ovviamente mai citata direttamente nel film), rea di aver bloccato la sperimentazione negli USA su certi farmaci, per mantenere alto l'interesse sul proprio. DBC segue proprio la storia di Ron Woodroof (il nostro Matt), elettricista e cowboy da rodeo, zoticone razzista e omofobo, il cui mondo un giorno crolla: nel 1986, gli viene diagnosticato l'AIDS in fase avanzata, aspettativa di vita, 30 giorni. Ridotto alla disperazione, si rivolgerà ad un medico messicano, che non solo lo aiuterà a curarsi, ma gli darà un nuovo senso: fonda un gruppo di acquisto a Dallas per importare medicinali non autorizzati per curare tutti i malati come lui. Inutile dire che si scontrerà con l'organizzazione sanitaria USA (evidentemente pressata da qualche lobby); ma avrà degli alleati, il trans Rayon (Jared Leto, altro veterano di ruoli scomodi, vedi l'amante gay di Alessandro Magno ed il tossico spacciatore di Requiem per un Sogno) che diventerà suo socio, poi amico fraterno, e il medico Eve (Jennifer Garner), prima suo avversario, poi alleato.

Non solo McConaughey porta agli estremi la sua interpretazione (ha perso oltre 20kg per la parte), ma di fatto rappresenta la punta di diamante (da Oscar? Assolutamente si) di un film, diretto da Jean Marc Vallee, non eccezionale, soprattutto nella sceneggiatura e nel ritmo della narrazione. Ma è quanto sincero e credibile che ci appare il Ron di McConaughey (così come il Rayon di Leto) che valorizza cosi tanto il tutto. E quando sarebbe stato più facile cercare il pietismo e la lacrima facile, DBC finisce invece con l'esaltare il potere dello spirito di fronte all'avversità degli eventi: potere di modificare se stessi e le proprie convinzioni, e tramite di esse la realtá. Quando sembra che tutto stia per finire, Ron trova un nuovo significato in quello che decide di fare, diventando una persona migliore di quanto sia stato in tutto il resto della sua esistenza. Ecco perchè alla fine della visione, a differenza di Philadelphia (giusto per citare il film più famoso sullo stesso argomento), DBC lascia in qualche modo un senso di compiutezza, di ottimismo quasi cosmico, e di come la vita possa regalare in intensità quello che non sempre concede in lunghezza, senza preconcetti di giusto e sbagliato. Riconciliante. VOTO:7,5/10

The Wolf of Wall Street - Troppo Non Basta

The Wolf of Wall Street - Troppo Non Basta

19 marzo 1987. Il lunedi nero di Wall Street, neanche l'ultimo come sappiamo, ma forse la tomba dei favolosi anni 80, dove tutto si crea e niente si distrugge, e tutti possono avere tutto quello che vogliono. Nascono nuove generazioni di manager, ancora più spregiudicati dei precedenti, tra cui Jordan Belfort, pirata della borsa, profeta dell'eccesso, squalo rampante e disposto a tutto. La sua carriera inizierà dal basso, vendendo azioni da pochi centesimi di aziende di scarsi orizzonti, fino al possedere la più sfacciata delle compagnie di investimento USA, ed infine ad ogni reato finanziario possibile immaginabile con esportazione, ovviamente illecita, di capitali in svizzera. Finisce perseguitato legalmente, ma cadrà tutto sommato in piedi... Ricorda qualcuno? Sostituite il Lupo con il Caimano. Ci siete?

Film basato su una storia vera, questo di Scorsese è una vera e propria maratona di 3 ore,  roboante, rutilante, eccessivo, senza misura. Le scene di droga e sesso (generalmente di gruppo) sono così frequenti da dubitare che effettivamente si lavorasse  in ufficio in un qualunque momento. Quasi sicuramente da oscar, Leonardo di Caprio stile Miami Vice giganteggia con una parte parzialmente fatta su misura,ma che si prende i suoi rischi (riusciti) nella parte più scabrosa, ovvero gli eccessi di Belfort, al limite dell'esplicito. Dubitiamo che Tom Cruise o Tom Hanks avrebbero accettato.

TWOWS racchiude proprio in questa parola la sua essenza: eccessivo. Tre ore ipercinetiche, urlate, violentate, quasi a evocare il costante stato sotto droghe del protagonista e dei suoi compari. Per inciso, questo è il problema del film. Scorsese sembra non sapere cosa farci di questa storia cosi incredibile e decide di non decidere. A metà strada tra il Wall Street di Oliver Stone e Paura e Delirio a Las Vegas di Terry Gilliam,  TWOWS è un'apologia degli euforici Anni '80 che però non offre sufficiente sintesi o varietà. La parte migliore risulta essere l'ascesa di Belfort (e straordinaria risulta la breve -ma davvero incisiva- interpretazione di Matthew McConaughey, primo maestro del protagonista neofita) e le sue sparate in ufficio, nonchè la sua uscita dal mondo della finanza. Il resto, con le donnine, la droga, il lusso, i nani usati come freccette, l'elicottero sullo yacht ad un certo punto stufa. Molte scene anche ben fatte (ad esempio il quasi naufragio o il viaggio dalla zia Emma in UK) danneggiano la narrazione, allungandola oltre modo. Diceva Spielberg che la parte più difficile del lavoro del regista è tagliare la tua parte preferita del film per aiutare tutto il film. Ecco, Scorsese sembra essersi dimenticato questa lezione, un pò come a volte capita a Tarantino: o hai qualcosa come C'Era Una Volta In America o Schindler's List, oppure con tre ore hai un problema di come mantenere viva l'attenzione. Paragone scomodo: se proprio non vogliamo compararlo a Margin Call di un paio di anni fa (tutt’altro passo ed intenzioni), purtroppo TWOWS soffre anche di fronte ad un film molto con molte meno pretese come 1 km da Wall Street. 

Cosa rimarrà di The Wolf of Wall Street? Buone interpretazioni (non abbiamo citato Jonah Hill, bravissimo ed odioso, o Rob Reiner -sì, il regista di Harry Ti Presento Sally!- nella parte del maniacale Belfort Sr.), atmosfera anni'80-90 ben rievocate e scene esilaranti, qualcuna notevole... Ma il problema è che dubitiamo che qualcuno lo guarderà tutto una seconda volta. Troppo non basta. VOTO: 6,5/10

Nebraska - Sembra Proprio un Paese per Vecchi

Nebraska - Sembra Proprio un Paese per Vecchi

Alexander Payne è un regista che ha sempre avuto come tematica quello della maturità (maschile) e cosa questo comporti, il passaggio generazionale ed i rapporti con i propri padri in particolare è sempre stato un tema che emerge spesso. In effetti, Nebraska, stavolta con la novità assoluta di un bianco e nero polveroso come il Midwest Americano che ci immaginiamo noi europei, sembra prendere in prestito molti dei temi affrontati in A Proposito di Schmidt, Sideways e Paradiso Amaro e che hanno proprio in comune questo senso dello scorrere dell'esistenza e di come certi eventi finiscano con l'imprimere un'inevitabile accelerazione nella nostra vita, quasi che fosse impossibile per noi non rincorrere il tempo perduto.

Woody  (Bruce Dern) è un anziano meccanico in pensione, un pò sordo, un pò affetto da Alzheimer, e un pò semplicemente e volutamente indifferente a ciò che lo circonda. Suo figlio David (Will Forte) decide di accompagnarlo nel suo natio Nebraska per riscuotere un (famigerato) premio; qui ritroverá amici e parenti che non vedeva da vent'anni. Si sparge la voce che sta per diventare milionario e, visto che tutto il mondo è paese, arrivano molti avvoltoi nella speranza di ottenerne qualcosa...

Commedia estremamente amara, come è nella cifra stilistica di Payne, e fatta sostanzialmente di dialoghi asciutti ed immagini scarne ma efficaci, dove il territorio del Midwest, dagli spazi ampi piatti e con un cielo perennemente nuvoloso, Nebraska rende bene l'idea di una monotonia di fondo, di definitivamente provvisorio in mancanza di meglio.

Cosi come è ricorrente in Payne (e se vogliamo in tutta la tradizione letteraria e cinematografica on-the-road a stelle e strisce) l'idea di un viaggio fatto per scoprire l'altro e attraverso questi, se stessi. Qui sono padre e figlio, baby boomer reduce dalla Corea l'uno, Generazione X tipicamente indefinito lavorativamente e sentimentalmente l'altro; emergono bene i valori contrastanti tra i due, con il figlio che interroga il padre (ma in definitiva se stesso) delle sue scelte, consapevoli o meno. Quando gli viene chiesto se avesse mai voluto una fattoria come suo padre, Woody risponde "non ricordo, comunque non era importante". Quante volte ci troviamo a chiedere ai nostri padri del perchè facciano quello che facciano senza una risposta che ci suoni aliena?

Belli i volti scelti dal regista per rappresentare quest'angolo di un Paese, questo sì per vecchi con buona pace di Cormac McCarthy, dagli occhi grandi, i solchi nel viso; e i maglioni sformati, le donne che sembrano uomini, i ritrovi davanti alla televisone, l'obesità dilagante... Bravissimo Bruce Dern, con i suoi occhi guizzanti ed il suo passato irrisolto quasi fosse stato vissuto da qualcun altro, e fantastico il personaggio di mamma Kate (June Squibb, che aveva già interpretato la moglie del protagonista in A Proposito di Schmidt), cattolica che ha di qualcosa di malvagio da dire su tutti, salvo ovviamente pensare che siano delle buone persone, che Dio le abbia in gloria.

Film che, dopo che ci ha fatto ridere di questi Americani di campagna, ci lascia qualcosa di amaro in bocca alla fine. E la domanda finale, che forse a tutti sovviene prima o poi: cosa lascerò di me a chi verrà dopo di me?  Passare il tempo a capire cosa rimarrà dopo che di tempo non ce ne sarà più. Sarà David a risolvere la questione, regalando qualcosa al padre. Perchè, In fin dei conti, come dice un proverbio dei Nativi Americani, spesso ignorato dai loro conquistatori bianchi: "non ereditiamo niente dai nostri padri, ma prendiamo in prestito dai nostri figli". VOTO: 7,5/10

Il Capitale Umano - Quanto Costa un Essere Umano?

Il Capitale Umano - Quanto Costa un Essere Umano?

Dopo la sua Toscana e dopo Roma, Paolo Virzì si trasferisce in Brianza… culturalmente e paesaggisticamente l’antitesi della sua Livorno, Virzi sceglie l’hinterland milanese, in uno dei tanti paesi con l’immancabile desinenza in –ate, per portare sullo schermo l’omonimo romanzo statunitense di Stephen Amidon. Già da queste prime indicazioni, non possiamo che ammirare il coraggio del regista labronico, davvero particolare la scelta di trasferire la scena dal New England al nostro Paese.

È la vigilia di natale. Un SUV investe mortalmente un ciclista. Questa semplice premessa è il perno su cui ruota tutto il film e dove si incrociano le storie di due famiglie: quella dell’agente immobiliare Dino (F. Bentivoglio), in attesa di due gemelli dalla compagna Roberta (V. Golino) e la cui figlia è fidanzata col rampollo della ricchissima famiglia Bernaschi, ovvero Giovanni (F. Gifuni) speculatore finanziario  e Carla (V. Bruni Tedeschi), ex attrice, ora aspirante filantropa. Chi è stato il colpevole?

Il film sceglie di raccontare la storia da 3 punti di vista diversi, che terminano nell’incidente, per poi confluire in un quarto capitolo finale, che risolverà tutta la trama. Notevole come i personaggi si incrociano in un complesso gioco ad incastri: questo basterebbe per dire che di sicuro questo è il film più ambizioso di Virzi, certamente fino ad oggi, quello che più di altri ha in qualche modo raccolto l’eredità del Maestro Monicelli, con la sua commedia dai risvolti amari. Qui però di commedia non c’è quasi traccia, quasi che il regista livornese abbia voluto con questa sua opera realizzare il suo Borghese Piccolo Piccolo (e qui ce ne sono parecchi).

Per tanti versi, ma non per la soluzione finale, Il Capitale Umano non potrà non ricordare Io Sono L’Amore di Guadagnino, soprattutto nella figura della matrona (qui la Bruni Tedeschi, di là Tilda Swinton) e delle sue scelte. E se le atmosfere sfarzose della villa brianzola, abbinate alle stradine piccole piccole del paesino, rendono ottimamente l’atmosfera ricca ma provinciale di questa Lombardia, per ambientare  la quotidiana e quieta drammaticità della vita, Virzì però non rinuncia all’atto di accusa di un mondo di speculatori e arrivisti che scommettono contro il futuro del Paese (e, ad oggi, purtroppo vincono).

Cast di attori davvero straordinario: Bentivoglio, piccolo squalo che mastica chewing gum a bocca aperta, ingolosito dalla ricchezza facile che gli gira intorno, cintura tigrata e mocassino ai piedi, è perfetto, disperato, meschino; Valeria Bruni Tedeschi perennemente stranita, incapace di fare delle scelte, con le sue pretese artistiche ma che in realtà è perfettamente a suo agio nella sua mediocrità milionaria; Fabrizio Gifuni, che rende perfettamente l’idea del magnate completamente disumanizzato e profondamente in disprezzo di chi gli sta attorno, tutto sommato la metafora di una classe dirigente che tutto compra e tutto svende; e bravissima Matilde Gioli nella parte della giovane Serena, esordio davvero luminoso e promettente.

Finale amarissimo. Anzi lieto fine. Boh. In fin dei conti, quante storie per un cameriere morto per strada. Quanto vale la perdita di quel Capitale Umano, si scoprirà solo alla fine.

Ottimo Virzì, un piacere scoprire che c’è ancora speranza per un cinema italiano accessibile a tutti,  ma di qualità. VOTO: 8/10

American Hustle – La Stangata 2.0

American Hustle – La Stangata 2.0

David O. Russell ci propone una versione aggiornata della mitica Stangata dell’accoppiata Newman/Redford, con il suo American Hustle, dove la connotazione geografica in qualche modo vorrebbe associare una metafora dello stile di vita a stelle e strisce, dove ognuno in qualche modo imbroglia gli altri, alla fine finisce anche per imbrogliare se stesso.

American Hustle, da un punto di vista narrativo, è una specie di valanga. Ambientato a metà anni 70, Inizia con due truffatori relativamente piccoli, Irving (Christian Bale) e Sydney (Amy Adams), che vengono incastrati dal FBI nella persona di Richie DiMaso (Bradley Cooper): in cambio della loro impunità, vengono arruolati per incastrare a loro volta altri truffatori; ma la storia si ingigantirà, allargando il bersaglio su politici corrotti di livello sempre più alto, ed infine la mafia del gioco d’azzardo.

Come dicevamo in apertura, ognuno imbroglia l’altro e tutti imbrogliano tutti gli altri, creando degli intrecci molto complessi: così, Irving, sposato con Rosalyn (Jennifer Lawrence), sta in realtà con Sydney, che però imbastisce un doppio gioco con Richie; Richie imbroglia il suo capo, che però alla fine combutta contro di lui col il Procuratore Distrettuale; la stessa Rosalyn tradisce Irving con un sicario della mafia, che incastrerà Irving, che ha a sua volta incastrato Carmine (Jeremy Renner), e così via. Insomma, l’imbroglio non come espediente, ma come modus vivendi, e metafora del capitalismo USA, dove il primo ingrediente per rendersi credibile è mentire a se stessi.

Partiamo da quello che ci piace: visivamente, già dai titoli di apertura, il mood degli anni 70 è reso straordinariamente, le ambientazioni, i costumi abbinati ad una ottima selezione musicale ne fanno un’opera davvero godibile, anche se, a dir la verità non particolarmente innovativa. Anche i dialoghi, (si dice in gran parte improvvisati) sono molto serrati, ironici, naturali ed efficaci: Il regista si è affidato al suo cast di altissimo livello per tirar fuori il meglio dalla trama, e per tanti versi ci riesce. Tutti i protagonisti sono bravissimi, menzione d’onore per Christian Bale, fisicamente (come gli capita spesso) irriconoscibile nel suo personaggio obeso e col riporto inguardabile, ed una straordinaria Amy Adams, magnetica, sensuale ed intensa come mai in carriera. Ottimi anche Bradley Cooper, aggressivo, arrivista, perdente con i suoi riccioli permanentati, Jennifer Lawrence, alcolista maniaco-depressiva, e Jeremy Renner, italo-americano alla Joe Pesci. Ultima citazione non casuale, visto che complessivamente il film ricorda, narrativamente e per i toni e le dinamiche dei dialoghi,  l’epopea di Quei Bravi Ragazzi di Scorsese; forse non casualmente appare un cameo di Robert De Niro, che, ci duole dirlo, ormai sembra recitare se stesso.

Capolavoro? No, purtroppo no. American Hustle è un film fatto di dialoghi, costruito per i dialoghi ed infine fagocitato dai dialoghi. La trama (anche nel senso primario di tessuto), appare uniforme, monocorde dall’inizio alla fine, e non c’è mai un cambio di ritmo. Le sorprese, così messe di fila l’una dopo l’altra finiscono con l’annullare ogni sorpresa… ed infatti il finale risulterà piuttosto telefonato (come si dice nel basket). Se volessimo fare una metafora, American Hustle appare l’opera di un virtuoso della chitarra come possono esserlo i vari Malmsteen, Satriani, Vai, con tanti passaggi straordinari tecnicamente, ma senza anima. Sembra peraltro un tema ricorrente per il regista, David O. Russell, che con Three Kings, The Fighter e soprattutto Il Lato Positivo, sembra veramente affidarsi troppo ai virtuosismi dei suoi interpreti, che finiscono, volutamente o meno, col cannibalizzare il film a proprio vantaggio. Tentazione che coi vari Bale, Adams, Cooper, Lawrence (da notare che sono tutti al secondo film con il regista) deve essere stata molto forte, tanto un Oscar ci scappa lo stesso. Gli ingredienti sono tutti buoni, ma il mix non convince fino in fondo: sostituire l’intuizione con la complessità non paga mai. Al momento, rischia di essere uno dei registi più sopravvalutati di questo decennio.

Quindi? Godibile, divertente, virtuosistico, incompiuto. VOTO: 7/10

Philomena - L'Odissea di una Strana Coppia

Philomena - L'Odissea di una Strana Coppia

Stephen Frears, a mio avviso uno dei migliori registi britannici, stavolta ci racconta una storia vera, un’avventura vissuta insieme da un giornalista inglese disoccupato (Steve Coogan) ed una infermiera irlandese ormai in pensione (Judi Dench), alla ricerca del figlio perduto di lei. Storia particolarmente delicata nei paesi anglosassoni, in quanto va a toccare un nervo scoperto che è quello dei conventi cattolici che, nati per fornire rifugio a ragazze madri e i loro figli, divenivano in realtà dei veri e propri carceri dove le ragazze venivano messe ai lavori forzati (in genere lavanderia) fino all’adozione del figlio. Una tematica peraltro già affrontata da Peter Mullan in Magdalene (2002).

Qui in realtà, oltre ad avere un tono decisamente più leggero, la storia si incentra completamente sulla ricerca da parte di Philomena, fervente cattolica, nonostante tutto, testarda, semplice e generosa, del suo Anthony; avrà come compagno di viaggi (interessato, visto che è inviato da un giornale per scriverne la storia), Martin, che inizialmente lo vede come un semplice lavoro, ma poi diverrà per lui stesso una missione.

La trama è semplice e lineare, e si sposta dall’Inghilterra all’Irlanda (sede del convento di Roscrea), per poi recarsi negli USA, ed infine ancora in Irlanda; ed è tutto perfettamente professionale e funzionale all’interpretazione di Judi Dench (si accettano scommesse sull’Oscar alla Migliore Attrice) che avrebbe potuto accontentarsi di interpretare una fragile vecchietta, invece ci regala questa signora indomita, che ama i libri sentimentali (guardate le facce di Martin, quando lei gli racconta le trame…), senza studi particolari, ma con una fede incrollabile, spesso ingenua, ma indefinitiva sana. Messa a dura prova dalla vita e dai comportamenti degli esseri umani verso di lei e verso suo figlio, inclusi e soprattutto quelli della sua fede, si aggrappa alle sue convinzioni non con il terrore di un Dio altero e vendicativo, ma con una pragmatica serenità e fede in una Natura più grande e generosa di qualsiasi pensiero razionale, che, alla fine,  è alla base del miglior pensiero evangelico. Una delle scene finali (forse la più emblematica) vede proprio questo triangolo tra la rancorosa Sorella Hildegard, l’ateo razionalista Martin e questa piccola signora irlandese dagli occhi splendenti e dai gusti così semplici, che impartisce una lezione di vita a tutti e due. Lo stesso Martin metterà in dubbio alcune sue convinzioni, mettendo a confronto il suo (a volte irritante) scetticismo, e le dimostrazioni di generosità della sua compagna di viaggio al cospetto  di una vita anche durissima.

L’interpretazione della Dench è allo stesso tempo il punto di forza del film ed il suo limite: il resto, altre interpretazioni incluse (anche Steve Coogan non sembra sempre così convincente come in altre occasioni, il che è curioso visto che è uno degli sceneggiatori!) sembra tutto in funzione della sua protagonista. Il film di Frears scorre via alternando momenti drammatici ad altri leggeri come è il suo stile, anche se non sempre approfondisce come dovrebbe e potrebbe in alcuni casi.

Ad ogni modo, più che godibile nel suo complesso, con una performance davvero superlativa che ne nobilita la riuscita. VOTO: 7/10