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Dietro I Candelabri - Una Vita Esagerata

Dietro I Candelabri - Una Vita Esagerata

Personaggio non particolarmente noto in Italia, Walter “Lee” Liberace è stato un pianista e performer enormemente famoso negli USA per un periodo che va dagli anni 30 agli anni 80; talento incredibile, e uno stile di vita palesemente  (almeno nel look) gay in un Paese dove l’outing è tuttora la tomba professionale per molti artisti. In effetti, Liberace muore di AIDS nel 1987, una delle prime star USA colpite dal siero HIV, cosa che fu peraltro negata fin dopo la sua morte dai suoi legali per molto tempo.

Steven Soderbergh alla regia, Dietro I Candelabri racconta della relazione di Liberace (interpretato da Michael Douglas) con Scott Thorson (Matt Damon) di 40 anni più giovane di lui, assunto per fargli da segretario, guardia del corpo, confidente, ed ovviamente amante.

Che dire di questo biopic? Se “eccessivo” era l’obiettivo che si era posto Soderbergh, allora c’è da dire che la sua opera lo ha senz’altro raggiunto. I costumi (peraltro molto simili agli originali), le ambientazioni, la reggia di oro, marmi, e pietre preziose, le rolls royce, i barboncini, il lusso sfrenato, Las Vegas… Se Willy Wonka si fosse occupato di gioielli, invece che di cioccolato, probabilmente sarebbe vissuto a Villa Liberace.

Così come eccessive sono le interpretazioni del film, su tutti ovviamente Michael Douglas, al quale si deve riconoscere un gran coraggio nell’affrontare, probabilmente a fine carriera, un ruolo non tanto omosessuale quanto “camp”, dopo esser stato negli anni 80 e 90 un sex symbol nei vari Alla Ricerca della Pietra Perduta, Basic Instict, Attrazione Fatale, Rivelazioni… L’impegno non solo è notevole, ma addirittura (rieccoci) eccessivo, visto che appare ancora più gay che nelle apparizioni dello showman che si possono ancora vedere in rete; e finisce col regalare un personaggio a dir la verità piuttosto odioso e petulante: un Elton John perennemente in crisi pre-mestruale. Idem per quanto riguarda Matt Damon, il quale però appare meno bi-dimensionale dell’amante maturo, il cotonato stallone ignorante, palestrato, semplice, bigotto (!) e fondamentalmente usato dall’altro. Un bel tocco del regista è far vedere la stessa scena due volte: la prima volta è il “vecchio” amante Billy che mangia al tavolo senza degnare di uno sguardo il nuovo Scott, la seconda volta è lo stesso Scott che riserva lo stesso trattamento al suo futuro successore Cary. La vita di Liberace come uno spettacolo che, meraviglioso e lucente nel breve,  semplicemente è una replica vista da abbastanza lontano…  prevedibile (ogni) finale, col giovane amante scaricato che porta il vecchio artista in tribunale per spillargli soldi un’ultima volta.

Giudizio finale? Per niente convincente, soprattutto la prima ora che sembra veramente una parodia o una farsa. Tra tanti personaggi posticci, spicca Rob Lowe, che ci regala un chirurgo plastico (ovviamente gay) patetico come pochi… e alcune chicche mostruose, come Liberace che non potrà chiudere completamente gli occhi dopo i suoi terrificanti  trattamenti in sala operatoria.

Migliore la seconda parte, soprattutto il funerale finale, un trionfo del kitsch (ma riuscito, a differenza della maggior parte del film) ma non abbastanza per salvare l'insieme. Curioso che, per un'opera dalle modalità così eccessive, il tutto sembra fin troppo insipido alla fine. Facciamo una metafora in linea col film? Se fosse un vino, Dietro i Candelabri  sarebbe uno di quei rossi dal bouquet ricchissimo, ma che una volta aperto si rivela senza carattere.

Dopo Magic Mike (e solo parzialmente riscattato da Effetti Collaterali), Soderbergh appare in picchiata, lontanissimo da Traffic, Bubble, e persino Ocean’s Eleven.  “Too much of a Good Thing … is Just Wonderful”. Non sempre, Lee.  VOTO: 5,5/10

Thor The Dark World - Il Signore dei Martelli

Thor The Dark World - Il Signore dei Martelli

Dopo Kenneth Branagh che aveva raccontato dell’arrivo di Thor sulla Terra, ecco un cambio di regia: diretto da Alan Taylor (ovvero Il Trono di Spade), arriva il secondo film dedicato al Dio Del Tuono. Al primo film era stata rimproverata un’eccessiva pesantezza (forse pretendere che Branagh non evidenziasse i lati shakespeariani delle saghe di Asgard era davvero troppo…), naturale che stavolta abbiano scelto di darci una versione del Potente Vendicatore più leggera (ma non i toni visivi, che invece risultano più cupi dell’altro).

Stavolta è il malvagio Elfo Oscuro Malekith (C. Eccleston) a scatenare le ire di Odino (A. Hopkins) e di Thor (C. Hemsworth): il villano tenterà, grazie ai poteri della misteriosa sostanza chiamata Aether, di far piombare l’universo al suo Stato Primordiale, dove lo stesso Malekith regnerà sovrano su tutti i Nove Mondi, approfittando di un allineamento cosmico.

Visivamente The Dark World è ottimo, la scelta dei colori è di grandissimo impatto, anche se probabilmente non valorizza il 3D nello stesso modo in cui c’era riuscito Branagh; ma rimane una rappresentazione dell’immaginario norreno davvero molto buona, ed è apprezzabile la commistione di elementi alla Tolkien (più Il signore degli Anelli che Lo Hobbit) con alcuni elementi fantascientifici che ricordano un po’ il Prometheus di Ridley Scott e un po’ Star Wars di Lucas (alcuni scontri ed inseguimenti tra navicelle, nonché l’Esercito degli Elfi Oscuri in versione Troopers dell’Impero con tanto di fucili laser sono fin troppo evidenti). Altrettanto buono è il tentativo di Taylor di alleggerire il mood (quanti morti per un cinefumetto mainstream…) con momenti umoristici anche azzeccati (notevole la vena comica –inedita- di Stellan Skarsgard; simpatici alcuni siparietti come Thor che prende la metro, e viene pure palpeggiato da una fan). Come già nel precedente capitolo, emergono alcune interpretazioni interessanti, Loki (T. Hiddleston, ormai una conferma dopo l’ottimo lavoro sul primo Thor e su The Avengers) su tutti, inutile dire che i momenti più interessanti (inclusa la conclusione) sono quelli che coinvolgono il fratellastro di Thor; e molto brava la Russo nel presentarci nelle poche apparizioni una Frigga davvero Reale.

Dove sono i punti deboli dunque? Ahimè, ce ne sono, almeno quanti quelli buoni. La trama è decisamente lineare (veramente fin troppo), anche se per alcuni versi incoerente (nonostante un prologo ed una spiegazione da parte dello stesso Odino, non si comprende mai fino in fondo cosa cerchi di fare Malekith), alcune scelte sui personaggi sono veramente discutibili (la presenza di UN Asgardiano e di UN Elfo di colore? va bene il Politically Correct, ma qui si sfiora il ridicolo); e purtroppo i vari Hemsworth, Hopkins e Portman (una triste Jane Foster, ci spiace ammettere) sembrano svogliati: essendo tre personaggi portanti, finiscono con l’affossare il film.

Quindi: dopo Iron Man 3, temiamo che il filone dei cinecomics made in MarvelStudios (cioè Disney), sia ormai in conclamata decadenza, e quel che è peggio mentre i grandi rivali DC stanno sfoderando i loro Batman, Superman, ecc. di qualità decisamente superiore. Non ci resta che sperare che il prossimo Capitan America vendichi :-) le ultime sconfitte, ma cominciamo ad avere i nostri dubbi che ci sia davvero la volontà di far qualcosa in più che un semplice intrattenimento da teenager. VOTO: 6/10

Prisoners – Un Borghese (Americano) Piccolo Piccolo

Prisoners – Un Borghese (Americano) Piccolo Piccolo

Privo di un lancio in grande stile, questo film, lo diciamo subito, rischia di essere, a questo punto, il miglior thriller del 2013.

Diretto dal canadese semi-sconosciuto Denis Villeneuve, la trama ci porta nell'America rurale fatta di case di legno sul vialetto verde e del Giorno del Ringraziamento, ma anche di fucili e pistole in ogni casa, furori e sette religiose, alcol come ansiolitico, sparizioni di bambini all'ordine del giorno. Due bimbe scompaiono da casa: sarà il detective Loki (Jake Gyllenhaal) a prendere in carico il caso; e allo stesso tempo, i padri delle figlie (Hugh Jackman e Terrence Howard) prenderanno in mano la giustizia rapendo a loro volta il principale indiziato (Paul Dano), scarcerato perchè in assenza di prove concrete.  Dove si può arrivare per salvare i propri figli? È davvero giusto fare qualunque cosa, fino a dannare la propria anima?

Uno dei punti di forza del film è senz'altro lo sviluppo della trama, che ci porta sempre sul punto di prendere una decisione, salvo sconfessarci dieci minuti dopo: è colpevole, o no? E cosa significa quell'indizio? Senza mai peraltro essere scontato, ma con un avvertimento: mai perdere di vista un solo secondo del film dall'inizio. Notevole come il regista costruisca  un vero e proprio labirinto di ipotesi ed immagini, non casualmente, visto quanto sará ricorrente nel film quella stessa immagine.

Il che ci porta al secondo punto di forza, ovvero i protagonisti, un confronto tra due predatori... Il primo (Dover/Jackman) è il padre di famiglia disposto a tutto per riprendersi la sua bambina, delineato già all'inizio dove caccia insieme al figlio, la rappresentazione di questa America che sotto crocifissi appesi e tatuati, nasconde una ferocia in attesa di esplodere. E come arriverà a torturare il proprio prigioniero, solo parzialmente si giustifica con i fini estremi, lascia in realtà intravedere un lato "demoniaco" (come dirà alla fine uno dei personaggi) piuttosto a proprio agio col sangue... Quasi una riedizione in abiti civili del Wolverine portato sul grande schermo proprio da Jackman.

Ancora più "Wolverinesco" in realtá è il secondo protagonista (Loki/Gyllenhaal), anche lui, come l'altro, presentato in modo emblematico: solo al ristorante il Giorno del Ringraziamento, sotto questa pioggia torrenziale, un vero e e proprio lupo solitario, con istinti e fiuto prodigiosi, abbinati ad una testardaggine e una motivazione che lo spingono fino in fondo, ma che lo condannano all'isolamento dai propri colleghi. Alcune espressioni del suo spigoloso Loki, rinchiuso in queste sue camicie abbottonate e troppo strette (che in qualche modo evocano anche in lui qualcosa perennemente in attesa di esplodere), a volte apparentemente addormentato, ma sempre vigile, acuto e  pronto allo scatto, sembrano veramente prese da qualche grande felino selvatico. Da vedere e rivedere la scena finale, dove il regista risolve in modo imprevedibile tutto il film.

Intelligente e a volte scomodo (anche per la durata ed il ritmo sincopato non proprio da popcorn movie) Prisoners racchiude nel suo titolo una chiave di lettura ambivalente e per niente scontata nonostante la tematica tipicamente thriller USA del rapimento e che ne "ibrida" il senso finale, avvicinandolo a A History of Violence di Cronenberg o ad un filone italiano anni '70 de Un Borghese Piccolo Piccolo di Monicelli o de Il Giocattolo di Montaldo. Sorprendente il film, promettente il regista. VOTO: 8/10

Captain Phillips – Un Eroe Normale in un'Avventura Straordinaria

Captain Phillips – Un Eroe Normale in un'Avventura Straordinaria

Paul Greengrass, uno dei migliori registi di action movies degli ultimi tempi (a lui si deve la trilogia di Bourne e il più recente Green Zone), sceglie Tom Hanks per portare sullo schermo una storia vera, ovvero l’abbordaggio di una nave cargo USA da parte di una barchetta di pirati somali e il conseguente rapimento lampo del capitano della nave, ovvero Richard Phillips. Inutile aggiungere dettagli alla trama perché sarebbero solo “spoiler” di quella che è a tutti gli effetti un’entusiasmante avventura vera con personaggi veri.

Iniziamo subito col dire che era un bel po’ che non vedevamo un Tom Hanks così in forma e così in parte, anzi per alcuni versi le sue ultime scelte (tra cui il tremendo Larry Crowne da lui diretto, l’incomprensibile Cloud Atlas e la nefasta accoppiata Codice Da Vinci e Angeli e Demoni), sembravano averne delineato una parabola definitivamente discendente rispetto ai fasti del periodo che va da Forrest Gump (1994) fino a Prova a Prendermi (2003). Invece, proprio sfruttando una sua vena drammatica quasi realista quasi mai portata alla ribalta, il buon vecchio Tom ci dimostra che ancora ha qualche cartuccia da sparare. Il suo Capitano Phillips, leader che fa dell’astuzia e dell’empatia le sue armi da eroe di tutti i giorni, ha tutte le qualità che ci si potrebbe aspettare da qualcuno che si trova in una situazione che, seppure non impossibile per delle responsabilità come le sue, ne rappresenta la prova del fuoco, quando capita quella volta nella vita. Un po' come è capitato per il -purtroppo- nostrano Comandante Schettino con esiti -purtroppo- tristemente diversi.

Sarà la sua umanità a guidare gli altri nel momento di crisi, ed il suo semplice e diretto coraggio ad affrontare i pirati somali, un gruppetto di disperati, forse resi ancor più pericolosi dalla loro inesperienza ed improvvisazione, guidati da Muse (un Barkhad Abdi di una espressività dilaniante). Si scoprirà un negoziatore umile e pieno di risorse (non potrà non ricordare il Paul Rusebagina di Hotel Rwanda), con uno spirito a cui farà estremo affidamento fino al quasi crollo finale.

Con Captain Phillips, il regista Greengrass ha il pregio di creare un film sicuramente commerciale, ma che non cede a facili nazionalismi manichei (bianco americano buono – nero somalo cattivo), anzi delinea quella che apparentemente è una semplice storia di criminalità contro l’uomo comune come la conseguenza di uno scellerato globalismo. Di fatto i pirati, smascherati, non sono altro che pescatori che non hanno più niente da pescare (essendo il loro mare depauperato dai grandi e moderni pescherecci) e che non hanno altra possibilità che mettersi nelle mani di Signori della Guerra che li armano con fragili barchette e fucili rubati, riempiendogli lo stomaco di solo Qat, foglie di droga simili con effetti simili alla coca, che li anestetizzano alla fame e alla fatica. Ma questi “criminali” sono Davide di fronte al Golia che affrontano e che, a differenza della storia biblica, non può che sfociare in un destino già scritto. Straordinaria la freddezza, e tutto sommato la facilità, con cui vengono affrontati dai Navy Seals statunitensi (e qui si vede il tocco, già visto per esempio in The Green Zone,  del regista).

Molto ben diretto, teso e per niente scontato, nonostante sia una storia “nota”. Da vedere. VOTO: 8/10

Il Quinto Potere – W Per Wikileaks

Il Quinto Potere – W Per Wikileaks

Sicuramente si poteva fare uno sforzo maggiore  per quanto riguarda il titolo italiano dell'ultimo film di Bill Condon... È sempre stupefacente come chi dà il titolo nel nostro Paese si prenda delle libertà francamente immeritate. Evidente il riferimento al celeberrimo Quarto Potere di Orson Welles, forse invece è sfuggito Quinto Potere (!) di Sidney Lumet e che non c'entra niente con questo, che avrebbe dovuto semplicemente chiamarsi Il Quinto Stato (ovvero The Fifth Estate nel titolo originale) in riferimento al potere di influenza dei media sul web come pressione verso Governi e Corporazioni. 

Quasi un instant movie, Il Quinto Potere racconta dell'ascesa di Wikileaks e del suo profeta, l'efebico Julian Assange (Benedict Cumberbatch) e del suo primo seguace, Daniel Berg (Daniel Bruhl). Il primo, un visionario estremo e senza compromessi (anche a costo di sacrificare informatori e diplomazie), il secondo un idealista ma coi piedi per terra. Insieme i due iniziano il loro movimento di informazione globale formando un team affiatato... Ma quando il meccanismo da loro creato crescerà i due si allontaneranno... Sollevando una domanda: fino a quando la Verità è perseguibile ad ogni costo? La Verità, ammesso che esista, è sempre innocente?

Da un punto di vista puramente cronologico, Il Quinto Potere segue The Social Network, biografia non autorizzata del fenomeno di Facebook e del suo più o meno misterioso fondatore Mark Zuckerberg, e per tanti versi lo ricorda, sia nella fase di ascesa dal niente che nel tratteggiare una figura di leader non sempre cristallina. Certo, diverse le finalità del l'anarchico Wikileaks e del nazionalpopolare Facebook, ma è interessante il parallelo a livello di luci e ombre delle due personalità. Ottimo e credibile Cumberbatch, uno degli attori più interessanti del nuovo panorama cinematografico, che dopo l'impressionante performance nell'ultimo Star Trek, utilizza il suo sguardo enigmatico per rappresentare un po’ Sant'Agostino, un po’ Anonymous, intelligente, geniale, profetico ma anche iconoclasta, sprezzante, dogmatico.

Purtroppo, però, l'opera di Condon, a livello complessivo, soffre il confronto con quella di Fincher: fin troppo sincopato il ritmo, e non sempre coerente lo sviluppo. In definitiva, simile ma meno innovativo, Il Quinto Potere alla fine aggiunge troppo poco a quanto già sappiamo... Una specie di istantanea, dove un dipinto sarebbe stato più appropriato per raffigurare una rivoluzione dell'informazione, con  il singolo non più schiacciato dalla, ma che  trova riparo nella moltitudine. Senza volto, ma con una voce amplificata all'infinito sfruttando il potenziale della Rete.

Interessante, ma ampiamente imperfetto. VOTO: 6,5/10

Gravity – L’Insostenibile Gravità dell’Essere

Gravity – L’Insostenibile Gravità dell’Essere

Alfonso Cuaron, regista messicano già noto per I Figli Degli Uomini, dirige uno dei film più attesi della stagione, e ci illustra un thriller quasi metafisico con Gravity. Ryan Stone (Sandra Bullock), in seguito ad un pauroso incidente nello spazio, rimane l'unica superstite di una missione di manutenzione di un satellite, e dovrá dare fondo a tutte le proprie risorse nel tentativo di salvarsi...

La trama in effetti può sembrare semplice, e lo è, ma è decisamente ambizioso il progetto minimalista e allo stesso tempo spettacolare del regista di descrivere l'odissea di una persona normale in circostanze fuori dal comune. Spesso la visuale (in un 3D davvero al servizio della storia, come raramente è capitato) è la claustrofobica e meravigliata vista dal  visore dell'astronauta, spesso sbattuto in qua e lá nel vuoto cosmico.

Al di là del thriller (certamente ben fatto), Gravity racconta del perdersi e del ritrovarsi di una persona attraverso il "lasciar andare" ciò che ci appesantisce (la Gravità del titolo): e per quanto sia piacevole crogiolarsi in un passato sempre migliore del presente (almeno nei nostri ricordi), niente può impedirci di vivere, o tornare a vivere, appieno, se non le nostre convinzioni. Anche per una madre che ha perso una figlia, come nel caso della protagonista.

Lo spazio ben si presta alla metafora dell'isolamento dell' anima di Ryan, disconnessa da cosa la circonda, come protezione non solo da ciò che ci ferisce, ma dalla vita stessa. Quando deciderà di essere pronta, arriva il suo maestro  fuori e dentro di sé (ovvero, il compagno di missione Kowalski, un George Clooney davvero incisivo, impressionante il suo percorso di maturità artistica), e tutto l'universo sará pronto a riportarla a casa.

Dicevamo molto ispirate le immagini; e centellinata per tutti i motivi giusti la musica; e brava la Bullock, nel suo ruolo di eroina spaziale che non potrá non ricordare la Ripley in canotta e slip di Alien; ma tutto il film rimane sospeso tra l'ispirato e l'inquietante, e in qualche modo attinge al respiro di  2001 Odissea nello Spazio di Kubrick, con questo sguardo perennemente perso e teso all'infinito,il senso della meraviglia di esseri umani che si perdono nelle stelle, e che alla fine rinascono emergendo dalle acque approdando su una terraferma di primordiale bellezza (a differenze di Kubrick, dove le scene sulla terra -protagonisti i nostri scimmieschi antenati- erano poste nel prologo). E infine un messaggio nascosto nell'immagine della protagonista, statunitense in una tuta russa ed in un modulo cinese: per salvarci, contro forze universali che conosciamo appena e che potrebbero spazzarci via (in un futuro sempre meno lontano) o se ne esce assieme o l'estinzione del genere umano è inevitabile.

Forse non il capolavoro che è stato osannato ovunque, ma di certo non deludente e ottimamente costruito. Intimo, maestoso e infinito come una notte stellata. VOTO: 7,5/10 

Rush - Spingere Al Massimo, Spingersi Oltre

Rush - Spingere Al Massimo, Spingersi Oltre

Da ex-bambino prodigio dei programmi per la TV (fino ai fasti di Happy Days), a regista di punta del mainstream di Hollywood, Ron Howard dimostra con Rush una flessibilitá fuori dal comune, avendo toccato praticamente tutti i generi (eccezion fatta per l'horror), e con questa pellicola celebra una storica rivalitá sportiva nei tempi d'oro della Formula 1.

Rush ripercorre, dal 1970 al 1976, l'epopea elettrizzante ma anche sanguinosa di un mondo dove il coraggio equivale alla tecnologia, e dove Nicky Lauda (Daniel Bruhl) e James Hunt (Chris Hemsworth) rappresentano le punte del Circus, a quel tempo, come e più di ora, un crogiuolo di fama, moda, apparenza, presenzialismo, glamour. I piloti come moderni cavalieri su destrieri d'acciaio e benzina in una giostra di asfalto, pronti all'estremo sacrificio per perseguire una vita spinta al massimo.

Notevole l'interpretazione dei due protagonisti, Hunt/Hemsworth aggressivo, spericolato, sregolato, sempre sul punto di esplodere e di incendiarsi; e soprattutto Bruhl/Lauda, impressionante la somiglianza (non solo fisica) col vero pilota, a cui conferisce un'abilitá di analisi e di concentrazione pari solo alla sua proverbiale antipatia (memorabile quando, al suo primo test su una Ferrari, davanti al Drake in calzini rossi, non esita a definire la vettura una "m...a"; fatto peraltro, effettivamente accaduto).

Pur essendo agli antipodi, i due riconoscono nell'altro un completamento ed un reciproco stimolo all'eccellenza, che sfocia dall'iniziale antipatia prima nell'ammirazione e successivamente nell'amicizia, un pò come nel basket di qualche anno dopo fu la rivalitá tra lo spumeggiante Magic Johnson ed il coriaceo Larry Bird. Notevole, come il regista filtra tra dialoghi e sguardi tra i due, la loro complementarietá elettiva: l'uno elettrico, popolare, corteggiato, ma solo; l'altro detestabile, ruvido, solitario, ma con una compagna eccezionale. E come i due imparino a comprendersi e alla fine finiscano per somigliarsi un po' per spingersi oltre i propri limiti: Hunt dovrá applicarsi molto di più in fase di messa a punto, Lauda dovrá prendersi molti più rischi (il più estremo dei quali fu il suo ritorno a tempo di record dallo spaventoso incidente del Nurburgring che lo segnò a vita nell'aspetto e quasi lo uccise). L'ultima gara del campionato del 1976 entra nella storia, ed è il culmine di un film teso ed avvincente, nonostante che il risultato sia noto.

Bellissime le atmosfere anni '70: evidentemente si addicono al regista, che bissa da questo punto di vista Frost vs Nixon, con cieli plumbei e presagi disseminati in qua e là sotto forma di ragni, accendini, conati di vomito (!); cosi come le musiche di Hans Zimmer cariche di quieta tensione, in contrasto con l'adrenalina ad alto contenuto di ottani; e nota di merito per le due interpreti femminili, soprattutto Alexandra Maria Lara nella parte della volitiva e silenziosa Marlene Lauda, ed il nostro Pierfrancesco Favino nella parte di Clay Regazzoni, ormai il volto italiano più noto nel panorama di Hollywood.

Rush è infine un film intenso nel senso e preciso nel modo, quasi chirurgico: pur non essendo al livello di Frost vs. Nixon, e anche se non siete appassionati di Formula 1, "correte" a vederlo, e non ve ne pentirete. VOTO: 7,5/10

Elysium – Il Futuro è di tutti (forse)

Elysium – Il Futuro è di tutti (forse)

Con qualche rara eccezione, nella cinematografia moderna il futuro non appare mai roseo. In effetti, da Alien in poi, ci viene prospettato un destino preoccupante: sistemi politici asserviti alle corporazioni industriali, sovrappopolazione, imbarbarimento sociale e culturale, tecnologia schiavizzante, pochi che hanno molto e molti che hanno poco.

Anche questo film  non fa parte delle eccezioni, e descrive un pianeta Terra ormai cannibalizzato e affollato; e dal quale si vede una stazione geo-orbitante, abitata da potenti e dai ricchi che possono permettersi agi e salute, difesi da un esercito di androidi e da uno scudo spaziale che incenerisce chi prova ad arrivarci senza permesso: Elysium.

Max (un Matt Damon in versione Bruce Willis), ex-ladro di auto, da sempre sogna di arrivarci, e questo sogno diventa una necessità quando, causa incidente sul lavoro, gli restano 5 gg di vita: l'unica possibilità è accedere ai miracolosi sistemi medici di Elysium, e per fare questo non esiterà a farsi impiantare un esoscheletro, allearsi con un gruppo di "scafisti" spaziali e ipertecnologici e a rapire un ricco industriale.

Dopo il ben più innovativo e indipendente District 9, Neill Blomkamp fa il salto nella hollywood dei blockbuster, con un film da star system e dall'impianto piuttosto classico, anche se mantiene l'idea, giá vista nel suo precedente lavoro,  della visione distopica di un mondo dove una classe dominante si isola dal resto del mondo o lo rinchiude dietro recinti reali o virtuali...Facile intuire come la situazione attuale delle grandi migrazioni di disperati sia la chiave di lettura sotterranea neanche troppo celata, visto che i ricchi di Elysium parlano francese e i poveri sulla Terra ovviamente spagnolo... Che siano USA e Messico o Europa e Africa, il parallelo calza perfettamente; e ovviamente non secondaria, l'origine sudafricana del regista, testimone di regimi di apartheid mai veramente finiti, se non a parole, e sempre più globali.

Come dicevamo, si tratta di fantascienza con una forte carica metaforica e di critica sociale che trova i suoi padri nobili in opere letterarie come 1984 e Il Nuovo Mondo, e che poi ha sempre trovato terreno fertile nel cinema sin dagli anni '50 (ricordate i fantasmi maccartisti dell'originale Invasione degli Ultracorpi?). Pur non brillando per originalitá, Elysium aggiunge una buona componente di azione che funziona bene, e si avvale di buone interpretazioni da parte di Matt Damon e di Jodie Foster, ormai specializzata dopo Inside Man, nella parte dell'algida e malvagia superburocrate/politica (e stavolta è particolarmente soddisfacente come alla fine i politici vengono ripagati da quei militari spesso strumentalizzati e manipolati per non sporcarsi le mani).

In definitiva niente affatto stupido e invece piuttosto divertente, Blomkamp confeziona un buon lavoro per gli amanti  della fantascienza di ispirazione cyberpunk o dell'azione "ragionata"; Magari non passerà alla storia, ma Elysium  rappresenta un buon due ore di intrattenimento per un pubblico adulto, con alcune domande scomode: davvero ci comporteremmo diversamente dall’altra parte? La libertà è già abbastanza per tutti?

Se una libera società non può aiutare i molti che sono poveri, non può salvare i pochi che sono ricchi” (J.F. Kennedy, 1961). VOTO: 7/10

Kick-Ass 2- Un Sequel che Non "Spacca"

Kick-Ass 2- Un Sequel che Non "Spacca"

Sequel del film-fumetto cult del 2010 (vedi sezione "Ve Li Siete Persi?"), stavolta dirige Jeff Wadlow al posto del talentuoso Matthew Vaughn, dedicatosi alla rivitalizzazione della saga degli X-Men.

Questo nuovo episodio  riprende qualche anno dopo il precedente... Stavolta Dave (Aaron Johnson-Taylor) è all'ultimo anno delle Superiori e ancora decide di riesumare il suo ruolo di Supereroe fatto di tanta buona volontá e poco altro... Decide di coinvolgere ancora una volta la coriacea Mindy/HitGirl (Chloe Grace Moritz) ora quindicenne, e di entrare con la sua identitá di Kick-Ass in un vero e proprio gruppo di supereroi nerd come lui, la Justice Forever,  guidata dal Colonnello Stars &Stripes (Jim Carrey). Tutto sembra andare per il meglio per Kick-Ass, purtroppo però non ha fatto i conti con la nascita del primo supercriminale, una vecchia conoscenza del nostro eroe (Chris d'Amico interpretato da Cristopher Mintz Plasse), che col suo nuovo pseudonimo, MotherFucker, fonda il suo esercito del male... Sará l'inizio di un massacro, e chi potrá salvare KickAss ed i suoi? Se avete visto il primo film, penso che saprete la risposta!

Basato sul fumetto omonimo,  Kick-Ass 2 ne è, al pari del suo predecessore (in italiano inizialmente noto prima del lancio cinematografico con il non geniale sottotitolo "Spacca!") e nonostante l'abbondanza di splatter sopra le righe che ci si poteva aspettare,  la versione edulcorata (leggere per credere!) e più consolatoria.

Detto questo, KA2 pur essendo un buon prodotto complessivamente, manca di quell'umorismo surreale e di quella genialitá nera che ne aveva fatto il più tarantiniano dei cinefumetti... Il problema principale è che non aggiunge assolutamente niente rispetto al primo film, dialoghi molto meno incisivi e interpretazioni in alcuni casi un pò svogliate (Jim Carrey su tutti fa rimpiangere -udite udite- Nicholas Cage); e John Leguizamo nella parte del tutore di MotherFucker? Totalmente posticcio), lo rendono poco interessante e complessivamente prevedibile. Wadlow non è Vaughn e si limita a fare il compitino, premendo l'acceleratore sulle scene di combattimento a mani nude, laddove il primo aveva una preferenza per l'utilizzo, spesso grottesco, di armi anche improbabili e taglia via tutti quei dialoghi interiori di Dave/KickAss che erano dissacranti e al contempo fedeli agli archetipi supereroistici; e, in definitiva appare molto più piatto del predecessore. Si conferma bravissima e la vera icona del film Mindy/Hit Girl; ma tutti gli altri personaggi (in testa il cattivo Motherfucker) sono poco convincenti e il tutto sembra strizzare troppo l'occhio al pubblico adolescenziale (vedi Mindy che cerca di essere accettata dalle reginette del liceo... E perchè poi?), eliminando tutti quei riferimenti adulti (basti pensare alle musiche, qui monotono pop rock e hip hop,  nell'altro Morricone ed Elvis!) che avevano reso il primo KA il film rivelazione del 2010. Vogliamo fare un paragone? KA sta a KA2 come Il Signore degli Anelli sta a Lo Hobbit. Non brutto, ma se ne poteva fare a meno. Aspettiamo più o meno fiduciosi la conclusione dell'inevitabile trilogia... VOTO: 6/10

Wolverine L'Immortale - Il Ritorno Del Mutante Artigliato

Wolverine L'Immortale - Il Ritorno Del Mutante Artigliato

Hugh Jackman è divenuto de facto il volto di Wolverine, visto che ormai sta interpretando il ruolo per la quinta volta (sesta se si include il cameo nel 2011) dal 2000. Un po’ come Sean Connery che è il volto ufficiale di James Bond nell’immaginario collettivo (con buona pace  dei vari Daniel Craig, Roger Moore, ecc.), Jackman, partendo da un personaggio difficile da portare sullo schermo (stiamo parlando di un supereroe irsuto, di circa 1,65, e con un taglio di capelli che preoccuperebbe persino Morgan), ne è divenuto talmente la rappresentazione reale che la recente produzione a fumetti che riguarda il Mutante Canadese ha totalmente preso le sembianze del Trasformista Australiano.

Personaggio con una storia complessa ed affascinante come pochi (del resto è stato protagonista di maestri del fumetto assoluti, come Chris Claremont e Frank Miller), stavolta la trama lo spinge in Giappone, dove aveva appreso le arti marziali del bushido prima della seconda guerra mondiale, e dove, su richiesta di un vecchio amico, dovrà proteggere l’ereditiera Mariko dagli assalti della Yakuza: con una difficoltà aggiuntiva: per qualche motivo ha perso la sua invulnerabilità. Per chi non lo sapesse, Wolverine/Logan oltre ad essere dotato di artigli indistruttibili e sensi da predatore, ha capacità rigenerative che lo rendono virtualmente immortale, dunque la sua storia inizia a metà 800 in Canada per arrivare ai giorni nostri attraversando guerre, epopee, sperimentazioni, orrori e tanta solitudine: come gli Highlander dei tempi di Christopher Lambert, coloro che ama sono destinati ad invecchiare e morire sotto i suoi occhi ormai senza tempo. Di fatto, è divenuto un ronin, samurai senza padrone in termini letterali, uomo senza ragione di esistere in termini metaforici.

Pur con dei difetti di trama, Wolverine risolleva le sorti di un personaggio che dopo, il passo falso del 2009 (il primo spin off dedicato al suo “assolo”), sembrava destinato a decadere. Eliminando molti elementi supereroistici del genere (non vedrete costumi ed uniformi), il regista James Mangold è riuscito a cogliere alcuni aspetti tormentati del personaggio, non per ultimo l’esser stato costretto ad uccidere il suo amore che lo spinge a cercare una morte che lo respinge, insieme ai lati più spiccatamente da kung fu movie che ne caratterizzano una parte delle storie (in particolare, per gli amanti della carta, il ciclo di Frank Miller), con personaggi riconoscibili per stile e caratteristiche, e ovviamente qualche mutante e “cyborg”…

Oltre ad uno sviluppo comunque interessante, e non scontato (eccezion fatta per la parentesi romantica), Wolverine L’Immortale conta su scene di azione davvero molto buone (su tutte quella sul tetto del treno), e persino qualche immagine iconica (vedere per credere il nostro Logan trattenuto da frecce stile San Sebastiano da una trentina di ninja); e personaggi dello star system orientale che non dispiacerebbero a Tarantino (su tutti la piccola ninja Rila Fukushima). E ovviamente immancabile “finalino”, stavolta davvero promettente…

Cinefumetto gradevole, ben fatto e con qualche graffio andato a segno. VOTO: 7/10

Now You See Me - Il Trucco c'è e Si vede (purtroppo)

Now You See Me - Il Trucco c'è e Si vede (purtroppo)

Prendere 4 maghi (prestigiatori/mentalisti/escapisti/illusionisti) e realizzare il più grande spettacolo di magia al mondo, che ha però lo scopo di raddrizzare torti del passato remoto e recente: questa è l'improbabile presupposto di Now You See Me, film di azione diretto dal francese Louis Leterrier e con un cast stellare (Jesse Eisenberg, Woody Harrelson, Morgan Freeman, Michael Caine, Mark Ruffalo), ambientato in tre metropoli USA (Las Vegas, New Orleans, New York) ed una francese (Parigi, ça va sans dire... chissà come mai. Però Muccino mica ha preteso di ambientare La Ricerca della Felicitá a Roma... E poi siamo noi i provinciali!).

Dopo il primo spettacolo dei 4 Cavalieri (come saranno noti i protagonisti, chiamati a raccolta da un misterioso burattinaio dietro le quinte) una banca è realmente rapinata  ed i soldi distribuiti al pubblico. Interviene dunque la polizia USA (L'ispettore Dylan Rhodes, ovvero Mark Ruffalo) e internazionale (l'spettrice Alma Dray, cioè Melanie Laurent) per provare a prenderli con le mani nel sacco ai prossimo round... Inutilmente? Il trucco è svelato all'inizio... Troppo vicino e non riuscirai a vederlo.

Una via di mezzo tra Ocean's 11 (12, 13... Scegliete voi) e The Prestige, Now You See Me si pone la domanda (non particolarmente attesa): cosa succederebbe se David Copperfield (il mago, non il personaggio di Dickens) agisse da Robin Hood? Dobbiamo dunque ringraziare Leterrier, francamente uno dei registi più sopravvalutati del recente cinema d'azione, che ci ha dato la risposta: chissenefrega. Dopo gli esordi di Danny The Dog,  Leterrier è riuscito a massacrare sia Hulk (cinematograficamente parlando, facendo peggio della noiosa versione di Ang Lee, e sprecando dei calibri come Edward Norton e Tim Roth), che il remake dello Scontro tra Titani (il peggior 3D di tutti i tempi), ed ora fa il filotto.

Dopo i primi (buoni) trenta minuti, la trama inizia a fare acqua da tutte le parti, i salti logici sono inspiegabili (e non c'entra niente la suspense necessaria alle esibizioni magiche), molte parti sono pressoché inutili (due dei 4 cavalieri, sto parlando di Isla Fisher e del fratello di James Franco -inutile chiedersi come mai sia lì- potrebbero graziarci della magia di non esser mai comparsi; e qualcuno mi spieghi il ruolo di Michael Caine, da finanziatore a persecutore dei 4); se a questo aggiungiamo un finale incomprensibilmente mistico e prevedibilmente mieloso, il prodotto sembra una ratatouille con tanti pessimi ingredienti (laddove la sinergia agisce al contrario... Tanti ingredienti scarsi, insieme pessimo), incluso la rapina europea e gli inseguimenti di auto.

E infine la più grande magia di tutte:  Melanie Laurent. Carina quanto vuoi, ma antipatica come solo i francesi  quando vogliono sanno esserlo (il manierismo delle mani in tasca per un buon 20 minuti sono un vero fastidio, cosi come la camminata svogliata e il perenne broncio... Se avete visto Bastardi Senza Gloria o Beginners sapete a cosa mi riferisco), si conferma uno dei misteri del nuovo melting pot che prevede qualche attore straniero nel cast (per strizzare l’occhio al pubblico internazionale) e  che fa tanto chic a Hollywood in questo momento.

Fatevi una magia: sparite dalla sala dove proiettano Now You See Me. VOTO: 4,5/10 

To The Wonder – Onda su Onda, Sabbia su Sabbia (ma troppe volte)

To The Wonder – Onda su Onda, Sabbia su Sabbia (ma troppe volte)

In genere, i registi, così come gli scrittori o gli artisti in genere, sono molto prolifici ad inizio carriera, quando magari esplodono quelle idee che si sono portati dietro negli anni della formazione. Successivamente rallentano, concentrandosi su quello che è veramente importante per loro.

Terence Malick, regista classe ’43, sembra aver fatto l’esatto contrario. Tra il primo ed il terzo film passano esattamente 25 anni, tra il quarto e l’ottavo ne passeranno solo 9. To The Wonder è il sesto film, visto che gli ultimi due sono attesi nei prossimi due anni.

A differenza di precedenti lavori, la trama è molto semplice quasi intimistica: è la storia d’amore tra un americano del Midwest (Ben Affleck) ed una ucraina-francese (Olga Kurylenko), che si lasceranno e si riprenderanno più volte nel corso della storia… questo movimento avanti e indietro è il leit motiv del film, racchiuso nella metafora iniziale (bellissima) delle sabbie di Mont St. Michel, un’eterna battigia su cui i due si muovono con circospezione, con maree inarrestabili eppure incostanti,. Cicliche ed inevitabili come le forze della natura, di cui l’amore è la forza primigenia. I due si amano, eppure si lasciano, entrambi hanno una storia con altri, però sono inevitabilmente ri-attratti l’uno dall’altro, impossibilitati ad accettarsi completamente, forse a capirsi davvero, ma indissolubilmente legati da un filo invisibile, lunghissimo, che per quanto li porti agli antipodi, li fa sempre ritornare dove erano. A fianco a loro, un sacerdote (Javier Bardem) in cerca dell’amore di Dio tra i suoi parrocchiani.

To The Wonder presenta lo stilema classico del maestro, ovvero dialoghi interiori in forma di flusso di pensiero, quasi un contrappunto ad immagini lente, maestose, tendenzialmente con l’obiettivo puntato sulla natura, vera e propria fonte di meraviglia secondo Malick, e protagonista silenziosa di ogni sua pellicola da La Sottile Linea Rossa in poi. In particolare, stavolta, sono gli spazi vuoti a fare da palcoscenico, quasi a sottolineare la vacuità del mondo rispetto all’amore contenuto nella presenza dei protagonisti. Anche la musica, perennemente  sospesa, conferisce un’atmosfera di sogno, o qualcosa di dormiveglia all’occhio dello spettatore.

Il problema non sta tanto in quello che Malick è bravo a fare (e che abbiamo già visto), ma nell’eccessiva ripetizione di concetti che probabilmente sono più adatti a cortometraggi o ad affreschi in stile La Sottile Linea Rossa o The Tree of Life, che naturalmente spezzano il flusso di un racconto che altrimenti sarebbe troppo faticoso (e qui è il caso), come il rimuginare su immagini potenti ad evocare, ma eccessivamente lunghe per spiegare. To The Wonder soffre in maniera pesante di questo, essendo la trama troppo leggera per reggere due ore, visto che la parte di Javier Bardem (che paradossalmente è la più interessante del film) appare avulsa dal resto della storia, e che forse avrebbe meritato un film a parte. A questo si aggiungono alcune scelte, su tutte quella di alcune frammenti  in lingua originale (francese, spagnolo e italiano) che appaiono un pretenzioso strizzare l’occhio al pubblico europeo (non per nulla i paesaggi e i volti dell’Oklahoma appaiono sempre desolati), e l’interpretazione dei protagonisti (Javier Bardem più che adeguato, ma insieme ad un Ben Affleck spaesato particolari note di demerito per l’insipida piroettante Kurylenko , i quattro minuti insopportabilmente artificiali di Romina Mondello e la piccola e già antipatica Tatiana Chiline).

To The Wonder, in ultima istanza, sembra una scheggia di The Tree of Life, però già vista e, quel che è peggio, noiosa. Non basta una bella metafora per fare un bel film. Forse il primo vero passo falso del maestro Malick. VOTO: 4,5/10

Pacific Rim – Mazinga contro Godzilla!

Pacific Rim – Mazinga contro Godzilla!

Era inevitabile che, con gli effetti speciali che di fatto hanno reso reali i supereroi, arrivassero  sul grande schermo un altro mito della Generazione X: Pacific Rim racconta di giganteschi mostri alieni (i Kaiju) che, arrivati sul nostro pianeta tramite un passaggio interdimensionale in fondo all’Oceano Pacifico, che saranno affrontati dall’umanità attraverso degli enormi robot dalle fattezze umane (gli Jaeger) e pilotati al loro interno da esseri umani. Ormai siamo arrivati allo scontro finale: i Kaiju sono sempre più forti e gli Jaeger sono ormai ridotti ad un numero molto esiguo.  Spetterà al Generale Pentecost (Idris Elba, interessante attore) guidare l’ultima pattuglia di Jaeger per chiudere il portale tra i due mondi.

Eh sì, è proprio Mazinga contro Godzilla! Tolti ovviamente ogni riferimento per evitare problemi di copyright, i riferimenti alle opere nipponiche di provenienza sono molto evidenti, ma allo stesso tempo aggiornati alle aspettative attuali.

Più che da Neon Genesis Evangelion, che da un punto di vista visivo effettivamente non è lontano, il riferimento sembra direttamente l’opera di Go Nagai (autore dei vari Mazinga, Goldrake, Jeeg) dove i topoi  ci sono tutti, dall’eroe prima reietto, poi salvatore; la storia romantica con la collega di battaglie; i rapporti difficili ma necessari tra fratelli, padre e figlio; i personaggi buffi di contorno ai protagonisti (ovviamente gli scienziati e lo strepitoso Hannibal Chau interpretato dal mitico Ron Perlman); lo spirito del sacrificio come scopo ultimo e onorevole del guerriero; i robot dove il pilota siede immancabilmente nella testa  e  le armi che vengono  annunciate in stile “alabarda spaziale!”; e ovviamente i megacattivi che vengono per giunta battezzati con un nome in codice. Idem per quanto riguarda i mostri del filone di Godzilla che nascono come simboli del post-hiroshima, quasi delle forze della natura che travolgono tutto quello che incontrano, città incluse.

L’operazione di Guillermo Del Toro, raffinato regista fantasy/horror di lavori come Il Labirinto del Fauno e Hellboy, tenta (e riesce) nell’impresa di aggiornare (nonchè di rendere meno giapponese e più globale) quella mitologia di titani che ci teneva incatenati davanti alla TV degli anni 70-80, suscitando quel senso della meraviglia che ne aveva caratterizzato l’epopea; poco importa se i personaggi, in fin dei conti, appaiono bidimensionali e con un’introspezione psicologica pari a zero. La visionarietà quasi naif di Pacific Rim (mitica la scena dove Gipsy Danger, il robot dell’eroe principale, schiaccia la testa del rettilone di turno tra due container, in perfetto stile Bud Spencer) abbinati ad effetti speciali da stato dell’arte, crea una sospensione della critica adulta, lasciandoti godere la pellicola per quello che è: intrattenimento spensierato, ma non banale e mai noioso (vedi la saga dei Transformers).  Il sogno di ogni bambino, anche di quelli che lo sono stati 40 anni fa. VOTO: 7/10

World War Z – L’Ultima Onda

World War Z – L’Ultima Onda

Uno dei film più attesi dell’anno, World War Z di Marc Forster è un thriller apocalittico di quella che potrebbe essere l’ultima guerra dell’umanità… contro una marea di Zombie, una vera è propria pandemia che sembra sbucata dal nulla e alla quale niente sembra resistere. Ecco dunque nel succo, i riferimenti nel titolo, l’estensione “mondiale” e la Z che sta per “Zombie” e allo stesso tempo evoca l’ultima lettera dell’alfabeto (dunque della Storia).

Brad Pitt interpreta il protagonista Gerry Lane, specialista in infiltrazioni dell’ONU che ha il compito di trovare una cura attraversando nel processo ben tre continenti, nella speranza di poter tornare dalla sua famiglia prima che sia troppo tardi anche per loro.

Il film, diretto con ottimo mestiere da Forster, punta molto sul ritmo e sulla potenza evocativa di immagini impressionanti, su tutte, lo sciamare degli Zombie che riempiono gli spazi come un fiume in piena, travolgono cose ed oggetti come un’onda e scalano mura come fossero un esercito di formiche. Difficile non rimanerne colpiti, anche se, a volte, il ritmo stesso diventa così convulso, ipercinetico, da rendere alcune scene quasi delle forme indistinte. Di fatto le scene all'aperto sono la parte migliore del film, laddove invece le scene di interni, dove l'adrenalina rallenta per far spazio al thriller psicologico, sono più deboli e meno sviluppate di quanto lo avrebbe permesso un cast internazionale di tutto rispetto.

Come dicevo, ottimo mestiere, ma decisamente scarsa originalità… il tutto sembra un buon mix di tutta la filmografia zombie/epidemia virale da Cesar Romero in poi, anche se viene prediletto il lato cinetico di quel filone (dunque Io Sono Leggenda, 28 giorni dopo e l’Alba dei Morti Viventi – la versione di Zack Snyder- ed evito di citare i vari Resident Evil), piuttosto che il tradizionale lento e compassato Zombie che nasce –su larga scala- con La Notte Dei Morti Viventi (siamo nel 1968) e trova il suo più degno e recente successore nella serie televisiva The Walking Dead. Forse l’unica innovazione vera e propria risiede nella dimensione “globale” e non solo USA-centrica che tipicamente caratterizza gli altri film del genere, ed infatti la cura viene ricercata in India, Israele ed infine in Galles, dove Gerry troverà l’ultima speranza in un team di medici internazionali, tra cui il nostro Pierfrancesco Favino (che ad onor del vero, non sfigura affatto!). Peccato che questa peculiarità si fermi a quello che probabilmente è una mera operazione commerciale di volti e accenti non-USA, mentre avrebbe potuto esplorare un riferimento alle migrazioni mondiali in massa dai Paesi del Sud verso quelli del Nord (ovvero le ondate di zombie, proprio come ci appaiono, o ci vogliono far apparire, le questioni di cui sopra) , problema risolvibile solo a livello globale e non locale -proprio come succede nel film- ma che rimane una tematica appena scalfita.

In definitiva, divertente e teso World War Z rappresenta un buon prodotto, che trova il suo picco nella visionarietà della fotografia, ma un po’ troppo superficiale rispetto al potenziale. VOTO: 6,5/10

L'Uomo D'Acciaio - Rinascita di un Mito

L'Uomo D'Acciaio - Rinascita di un Mito

Continua l'opera di trasposizione cinematografica di uno dei colossi del fumetto mondiale, la DC, e stavolta siamo al re-boot di uno dei pezzi da novanta, ovvero Superman, il supereroe originale (datato 1931!), e per questa occasione, prestano la loro opera due specialisti del cinefumetto: Zack Snyder (300, Watchmen) alla regia e Christopher Nolan (la trilogia del nuovo Batman) come produttore.

Il risultato è la rinascita dell'Uomo d'Acciaio, dopo il mezzo passo falso di Bryan Singer di qualche anno fa, ed è una trama ispirata ai primi due film della quadrilogia originale con Christopher Reeve... Con la distruzione di Krypton, la scoperta della propria identitá di Clark Kent/Kal-El, e l'arrivo sulla Terra del rinnegato Zod. 

Le tematiche classiche dell'Uomo d'Acciaio ci sono tutte, a partire da quelle che hanno a che fare con la duplice identitá di un semi-dio in mezzo ai mortali, e il voler far parte di un'umanitá che lo teme semplicemente perchè diverso. Molto più marcato rispetto agli altri episodi risulta invece la caratterizzazione della cultura di Krypton, una tecno-oligarchia molto più guerrafondaia e dalle sfumature fantasy che in precedenza; e l'aspetto messianico del personaggio principale, inviato dal proprio padre per salvarlo e guidare la Terra verso la salvezza, che vive fino al compimento dei 33 anni nascosto nell'anonimato. Molto fedele anche alla rilettura moderna la simbologia della grande S sul petto, che in realtá nasconde sia il simbolo della casata di El che due pesci stilizzati (e riecco dunque il riferimento messianico, laddove la prima chiesa cristiana veniva identificata da un pesce).

Superman non rappresenta un capolavoro come lo era stata la Trilogia del Cavaliere Oscuro, ma si tratta di un bel lavoro di adattamento mediatico di un personaggio molto difficile perchè di difficile identificazione emotiva da parte dello spettatore/lettore ed estetico (e credibilissimo il costume, decisamente più difficile da rendere "reale" rispetto a quello di Batman) e con una differenziazione non meramente "adattata" come di fatto era risultato Superman Returns. Molto buona l’interpretazione di Henry Cavill, scelta molto azzeccata per interpretare il protagonista (a differenza del dimenticabile Brandon Routh dell’ultima versione), ed in generale di tutto il cast (in particolare Michael Shannon – cattivo non bidimensionale- e Kevin Costner -  molto minimalista e convincente). Sottotrama interessante e significativa è la rappresentazione della figura del padre/i, sempre in bilico tra il realizzare il potenziale del figlio a costo di allontanarlo da sè (nella figura di Jor-El, interpretato da Russell Crowe) e il proteggerlo dal male, ma anche dalla vita in sè (Jonathan Kent, il padre terrestre, ovvero Kevin Costner), che però alla fine ti trascina via (letteralmente). Da sottolineare infine  le musiche di Hans Zimmer, in dotazione dalla produzione di Christopher Nolan, che dopo Batman, coglie un altro centro e enfatizzano l'epicitá della saga dell'Uomo d'Acciaio, così come c'era riuscito il mitico ma ormai datato John Williams. Cinefumetto non perfetto, ma promosso. VOTO:7,5/10

Star Trek (Into Darkness) - L'Ira di Spock

Star Trek (Into Darkness) - L'Ira di Spock

Secondo episodio della rediviva serie spaziale ideata da Gene Roddenberry quasi 50 anni fa (!) ad opera del del creatore di Lost, JJ Abrams.

In effetti l’opera di modernizzazione di questa soap opera fantascientifica era già ben riuscita col primo episodio qualche anno fa: stavolta, e se vogliamo in perfetta coerenza ricostruttiva, il richiamo è al secondo episodio della serie originale, L’Ira di Khan (forse il più famoso degli episodi della serie originale con William Shatner e Leonard Nimoy) e di fatto è un re-boot/prequel a quello stesso episodio.

Viene infatti introdotto, Khan (un Benedict Cumberbatch estremamente convincente che rappresenta la punat di diamante del film), terrorista geneticamente modificato che lo rende un super-umano e che, in seguito ad un attentato contro la Federazione, si teleporta sul pianeta natale dei Klingon, acerrimo nemici della Federazione … Sarà dunque compito del capitano Kirk (Chris Pine), del suo secondo Spock (Zachary Quinto) e dell’equipaggio dell’Enterprise, catturarlo vivo o morto, senza farsi scoprire dai Klingon stessi, sull’orlo di una guerra cosmica.

Anche stavolta, JJ Abrams realizza un ottimo lavoro, evidenziando e attualizzando tutti quegli elementi che avevano già fatto la fortuna della serie originale (sia al cinema che in TV) come l’esplorazione del cosmo, il confronto col diverso (uno degli aspetti rivoluzionari della serie riguardava proprio la promiscuità dell’equipaggio… Bianchi, neri, asiatici, russi e alieni tutti uniti – e stiamo parlando degli anni ‘60!), la fede (Kirk) e la razionalità (Spock) che quando si uniscono, permettono all’individuo di trionfare sopra ogni avversità. E ovviamente tutti quegli aspetti tipicamente soap-operistici che ne resero allora (e la rendono tuttora) una storia tridimensionale, come l’amore, la gelosia, l’amicizia, la discussione, la riappacificazione (occhio come le donzelle della serie si mettono sempre nel mezzo –fisicamente e non solo- tra i due protagonisti). Detto di Khan, è davvero ottima la caratterizzazione di Kirk e di Spock che, per la gioia dei fans originali, omaggeranno la più memorabile delle scene del film del ’82, ma con una sostanziale ed interessantissima inversione dei ruoli, ma anche degli altri membri dell’equipaggio, Uhura, Scottie, Bones, Cechov, Sulu, Marcus (futura moglie di Kirk per chi non lo sapesse)… ognuno con abbastanza sviluppo per potere emergere come individui. Sarebbe/sarà interessante vedere come questo aspetto potrà essere potenziato nel terzo episodio (inevitabile… e non abbiamo dubbi su chi saranno gli antagonisti della Federazione  - visto che i Semi sono già stati piantati proprio qui)

Notevolissimo l’uso del colore e del 3D scelto dal regista, abbinato alle belle musiche epiche di Michael Giacchino (lo stesso di Lost), che conferisce al film un impatto notevole e cinetico, ma senza dare la sensazione di perderne il controllo, anche nelle sequenze più adrenaliche (vedi Iron Man 3). Peraltro le tematiche del giusto e dello sbagliato, emergono in modo molto raffinato per una serie fantascientifica tutto sommato di mero intrattenimento: in fin dei conti, lo stesso Khan non fa altro quello che qualunque leader farebbe per la propria gente (come farà lo stesso Kirk) e, in fin dei conti, il suo peccato è solo quello di non volere essere un’arma manipolata da altri, ma di poter decidere del proprio destino. I fan non rimarranno delusi, e neanche tutti gli altri cinefili. VOTO: 7,5/10

La Grande Bellezza – Viaggio al Termine (di Tutto)

La Grande Bellezza – Viaggio al Termine (di Tutto)

Dopo This Must Be The Place, Sorrentino ritorna a parlare del nostro Paese con La Grande Bellezza, un carnevale di immagini e colori ambientato a Roma, con al centro l’ormai monumentale Toni Servillo, nei panni del 65enne scrittore/giornalista Jep Gambardella, che a dir la verità, di libri ne ha scritti uno, e di articoli non si sa cosa scrive… e infatti si muove in una Roma illustrata a tinte forti, le feste degne di un circo con nani, bestie e ballerini… dove non si sa che lavoro facciano le persone… scrittori potenziali o foraggiati (mai letti) da qualcuno, attrici mai decollate, ex soubrette della tv, ricchi, nobili a pagamento.

Roma, Paese per Vecchi, per parafrasare Cormac Mc Carthy: una città fatti di monumenti e sepolcri, una bellezza regalata dalla storia e della natura, in qualche modo abusata dai Romani stessi. Non c’è veramente una trama, ma scene che si susseguono legati dalla narrazione di Jep, un incrocio tra Gabriele D’Annunzio e Oscar Wilde, un esteta che affronta la vita come una discesa inevitabile nelle miserie umane, alla ricerca della Bellezza, nella sua forma più pura ed ideale, che pure una volta lo aveva toccato, tanto tempo fa… col suo Primo Amore, che lo aveva portato a scrivere il suo unico e celebratissimo libro.

Bellezza ed Amore, come nella mitologia di Afrodite ed Eros, sono la spinta verso la vita, l’unica cosa che ci salvi dal susseguirsi inutile di giorni senza scopo. Tutto quella Bellezza (comportamento) che non ispira Amore (emozione), o viceversa quell’Amore che non ispira Bellezza ci porta verso la decadenza, così come il Fiore se non diventa un frutto, marcisce e muore inutilmente.

Sono memorabili alcune scene, su tutte forse il salone stile Eyes Wide Shut del santone al botox che ringiovanisce a colpi di siringa e 700 euro (in nero), e l’atterraggio dei fenicotteri sul balcone di Jep con vista Colosseo… che poi ripartono all’albeggiare sospinti dal soffio di una Santa e che porterà lo scrittore a ritornare alle proprie radici, e a capire che non esiste Bellezza esteriore, ma solo quella filtrata attraverso la purezza delle nostre emozioni. La Bellezza è ovunque e da nessuna parte, inutile cercarla nella notte con le lanterne come fanno Jep e Ramona (una Sabrina Ferilli in forma smagliante e dagli occhi espressivi come non mai).

Che dire del film? Prolisso e certamente non poco pretenzioso, La Grande Bellezza ha però il dono di evocare grazie ad immagini straordinari e commenti musicali davvero azzeccati un mood di amarognola e stupita sospensione del giudizio (aspettate i titoli di coda per credere) e, in qualche modo esaspera il concetto di dilatazione del tempo già visto in This Must Be The Place. Grazie anche ad alcune interpretazioni notevoli (ovviamente Toni Servillo, ma anche Sabrina Ferilli, Carlo Verdone,  Massimo Popolizio, Isabella Ferrari, Iaia Forte, Carlo Buccirosso, Roberto Herlitzka…), indipendentemente dal tempo loro concesso (a volte brevissimo), contribuiscono in modo decisivo a quell’affresco di follia che è la Roma di Sorrentino, le atmosfere de La Dolce Vita che si fondono con Cabaret. Un viaggio di ritorno alle sorgenti della bellezza, attraversando le miserie umane. VOTO: 7/10

Solo Dio Perdona - Estetica ed Ermetica

Solo Dio Perdona - Estetica ed Ermetica

Di certo, Winding Refn non è un regista particolarmente incline al lato commerciale dello show business, e proprio quando con Drive aveva centrato un successo di botteghino, complice un Ryan Gosling in stato di grazia e attore del momento, ci propone con Solo Dio Perdona, la versione autoriale di un b-movie orientale, una storia di vendetta e faide.

Ambientato in Thailandia, la trama racconta di Julian (lo stesso Gosling di Drive), impresario di thai-boxe e esportatore di droga, il cui fratello Billy viene ucciso con la complicitá della polizia locale, dopo che lo stesso Billy aveva massacrato una prostituta minorenne. Il tentativo da parte della madre dei due fratelli (Kristin Scott-Thomas) di vendicarsi dell'ispettore Chang (Vithaya Pansringarm), porterá ad una violentissima escalation di sangue e allo scontro finale tra Julian e lo stesso Chang...

Come dicevamo, è fuor di dubbio che il regista non sia sensibile al lato commerciale della propria arte, ed in effetti Solo Dio Perdona è un film decisamente ostico, per non dire ermetico, a chiunque cerchi di capire appieno la trama che, seppur semplice che più semplice non si può, vive di momenti non sempre comprensibili, ma che, nella ricercatezza estrema di un'estetica tesa a cristallizzare la realtá in istanti separati, a volte sovrapposti, ne rappresentano probabilmente il fine ultimo. La fotografia, con il design geometrico che incornicia le scene come in un fumetto ed evidenziando i colori primari (rosso in primis) su sfondo nero, è di certo l'aspetto che colpisce di più, insieme alla simbologia, a volte solo intuita, che attraversa tutto il film, vedi l'ossessione di ritrarre mani e braccia, icona e strumento della violenza, spesso estrema, che appare sullo schermo. Aspetto che era giá elemento portante in Drive qui l'immagine viene evidenziata dai dialoghi scarni e talvolta surreali che vengono pronunciati dai protagonisti. In effetti il "surreale" è la sensazione dominante della pellicola, con sviluppo e scene a metá strada tra un Dalì moderno (non per niente, una delle scene più forti riguarda il taglio di un occhio che non può non far venire in mente Un Chien Andalus) e le videoinstallazioni di Bill Viola.

È anche vero però purtroppo che spesso e volentieri il tutto sfiora (temiamo involontariamente) la parodia, con qualche dialogo francamente incomprensibile (ascoltare per credere la Scott-Thomas in versione Santanchè che parla dei propri figli), e personaggi non molto credibili, su tutti l'ispettore Chang, una specie di impiegato del catasto con capacitá -apparentemente insospettabili- degne di un supereroe e con la passione del karaoke (che suscita però ilaritá in sala). In effetti, a ben guardare, il vero elemento di continuitá rispetto a Drive è lui, invincibile e vestito nello stesso modo durante tutto il film, esattamente come Driver e che, come lui, protegge una famiglia "nascosta".

Purtroppo pure Gosling a volte dá la sensazione di non sapere esattamente cosa sta facendo, in quello che alla fine risulta essere una specie di tour-de-force per la testa (spesso ci siamo trovati a pensare... "e questo che vuol dire"?) e per lo stomaco, complici alcune scene di violenza esplicita e non sempre giustificate; e, in definitiva, Solo Dio Perdona non manca il bersaglio solo per un motivo molto semplice: non sembra averne uno. Dietro la raffinatezza del prodotto, spiace dirlo ma emerge una certa strafottenza verso chi guarda. Un bellissimo niente. (VOTO: 4/10)

No (I Giorni dell'Arcobaleno) - piccolo trattato sulla pragmatica della comunicazione

No (I Giorni dell'Arcobaleno) - piccolo trattato sulla pragmatica della comunicazione

1988, il Cile si appresta attraverso un referendum a confermare o meno il regime del dittatore Augusto Pinochet dopo quindici anni di torture, uccisioni, desaparecidos, bugie, censura. E così, alla fine la comunitá internazionale riesce ad imporre uno spiraglio, una possibilitá per i dissidenti: il SI confermerebbe il regime, il NO indirebbe nuove elezioni.
Sembra comunque un'impresa, perchè all'opposizione è concessa solo una finestra per fare propaganda: 15 minuti ogni giorno per 27 giorni prima del fatidico 5 ottobre... Il regime ha le rimanenti 23 ore e 45 minuti.
Renè Saavedra (Gael Garcia Bernal) è figlio di un esiliato, ed è un pubblicitario di successo nello studio di Lucho Guzman (Alfredo Castro),  che svolge consulenza per lo stesso ufficio di propaganda del regime... I giorni di Renè passano tra una campagna pubblicitaria per una bevanda ed una telenovela, e con suo figlio, avuto con un'attivista politica di sinistra, che si rifiuta di andare a vivere da lui. Non potrebbe essere più apolitico di così, contento del suo lavoro ben pagato, della sua casa, la sua auto, il suo microonde, i suoi trenini, la sua coscienza sprofondata in un oblio consumistico.
Un bel giorno, Josè Tomas Urrutia, leader (socialista) del fronte del No, decide di affidargli la campagna di propaganda... Inizialmente rifiuta, poi, forse anche per riconquistare la compagna (in tutti i sensi), accetta prima di dare qualche consulenza, poi piano piano ne diventa il vero e proprio direttore artistico; ne ribalta il mood, non più solo cupa denuncia, ma jingle, slogan, colori, loghi (con una piccola gag del mimo che viene inserito ovunque)... Introduce il concetto di vendita di un'idea che, per quanto nobile nel contenuto, necessita di essere comunicata nelle giuste forme. Prima incontra la sbigottimento quasi etico del suo fronte, che poi, da Urrutia in testa, finalmente comprende il pragmatismo dell'opera di René. Non esiste nessuna verità auto-evidente, neanche il sangue rimane indelebile nella memoria di chi non lo ha vissuto in prima persona. Così prima il regime affida la responsabilità  a Guzman (che minaccia il suo collaboratore), poi René finisce con l'attirare le persecuzioni della polizia politica fino al grande giorno, dove il resto è storia.

La direzione asciutta di Pablo Larrain, autore del disturbante Tony Manero di qualche anno fa, unita alla sceneggiatura di Antonio Skarmeta, scrittore de Il Postino di Neruda, pur con qualche ripetizione di troppo, realizza una pellicola di rara intelligenza e finezza, nonché di crudo “sense-making” a proposito della politica, che è un prodotto come tuttti, e solo quando si crea un’operazione di vero e proprio branding (identificazione emotiva positiva col e nel marchio), c’è possibilità che questa abbia successo. Inutile fare appello all’intelligenza delle persone. Lo aveva capito San Paolo duemila e rotti anni fa, lo hanno capito Berlusconi e Bush e fortunatamente Obama, non lo capisce quella Sinistra odierna che sbatte continuamente la propria superiorità morale in faccia agli elettori.

SStraordinario il personaggio di Renè, che accetta la sfida non perché convinto politicamente, ma per ambizione, per soddisfare il suo bambino interno ribelle che gioca coi trenini (che dice sempre NO, ovviamente!), per riportare in casa la madre di suo figlio. Una volta vinto (ma sempre solo), tornerà a fare esattamente quello che faceva prima, con un successo in più nel suo carnet, sbandierato dalla sua stessa azienda (!), lo sguardo perso nei suoi obiettivi, ma privo di ideali veri e propri, c la sua dedizione professionale micidiale quanto gelida. La Risposta sudamericana a Il Duello Frost vs Nixon di qualche anno fa. Da vedere, qualunque sia la vostra tendenza politica. VOTO:8/10

Effetti Collaterali - Sesso, Bugie e Antidepressivi

Effetti Collaterali - Sesso, Bugie e Antidepressivi

Soderbergh si conferma regista assai prolifico (nonché versatile), essendo ormai Effetti Collaterali, il terzo film consecutivo dal 2011 ad oggi dopo i non trascendentali Contagion e Magic Mike, dei quali peraltro riprende i due attori principali ovvero Jude Law e Channing Tatum. Stavolta si tratta di un thriller: il dottor Jonathan Banks (J.Law) prescrive dei farmaci antidepressivi a Emily (Rooney Mara), che la porteranno ad un sonnambulismo omicida nei confronti del marito, l'ex detenuto Martin (C. Tatum). La carriera di Jonathan crolla, ma c'è qualcosa di impercettibilmente strano nel caso, e dunque si improvviserà detective con l'aiuto del precedente medico curante di lei, ovvero Victoria Siebert (Catherine Zeta Jones).
Decisamente chiusa la fase sperimentale dei tempi di Sesso, Bugie e Videotape o Traffic o Bubble, Soderbergh ci propone con questo film quello che inizialmente è un dramma della psiche per poi sfociare in un thriller dall'impianto abbastanza classico, ma con qualche bella stoccata al sistema delle sperimentazioni cliniche foraggiate dalle case farmaceutiche, con le loro pubblicitá che ne incitano un uso consumistico. Amaramente ironico il motivo che viene addotto dal dottor Banks quando gli viene chiesto come mai si sia trasferito negli USA dal Regno Unito: "quando in Inghilterra si va dallo psichiatra e si prendono pillole è perchè si sta male, in USA invece è per stare meglio".
Dicevamo chiusa la fase sperimentale, ma sono molte le le lezioni che il regista si è portato dietro dai suoi primi lavori, in particolare le atmosfere torbide e sensuali, ma dalle colorazioni plumbee che pervadono la pellicola, non casualmente sottolineandone i toni che sfumano nella consistenza di un sogno, o meglio ancora di un incubo... 
Sicuramente, Effetti Collaterali è un'opera migliore rispetto agli ultimi lavori, e le recitazioni della Mara e di Law, che oscillano tra la depressione e l'ansia, sono piuttosto buone (meno quella di Tatum e della Jones); la commistione di generi, seppure non particolarmente innovativa, funziona bene, anche se, purtroppo , le spiegazioni, soprattutto ad un certo punto, abbondano, togliendo quello sforzo allo spettatore che renderebbero il tutto più interessante e meno didascalico....  Una tendenza che inizia ad essere sin troppo ricorrente ultimamente, vedi generi anche molto diversi tra di loro, come Lincoln o Oblivion, Quasi che il mainstream di hollywood stia adeguando il target in basso... Un escamotage per facilitare la comprensione, ma non la narrazione complessiva che ne risulta impoverita.
In definitiva, si tratta di un film di buon livello e di un discreto thriller con un finale cinicamente soddisfacente...  E un'immagine finale che ci racconta di come nel nostro mondo di psichiatri da talk show e farmacisti da supermercato, la follia sia più normale, e la normalitá più folle, di quanto pensiamo. VOTO: 7/10

Iron Man 3- il Demone nell'Armatura

Iron Man 3- il Demone nell'Armatura

Si conclude la trilogia del "Vendicatore Dorato", con un cambio in cabina di regia, lo Shane Black  che aveva giá diretto Robert Downey jr. in Kiss Kiss Bang Bang.
Il protagonista rimane ovviamente il suddetto Downey jr, nel ruolo di Tony Stark, miliardario, inventore geniale e supereroe nei panni di Iron Man; stavolta affronterá la minaccia terroristica del suo arcinemico su carta stampata, il Mandarino (Ben Kingsley) e del genio criminale suo alter ego, Aldrich Killian (Guy Pearce), che hanno scatenato un inferno di bombe umane sugli Stati Uniti. Ad aiutarlo l'amata "Pepper" Potts (Gwineth Paltrow), la fedele guardia del corpo "Happy" Hogan (Jon Favreau, che era stato il regista dei primi due epidodi) e la new entry, la scienziata Maya Hansen (Rebecca Hall).
Complessivamente, per mood e profondità, Iron Man 3, somiglia più al secondo episodio che al primo, che invece si era distinto come uno dei migliori cinefumetti di sempre, antitesi pop e colorata al Batman di Nolan, capolavoro dark ed iperealistico. Sicuramente, la presenza di Downey jr fu una delle chiavi di quel successo, ma anche il delicato equilibrio di quella trama che era supereroismo con superproblemi, soap opera, umorismo, ma anche sottofondo etico (Tony Stark è un industriale di armamenti che crea inizialmente Iron Man per salvare se stesso), con il secondo Spiderman di Raimi fu probabilmente la miglior rappresentazione su schermo della visione di Stan Lee e di quella Marvel che inaugurò l'Era delle Meraviglie nei lontani anni '60.
Questo Iron Man, ha l'intuizione di incentrare la storia sui demoni interni che sono in ciascuno di noi, non importa quanto forte sia la nostra "armatura", e poco importa se invece del tradizionale Demone Nella Bottiglia che afflige l'alcolista ricorrente Tony Stark, ci siano sullo schermo degli inediti attacchi di panico. Da questo punto di vista, l'inizio è molto promettente, con una scena prologo molto evocativa e allo stesso modo é molto interessante come spesso le armature indossate da Tony siano spesso ammaccate, graffiate, quasi a simbolo di un'identitá altrettanto scalfita.
Ecco perchè è un peccato che questo episodio, che conta anche su una fotografia e degli effetti speciali notevoli, con il dispiegamento delle armature in combattimenti volanti (l'ultimo in particolare è davvero  spettacolare)  che sono l'ideale per esaltare il 3D), e con uno score musicale denso ed epico, finisca con il disperdere ottime premesse in rivoli che rendono troppo fragile il concetto principale. Le motivazioni degli stati ansiogeni di Tony è buttato lì (idem per come si manifestano durante la storia), così come molti personaggi sono assolutamente superflui per la storia, incluso uno dei "cattivi" principali e una delle spalle più importanti del Tony Stark di carta, ovvero James Rhodes (Don Cheadle, a questo punto della trilogia, c'è veramente da domandarsi a cosa sia servito il personaggio che non decolla mai in nessuno dei 3 episodi), che qui veste i panni di Iron Patriot, una versione a stelle e strisce di Testa di Ferro che però qui sembra veramente messo lì per far volume...
In definitiva, troppa carne al fuoco... Lo stesso problema che aveva il terzo SpiderMan di Raimi, con in più il rimpianto di quanto migliore sarebbe potuto essere togliendo e concentrando, piuttosto che aggiungendo e diluendo... Togliendo le già citate punte di diamante della Marvel (Spiderman 2, il primo Iron Man e ci aggiungerei la spettacolarità di The Avengers), direi siamo più in linea con Thor o l'incredibile Hulk. Intendiamoci, siamo comunque molto al di sopra dei vari Ghost Rider, Fantastici 4, Punisher.... Non ci resta che attendere i prossimi Thor 2 e Capitan America 2, sperando che alla Marvel Studios abbiano imparato la lezione. VOTO: 6,5/10

Oblivion - Ritorna il Futuro

Oblivion - Ritorna il Futuro

Oblivion è il secondo colossal fantascientifico della stagione cinematografica dopo Prometeus di Ridley Scott, ed il secondo colossal fantascientifico diretto da Joseph Kosinski dopo Tron Legacy.
In un non troppo lontano futuro, una misteriosa razza aliena, gli Scavengers, ha costretto la razza umana a nuclearizzare la Terra, e ad emigrare in massa su Titano. Sul pianeta rimangono Jack (Tom Cruise) e Victoria (Andrea Riseborough), che hanno il ruolo di manutenere delle enormi idrovore utilizzate per sfruttare le ultime acque marine per ricavarne energia da portare su Titano e di difenderle dagli ultimi Scavengers rimasti. Tutto sembra procedere per il meglio fino a che un giorno atterra sul pianeta una nave,  o meglio ciò che resta di una nave spaziale, che contiene alcuni esseri umani: solo una donna si salverá, Julia (Olga Kurylenko), che condurrá Jack alla scoperta di incredibili segreti, nascosti nel pianeta, ma soprattutto dentro se stesso.
Oblivion appare subito un kolossal sia nelle impressionanti ambientazioni, che nel design dellla tecnologia, davvero di grande impatto e fondamentalmente presenta due parti organiche: la prima è un vero e proprio thriller fantascientifico, dove lo spettatore scopre insieme a Jack cosa è realmente successo e cosa sta succedendo, con un capovolgimento della realtá iniziale decisamente coinvolgente; la seconda parte è invece una saga spaziale piena di azione sicuramente più nei canoni  di Star Trek o Guerre Stellari.
Sono molte le influenze rilevabili nel film: se la tecnologia ed il design visivo molto devono al giá citato Guerre Stellari (compreso un inseguimento in un canyon che sicuramente suonerà qualche campanello), il mood generale attinge più ad un genere più introspettivo e metaforico, il Solaris di Soderbergh e 2001 Odissea nello Spazio di Kubrick ( le scene iniziali mentre Jack e Victoria si allenano, ma anche  la Sally della stazione orbitante Tet che ricorda, soprattutto alla fine, l'ineffabile Hal 9000). Alla fine Oblivion, per tematiche trattate sembra un'incrocio  lucente tra Blade Runner (con la ricerca del padre/creatore e del proprio significato)  e di Matrix (di cui riprende, oltre alla tematica della realtà sotto le apparenze, il dualismo Neo/Morpheus -anche visivo- nelle figure di Jack e di Beech) e la ricerca dell'identitá come conseguenza inevitabile della coscienza risvegliata, e la discesa scomoda nei meandri della mente. Cosa siamo se non le nostre esperienze fissate dalle emozioni? Il nostro futuro è che Siamo destinati a scomparire per sempre -nell'oblio- o qualcosa di noi resta dopo la nostra inevitabile dipartita?
Gran film quindi? Purtroppo no, ed è un peccato. La parola chiave è "troppo": troppe spiegazioni fuori campo (brutto segno da un punto di vista della narrazione) e in campo, troppa musica (quale impatto avrebbero avuto certi paesaggi desolati nel silenzio!), troppo finale (e qui siamo pronti a scommettere si tratti di aggiunte richieste dalla produzione... Le ultime parole dello scontro coi "cattivi", poi, sembrano francamente più adatte a Rambo). Il potere evocativo ne risulta sminuito. Se a questo aggiungiamo le recitazioni istantaneamente dimenticabili (con la Kurylenko che ne emerge in negativo, e un Freeman francamente sprecato) e  uno sviluppo volutamente ed eccessivamente Cruise-centrico (che dire delle scene di moto alla Top Gun? Ma erano davvero necessarie?) Oblivion risulta una grande occasione mancata, con tante buone idee, magari non originalissime, ma interessanti, seppellite per motivi di cassa... Finirá nell'oblio. VOTO: 6,5/10

Sinister - Brividi e Popcorn, soprattutto popcorn

Sinister - Brividi e Popcorn, soprattutto popcorn

Prodotto, scritto e diretto da Scott Derrickson, giá regista di non capolavori come Ultimatum alla Terra e L'Esorcismo di Emily Rose, Sinister si presenta come un thriller con una trama classica che più classica non si può: Ellison Oswald (Ethan Hawke) , scrittore di inchiesta di delitti efferati, decide di investigare sul massacro di una famiglia in Pennsylvania, e della relativa scomparsa di una delle figlie...  All'insaputa della propria famiglia, decide di stabilirsi nell'abitazione dove si era compiuto il terribile misfatto. Inutile dire che una decisione così intelligente, porterà ad inevitabili conseguenze nefaste, che iniziano con la scoperta in soffitta di macabri filmini e continuano con apparizioni notturne e culti pagani. 
In effetti è curioso che la trama in una pellicola dove regista e sceneggiatore coincidono,  situazione che in genere risulta in una particolare cura della narrazione, sia poco credibile al di lá di quello che può essere la normale "sospensione di incredulitá" che si concede ad un film horror... Non solo nelle premesse (il trasferimento nella casa del delitto, ma su questo si poteva sorvolare), ma risulta debole anche lo sviluppo a volte frettoloso di come succedano gli avvenimenti , dove si incrociano possessioni sovrannaturali con entità demoniache babilonesi  che però, oltre a somigliare ad un incrocio tra il Corvo ed uno dei Kiss, hanno un debole per filmare in Super 8 (ok per gli anni '60, ma anche dagli anni '90 in poi... Immaginiamo sia un demone con un penchant per la nouvelle vague).
Intendiamoci, Sinister è un buon prodotto di genere, e si discosta significativamente e positivamente dal sottogenere teen horror che praticamente ne ha preso il sopravvento. Fotografia e musica (soprattutto) funzionano benissimo, ed i filmini sono davvero inquietanti. Il vero peccato in realtà sta nel fatto che la sottotrama del demone interno di Oswald, che nel perseguire una fama ormai perduta, non esita a portare consapevolmente la sua famiglia su un sentiero sin-troppo oscuro, percorrendolo fin- troppo oltre, rimanga pur-troppo in superficie. Peccato, ne sarebbe emerso tutt'altro livello...
 Invece, ci limiteremo a pensare: "accendi la luce e chiama aiuto, idota!" senza contare che per essere uno scrittore di inchiesta (tipo il nostro Carlo Lucarelli, per intenderci), Oswald non scrive, non intervista, non ricerca (se non una volta su internet... Ma a che scopo trasferirsi in Pennsylvania?), ma si limita a guardare ed editare filmini ( e meno male che "qualcuno" glieli fa trovare subito), e, malignamente, ad utilizzare dispositivi di una nota azienda tecnologica, bene in evidenza.
I richiami sono molti, su tutti The Ring (troppo facile, tra film, maledizioni di tipo seriale, bambini posseduti…) e the Blair Witch Project, con qualche spruzzatina di Shining (soprattutto, e peccato per le ragioni di cui sopra) e L'Esorcista (soprattutto nella fotografia); ma il mix, pur facendo il suo dovere, non esalta nei risultati finali. Le interpretazioni non aiutano... Adattissimo ad una serata a base di coca cola e popcorn; e istantaneamente dimenticabile. VOTO: 6/10

Zero Dark Thirty – Anatomia di un Ossessione

Zero Dark Thirty – Anatomia di un Ossessione

Così come il Vietnam ha scolpito ed indirizzato il filone cinematografico di guerra USA degli anni 70 e degli anni 80, così, l’11 settembre e le guerre in Iraq e Afghanistan che ne conseguirono sono stati l’inevitabile follow up a quel filone dell’ultima decade.

Zero Dark Thirty, rappresenta il secondo contributo di Kathrin Bigelow al genere dopo The Hurt Locker premiato con l’Oscar nel 2008 e , con tutta probabilità ne è uno dei momenti conclusivi. Uno dei migliori?

Maya, di cui non sapremo mai il cognome ed interpretata da Jessica Chastain, è un’analista militare della CIA e viene immediatamente assegnata al rintracciamento dei capi di Al Qaeda nel 2001. Vivrà la fase iniziale della furia vendicatrice dell’amministrazione Bush, con torture, prigioni, operazioni anche affrettate, e poi l’apparente disinteresse della gestione Obama, fino a che nel 2011, riuscirà a rintracciare Osama Bin Laden e a condurre alla sua cattura da parte di un gruppo di Navy Seals, 10 anni esatti dall’assegnazione del compito che lei sola avrà perseguito costantemente ed ossessivamente  in quel periodo, tra dimissioni, assassinii, trasferimenti dei vari colleghi.

Zero Dark Thirty ha il pregio di non spettacolarizzare eccessivamente quello che sarebbe potuto essere una storia di Rambo del 21 secolo, e di concentrarsi su tutto quel lavoro minuzioso, invisibile e spesso dimenticato che sta dietro alle operazioni sul campo; da questo punto di vista, la scelta di una donna, isolata già all’inizio, e sempre più sola nella sua ricerca, come centro di gravità della trama, appare molto interessante e dona un tocco di originalità ad uno svolgimento di per sé non particolarmente sostenuto nel ritmo (se non nella mezzora finale). L’introspezione psicologica diventa dunque il punto focale, con l’incrollabile fede di Maya, che di fatto le annulla dieci anni di vita… tanto che quando le chiederanno dove vuole tornare una volta che la missione sarà finita, non sarà in grado di rispondere, ma di sciogliersi in un pianto silenzioso.

Dicevamo dunque: uno dei migliori film sul post 11 settembre? Difficile dirlo. In generale, questo filone non ha prodotto quei capolavori che caratterizzavano la Guerra in Vietnam, da Apocalypse Now, a Full Metal Jacket, Platoon, Il Cacciatore… Così come altre produzioni della Bigelow, l’impatto visivo è notevole, e buonissima è la cura dei dettagli, quasi una vivisezione di un’ossessione individuale, ma la trama risulta essere alla fine ridondante. 2 ore e 37 in questo caso francamente eccessive, con una parte centrale spesso ripetitiva. Con l’eccezione della protagonista Jessica Chastain, davvero molto brava ed intensa, e di Mark Strong (che, sua cinematografia alla mano, sembra che voglia battere il record di presenzialismo in film negli ultimi due anni, quasi sempre in parti eticamente ambigue, se non proprio del cattivo),  il resto del cast è ugualmente piatto e con volti troppo televisivi, istantaneamente dimenticabili… Kyle Chandler, Joel Edgerton, Jason Clarke, persino James Gandolfini “scompare” nonostante la mole.

In definitiva: si tratta di un buon film, ed ottimamente confezionato, ma è francamente sopravvalutato dalla critica (come, ci dispiace doverlo dire, tutta la cinematografia della Bigelow… probabilmente essere stata la ex moglie di James Cameron ha i suoi vantaggi), inferiore, ad esempio, ad un Redacted di Brian De Palma, del quale ne recupera qualche stilema documentaristico, e in tema di Guerra del Golfo (anche se pre-11 settembre)  a Jarhead di Sam Mendes. Anche The Hurt Locker, sempre della Bigelow e a mio avviso sopravvalutato vincitore di un Oscar come Miglior Film, comunque rimane una pellicola migliore.

 Si fa vedere, ma non si fa amare. VOTO: 7/10

Looper - Spezzare il Cerchio dell'Esistenza

Looper - Spezzare il Cerchio dell'Esistenza

Come ci insegnano i vari Kubrick, R. Scott, Spielberg, Truffaut, ecc.. (per tacere di scrittori come Orwell, Clarke, Dick, Asimov, e ovviamente Bradbury che in qualche modo sembra essere la principale ispirazione del film) la fantascienza può essere un potentissimo genere che accoglie metafore e insight relativi alla nostra esistenza. In fin dei conti, se il tempo è la materia di cui è fatta la vita, la ricchezza è l’utilizzo del proprio al meglio di quello che ci è concesso… ma è un investimento del quale i frutti si rivelano in un domani dove non è possibile tornare indietro.

O forse sì? Rian Johnson ci racconta di Joe (Joseph Gordon-Levitt), che di mestiere fa il “Looper”, ovvero killer per conto di un’organizzazione criminale futura, che spedisce nel passato le proprie vittime affinchè scompaiano per sempre. L’ultima vittima di ogni Looper è se stesso, quando di fatto termina la propria utilità all’organizzazione, ma un se stesso più vecchio di circa 30 anni, che viene spedito nel passato proprio come tutti gli altri…. Ovvero incassa la buonuscita e chiude il Loop (ovvero il “cerchio”), godendosi i 30 anni che lo attendono. Cosa succede se però il tuo io futuro ti sfugge?

Questa è la storia del film di Johnson con il “vecchio Joe del futuro” (un bellissimo paradosso interpretato da Bruce Willis) che tenta di cambiare il proprio passato al fine di salvare l’amore che gli ha cambiato la vita; si scontrerà con il Joe del presente, che vuole rimettere le cose al proprio posto ed ovviamente l’organizzazione criminale che a questo punto vuole eliminare entrambi… la storia si complica quando il piano del vecchio Joe si concentra sull’eliminazione del futuro capo dell’Organizzazione, il potentissimo e misterioso Sciamano, oggi un bambino di dieci anni.

Looper attinge a piene mani da tutto un genere fantascientifico distopico (Blade Runner, L’Esercito delle 12 Scimmie, Matrix, Terminator…), ma innestando elementi originali di riflessione filosofica molto interessanti, che molto a che fare hanno con la cosiddetta Teoria del Caos o Effetto Farfalla (che prende il nome da un racconto di Bradbury, dove in una remota epoca preistorica un escursionista del futuro calpesta una farfalla e questo fatto provoca una catena di allucinanti conseguenze per la storia umana…), ma in un’ottica quasi da filosofia orientale: tutto quello che fai incide sul mondo e sul futuro, ma l’unica cosa che puoi fare per cambiarlo significativamente è agire su te stesso: essere consapevole che sei parte di un cerchio, e “spezzarlo” (il "Nirvana"). È impossibile rimettere le cose al posto giusto, ogni creatura lotta nel qui e nell’ora ciecamente per la sua esistenza ed il proprio futuro (in spirito di sopravvivenza) e dunque appena abbiamo la consapevolezza di questo eterno rincorrersi, per raggiungere la pace con noi stessi non resta che (per parafrasare Gandhi) diventare “il cambiamento che vuoi vedere ne mondo”.

In definitiva, Looper pur non essendo un capolavoro (soprattutto nella parte centrale), mette insieme due ore di intrattenimento intelligente, da prodotto di qualità nascosto in una scatola a volte anche furba; e grazie alle buone interpretazioni di Gordon-Levitt e Willis, nonché alle ottime scenografie para-apocalittiche del film rese ancor più interessanti da alcuni particolari acronistici come spingarde e revolver, sicuramente non deluderà gli amanti del genere, che cercano qualcosa in più rispetto a pistole laser e mostri alieni… Evocativo. VOTO: 7,5/10

Lincoln - Ritratto di una Nazione (e dei Politici che merita)

Lincoln - Ritratto di una Nazione (e dei Politici che merita)

Se mai ci fosse stato un "prodotto"  ingegnerizzato per vincere un oscar, di certo questo è Lincoln... La storia del più popolare presidente degli Stati Uniti di tutti i tempi, diretta dal più popolare regista di tutti i tempi, ed interpretata da quello che probabilmente è il miglior attore vivente...
Premesse assolutamente trionfali per l'ultima opera di Steven Spielberg: monumentale il racconto degli ultimi giorni della Guerra Civile Americana, con gli scontri politici anche internamente alla fazione nordista relativi alla questione della liberazione degli schiavi neri, peraltro narrati in modo estremamente accurato, come forse mai si era visto sullo schermo... Non tanto negli scontri dialettici tra i protagonisti, ma anche e soprattutto nel sottobosco delle trattative più o meno lecite di acquisire il voto di questo e quell'altro deputato (di straordinaria attualitá), il concetto di politica anche come male necessario per raggiungere fini migliori, ma anche come capacitá di riforma pragmatica rispetto a rivoluzioni solo immaginarie. Notevolissima (e quasi sicuramente da oscar) la prestazione di Daniel Day Lewis nei panni del presidente Abraham Lincoln, soprattuto nel grande calore con cui fa dialogare il personaggio in alcuni bellissimi momenti di confronto intimo,  siano questi sul campo di battaglia con alcuni soldati, oppure discorrendo quasi amichevolmente coi due addetti al telegrafo, con la leggendaria capacitá aneddotica che caratterizza la figura del Grande Emancipatore, rappresentata in maniera vivida e credibile. Lo stesso si può dire dei tormenti dello stesso nei momenti familiari, lo strazio della perdita di un figlio e la paura di perderne un altro.  Da sottolineare anche la magistrale performance di Tommy Lee Jones, nei panni del deputato Stevens, formidabile manovratore di voti, straordinario alleato del Presidente, ma allo stesso tempo consapevole di non averne la purezza e capacitá ispirativa, ed in qualche modo dunque rivale. 
Come dicevamo all'inizio, Lincoln è un film costruito per vincere il pubblico,  e con tutta probabilitá ci riuscirá... Nonostante Spielberg confermi una capacitá visiva e tecnica inconfondibile e che di fatto è uno standard hollywoodiano, non sempre la narrazione raggiunge un pathos così intenso come ci si potrebbe aspettare. E le scene memorabili, alla fine della proiezione, rimangono sostanzialmente poche, curiosamente se si pensa a quali e quante occasioni presentava una storia del genere. Quasi come se un eccesso di precisione abbia in qualche modo danneggiato la capacitá evocativa... Un esempio per tutti: il film arriva a raccontare il tragico epilogo dell'assassinio del Presidente, ma forse avrebbe maggiormente beneficiato se si fosse concluso nella bella scena in cui Lincoln si avvia ad uscire dalla Casa Bianca, verso il fatidico appuntamento in Teatro subito dopo l'approvazione dell'emendamento di abolizione della schiavitù... Come diceva Indro Montanelli, a volte il di più sta nel togliere. Tanta prosa, poca poesia. VOTO:7,5/10

Django Unchained - Tarantino alla Conquista del West

Django Unchained - Tarantino alla Conquista del West

Continua l’opera di Quentin Tarantino di recupero quasi esegetico dei B-movies anni 60-70, e stavolta (dopo l’hard boiled de Le Iene e Pulp Fiction, il kung fu di Kill Bill, gli stunt movies di A Prova di Morte, e i polpettoni di guerra in Bastardi Senza Gloria) è il turno degli Spaghetti Western,  con una iniezione di “blaxploitation” (ovvero l’utilizzo di attori neri con commistione di elementi legati al razzismo, l’integrazione, ecc… il cui capostipite fu Shaft – anch’esso recuperato qualche anno fa).

1858. Django  (Jamie Foxx) è uno schiavo nero, liberato da King Schulz (Christoph Waltz), ex dentista ed ora Cacciatore di Taglie, che finirà col diventarne il Socio d’Affari… perché, per parafrasare lo stesso Django, non c’è cosa migliore che uccidere bianchi cattivi ed essere pure pagati per farlo. In realtà, Django, oltre a rivelare un talento insospettabile come Bounty Killer, ha un obiettivo: liberare la moglie Broomhilda (Kerri Washington) dallo schiavista Calvin Candie (Leonardo di Caprio). Il Dottor Schulz, non solo suo socio ma infine anche suo amico, deciderà di supportarlo nell’impresa.

Le atmosfere degli Spaghetti Western (non tanto Sergio Leone, quanto più i suoi emuli Sergio Corbucci, EB Clucher, ecc.) vengono colte perfettamente da Tarantino, sia nelle location, sia nell'inserimento di dettagli come i titoli di testa e di coda, e anche nella scelta dei colori di fotografia che ne recuperano la saturazione iper-realistica. Tutto tarantiniano è invece il gusto del “gore” in alcune scene esplicite di uccisioni con vere e proprie esplosioni di sangue, o del farsesco, come in alcuni casi il rinculo degli uccisi, che vengono letteralmente spostati nell’aria dal colpo di pistola. La colonna sonora ugualmente recupera le sonorità del periodo, con pezzi che ricordano il Morricone della Trilogia Del Dollaro che si alternano con altri contemporanei (peraltro Elisa canta un brano di Morricone, ideale congiungimento tra i due mondi), per un effetto complessivo di ottimo fattura.

Un altro punto di forza è indubbiamente negli interpreti: stratosferico in particolare Christoph Waltz, antieroe per eccellenza e anche stavolta, dopo il supercattivo nazista di Bastardi Senza Gloria ed il supercinico in Carnage, fornisce una prestazione tridimensionale e memorabile come quella di Doc Schulz: drammatico, elegante spietato, ironico, ma non privo di moralità. Da sottolineare anche la performance di Samuel L. Jackson, nei panni del “negriero” al servizio di Candie, ancora più crudele ed a modo suo ancora più razzista del suo padrone, che fa parte della sua famiglia come un cane al suo servizio, fedele e contento di stare al suo posto; ed ovviamente di Leonardo Di Caprio, per la prima volta nei panni del cattivo, e con ottimi risultati.

Purtroppo nonostante tutte le premesse, Django Unchained è però un film imperfetto: divertente (la scena degli incappucciati del KKK è strepitosa), teso in alcuni momenti (quando interagisce il trio Waltz-DiCaprio-Jackson sono faville; così come è notevole la crudezza anche psicologica dello schiavo che viene sbranato dai cani) e molto accurato; tuttavia, è anche piuttosto disorganico nella sua struttura, a volta ripetitivo, e spesso prolisso (2h45 non sempre ben sfruttati). In più, Jamie Foxx e Kerry Washington sono un po’ degli anelli deboli, per espressività assolutamente bidimensionale ed escono fagocitati nel confronto con gli altri.

Complessivamente, Django Unchained non aggiunge molto a Bastardi Senza Gloria, che lo supera di gran lunga, soprattutto nei dialoghi, ma anche nella capacità di modernizzare il genere. Ad ogni modo non deluderà i Tarantiniani più ferventi; per gli altri, un buon intrattenimento scacciapensieri. VOTO: 7/10

The Master - il Culto del Business

The Master - il Culto del Business

È sempre stato un mistero come mai il culto di Scientology non fosse mai stato preso in considerazione per una pellicola, anche se la presenza all’interno di essa di figure molto potenti ad Hollywood (come ad esempio Tom Cruise e, fino a poco tempo fa, John Travolta) è probabilmente stato un forte deterrente. Non a caso, ci ha pensato un vero e proprio cane sciolto come Paul Thomas Anderson (che peraltro aveva dato allo stesso Cruise una delle sue migliori interpretazioni di sempre in Magnolia) a darne una versione –anche se con nomi diversi- con The Master, ripercorrendone i primi passi dal 1950 in poi, dallo status di movimento elitario-intellettuale  fino al passaggio a movimento di massa.

In realtà lo scopo di Anderson non è tanto quello di narrare un trattato su cosa sia Scientology, sulle effettive basi su cui poggia il Culto (come viene chiamato all’interno del film), quanto di capire le motivazioni che hanno spinto molti individui verso le idee di uno scrittore di fantascienza (L. Ron Hubbard, nel film il personaggio di Lancaster Dodd, interpretato da Philip Seymour Hoffman), evolutosi in psicoterapeuta autodidatta, poi in patriarca di una setta inizialmente diffusa localmente, poi a livello  mondiale.

Lo fa attraverso gli occhi di Freddy Quell (Joaquin Phoenix), veterano traumatizzato della Seconda Guerra Mondiale: alcolizzato, ossessionato dal sesso, passa di lavoro in lavoro, finché incontra Lancaster Dodd, che lo prenderà sotto la sua ala protettrice fino a farne un seguace. I due sviluppano un rapporto quasi padre-figlio, con la moglie di Dodd (una superba Amy Adams, glaciale e pragmatica first lady) a completare il trio familiare. Quello che in realtà colpisce della visione di Anderson, è che il Culto si sviluppa consapevolmente (con forse l’eccezione dello stesso Dodd) nella piena consapevolezza di quanto siano vuote e incoerenti le idee del fondatore, ma siano di fatto sostenute dai seguaci né più né meno come fossero un business, un’azienda intenta a reclutare e fidelizzare clienti sui propri prodotti (libri, sedute “terapeutiche”, eventi…). Allo stesso modo, Freddy non si comporta come un fedele, ma piuttosto come un figliol prodigo che vive in un lungo sogno, intervallato da momenti di lucidità (dove, di fatto, tende a scappare) e sostanzialmente plagiato, ma consapevole allo stesso modo in cui lo sono i suoi Maestri. Crede ciecamente senza capire veramente. In un certo senso, rappresenta quell’America (non a caso il primo post-Conflitto Mondiale, periodo di sbandamento collettivo dopo un unità di intenti naturale come quello di vincere una Guerra), disposta a credere a tutto, pur di appartenere a qualcosa. Non che la storia non sia ciclica, o si tratti di situazioni limitate agli Stati Uniti: in periodi di crisi, emergono i Leader del Domani. Positivi o negativi che siano, Leader; e moltitudini che desiderano essere guidate fuori dall’incertezza.

The Master può vantare recitazioni di livello straordinario, con un Phoenix emaciato e in bilico tra l’oblio e la rabbia, ed un Hoffman magnetico, bugiardo e dal sorriso accogliente come una tagliola. Quello che invece non convince è la trama: il film rimane sempre a metà tra il raccontare la storia di uno sbandato e le origini di un Movimento, ma senza approfondire nessuno dei due in modo soddisfacente. Lo sviluppo della narrazione appare casuale, più una sequenza di scene che effettivamente qualcosa di organico. Ce ne sono di alcune molto interessanti (la scena finale tra Dodd e Quell, o quelle di esperimenti nelle case di alcuni seguaci), con dialoghi altrettanto significativi, ma complessivamente anche molte che lasciano perplessi (le domande che suscitano: e questo cosa significa? Perché mi viene detto questo?). Per tanti versi, The Master ricorda il Petroliere (ultima fatica di P.T. Anderson), con una terra dove religione e business hanno confini labili, personaggi carismatici, epopee legate a momenti storici passati; ma a differenza dell’altro, fallisce nel creare una narrazione coerente. Con una domanda spontanea che sorge alla fine: e quindi? VOTO: 6,5/10

La Regola Del Silenzio - Cose Sbagliate dalla Parte Giusta

La Regola Del Silenzio - Cose Sbagliate dalla Parte Giusta

Nona regia per il mito del cinema americano, Robert Redford, icona del cinema impegnato e sociale USA. Dopo aver affrontato il pericoloso connubio tra stampa e politica in Leoni Per Agnelli, e la difficile convivenza tra giustizia e garantismo in The Conspirator, stavolta Redford porta sulla scena una tematica molto europea (ed italiana in particolare), ovvero la riconciliazione di un passato violento con la giustizia del presente: la trama racconta di alcuni appartenenti al movimento di sinistra radicale Weather Underground, autori di dimostrazioni violente a cavallo tra gli anni ’60 e ’70, poi dileguatisi nella clandestinità sotto false identità. Quando una di questi viene catturata, un giovane cronista (Shia LaBoeuf) indagherà fino a far venire allo scoperto  Jim Grant (Redford), che si era ricostruito una vita come avvocato, mettendo su famiglia. Sarà costretto a sfuggire alla polizia e ad andare a ritroso nel network che nascondeva gli ex Weather Men fino a ritrovare l’unica che possa scagionarlo da un’accusa di omicidio, ovvero l’ex compagna di lui sia di battaglie che di vita, Mimi Lurie (Julie Christie).

Per tanti versi Redford è un monumento del cinema, tanto è vero che questo film annovera un cast stellare anche per piccole parti (oltre a Redford e Christie, Susan Sarandon-bravissima come  sempre-, Sam Elliott, Chris Cooper, Stanley Tucci, Nick Nolte, Richard Jenkins, Terrence Howard, Anna Kendrick…), segno di stima per il regista e probabilmente approvazione della tematica liberal. Le recitazioni sono tutte di alto livello, con l’eccezione del giovane protagonista maschile, LaBoeuf, francamente, a questo punto della sua carriera da considerare sopravvalutato e tutto sommato del buon Redford, non tanto per la qualità della sua prestazione, ma per i segni dell’età (dignitosissima!) che sembra stridere con quella che dovrebbe avere il suo personaggio.

Lodevole l’idea di fondo, buona la trama, solo discreto il risultato finale, che, soprattutto nella seconda parte,  appare prevedibile, incluso il finale.

Non privo comunque di (qualche) colpo di scena, La regola del Silenzio è un thriller elegante e tradizionale nello stile ed ha ovviamente il suo punto di forza nell’identificazione dello spettatore con i personaggi che, per parafrasare il protagonista, avevano ragione ma facevano cose sbagliate. Una sintesi estremamente efficace e pulita che, per qualche ragione, è sempre stata molto difficile da ammettere in Italia o nel resto d’Europa, laddove ci sono sempre state partigianerie di stampo calcistico su parte di alcuni movimenti violenti degli anni 70… il fine NON giustifica i mezzi. Non lo faceva con le regole di prima , ed ancor meno con le regole di adesso, anche se la tentazione di strade violente per ridurre ingiustizie sociali e politiche, forse ancor più evidenti di quelle di una volta, può essere forte. VOTO: 6,5/10

Lo Hobbit Un Viaggio Inaspettato - Ritorno alla Terra di Mezzo

Lo Hobbit Un Viaggio Inaspettato - Ritorno alla Terra di Mezzo

Riecco la saga della Terra di Mezzo di JRR Tolkien, stavolta utilizzando come base non il monumentale Signore degli Anelli, ma il più semplice The Hobbit, vero e proprio prologo dell’altro da un punto di vista letterario.

La storia vede il buon hobbit, Bilbo Baggins (Martin Freeman), che decide (non proprio in maniera entusiasta) di aggregarsi ad un gruppo di nani guerrieri, guidato da Thorin Scudo di Quercia (Richard Armitage), alla riconquista della loro antica capitale Erebor, difesa dal feroce drago Smaug… ad aiutare la singolare compagnia (non dell’Anello, stavolta), il mago Gandalf (Ian Mc Kellen)…

Che dire di questa nuova trilogia, inaugurata da questo episodio, ad opera di Peter Jackson?

Da un punto di vista tecnico, il nuovo 3D ad alta definizione rende lo spettacolo impressionante, anche se talvolta c’è un curioso effetto di stacco di alcune figure rispetto allo sfondo (un po’ come nei libri “pop up” dei bambini, con il cartone che si solleva dalla pagina), ed ancora una volta spicca la maestria di Jackson nell’illustrare il mondo di Bilbo Baggins, con creature incredibili e sfondi mozzafiato in CG di altissima qualità. Infine, buone le musiche di Howard Shore, cupe e solenni.

A questo punto però cominciano i “ma”… ed il primo “ma” è: cosa aggiunge alla trilogia precedente questo nuovo episodio? La risposta, da un punto di vista prettamente narrativo, purtroppo è: “molto poco”. La struttura di questo capitolo in buona sostanza richiama moltissimo La Compagnia dell’Anello (ovvero il primo Signore degli Anelli), con la costruzione anche psicologica del nuovo gruppo, l’intervento da deus ex machina di Gandalf, il primo contatto di Bilbo con i poteri dell’Anello. inoltre, non ci sono innovazioni particolari da un punto di vista delle scene e, se nella prima trilogia, queste erano impressionanti, stavolta questo effetto è decisamente minore.

Ci sono poi una serie di aspetti che lasciano un po’interdetti, su tutti il  fatto che questa nuova versione de La Terra di Mezzo, sembra una versione per bambini della precedente, con una introspezione psicologica decisamente sacrificata a vantaggio dell’azione e soprattutto della commedia, tanto da rammentare qualcosa di Walt Disney (inclusa la canzone dei nani che ne richiama molto lo stile pre-Pixar). Qualche scena ovviamente si salva, su tutti il magnifico scontro a colpi di indovinelli tra Bilbo e Gollum, ma in definitiva il film soffre di momenti di stanca alternato a momenti frenetici, dove si intravede fin troppo poco. Anche le interpretazioni sembrano meno efficaci di quanto avrebbero potuto essere, incluso il mitico Ian Mc Kellen, che appare un po’ più caricaturale della versione precedente.

Un altro aspetto che probabilmente scontenterà i fan della saga originale di Tolkien sono i continui richiami a Il Signore degli Anelli, che di fatto non erano presenti ne Lo Hobbit originale (che infatti era stato scritto una ventina d’anni prima dell’altro), ed alla fine finiscono con l’essere un po’ ridondanti.

In definitiva, Un Viaggio Inaspettato, in attesa di vedere i prossimi episodi de Lo Hobbit, appare complessivamente uno spettacolo godibile, ma probabilmente più da un pubblico molto giovane che da uno più maturo (e dei fandell’opera di Tolkien), che invece proveranno un senso di deja vu piuttosto marcato… Se proprio si volesse vedere dei Nani Guerrieri direi di dare un’occhiata a  Biancaneve e Il Cacciatore, film molto meno pretenzioso, e forse per questo più sorprendente. VOTO: 6,5/10

Vita di Pi - Scegliere il Proprio Significato

Vita di Pi - Scegliere il Proprio Significato

Non si può certo dire che ad Ang Lee manchi il coraggio nelle proprie scelte autoriali… dal matrimonio di convenienza tra due immigrati di  hong kong al cinefumetto d’autore, dalla storia di Woodstock alla ormai celebre saga dei cowboy gay, dubitiamo che esista un regista dell’attuale panorama mondiale con un curriculum altrettanto variegato.

Stavolta Lee ci stupisce con la favola metafisica di un giovane indiano che, vittima di un pauroso naufragio, passerà più di 200 giorni in barca con la sola compagnia di una feroce tigre del bengala. Difficile spiegare di più senza entrare nei dettagli del film e non rovinare la sorpresa finale, ma si tratta di un racconto incredibilmente denso di significato, che parte dalla ricerca di Dio attraverso la religione e arriva al concetto di sacralità dell’esistenza in ogni suo momento ed ogni sua forma. In altre parole, Vita di Pi (che significativamente prende il nome dall’abbreviazione del protagonista – chiamato Piscines Molitor su ispirazione di uno zio quasi mitologico – e che ne rappresenta anche le forti inclinazioni matematiche – il Pi greco per intenderci), si propone, attraverso una bellissima, drammatica parabola imbevuta di senso della meraviglia di dare un senso alla Vita che ci succede tutti i giorni. La manifestazione del Sacro in ogni suo aspetto, e l’imperscrutabilità di quello che ci succede, nell’ottica di un Disegno Divino più grande di quello che può sembrare una mera apparenza. .. in modo non casuale, il Divino si manifesta in vari momenti del film proprio negli Occhi (della tigre, di un pesce, dell’orangutan, ecc.) specchio dell’anima, strumento di conoscenza della realtà  e portale verso un diverso piano dell’esistenza nelle molte religioni (come ad esempio nella religione hindu, alla cui iconografia il film attinge a piene mani).

Il saper guardare alla vita, alla realtà, lo scegliere come vivere la propria esistenza, come interpretarne le meraviglie e le sofferenze, la materialità come manifestazione di qualcosa di più profondo, e potente, è il tema della metafora di Ang Lee. Preso nel proprio limitato e mortale passaggio su questa Terra, l’Uomo è ben poca cosa, eventi che ci succedono, irripetibili nella nostra individualità, banali nel contesto del genere umano. Nasciamo, cresciamo, soffriamo, uccidiamo, amiamo, odiamo, impariamo, moriamo. È il senso che diamo a quello che ci succede, come scegliamo di vivere le nostre esperienze che fa la differenza, il concetto di responsabilità, come abilità di dare risposte agli altri, ma anche a noi stessi.

In definitiva, Vita di Pi è una straordinaria rappresentazione visiva di cui non sempre si riesce ad afferrarne la pienezza… così come nello stesso modo in cui gli strumenti cognitivi della scienza non sono sufficienti a spiegare al buon Piscine Molitor tutto quello che siamo. La fotografia, i colori e il simbolismo scelti da Ang Lee, uniti ad un 3D raramente così efficace, ne fanno un’esperienza che, per tanti versi, può ricordare 2001 Odissea Nello Spazio, così diversa, eppure così simile nell’affrontare le tematiche del trascendentale, non attraverso la spiegazione, ma attraverso l’evocazione. Non si può non uscire dalla sala risuonando di concetti forse non pienamente esprimibili a parole, ma che si possono solo accettare nella loro universale inevitabilità.  VOTO:8/10