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Argo – Più Reale della Realtà, più Finto della Finzione

Argo – Più Reale della Realtà, più Finto della Finzione

Stupefacente Ben Affleck. L’attore-regista nativo di Boston, dopo le ottime prove di Gone Baby Gone e The Town, stavolta ci propone l’incredibile storia (vera) della liberazione di un gruppo di ostaggi nel 1979, con una pellicola davvero notevole per lucidità e precisione. Siamo sotto la presidenza Carter, e la vita diplomatica USA viene scossa dall’Irangate, ovvero il rapimento dei dipendenti dell’Ambasciata statunitense da parte dei rivoluzionari khomeinisti… sei persone di queste, però riescono a sfuggire e a rifugiarsi in clandestinità presso l’ambasciata canadese e sarà il compito di Tony Mendez (Ben Affleck) trovare un modo per farli uscire dall’Iran… l’escamotage trovato è ingegnoso: i sei verranno fatti passare per una troupe cinematografica durante un sopralluogo di alcune location esotiche per un film di fantascienza, chiamato appunto Argo. 

La trama è talmente incredibile per essere realmente successa che già varrebbe la pena vedere questo film, ma cosa rende Argo davvero ottimo è la naturalezza e fluidità con cui Affleck dirige e racconta la storia di questo eroe di tutti i giorni, che fa dell’ingegno e dell’invisibilità le sue armi e della responsabilità la sua missione: Mendez lotterà per imporre le sue idee e anche quando tutto sembra compromesso, quando la burocrazia si mette incredibilmente di mezzo, la sua fede nel principio della giustizia diventa un faro per gli altri, e senza possibilità di gloria, visto che dovrà agire in clandestinità (i suoi meriti saranno resi pubblici nel 1999, venti anni dopo gli avvenimenti).

Davvero notevoli le interpretazioni di John Goodman e Alan Arkin nei panni dei cineasti che metteranno in piedi la messinscena ad uso e consumo dei media e che saranno l’esca persino per gli integerrimi funzionari iraniani, comunque “fascinati” dai miti patinati del Grande Satana a stelle e strisce. Ben congegnata la loro funzione dissacrante ma seria di professionisti dello showbusiness (con la mitica scritta “holliwood”  che cade a pezzi nello sfondo) in opposizione al serioso dilettantismo dei politicanti, all’interno di un racconto che è critica lucida e distaccata di certe politiche miopi che in quegli anni di piombo gettarono le basi per scavare un solco tra Occidente e Medio Oriente, purtroppo ancor oggi attualissimo.

A completamento di uno sviluppo teso, ma mai sopra le righe, una fotografia ed un’ambientazione che rievocano perfettamente la fine degli anni 70, ed una colonna sonora curatissima ed efficace. Ben Affleck combina gli stilemi di un Sidney Pollack con l’idealismo di Robert Redford e la capacità narrativa di Clint Eastwood, sintesi di una cinematografia matura ma comunque “mainstream” che dimostra come impegno e intrattenimento siano perfettamente compatibili. VOTO: 8,5/10

Cogan Killing them Softly -Morire di Piombo e di Solitudine

Cogan Killing them Softly -Morire di Piombo e di Solitudine

In un certo senso, i registi che sono anche sceneggiatori sono un po’ come dei cantautori, che cantano delle persone che hanno conosciuto e dei luoghi che hanno vissuto, ma soprattutto sono interessati a raccontarsi attraverso i dialoghi dei personaggi, ognuno di questi una scheggia non necessariamente coerente della loro personalità.

Così è anche nel caso di Andrew Dominik, che già aveva diretto Brad Pitt ne L’Assassinio di Jesse James, dove il bandito protagonista, una specie di figura mitica, veniva ammirato, amato e infine ucciso da un suo seguace. Anche qui Brad Pitt impersona un bandito, il killer a pagamento Cogan, una specialista al soldo di una organizzazione criminosa, tanto misteriosa quanto curiosamente simile ad un’azienda in certe dinamiche. Il suo “referente” è l’anonimo Richard Jenkins, che rappresenta l’organizzazione, sempre alle prese con il compito di far quadrare  il volere dei propri capi e il budget (con qualche operazione di cost-saving paradossale come convincere il killer ad usare la seconda classe invece della prima…!).

La trama è ambientata nel 2008, durante i giorni dell’elezione di Barack Obama, e racconta dell’operazione di vendetta nei riguardi di 3 ladruncoli che svaligiano una bisca ed incastrano un altro poveraccio come loro… Cogan, professionista impeccabile, ci metterà pochissimo a rintracciare i maldestri delinquenti.

Visivamente molto raffinato, il film abbonda di colori lividi e pallidi, anche in piena notte, quasi a simboleggiare una realtà così diversa da quella rappresentata dai televisori che proiettano costantemente il Blu ed il Rosso di una mondo politico così lontano da quella tempesta (finanziaria) che ha appena iniziato a creare disastri. Un mondo cinico, disincantato che confonde manager e killer, che risulta completamente privo di quegli ideali che raccontano in tv. Esplicitamente violento, ma che indulge in massacri e pestaggi al rallentatore, sottolineati da musiche anni 50 e 60 dolci e morbide, a degna rappresentazione del titolo (“ucciderli dolcemente”).

Il film risulta alla fine essere un pregevole incrocio tra Kill Bill di Tarantino e Trainspotting di Boyle, l’uno per l’attenzione dei dialoghi (che spesso risultano essere dei veri e propri monologhi a volte di svariati minuti, come nel caso del killer depresso interpretato da James Gandolfini), l’altro per la disinvoltura con cui il ritmo accelera e rallenta quasi come sotto l’effetto di sostanze psicotrope.

Cogan – Killing Them Softly è (alla stregua dei due film citati in precedenza) più di un semplice thriller, denunciando un mondo ingrigito e anonimo, dove tutti muoiono di piombo o di solitudine, o di entrambe le cose come nel caso di Trattman/Ray Liotta, dolente e patetico perdente. Come dice Socrate, nel suo Processo: “È giunto ormai il tempo di andare, o giudici, io per morire, voi per continuare a vivere. Chi di noi vada verso una sorte migliore, questo solo Dio lo sa”. VOTO: 7,5/10

Magic Mike – Dentro il Pacco, Niente

Magic Mike – Dentro il Pacco, Niente

Steven Soderbergh è uno dei registi più quotati di Hollywood, ed ha avuto la caratteristica di sfornare tutta una serie di pellicole che spaziano al commerciale puro ma di u n certo livello (Ocean’s 11, 12 e 13, Erin Brockovich), fino al mainstream più raffinato (Traffic, Solaris, Contagion), ma anche qualche puntata nel decisamente impegnato (la biografia di El Che –Guevara ovviamente), o allo sperimentale (Bubble).

Eclettico, ma anche discontinuo, rimane comunque un nome di richiamo e in qualche modo di “garanzia” sul prodotto finale. Purtroppo Magic Mike, rimarrà, almeno sino al prossimo film, il punto più basso della carriera del regista originario di Atlanta.

La trama è ambientata in Florida e ha come protagonista Mike (Channing Tatum) di giorno imprenditore ed artigiano e di notte stella dell’Exquisite, locale per sole donne dove si esibisce come spogliarellista e ballerino nel locale di Dallas  (Matthew Mc Conaughey); accoglierà nella sua tribù di muscolosi adoni il giovane Adam (Alex Pettyfer) e conoscerà la  sorella di lui Brooke (Cody Horn). Nell’arco di 3 mesi, il film ci mostra Mike che si esibisce per raccogliere abbastanza denaro per lanciare la sua impresa artigianale, ma nel frattempo succederanno contrattempi che incideranno pesantemente sul suo modo di pensare e sul suo stile di vita…

inutile aggiungere dettagli alla trama, perché ad essere sinceri, e tematiche “scabrose” a parte, si tratta di un percorso di “redenzione” scontato  e anche moralisticheggiante. che più scontato non si può. Non c’è una sola sorpresa nel film, e tutto si sviluppa (storia romantica inclusa) come da copione standard di holliwood.

Punto di forza del film sono senz’altro le coreografie di questi omaccioni in tanga che sono assolutamente ben fatte (davvero bravo Channing Tatum), ma purtroppo finiscono col diventare l’ossatura unica del film, patinate, ben dirette, ma non certo più di un qualunque Step Up. Soderbergh vuole  evidenziare tutte le contraddizioni di un Sogno Americano che si nutre di illusioni temporanee, fino a che l’illusione sostituisce il sogno per permettere agli individui di sopravvivere, una gigantesca ruota del criceto dove per avere successo  corri senza pensare dove o come o perché. In qualche modo lo fa, anche arricchendo il tutto con alcuni stilemi classici del suo repertorio, come la luce dorata di alcune scene o alcuni stacchi netti; ma la storia risulta così povera e le recitazioni così poco interessanti (tra un Tatum mono-espressione, una Horn perennemente ingrugnita, un Pettyfer piatto ed un McConaughey – il meno peggio del gruppo, il che è tutto dire- intento a fare il verso al Tom Cruise di Magnolia) da rendere incomprensibili le motivazioni per cui il regista abbia accettato di girare questo bel “pacco” (ogni doppio senso è puramente voluto).

In definitiva, Magic Mike è una buona alternativa economica all’uscita tra amiche per La Festa delle Donne… forse il lancio del dvd cadrà proprio a pennello. VOTO: 4/10

Prometheus –L’Eterna Ricerca del Paradiso Perduto

Prometheus –L’Eterna Ricerca del Paradiso Perduto

Nella mitologia greca, Prometeo fu il titano che rubò una scintilla per donare la luce del fuoco agli uomini, costretti a brancolare nell’oscurità durante la notte, e per questo ne pagò un prezzo altissimo. Allo stesso modo, Ridley Scott chiama l’astronave per suggerire l’eterna ricerca del genere umano delle motivazioni profonde delle proprie origini ed in definitiva della propria esistenza.

Nell’idea originale, Prometheus avrebbe dovuto essere un prequel del capolavoro Alien (1979) dello stesso Scott, film che poi diede vita ad un vero e proprio universo di sequel e spin-off nel mondo cinematografico e letterario. Si può dire che il design di quel film, il mix tecno-organico spaventoso e attraente allo stesso tempo pensato da HR Giger, sia un caposaldo dell’immaginario fantascientifico collettivo, in opposizione alla lucentezza dell’altro grande filone del periodo, ovvero Guerre Stellari.

In effetti lo è, e dà alcune risposte che furono lasciate irrisolte al tempo (su tutte, l’enigmatico e ormai iconico “Space-Jockey”), ma Prometheus è molto più ambizioso di un mero esercizio stilistico-esegetico (così come lo era, per esempio, un buon prodotto come il prequel de La Cosa uscito qualche mese fa), apre infatti molti più interrogativi di quanto ne fossero rimasti aperti e, con tutta probabilità, crea un nuovo filone cinematografico che si ispira al 2001 Odissea Nello Spazio di Kubrick (e a tutta una serie di film minori come Mission to Mars, Saturn 3, ecc.) della ricerca ed incontro con i propri creatori (chiamati in questo film “ingegneri”), ed in definitiva del rispondere all’eterna domanda del perché siamo qui.

Ridley Scott parte dalle teorie di Zecharia Sitchin, la cosiddetta Archelogia Eretica, che vede nei testi sacri di molte religioni antiche (tra cui la Bibbia), elementi che indicano che gli uomini furono materialmente creati da essere extraterrestri e sviluppa la storia di un team di esploratori e scienziati che, seguendo le mappe astrali che accomunano questi testi, approda su un pianeta, dove scoprono una specie di mausoleo alieno e che in realtà nasconde una gigantesca astronave… e in essa alcuni corpi di giganteschi esseri antropomorfi. Che abbiano incredibilmente trovato la risposta finale?

Prometheus solleva in modo intelligente la questione tra Scienza e fede, rendendo il dilemma evidente e allo stesso tempo inutile, indicando come queste due aree cognitive siano relative a dimensioni diverse della realtà, una che si occupa del Come e l’altra del Perchè; e di come la scintilla dell’anima, per come essa sia stata creata, necessariamente innesca un processo di sense-making della propria esistenza. Da questo punto di vista l’androide David (interpretato da un Michael Fassbender in gran forma, e vero protagonista del film), creato dall’uomo e che “come tutti i figli, vuole vedere la morte dei propri genitori”, chiude il cerchio con un’altra grande opera di Ridley Scott, Blade Runner ed i suoi replicanti per certi versi più umani degli uomini stessi. Non a caso, David, attraverso la tecnologia, riesce a visualizzare i sogni della protagonista (un richiamo, seppur invertito, all’innesto di sogni nei replicanti proprio in Blade Runner)

Da sottolineare i paesaggi e le ambientazioni di grandissimo impatto visivo (degne del Maestro), ed in definitiva la grandiosità del progetto. La trama a volte subisce un po’ un “effetto Lost” (non a caso la sceneggiatura è di Damon Lindelof), di creare più elementi sospesi di quanti ne chiuda (e dunque ecco perché il sospetto che Prometheus sia il primo di una “franchise”), ma il potere evocativo è indubbiamente molto potente. Altrettanto ottimi i design delle creature aliene, molto diverse da quelle originali di Giger, ma che ben si conciliano con le idee del film. Le interpretazioni sono nella media (eccezion fatta per Fassbender, di cui abbiamo detto), idem per il 3D forse superfluo. Ma è senz’altro un’opera da vedere, un viaggio che solleva riflessioni e domande eterne. VOTO: 8/10

Il Cavaliere Oscuro Il Ritorno - La Giustizia Risplende Oscura

Il Cavaliere Oscuro Il Ritorno - La Giustizia Risplende Oscura

Tutte le grandi saghe hanno una fine, e così giunge il momento del Cavaliere Oscuro di Nolan. Stavolta, Batman (Christian Bale, ormai IL volto di Bruce Wayne) caduto in disgrazia in seguito all’episodio precedente, dovrà tornare dal suo ritiro, e sfidare Bane (Tom Hardy), allievo del suo stesso maestro e leader di una fazione rivoluzionaria che prenderà in ostaggio l’intera città di Gotham City. Lo aiuteranno in questa impresa il commissario Gordon (Gary Oldman), il tecnologo Fox (Morgan Freeman) ed il fedele Alfred (Michael Caine), nonché le new entry, l’ispettore Blake (Joseph Gordon Levitt) e l’ambigua Selina Kyle (Anne Hathaway, che non viene mai chiamata Catwoman nel film ma lo è di fatto)

Questo terzo capitolo mantiene quello stile realistico che ha fatto del Batman di Nolan un vero e proprio standard: un mondo dove supereroi e cattivi mascherati sono al limite della normalità… niente superpoteri, solo eccellenti combattenti con gadget tecnologici e scientifici. Non troverete colori sgargianti tipo Iron Man o Capitan America… del resto, questa è sempre stata la cifra stilistica del personaggio creato da Bob Kane nel ormai lontano 1939, persone comuni con forza di volontà straordinaria, in opposizione a Superman e Wonder Woman che sono sostanzialmente dei in mezzo agli uomini.

Cosa probabilmente differenzia questo capitolo dagli altri due, è il ritmo serratissimo, adrenalinico, dove le 2 ore e quaranta di film scorrono senza lasciar cadere mai la tensione. Le atmosfere plumbee che caratterizzano tutto il film danno un senso di ineluttabile, di nessuna salvezza possibile. Ed è da sottolineare la colonna sonora, fiati e percussioni spezzati  e sempre in crescendo che dettano il ritmo di questa epica rivincita.

Come nella miglior tradizione dei fumetti di un certo spessore, la chiave di lettura è molto potente e presenta interessantissimi dilemmi di natura sociale. I protagonisti in costume, come fossero personaggi mitologici (e di fatto lo sono), sono e rappresentano una sfaccettatura dell’umanità, con la quale conviviamo e nella quale ognuno di noi si impersona periodicamente… così come il Joker del secondo capitolo rappresentava la follia e la casualità che governa il nostro mondo così apparentemente razionale, Bane (e Selina Kyle) rappresentano l’esasperazione di una civiltà dove i molti hanno sempre di meno, ed i pochi hanno sempre di più, trincerandosi dietro sempre meno credibili concetti di pari opportunità. Tanti sono i richiami alla spietata cupidigia del sistema finanziario (che ormai vale come e più del sistema produttivo reale)  e alla dimensione rivoluzionaria degli Indignati di Occupy Wall Street.

Su questi, si staglia Batman, sotto la cui maschera si può celare chiunque, ed il concetto di un bene superiore e della fede incrollabile nella dignità dell’essere umano che, anche nei peggiori momenti, si “solleva” (al quale fa riferimento il titolo originale, The Dark Knight Rises) e trascina verso l’alto con sé un’ondata di suoi simili, la speranza imperfetta di un futuro migliore contro la barbarie certa di un medioevo della ragione.

Poco da dire… anche se probabilmente il secondo film della saga, complice anche un Heath Ledger/Joker in stato di grazia,  rimane superiore, Il Cavaliere Oscuro – Il Ritorno (purtroppo, ancora una volta, il titolo italiano tradisce di gran lunga il potente messaggio dell’originale), è e sicuramente rimarrà uno dei film da vedere in questa stagione. Difficile trovare un difetto (se non nel doppiaggio italiano, ma non è certo colpa di Nolan) in questa lettura adulta e profonda di un’icona pop della cultura occidentale. VOTO: 9/10

 

The Way Back – Il Viaggio Dentro

The Way Back – Il Viaggio Dentro

Picnic a Hanging Rock si incrocia con Master & Commander nella più recente prova del maestro Peter Weir. Arrivato con ben due anni di ritardo sullo schermo, The Way Back racconta del ritorno a casa di Janusz, (Jim Sturgess) militare polacco ingiustamente accusato di spionaggio ed imprigionato in Siberia e che impiegherà ben 48 anni per farlo (dal 1941, anno in cui si svolge la trama, al 1989, anno del crollo del comunismo in Polonia)… Dovrà attraversare i ghiacci della Siberia, le paludi della steppa, il deserto del Gobi, le vette dell’Himalaya… fino ad arrivare in India, dove potrà finalmente riposare. Sarà un lunghissimo viaggio, seguito da una gruppo di disperati come lui, un prete lettone, un ragioniere jugoslavo, un cuoco ed artista ungherese, un ingegnere americano, un delinquente russo, una ragazzina polacca… qualcuno si fermerà prima della fine, qualcuno morirà, qualcuno arriverà con lui fino alla fine. Sarà un vero viaggio interiore alla scoperta della propria essenza: quanto si può spingere un uomo sulla propria motivazione? Su cosa si focalizza quanto tutto sembra crollare intorno?

Come dicevamo, è un film che parla di un viaggio estremo, con paesaggi mozzafiato e terribili allo stesso tempo, ed in questo Peter Weir non può non attingere al suo esordio Picnic a Hanging Rock… spesso qui come allora, gli uomini sono rappresentati piccoli piccoli in mezzo alla natura, madre crudele e sapiente allo stesso tempo. E non può non ricordare a tratti Master & Commander, con questi uomini tesi alla sopravvivenza, con regole e valori comuni ferrei, così diversi eppure nella loro essenza così simili, il gruppo come protezione e appartenenza, come sopravvivenza emotiva ancor prima che fisica, e con la leadership di Janusz nella quale confidano quasi religiosamente (seppur, proprio come nella fede, a volte mettendone in dubbio le scelte). Il viaggio come metafora della vita, con personaggi che entrano ed escono e ci accompagnano per un tratto breve o lungo che sia.I paesaggi sono assolutamente i protagonisti di questo film, trasmettono un senso di magnificenza e allo stesso tempo di angoscia, di indefinitamente precario… Molto belle anche le musiche di Burkhard Dallwitz, tipicamente un punto di forza d Peter Weir, uno dei grandi registi che coniugano autorialità e capacità di utilizzare un linguaggio cinematografico “commerciale”. Buone le prestazioni degli attori, da Jim Sturgess, a Colin Farrell a Saoirse Ronan, ma soprattutto emerge Ed Harris, un volto scavato più dal dolore interiore che dalle intemperie. Il più anziano del gruppo, sarà quello che crescerà di più alla fine del viaggio, riappacificandosi con la vita proprio mentre stava per uscirne. Aggrapparsi ad essa come atto di fede e preghiera.

Pur non essendo il miglior film di Weir, soprattutto nel finale un po’ posticcio, The Way Back non può non toccare lo spettatore ed è un peccato che sia rimasto in panchina per così tanto tempo… Ma meglio tardi che mai. VOTO: 7,5/10

Biancaneve e Il Cacciatore - Una Favola Gotica

Biancaneve e Il Cacciatore - Una Favola Gotica

In un’epoca di re-boot e remake probabilmente non necessari, Biancaneve e il Cacciatore rappresenta un’interessante idea di sposare la modernità e le opportunità visive della tecnologia di oggi con la visione originale delle favole di Grimm, nate come cupe parabole moralistiche per bambini, ma anche per adulti.

In effetti, Il regista Rupert Sanders (al suo primo lungometraggio) dà un’impronta gotica e magico-realistica del classico Biancaneve e i Sette Nani, niente a che a vedere con il colorato immaginario made in Walt Disney, anche se i vari elementi della fiaba ci sono in buona sostanza tutti: la regina strega cattiva (una splendida Charlize Theron), la mela avvelenata, i sette nani (che hanno i connotati di attori del calibro di Toby Jones, Ian Mc Shane, Bob Hoskins…), lo Specchio Magico… resi vivi e moderni da effetti speciali quanto mai efficaci. La resa finale è una buona fusione con elementi fantasy che non possono non richiamare la saga de Il Signore Degli Anelli, e sicuramente questo è il target del film.

La trama segue ovviamente quella ultra-nota, anche se le principali differenze risiedono proprio nei due personaggi principali, ovvero Biancaneve (Kristen Stewart), che si trasforma da damigella in pericolo a Giovanna d’Arco prescelta per riportare la luce, e il Cacciatore, un Chris Hemsworth  già interprete di Thor, portato al centro della ribalta come un vedovo ubriacone e disperato che piano piano troverà la sua strada ed aiuterà la protagonista a fare lo stesso… Peraltro, proprio per sottolineare la caratterizzazione adulta del racconto, la trama crea un triangolo sentimentale con i due più il Principe (non tanto Azzurro), dove l’amore Programmato si scontra con quello Predestinato.

Detto delle ottime ambientazioni fantasy, sono svariate le buone intuizioni del regista, a cominciare dai Sette Nani (scordatevi i vari Dotto, Cucciolo, Brontolo…), questi sì molto simili ai temibili Nani di Tolkien, signori (defraudati) del sottosuolo e feroci combattenti (bellissima la battuta sul fischiettare mentre attraversano le fogne – riferimento all’”Andiam a Lavorar” del cartone), capaci di vedere la Luce nell’Oscurità e che per questo diventano i primi seguaci di Biancaneve, Principessa Guerriera.

L’idea centrale è proprio l’eterna lotta tra Luce ed Oscurità, intesa anche come bellezza esteriore (avvenenza, potere, ricchezza) contro la bellezza interiore (umiltà, amore, sacrificio) degli Esseri Umani, ben rappresentati dalla vampiresca Regina, che “strega” i propri interlocutori e deve i propri poteri alla sua avvenenza, e da Biancaneve, che” ispira” chi le sta attorno.

La nota stonata, oltre ad una trama non sempre coerente, sta probabilmente nella scelta dell’attrice principale, una Kristen Stewart con un’espressività  che, seppur nella sua intenzione “sognante”, non si discosta quasi mai dall’ebete, se non ogni tanto sfociare nell’allupato (quando guarda il muscoloso Cacciatore)… scusate la battuta, ma ci sentiamo di dissentire dallo Specchio Magico che la indica come la più Bella del Reame rispetto alla Theron.  Va bene il voler enfatizzare il concetto della Bellezza Interiore, la Luce dentro l’Oscurità, ecc. però qui il problema sembra il talento recitativo (oltre che il resto). Scelte di Scuderia Universal? Necessità di attirare il pubblico dei teenager di Twilight?

Biancaneve a parte, comunque, si tratta di 2 ore di buon spettacolo, con molte buone intuizioni e buone idee visive… a dimostrazione che si può impressionare anche senza 3D. VOTO: 7/10

The Amazing Spiderman - il Ritorno dell'Era delle Meraviglie

The Amazing Spiderman - il Ritorno dell'Era delle Meraviglie

A cinque anni dal terzo e conclusivo episodio dello Spiderman di Sam Raimi, ecco il re-boot ad opera di Marc Webb, con nuovi attori, un nuovo supercattivo, e tutti i presupposti per lanciare una nuova trilogia.

Essendo un re-boot (ovvero una riscrittura parziale e attualizzata), la trama riprende dalle origini del Tessiragnatele, ovvero il giovane e geniale nerd Peter Parker (interpretato da Andrew Garfield), studente imbranato e fotografo part-time, che viene morso da un ragno mutato che gli conferisce superpoteri e… (pronti?) Grandi responsabilità! Dovrà affrontare la minaccia della sua controparte, Lizard (ovvero lo scienziato –interpretato da Rhys Ifans- che decide di usare i suoi poteri in modo distorto per aiutare l’umanità) e conquistare la sua bella (stavolta è la bionda Gwen Stacy – interpretata da Emma Stone- ovvero la fidanzata originale della serie di fumetti).

Stavolta il titolo contiene la parola “amazing” ovvero fantastico ed in questo aggettivo il regista Marc Webb (nomen omen, visto che il cognome significa “ragnatela”), ha basato il suo progetto, intensificando il lato spettacolare del fumetto, con riprese degli spostamenti da grattacielo a garattacielo in prima persona davvero notevoli, effetti visivi di prima qualità  e scontri/inseguimenti (soprattutto quelli con Lizard, reso assolutamente benissimo) davvero avvincenti.

Per alcuni versi, Webb riprende alcune caratteristiche del fumetto originale, come le ragnatele che stavolta sono di origine meccanica e non biologica ed appunto la fidanzata originale (e non la rossa Mary Jane, che pure è l’amore “storico” di Peter Parker), nonché le prime morti importanti della serie; a differenza di Raimi (o del più recente The Avengers), che aveva attinto (ottimamente) alle atmosfere pop di Stan Lee, Webb esegue un’operazione analoga a quella effettuata su Superman da Bryan Singer e su Batman da Christopher Nolan rendendo il mood generale più realistico e cupo, meno iconografico e “fumetto”. A differenza dei due film di cui sopra, The Amazing Spiderman tuttavia, tende talvolta a strizzare l’occhio al pubblico adolescenziale, soprattutto nella prima parte (decisamente meglio la seconda parte).

Nota positiva è senz’altro il nuovo Peter Parker/Spiderman, un Andrew Garfield che risponde meglio all’immaginario dei fumettofili su Peter Parker rispetto a Toby McGuire, e che connota il suo personaggio di tic da nerd e pose/abitudini da adolescente come skateboard e telefonino in linea coi tempi. Molto bella anche la resa del nuovo costume, con il fisico “smilzo” del primo Spiderman disegnato da Steve Ditko nel ’62. Forse un po’ superfluo il nuovo racconto delle origini, che nulla aggiunge rispetto al predecessore; e, in definitiva, non ottimale l’introspezione psicologica e l’esplorazione delle motivazioni che caratterizzano l’essenza del supereroe e l’identificazione dell’uomo comune nel Ragno di casa Marvel (cose che invece erano ben fatte da Raimi, soprattutto nel secondo film della serie).

In definitiva, un buon film divertente ed un buon potenziale non ancora pienamente espresso, ma che (occhio ai titoli di coda) lasciano ben sperare nel prossimo episodio. VOTO:7/10

La Cosa - Buona, vecchia fantascienza...

La Cosa - Buona, vecchia fantascienza...

È ormai la moda del momento quella di realizzare non dei remake di capolavori del passato, ma dei re-boot (ovvero la riscrittura parziale del film originale) o dei prequel, ovvero degli antefatti che spiegano o anticipano il film a cui si ispirano.

La Cosa appartiene al secondo filone, ispirato al capolavoro del 1982 di John Carpenter, a sua volta un re-make di un film del 1951… e basato su uno dei più influenti racconti di fantascienza di tutti i tempi, ovvero Who Goes there di John W. Campbell jr. nell’ormai lontanissimo 1932. Il Film di Carpenter fu abbastanza un fiasco al botteghino (stesso anno di ET –l’alieno buono- e Blade Runner – uno dei  film di sci-fi più cult di tutti i tempi), rivelandosi però un successo per gli amatori del genere , anzi ad oggi molto rivalutato nel suo neo-classicismo..

La trama racconta di una spedizione al Polo Sud che recupera un alieno apparentemente morto dentro un blocco di ghiaccio…. Apparentemente perché ovviamente non lo è, come da miglior tradizione dei film di fantascienza/horror… Il mostruoso alieno, un mutaforma che si riproduce clonando gli esseri viventi…

Il film recupera in modo quasi esegetico i concetti del primo film, sia per atmosfere che per quei tocchi che effettivamente catturano il mood del film di Carpenter, come le ambientazioni claustrofobiche, i riferimenti al nemico “interno” ad ognuno di noi, e a tutti una serie di tocchi che richiamano l’opera di riferimento, come la scelta dei caratteri dei titoli, la musica, e le scene finali del film che di fatto chiudono il cerchio.

Rispetto al film del 1982, il regista Matthijs van Heijningen Jr. (al suo primo lungometraggio), sceglie di spiegare e mostrare rispetto al suggerire ed evocare. Giustamente, adesso gli effetti speciali permettono di realizzare quanto 30  anni fa rischiava di essere ridicolo, anche se ovviamente parte del terrore che incuteva quella versione (così come Alien, che alla storia originale di Campbelli in qualche modo si ispira), risiedeva proprio nel vedo-non vedo. Qui invece, l’intenzione è di mostrare tutto quasi a livello scientifico, incluso le trasformazioni/mutazioni, comunque ben fatte, e le spiegazioni di come agisca l’essere.

Detto per le musiche e le ambientazioni, che ovviamente si rifanno in modo molto rispettoso alla versione originale, le recitazioni sono ugualmente assimilabili a quelle dei film di Carpenter (normalmente molto nei canoni della normalità), ed infatti i protagonisti Mary Elizabeth Winstead – eroina protagonista come la Sigourney Weaver di Alien-  e Joel Edgerton fanno il loro compitino senza infamia e senza lode.

In definitiva, il mood generale è quello di un ottimo b-movie un po’ thriller ed un po’ splatter, divertente e teso, probabilmente raggiungendo gli obiettivi che si era prefissato. Non passerà alla storia come un capolavoro, ma di certo neanche deluderà gli amanti del genere. Non rimane che aspettare tra un paio di  mesi il prossimo prequel che, sorpresa sorpresa, rinverdirà i fasti dell’altro grande alieno brutto e cattivo ovvero Alien… VOTO:7/10

Love & Secrets - Le Colpe dei Padri

Love & Secrets - Le Colpe dei Padri

Aperta parentesi polemica: Qualcuno potrebbe spiegarmi qual è la necessità di tradurre il titolo Originale di questo film (All Good Things) in Love & Secrets? A volte si ha la sensazione che chi prende queste decisioni NON abbia visto il film, ma si sia basato sulla locandina, dove campeggiano abbracciati un enigmatico Ryan Gosling e un'angelica Kirsten Dunst. Chiusa parentesi polemica. Basato su una storia vera, Love & Secrets racconta del lento declino mentale e psicologico di David Marks (Ryan Gosling), ricco ereditiero immobiliare di un' impero costruito in modo ambiguo da un padre freddo e totalitario (Frank Langella); e della nascita e morte della storia d'amore di David e Katie (Kirsten Dunst). La sanità mentale di David sarà minata da una tragedia vissuta a 7 anni, che lo porterà a distruggere la sua vita, uccidere chi ama, e vivere alla macchia, fino all'epilogo in una corte di giustizia. Il film è diretto tutto sommato bene da Andrew Jarecki soprattutto nella seconda parte, laddove il thriller si intreccia molto bene con la parte sentimentale, ma complessivamente basa la sua forza sulle ottime interpretazioni dei protagonisti, un Ryan Gosling ormai lanciatissimo e uno dei migliori attori della sua generazione, che impersona al meglio il disagio crescente e distruttivo del viaggio senza ritorno di David ed unaKirsten Dunst davvero credibile nella sua ingenuità e fragilità. Ottimo anche Frank Langella, che dimostra come i peccati dei padri ricadano sulla testa dei figli, inesorabile ed imperscrutabile legge della vita. In definitiva, un discreto film, reso ovviamente più interessante dall'essere basato su una incredibile storia reale (a questo proposito, molte sono le somiglianze con Zodiac di David Fincher, soprattutto nelle ambientazioni) ma che manca tutto sommato di incisività e di ritmo, rimanendo perlopiù un'occasione per mettere in mostra degli ottimi interpreti. VOTO: 6,5/10

Margin Call - L'Intangibile Leggerezza del Male

Margin Call - L'Intangibile Leggerezza del Male

Promettentissimo esordio del regista J.C. Chandor, anche autore della sceneggiatura di questo financial thriller, che racconta le ultime ore di una grande banca di investimento prima della crisi finanziaria che sta ancora attanagliando le nazioni occidentali.

Tutto si svolge nell’arco di 48 ore: una ri-organizzazione che colpisce uno degli analisti senior (Stanley Tucci); il suo lavoro che passa al suo collaboratore (Zachary Quinto), che scopre la fine imminente; e via via vengono coinvolti il suo nuovo capo (Paul Bettany), quarantenne ormai cinico ed insensibile a tutto; il capo delle vendite (Kevin Spacey), come tutti ormai stritolato nella grande macchina dell’imbroglio e dell’illusione che è Wall Street; ed infine i burattinai, ovvero l’algido e ricco membro del board (Simon Baker) e il deus ex machina, il mefistofelico e potente Jeremy Irons.

Tutto finisce senza esplosioni, ma come una enorme bolla di sapone colorata, il mondo ignaro dell’inizio della fine. Questo è in sintesi l’analisi che fa il regista di Wall Street: un meccanismo che alimenta le illusioni e l’ingordigia delle persone, che non crea niente, ma semplicemente e ciclicamente arricchisce chi sa a spese di chi non sa. E anche quelli che ne hanno la consapevolezza, e magari ne riconoscono l’assoluta intangibilità del loro operato (bellissima la scena in cui Stanley Tucci snocciola i numeri dell’unico ponte che abbia realizzato come ingegnere civile, prima di farsi convincere a divenire un creatore di mostri finanziari) finiscono con l’accettare la provvisorietà di quello che fanno come una normale evenienza della vita, solo che alla fine sono loro che ci guadagnano, e finiscono sempre con il cadere in piedi, nonostante i disastri che creano.

Inevitabile il paragone con Wall Street di Oliver Stone, che ha in comune ovviamente lo stupore di come la cupidigia guidi talmente tanto le scelte dell’economia occidentale, da creare dei meccanismi autodistruttivi incomprensibili nella loro forma (tanto che ad eccezione degli ingegneri, nessuno dei dirigenti capisce minimamente quale sia il meccanismo matematico che governa i loro prodotti), ma che si ripetono con una frequenza tale dal 1600 ad oggi (e con una cadenza sempre più ravvicinata) che le persone (persino i piccoli risparmiatori) non possono non sapere a cosa stanno partecipando.

Cosa invece distingue i due film è l’assoluta ineluttabilità di Margin Call: non c’è nessuna via d’uscita, nessuna redenzione, neanche nella vita privata, è un consapevole scavare/scavarsi la fossa come rappresentante del genere umano. Il film finirà proprio con una brusca ed inaspettata scena finale…

Davvero un ottimo esordio per JD Chandor: supportato da un cast stellare (scena memorabile del film: la riunione in cui il capo dei capi, Jeremy Irons, conduce una riunione in piena notte, trasudando potere e timore, quasi un blasfemo sabba finanziario, lui simbolico demone evocato ed arrivato in elicottero dai suoi adepti…), il film racconta di un risveglio: la notte lisergica in cui il giovane analista apre gli occhi (ma finirà con l’entrare nei meccanismi delGrande Gioco) e attraversa la città in cerca di risposte; ed il giorno successivo in cui il Grande Male viene trasmesso al resto del mondo, quasi sempre consapevole di cosa stia succedendo, ma comunque disponibile a farselo fare.

Film di gran classe e veramente ben scritto ed articolato. Da vedere. VOTO: 8/10

The Avengers – Tutti per uno…

The Avengers – Tutti per uno…

E venne un giorno,diverso dagli altri,in cui gli Eroi più potenti della Terra si trovarono uniti contro una minaccia comune!”

Queste sono le parole che aprirono nel lontano 1963 il primo fumetto de The Avengers (o I vendicatori come sono noti al pubblico fumettofilo italiano), ma è anche l’ideale incipit di questo progetto targato Marvel, ovvero creare un film corale di superereroi che potesse unire in un ideale climax tutta una serie di progetti individuali realizzati sin ora… ed il risultato è… Ottimo!

Fino ad ora i Marvel Studios avevano prodotto un Iron Man davvero notevole (il primo dei due, però), un buon Capitan America, un Thor così così ed un Hulk (anzi due) un po’ inconcludente… ed effettivamente il rischio di disperdere tante buone idee per realizzare un’indigestione di supereroi in una volta sola era elevato.  Invece Joss Whedon, regista non particolarmente esperto ma grandissimo sceneggiatore di fumetti della Marvel, realizza un godibilissimo ed a tratti esaltante affresco dove le grandi icone pop della Marvel (escluso SpiderMan ed X-Men, che peraltro sono stati ben rappresentati sullo schermo) vengono dipinte benissimo sia individualmente, con caratterizzazioni ben pensate ed ottimamente interpretate, a compensare una trama non particolarmente innovativa. Una menzione in particolare per Mark Ruffalo, nella terza versione (finalmente azzeccata) di Bruce Banner dopo quelle di Eric Bana e Edward Norton.

Whedon sceglie proprio un’esplosione pop e colorata per dar vita al supergruppo in completa opposizione all’iperealismo dark del Batman di Nolan, ed il risultato sono due ore e venti minuti di azione mista ad umorismo ed ironia veramente ben mescolate, ma senza sfociare nel macchiettismo (come capitò con i Fantastici Quattro)… Mai si erano viste scazzottate suscitare applausi in sala dai tempi di Bud Spencer e Terence Hill: vedere per credere la scena dove Hulk sbatacchia in qua e là un’incredulo Loki (nella enigmatica ed intrigante interpretazione di Tom Hiddleston).

I personaggi, dicevamo, emergono benissimo: Capitan America (Chris Evans, una sorpresa come si sia calato nel ruolo), fuori dal suo tempo, ma un faro di giustizia che gli altri riconosceranno come leader; IronMan (Robert Downey jr… sempre impeccabile), geniale ed individualista tecnocrate; HulK/Banner, un moderno Jekyll e Mr Hide; Thor (Chris Hemsworth, assolutamente adeguato, un Dio in mezzo agli Uomini; e le new entries Vedova Nera (Scarlet Johansson, forse l’unica interpretazione un po’ disallineata), spia letale dal passato misterioso; e Occhio di Falco (Jeremy Renner), cecchino freddo, leale ed infallibile. Ottimo anche il Nick Fury di Samuel Jackson.

Effetti speciali di alto livello e che valorizzano appieno il senso della meraviglia che contraddistingue tutta l’opera di Stan Lee, il creatore dell’Universo Marvel (che, come in tutti i film dei suoi ero, appare in un cameo e che davvero deve essere orgoglioso di come i suoi “figli”letterari siano stati rappresentati. Bellssima anche la rappresentazione dell’evoluzione del team, da un gruppo di sbandati rissosi e inconcludenti ad una formidabile ed oliata macchina da combattimento, dotata di grandi poteri, ma potenziata dalla sinergia dei valori comuni della difesa del più debole, la cifra che sarà sempre il marchio degli Eroi Marvel.

In definitiva uno dei migliori prodotti del genere cinefumetto di sempre, un’attesa ben ricompensata per tutti gli amanti della Marvel, e non solo… Avengers, Assemble! VOTO: 8/10

 

Romanzo di una strage – “… come i gatti fanno con gli escrementi”

Romanzo di una strage – “… come i gatti fanno con gli escrementi”

Se mai ci fosse stato bisogno di ribadire quanto certe ferite difficilmente possono riemariginarsi completamente, Marco Tullio Giordana ripercorre una delle pagine più dolorose ed oscure della storia italiana del dopoguerra, con la strage di Piazza Fontana.

Di fatto, Piazza Fontana segna la fine delle ondate rinnovatrici degli anni ’60, ed inaugura la stagione dei cosiddetti anni di piombo, che per tanti versi attende ancora molte risposte, spesso oscurate da oltranzismi di stampo quasi-calcistico, anche ai giorni nostri. Giordana sceglie di raccontare questa storia attraverso tre personaggi che uno alla volta pagheranno il prezzo massimo ad un’epoca di follie: Luigi Calabresi (Valerio Mastandrea), commissario della polizia, Giuseppe Pinelli (Pierfrancesco Favino), ferroviere ed anarchico, ed Aldo Moro (Fabrizio Gifuni), uno degli ultimi politici di spessore espressi in Italia. Piuttosto che prendere una parte, il regista sceglie di raccontare Romanzo di Una Strage a capitoli, lasciando che ognuno dei protagonisti ne racconti un pezzo, come un prisma, lasciando che lo spettatore tragga le sue conclusioni. Sono troppe le incongruenze per spiegare pienamente come andarono le cose, così come troppo grandi furono le responsabilità e le carenze di chi poteva fare qualcosa per fermare le tremende spirali di morte che scatenò quell’evento.

Emblematica una scena dove Aldo Moro presenta al presidente Saragat il dossier di una contro-inchiesta che di fatto denuncia una strategia del terrore messa in atto da una parte del sistema politico, arrivando persino ad un tacito accordo per evitare la guerra civile. “vi costringeremo a coprire tutto… come i gatti fanno con gli escrementi”.  Similitudine perfetta nel riferimento alla sporcizia annidata in certi cuori.

Molto bello il modo con cui viene raccontato il rapporto tra Lugi Calabresi e Giuseppe Pinelli, contrapposti sulle due sponde, ma accomunati dalla sincerità di fondo che hanno le persone pulite,  e che ognuno finisce col riconoscere nell’altro, sfociando in una relazione di rispetto… Tanto che la tragica e mai risolta scomparsa di Pinelli sarà per Calabresi motivo di tormento, e la spinta alla ricerca di una verità scomoda. Molto evocativa l’immagine in cui i due si scambieranno un libro, Antologia di Spoon River e Mille Milioni di Uomini, sintesi delle ragioni dell’uno e dell’altro.

Il film di Giordana rappresenta  ottimamente il nostro cinema, ben diretto sia nelle ricostruzioni di un’epoca dolente, sia nelle interpretazioni. Nota di merito per la recitazione dei 3 protagonisti, ognuno a modo suo convinto di giocare al meglio una partita sporca, ma non sempre dalla parte giusta. Ma anche per le mogli di Pinelli (Michela Cescon, bravissima) e Calabresi (Laura Chiatti), che nella loro dignità rappresentano una testimonianza di un messaggio di giustizia e rispetto per tutti gli innocenti, di qualunque parte siano, di quelli che se ne vanno e per quelli che rimangono in questa povera nazione. VOTO: 7,5/10

The Raven – Quel che Edgar Allan Poe non raccontò mai

The Raven – Quel che Edgar Allan Poe non raccontò mai

Nessuno sa come il grande scrittore e poeta Edgar Allan Poe abbia passato i suoi ultimi giorni… Beh, almeno fino ad oggi. James McTeigue, regista di V per Vendetta, realizza The Raven, (titolo ispirato ad uno dei poemi più famosi di Poe - il Corvo), un thriller ambientato nella Baltimora del Diciannovesimo Secolo, dove il grande scrittore statunitense (interpretato da John Cusack), in un periodo di crisi creativa, si improvvisa detective insieme all’ispettore della polizia Fields (Luke Evans), per sconfiggere un pericoloso serial killer che si ispira alle sue opere (Il Pozzo e Il Pendolo, Il Ballo della Morte Rossa, ecc.) e per ritrovare la sua amata Emily (Alice Eve), rapita dallo stesso serial killer.

Quello che rende interessante la pellicola è la commistione tra la vita reale di Poe, che appunto cela dei misteri, e la trama immaginaria, laddove l’una si mescola con l’altra, quasi un meta-racconto dove l’autore diventa il personaggio letterario e viceversa… Guardate il finale, e poi rileggete la biografia di Poe, per credere! Ottime le ambientazioni gotiche, ben riscostruite e d’atmosfera. Il ritmo, tra gli efferati omicidi e le indagini dell’improbabile duo scrittore/poliziotto, è tutto sommato scorrevole ed a tratti anche molto teso.

Probabilmente quello che rende The Raven un film che non mantiene tutte le promesse ed aspettative sono essenzialmente i dialoghi, poco incisivi ed a volte un po’ posticci… cercando di recuperare lo stile letterario di Poe, si è dato un tono forse eccessivamente melodrammatico, soprattutto nei personaggi principali, che a volte sfocia un po’ nel ridicolo, ma tendenzialmente tende a conferire agli interpreti un nonsodichè bidimensionale. John Cusack, in particolare, non sembra particolarmente in forma e non riesce a caratterizzare pienamente il suo Poe, peraltro non aiutato da una voce doppiata  assolutamente stridente e inadatta.

The Raven, (tra l’altro, al di là della citazione iniziale e di alcuni corvi in qua e là nel film, è un titolo che c’entra poco) si posiziona tra l’ironia di Sherlock Holmes senza averne i tempi comici e la tensione di Jack lo Squartatore senza averne la profondità e con peraltro eccessi di splatter anche gratuiti  che vorrebbero sopperire ad i limiti di una buona idea iniziale, sviluppata però superficialmente. Poco altro da aggiungere, un film che si fa vedere, senza infamia e senza lode, e con qualche occasione perduta. VOTO:6/10

John Carter- Niente di Nuovo Sotto Il Sole (Neanche su Marte)

John Carter- Niente di Nuovo Sotto Il Sole (Neanche su Marte)

Prima opera in carne ed ossa (almeno parzialmente…) del regista made in Pixar Andrew Stanton, John Carter nasce con l’intento dichiarato di creare una nuova saga fantascientifica, basato sullo sconfinato materiale originale di Edgar Rice Burroughs (lo stesso di Tarzan), una saga letteraria che si dipana attraverso 11 libri tra il 1912 ed il 1935.

John Carter, ex capitano dell’esercito confederato degli Stati del Sud nella Guerra di Secessione USA, viene accidentalmente e in qualche modo trasportato su Marte (chiamato dai locali Barsoom) dove scoprirà, grazie alla differenza della propria densità ossea rispetto alla gravità, di godere di poteri straordinari, ovvero di saltare distanze ed altezze prodigiose e di essere molto più forte degli abitanti… inizialmente schiavo di una delle popolazioni locali, i mostruosi (ma solo fisicamente) Tark, finirà col prendere in mano il destino di un intero pianeta, guidandolo contro la tirannica e predatrice città di Zodanga (e sposando la principessa di Helium, principale avversaria di Zodanga) e le sue potenti eminenze grigie (i Tern).

Il film, targato Disney, è un ottimo prodotto artigianale USA, nel senso che trama, sviluppo, effetti visivi, musiche, ecc. sono tutti di ottima qualità. I problemi, però, sono principalmente due e sfortunatamente finiscono con l’affossare il film.

Innanzitutto, la sceneggiatura: immaginifica e meravigliosa se si considera che è stata scritta 100 anni fa, e dotata di moltissime intuizioni estremamente interessanti, purtroppo risulta già ampiamente saccheggiata in ogni sua idea da una miriade di film e fumetti: a cominciare dai poteri di John Carter (che derivano dalle peculiarità della sua provenienza, la stessa motivazione dei poteri di Superman, che non a caso, nelle sue prime apparizioni, saltava e non volava), il mix di fantasy e fantascienza (Guerre Stellari, Zardoz), gli elementi di fanta-archeologia (Star Gate), gli apparenti elementi acronistici  di tecnologia quasi magica, ovvero le macchine volanti, il teletrasporto e raggi prodigiosi abbinati però a fucili e spade, e quasi-peplum (Flash Gordon, con il quale ha moltissime analogie: la provenienza aliena dell'eroe e salvatore, il pianeta selvaggio, le varie razze indigene…), persino il mix western/fantascienza (Ritorno al Futuro III, e il recente Cowboys & Aliens), e il teletrasporto con duplicazione dei corpi (Matrix).

Insomma, niente di nuovo sotto il sole (anche su Marte). John Carter è arrivato troppo tardi, e sfortunatamente trama assolutamente telefonata e recitazioni piatte rendono John Carter immediatamente dimenticabile. Gli attori principali, Taylor Kitsch e Lynn Collins,  non riescono a far decollare il film, che insiste spesso su dialoghi scontati e mielosi; e chi aveva più talento (Willem Dafoe e Thomas Haden-Church) viene utilizzato per prestare fattezze e voce agli alieni. La musica è appropriata ma poco ispirata.

Questo ci porta al secondo grosso problema: se tutta questo sensazione di già visto può comunque essere accettabile in un cartone animato (come Wall-E, o gli Incredibili) che ha come target pre-adolescenti con magari un secondo piano di lettura più adulto (Alla Ricerca di Nemo, Up), in un film in carne ed ossa, questo vuol dire noia. Il regista, Andrew Stanton di Wall-E, ha fallito nel comprendere che con un progetto del genere, o si dava un taglio esegetico più importante (le analogie con la vita sulla Terra, le divisioni tra Nord e Sud, Bianchi e Pellirossa, progresso contro conservatorismo), abbinato ad un’introspezione maggiore dei personaggi principali, oppure ne veniva fuori un prodotto (proprio perché è già stato visto tutto da chi ha più di 25 anni) inadatto a tutti se non ad un pubblico pre-adolescenziale. È così è stato.

Ci sarà un seguito? Temiamo di sì. (VOTO: 5/10)

 

Paradiso Amaro - L'Arcipelago degli Affetti

Paradiso Amaro - L'Arcipelago degli Affetti

Attesissima nuova opera di Alexander Payne, uno dei più originali e caratteristici registi statunitensi degli ultimi quindici anni (seppur non particolarmente prolifico), Paradiso Amaro è la storia di una fine e di un inizio.

Matt King (George Clooney), avvocato e ricco proprietario terriero alle Hawaii  in rappresentanza di una ricca famiglia di cugini uniti però soltanto dalla ricca proprietà comune, sta per chiudere la prima parte della sua vita: sua moglie sta per morire in seguito ad un incidente e, prima di staccare le macchine che la tengono in vita, deve avvertire tutti coloro che la amavano. Scopre però che la moglie aveva una relazione clandestina, e stava per chiedergli il divorzio…

Ambientata alle Hawaii, il film vedrà Matt impegnato a recuperare il rapporto con le figlie, ormai parzialmente compromesso (soprattutto con la maggiore), cercare di portare a buon fine la vendita di un angolo di paradiso spinto dai cugini, e, infine,  incontrare quello che era stato l’amante della moglie. Paradiso Amaro è un film che parla di legami, quelli meramente formali del sangue, e quelli invece creati e coltivati giorno dopo giorno… non perché siamo nati da uno stesso progenitore siamo legati, ma nell’energia che ognuno dedica all’altro, per il tempo che si passa assieme. Non incidentalmente, come ribadito nel film, il film è ambientato in un arcipelago, metafora dei nostri affetti, non cristallizzati, non dovuti… ognuno un’isola che, in mancanza di quella energia, tende ad allontanarsi dalle altre. Una reazione esogena, dove ognuno dà e riceve… alla fine della pellicola, sarà molto più “famiglia” Sid (amico apparentemente superficiale della figlia, ma con una ingenua e sincera saggezza di fondo) che qualsiasi dei cugini di Matt, che addirittura festeggiano la vendita della proprietà mentre la moglie di Matt muore.

Molto intensa la performance di George Clooney, qui un imbolsito Giobbe mimetizzato con sformate camicie a fiori in mezzo alla popolazione locale, ma che imprime al suo personaggio un misto di amarezza per il tempo perso e di volontà nel far funzionare le cose per le persone che ama… è di fronte ad un nuovo inizio, consapevole di quanta energia sarà necessaria. Nomination all’oscar meritata, interessante vedere se bisserà il premio ottenuto con Syriana. Molto più simile a A Proposito di Schmidt piuttosto che Sideways, Paradiso Amaro rappresenta una storia intensa e reale… Curiosa la scelta di non tradurre il titolo originale The Descendants (ovvero i Discendenti o Gli Eredi, sia nel senso della famiglia stretta che dei cugini che discendevano dallo stesso proprietario terriero), che ovviamente ha tutt’altra capacità evocativa. Da comprendere nel suo senso più profondo ed universale. Voto: 7,5/10

 

L'Arte Di Vincere - La Vita è una Cosa Seria

L'Arte Di Vincere - La Vita è una Cosa Seria

Sarebbe stato molto facile per il regista Bennet Miller (che aveva diretto il meraviglioso Truman Capote nel 2005) mettere insieme una bella storia di sport (vera) e Brad Pitt e farne un bel blockbuster con lacrimoni, rivalse, perdenti che diventano vincenti, ecc. Invece Miller sceglie di raccontare una bella storia di sport (vera) mostrandoci il dietro le quinte, tutto quello che non si vede sul campo, dietro le scrivanie, tra manager sportivi maneggioni, allenatori cialtroni, talent-scout improvvisati. In effetti, più che l’Arte di Vincere, sarebbe stato opportuno intitolare il film La Scienza di Vincere.

La trama narra di Billy Beane, ex mancata promessa del baseball, e general manager degli Oakland Athletics che, nel 2002, riuscirono a stabilire il record delle vittorie di fila della Lega di Baseball USA, ma quello che fu più incredibile fu che non si trattava degli Yankees o dei Giants, ovvero squadroni multimiliardari tipo Milan o Inter nostrani, ma di una squadra che aveva avuto un’idea rivoluzionaria, ovvero applicare il metodo scientifico alla scelta dei giocatori da mettere in campo. Si fa aiutare in questo da un giovane nerd statistico, Peter (Jonah Hill), che diverrà il suo braccio destro.

Proprio l’approccio di Miller al racconto, rende quasi marginale l’aspetto dello sport, rendendolo più una metafora delle nostre scelte che il succo del racconto stesso… si potrebbe dire che, da questo punto di vista, L’Arte di Vincere è l’esatta antitesi di un altro classico dello sport, Ogni Maledetta Domenica, quello sì basato sulla motivazione, sul sudore, sulla spettacolarizzazione dell’immagine… antitesi in tutto eccetto in un concetto, fondamentale: lo sport di squadra, come la vita, è sinergia. Ognuno completa ed è completato dall’altro, la luce di ciascuno può essere potenziata, o limitata, dalla luce dell’altro; nessuno può vincere da solo, ma solamente quando i suoi punti di forza diventano un asset del gruppo.

Bravissimo Brad Pitt, che interpreta questo personaggio così difficile da leggere, superstizioso ma pragmatico, perfezionista e proprio per questo perennemente in tensione, neanche la vittoria sembra essere il suo obiettivo, quasi come dovesse dimostrare qualcosa a se stesso, più che agli altri…  e pur fidandosi ciecamente dei numeri, anche lui migliorerà quegli aspetti di interazione col team che lui non aveva considerato inzialmente.

Si scontrerà con quel mondo del baseball fatto tutto di pancia, di istinto, di cuore, ma anche di bugie, di approssimazione; e di rituali di negoziazione  e interazione con manager e giocatori. Un mondo che lui sfiderà con la forza dei fatti e l’ostinazione del perfezionista… Così concentrato su quella perfezione , da non rendersi  conto di perdersi la bellezza del momento.  Riuscirà alla fine a coniugare l’Arte di Vincere con l’Arte di Vivere?

L’Arte di Vincere è un film per queste caratteristiche abbastanza unico nel suo genere e merita di sicuro di essere visto; regia ottima, asciutta, musica tesa; bene oltre a Pitt e Jonah Hill (Peter), i giocatori di baseball. Se proprio vogliamo trovare un neo è invece l’utilizzo di due ottimi attori come Philip Seymour Hoffman e (soprattutto) Robin Wright in ruoli assolutamente marginali. A parte questo, però, davvero 2 ore di riflessioni ben spese, anche per chi (o soprattutto per chi) non ama i film sullo sport. VOTO: 8,5/10

 

J. Edgar - La Solitudine del Potere

J. Edgar - La Solitudine del Potere

Qualche anno fa Robert DeNiro ci presentò il creatore della CIA ne L’Ombra del Potere, stavolta tocca a Clint Eastwood regalarci il biopic del creatore del FBI, John Edgar Hoover.

Hoover è stata una figura controversa nel panorama storico e politico statunitense: un personaggio con una concezione moderna della polizia, che innovò profondamente ed in modo intelligente il modo in cui l’informazione veniva centralizzata (laddove prima di lui ogni stato dell’Unione agiva per conto proprio) ed indagata ed analizzata in modo scientifico (l’uso delle impronte digitali e la ricreazione in laboratorio della causalità del reato sono sue intuizioni), tuttavia non fu immune a molte derivazioni liberticide dello stesso ruolo  (come nei rapporti con il movimento di Martin Luther King), all’uso strumentale di prove raccolte illecitamente (suoi gli archivi di dossier sui personaggi politici e pubblici e sue le prime intercettazioni “ad orologeria” da usare come forma di ricatto), nonché all’uso a fini coercitivi del potere di polizia.

Eastwood racconta dunque la parabola del fondatore del FBI, da giovane tenace e volitivo, a neo-direttore entusiasta ed energico che cattura Dillinger e vari gangster negli anni ’20 e ’30 e risolve con tenacia e dedizione assoluta il rapimento Lindbergh, a consolidato e solitario padrone del suo potente giocattolo per quasi 50 anni, fino al 1972, anno della sua morte. Pur delineando bene questa parabola di uomo di potere, Eastwood concentra però il proprio obiettivo sulla vita personale di Hoover, facendo raffigurare a Leonardo Di Caprio (ottimo, ma sarà sufficiente per l’oscar?) un uomo maniacale, astuto, fragile, tormentato e dai difficili rapporti interpersonali: un padre che soffrì di demenza negli ultimi anni di vita, e di fatto assente;  una madre  (Judi Dench, strepitosa) di contro forte ed altamente influente, che amava e lo amava in modo assoluto, che lo aiuta a superare la balbuzie, lo sostiene nei momenti di dubbio, tuttavia ne soffoca l’omosessualità fino a renderlo un infelice; un’assistente leale (Naomi Watts, sempre molto intensa), unica amica ed unica donna con cui si sentisse a proprio agio, e che seppellirà con lui il suo famigerato archivio, quando arriverà il momento; ed il  fedele amico e braccio destro Tolson (Armie Hammer), legato a lui da un affetto che va al di là dell’amicizia, ma che non sarà mai reso pubblico, e relegato in una specie di limbo privato, in cui Hoover e Tolson vivranno per più di cinquant’anni.

Il film si presenta ricco di aneddoti e sfaccettature, come il vero motivo per cui John Hoover divenne J.Edgar Hoover, la passione per i fumetti ed i film polizieschi, l’avversione per il ballo, ed il desiderio di essere amato dal Paese che lui amava così tanto da sacrificare la propria vita personale… l’immagine ricorrente di lui che si affaccia dal proprio ufficio di Washington DC alle parate di insediamento dei vari Presidenti (ne vedrà ben sette), una specie di Papa laico che benedice il nuovo Cesare, ma senza esser corrisposto da nessuna folla di fedeli, almeno non suoi, ne è forse l’immagine iconica.

Eastwood, in un film che non passerà alla storia per il suo migliore, ci consegna dunque l’immagine di un uomo solo ed assoluto, preferendo indagarne luci ed ombre personali, rispetto all’aspetto storico, che pur ben fatto, risulta un po’ troppo lineare e tutto sommato prevedibile. Nota di merito per la musica, come sempre un punto di forza nei film del buon Clint, un po’ meno  il trucco un po’ posticcio per invecchiare i personaggi principali (soprattutto Armie Hammer sembra un po’ fuori luogo).  In definitiva: Clint è sempre Clint, ma forse è lecito aspettarsi qualcosa di più. VOTO: 7/10

 

La Talpa -L'Estetica del Tradimento

La Talpa -L'Estetica del Tradimento

Se mai ci fosse stata una dimostrazione di come un film sia una sinergia di vari elementi, dove nessuno è di per sé sufficiente a garantirne il valore, ma dove la somma è superiore all’insieme dei singoli, bene, questa dimostrazione è La Talpa.

Lo svedese Tomas Alfredson affresca l’opera di Le Carrè su un infeltrito paesaggio europeo degli anni ’70, un film di spionaggio che, per il ritmo dilatato e la cura del dettaglio, ricorda davvero le migliori produzioni del genere di una quarantina di anni fa. George Smiley (Gary Oldman)  che, ironia della sorte, non sorride mai una volta nel film, ha il compito di scoprire chi è la talpa all’interno dell’ufficio (ovvero il Servizio Segreto di Intelligence Britannico, soprannominato affabilmente il “Circus”); ritiratosi (forzatamente) insieme al suo capo (John Hurt, il cui personaggio è noto semplicemente come “Controllo”), viene proprio richiamato inaspettatamente in servizio per indagare sulla morte di uno degli agenti del Circus in seguito ad una soffiata… ma questa soffiata c’è stata? O è solo una leggenda usata per mascherare l’incompetenza ed inefficacia dell’ufficio rispetto alla macchina da guerra sovietica?

Punti di forza di questo film sono senz’altro le interpretazioni, garantite da un cast di lusso (inimmaginabile per una pellicola nostrana).  Emerge ovviamente Gary Oldman, in questa figura di apparentemente grigio servitore dello stato, una specie di Giulio Andreotti con grandi archivi, grande memoria, ed un network di conoscenze sterminato… ma dotato di questa vita segreta ricca di ambizioni e desideri (ben rappresentato dalla moglie di lui, così scintillante ed in contrasto con il marito –e vista sempre di spalle- quasi come se lui fosse una falena che non può realmente possedere la luce, ma solo sbatterci contro), che ha sacrificato per un bene superiore e che, però, proprio come sua moglie, non comprende mai bene fino in fondo. Troverà il riscatto alla fine del film?

Oltre ad Oldman, assolutamente da vedere sono anche il potente, astutissimo, sgraziato e sgradevole Controllo (John Hurt), il patetico e ambizioso Alleline (Toby Jones), il quasi-wildiano Haydon (Colin Firth), ed il dolente Prideaux (Mark Strong); ma davvero il film è un gioco corale dove ognuno gioca ottimamente la sua parte e valorizza a sua volta il contributo degli altri, nel complesso gioco di scacchi impostato da Alfredson, dove ognuno sacrifica l’altro per raggiungere un qualche obiettivo, e dove la lealtà, sbandierata come l’unica cosa che conta, perde significato… basti pensare a Controllo/Hurt che stima profondamente il suo vice Smiley/Oldman, eppure lo inserisce in una lista di sospetti, ed eppure chiede, quando arriva il momento del suo pensionamento, che lo stesso Smiley sia (professionalmente) “seppellito” con lui, e non promosso nel suo posto.

Ottima la regia di Alfredson, che appare molto sicura e supera alcune lentezze e lungaggini della sceneggiatura (soprattutto nella parte centrale) con un senso dell’immagine stilisticamente molto raffinato e d’impatto, che costruisce  le scene come all’interno di finestre ed oblò, dettagli di una tappezzeria di rombi, quadri,  principi di galles che coordinano abiti, persone, ambienti… con il verde, l’arancio, il marrone, il grigio e quei colori che sfumano e definiscono la realtà del presente, rispetto al romanticismo dello spionaggio pionieristico e goliardico che affiora nei ricordi delle feste di natale del Circus stesso, flashback che rappresentano la perla del film stesso, sapientemente inseriti qui e là, e che contengono tutta la verità di cui c’è bisogno... Se saputa interpretare. Voto: 7,5/10