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Le Idi di Marzo – Tu Quoque…

Le Idi di Marzo – Tu Quoque…

Niente da dire: ormai George Clooney è una garanzia. Se si esclude il tremendo In Amore Niente Regole (e già il titolo in italiano era da denuncia penale rispetto all’originale…), e che vi piaccia o no il suo faccione sornione, la sua costante presenza nel gossip internazionale (apparentemente non intenzionale), qualche gigioneria di troppo, Clooney è l’erede di quel filone unico USA che mette al servizio lo Star System all’l’impegno civile, la critica ragionata al nostro mondo, le contraddizioni del sistema e interne ad ogni individuo.

Come evoca il nome stesso, Le Idi di Marzo è una tragedia moderna ambientata nel mondo politico di oggi, dove ognuno è impegnato a pugnalare l’altro, non per malvagità, ma semplicemente perché sono le regole del gioco. Steven Meyers (Ryan Gosling, in stato di grazia) è l’addetto stampa del candidato alle Primarie Democratiche Mike Morris (George Clooney), intelligente e idealista; ma anche lui sarà fagocitato dal sistema. Ogni debolezza, per quanto umana, per quanto comprensibile, per quanto ininfluente, viene utilizzata come arma: da avversario politico ad avversario politico, dalla stampa ai propri informatori, persino tra capo e collaboratore. Se ci fosse stato bisogno di ribadirlo ancora una volta, Le Idi di Marzo rappresenta la politica come un Male necessario, dove veramente il fine giustifica i mezzi, non come compromesso, ma come dato di fatto, purché non vengano resi noti all’elettorato. Anche Morris, apparentemente il volto nuovo e pulito in cui Meyers crede ciecamente, sarà costretto al gioco, ma non per aspetti politici… e da qualcuno di inaspettato. Cerca abbastanza nei cassetti di ciascuno, e ci sarà di sicuro qualcosa pronto ad essere strumentalizzato: magari non vero, magari irrilevante, come un graffio sulla superficie; ma se tutti gli squali ci si gettano sopra, riusciranno a sbranare la preda… in attesa della prossima, o di essere loro stessi la preda.

Seppur non particolarmente originale, il film di Clooney, alla sua quarta regia sul grande schermo, ha una trama solida, tesa, non scontata, ottimi dialoghi e un cast di fuoriclasse gestiti al meglio. Una spanna sopra tutti Ryan Gosling (il primo piano finale, con il suo sguardo e gli angoli della sua bocca che cambiano impercettibilmente, ma visibilmente è un esempio di Programmazione Neuro-Linguistica applicata; così come è notevole la credibilità del suo viaggio all’Inferno – senza ritorno) e Paul Giamatti (nel ruolo del capo dello staff avversario; apparentemente innocuo, ma assolutamente mefistofelico appena mostra le zanne), splendidamente valorizzati dal Clooney regista (molto bravo nel fare un passo indietro rispetto ai protagonisti, così come era successo In Good Night and Good Luck, ma comunque giocando bene di squadra come interpretazione). Ed anche Philip Seymour Hoffman, imperscrutabile e calcolatore, e Marisa Tomei, splendida mercenaria della stampa, sono bravissimi. Il film di Clooney risuona di Tutti Gli Uomini del Presidente, de Il Candidato, e più recentemente, di Syriana, di State of Play e Nessuna Verità, combinando il tutto con efficacia e misura. Cinema USA al suo meglio. Da vedere. VOTO: 8,5/10

 

Mosse Vincenti - La Cosa Giusta

Mosse Vincenti - La Cosa Giusta

Film selezionato al Sundance Festival, Mosse Vincenti è un buon rappresentante del cinema indipendente USA. Il regista (anche attore e sceneggiatore di Up, vincitore di un Oscar) Tom McCarthy è alla terza opera, ed era atteso al varco dopo l’ottimo L’Ospite Inatteso.

Mosse Vincenti racconta la storia di Mike Flaherty, avvocato di provincia nel New Jersey, brav’uomo che fa fatica ad arrivare alla fine del mese, essendosi specializzato nell’aiutare vecchietti spiantati… Trova sollievo nell’allenare la squadra di lotta greco-romana del liceo locale (lui stesso era stato un buon lottatore). La sua vita cambia quando decide di fare da tutore ad uno dei suoi clienti, per intascare la provvigione di 1500 dollari al mese (ma comunque mandando il vecchietto in una casa di riposo); e quando arriva del tutto inatteso Kyle (Alex Shaffer), in visita al nonno ed in fuga dalla madre tossico-dipendente. Dopo l’iniziale diffidenza, Kyle viene ospitato dallo stesso Mike, ed un po’ alla volta conquista la famiglia dello stesso Mike… maltrattato dalla vita, Kyle trova una nuova dimensione ed una “vera” famiglia. Con una sorpresa: Kyle è un fuoriclasse di lotta, e viene arruolato nel team del liceo. Quando tutto sembra andare per il meglio, rispunta la madre del ragazzo…

Davvero ottime le interpretazioni di Paul Giamatti (ormai una sicurezza anche in film non propriamente belli, vedi Lady in The Water) ed il giovane Alex Shaffer, così come emerge bene Amy Ryan, nella parte della moglie di Mike, e Bobby Cannavale, nella parte buffa ed ambigua dell’amico di lui Terry. Un film piacevole e ben costruito, semplice ma pulito (ottimi i dialoghi, si vede il tocco del regista-sceneggiatore), Mosse Vincenti è un film del filone classico USA del confronto tra adulti, affannati nel cercare soluzioni come si può e giustificati dall”avere famiglia” e quello degli adolescenti, pieno di incertezze ma anche di speranze e in definitiva limpido ed onesto nonostante quello che gli serva il piatto della vita. Kyle in particolare ne rappresenta i privilegi della naturalezza e della bellezza soprattutto quando si esprime nella lotta: spesso ci rendiamo conto dei privilegi della nostra giovinezza quando ormai è passata, ma non è così per Kyle, che, nella purezza dei suoi 16 anni, sembra comunque più maturo degli adulti. Bellissimo il dialogo in cui Mike gli chiede “com’è essere così… in controllo della propria vita? Deve essere bellissimo”. Kyle gli risponde con tono tranquillo “lo e’”.

Quanto costa essere “in controllo della propria vita”, ed il fare la cosa giusta, Mike lo scoprirà in fondo. Quello che per è un’adolescente è naturale, per l’adulto è una scelta. VOTO: 7/10

Real Steel - Sotto l'Acciaio

Real Steel - Sotto l'Acciaio

Mixate bene un po’ di Warrior, Rocky, Transformers, fatelo distribuire dalla Walt Disney e cosa ottenete? Real Steel.

Il film, basato vagamente su un racconto di Matheson (lo stesso di Io Sono Leggenda e The Box), narra di un ex pugile, ora allenatore/pilota di robot da combattimento, (Hugh Jackman)  che nel prossimo futuro prenderanno il posto degli esseri umani nella boxe, che insieme al figlio (appena ritrovato, ma solo temporaneamente), sfideranno il cattivissimo e cromatissimo robot campione del mondo, di proprietà di una multinazionale russo-giapponese, con Atom, un vecchio robot ripescato dal ferrovecchio…

Come si può immaginare dalla trama, Real Steel apre la stagione natalizia dei film per la famiglia con un buon prodotto, diretto da Shawn Levy di Una Notte al Museo. Gli ingredienti per una serata di popcorn e buoni sentimenti ci sono tutti: il padre che impara ad amare il figlio e recupera il rapporto con la bella (Evangeline Lilly della serie Lost), il trio di perdenti (padre, figlio e robot) che con un po’ di fortuna e qualche asso nella manica (nascosto sotto la scorza indurita di tutti e 3), riescono ad ottenere la chance più importante della vita. Come nel Mago di Oz, il cuore è la parte più importante dell’Uomo di Latta, non la sua corazza.

In definitiva, si tratta di un film “artigianale”, nel senso che è costruito e sviluppato nello stile più classico di Hollywood, con qualche spunto simpatico (la scena finale è una citazione-facile facile- di… indovinate quale film? Con tanto di musica ispirata allo stesso film), qualche ammiccamento di troppo al pubblico di teenager, che comunque è il target del film (la scena del balletto col robot), e qualche occasione mancata (Atom, che è dotato di una particolarissima capacità di riproduzione dei movimenti – non più sviluppata in modelli successivi- sembra nascondere un segreto, come suggerisce il bambino e una scena dove il robot si specchia e sembra avere una sua consapevolezza/anima. Peccato perché si poteva sviluppare davvero su una strada interessante).

Poco altro de segnalare, tutto onesto e poco più, qualche punto in più per la qualità delle animazioni dei robot (ormai gli effetti digitali sono indistinguibili dalla realtà). Intendiamoci, anni luce dai cinepanettoni nostrani… VOTO: 6,5/10

 

Warrior - Per Cosa Combattiamo

Warrior - Per Cosa Combattiamo

In questo film di O’Connor, due fratelli si trovano a competere in un torneo di Mixed Martial Arts (un incrocio di pugilato, lotta libera e greco-romana, e thai-boxe).  Per il maggiore dei due, Brendan (Joel Edgerton), è l’ultima possibilità per salvare la sua casa dal pignoramento: aveva infatti lasciato questo sport per dedicarsi all’insegnamento della Fisica ed alla famiglia. Per il minore Tommy (Tom Hardy), è l’ultima cosa che gli è rimasto: ex bambino prodigio, ex marine, senza una famiglia. Tra i due, il padre Paddy (Nick Nolte), reo di aver sfasciato la famiglia per problemi di alcohol e per egoismo.

A prima vista, Warrior sembra un mix (proprio come lo sport di riferimento) di Rocky (c’è anche una strizzatina d’occhio ad Ivan Drago), Karate Kid ed un qualunque film di Jean-Claude Van Damme, in realtà nasconde molto di più. Il sudore, il sangue, la violenza molto esplicita di uno sport altrettanto esplicito, i corpi coperti di tatuaggi e martoriati dai colpi; facciamo tutto per la motivazione, la motivazione ci spinge, ci nutre, perché quello che facciamo alla fine è quello che siamo.

Ognuno di noi trae motivazione dentro di sé e dalle esperienze che abbiamo vissuto. Questa cosa di cui ci nutriamo ci plasma, anche fisicamente, emotivamente, spiritualmente, ma non tutto (proprio come il cibo) è buono per noi.  Questo rappresenta il film di O’Connor attraverso il racconto di Brendan, faccia buona, bravo ragazzo, un po’ troppo giudice, ma sostanzialmente retto. Il suo stile di combattimento è intelligente, tattico, equilibrato; accompagnato dall’amico-allenatore e dalla musica di Beethoven. E attraverso il racconto di Tommy, enigmatico, introverso, sofferente. Uno stile di combattimento feroce, rabbioso, fulmineo. Il suo allenatore è il padre, che è disposto a mendicare briciole di affetto di questa rabbia, pur di poterlo vedere almeno per la durata del torneo; è l’unica persona che lo accompagna sul ring, e alla fine neanche lui. Nessuna musica ne accompagna l’ingresso in quella gabbia di ring, che non protegge gli altri da lui, ma lui dagli altri, capaci solo di averlo ferito dove fa davvero male.

Warrior è ben fatto da un punto di vista tecnico, fotografia, scene di combattimento, colonna sonora e commento musicale di archi, tutto veramente d’effetto. La storia è raccontata molto bene, con equilibrio senza perdere di vista né la psicologia dei personaggi né il gusto dello spettacolo (seppur non per tutti) ed è interessantissimo il parallelo disegnato attraverso Moby Dick (audiolibro ascoltato da Nick Nolte durante tutto il film) a sottolineare il confine tra ossessione e motivazione: qual è il motivo per cui combattiamo? Ne vale la pena? Uccideremo la Balena Bianca o ci ucciderà lei? Possiamo cambiare il destino? E perché vogliamo farlo?

Ultima nota di merito per gli attori Joel Edgerton e Tom Hardy, che davvero devono aver avuto una gran motivazione per fare un film provante come questo. In particolare Tom Hardy è un ottimo mix di fisicità, rabbia e tenerezza, e ha tutte le carte in regola per  interpretare un  grande Bane nel nuovo Batman di Cristopher Nolan. Voto: 7,5/10

 

 

A Dangerous Method - Il Triangolo No...

A Dangerous Method - Il Triangolo No...

Cronenberg illustra il triangolo (virtuale) tra Carl Jung, Sigmund Freud e Sabine Spielrein nel primo quarto del ventesimo secolo… Basato su una pièce teatrale, a sua volta tratta da un libro (già questo dà un primo senso di polpettone della domenica sera…), A Dangerous Method risulta un’opera narrativa piuttosto verbosa e statica. I personaggi sono tutto sommato ben delineati dall’inizio, anche se, forse proprio per questo, alla fine risultano piuttosto didascalici e bidimensionali. Jung, curioso, intuitivo, contradditorio; Freud, dogmatico, scientifico, razionale; la Spielrein destinata ad essere vittima (consapevole) di se stessa, intrappolata tra il martello e l’incudine. Di fatto, neanche  una volta nel film questi personaggi escono dalla loro parte, ogni azione è perfettamente prevedibile. I dialoghi non sopperiscono, purtroppo, alla mancanza di sviluppo della trama. Anzi, il film di per sé sembra una sequenza di episodi piuttosto che un’opera unica.

A differenza del rapporto Jung/Spielrein (piatto) e quello Freud/Spielrein (appena accennato, anche se di fatto la Spielrein, e non Jung, è la vera prosecutrice del pensiero di Freud, come si capisce nel film), il rapporto tra il maestro (Freud) e il discepolo (Jung) avrebbe senz’altro i suoi punti di interesse, anche se, fastidiosamente, i due giocano semplicemente ad interpretare i rispettivi sogni (o fanno finta di farlo) per comunicare tra di loro, questo per almeno 3 volte nel film, rendendo il gioco noioso, invece di affrontare in modo godibile, l’inevitabile divergenza dei due pensieri, e le motivazioni che sottendono (Freud rappresenta un modello scientifico avulso dalla cultura dominante, Jung è invece immerso nello Zeitgeist della propria epoca, ormai prossimo alle mitologie ed epiche dei totalitarismi del ‘900).

Purtroppo, A Dangerous Method risulta essere un’opera minore di Cronenberg, assolutamente asettica e a tratti poco ispirata, di certo non supportato dalle glaciali interpretazioni di Fassbender e Mortensen, e da quella posticcia della Knightley (altro che metodo Stanislavskij…). Anche la regia appare più adatta ad uno sceneggiato tedesco, che ad un film con queste aspettative. Si salva, a sorpresa, il quasi cameo di Vincent Cassel, nella parte dell’erotomane e nichilista Otto Gross, che dà un senso di leggerezza e calore nella sua visione del personaggio.

Per alcuni versi questo film ricorda (con pregi e difetti) il Kinsey di Bill Condon...  Evidentemente la tematica dell’Eros studiata in modo quasi entomologico deve essere piuttosto complessa da riportare sullo schermo, anche per un maestro certo non timido come Cronenberg. In definitiva, un film che si perderà presto nella memoria. Peccato, perché i presupposti per una pellicola interessante c’erano tutti. Voto 6/10

This must be the place - Alla Ricerca Del Tempo Perduto

This must be the place - Alla Ricerca Del Tempo Perduto

Paolo Sorrentino, dopo Il Divo che lo ha di fatto reso noto al pubblico fuori dai confini italiani, scrive e dirige il suo primo film internazionale, che si estende dall’Irlanda agli Stati Uniti. Lo fa con un film di ricerca, nel senso che la pellicola narra di un ex pop star (interpretato da Sean Penn ed ispirato nel look a Robert Smith dei Cure), intrappolato nel suo personaggio (ed ossessionato dal suicidio di due suoi fan) ed ormai ritiratosi dalle scene da 20 anni, che scopre l’ossessione del padre appena morto: l’umiliazione ricevuta da un gerarca nazista durante la sua prigionia nel campo di concentramento. Decide così di chiudere il cerchio che il padre, con il quale non parlava da 30 anni, non era riuscito a chiudere ovvero, trovare il criminale nazista e vendicarsi…

Prende così vita la storia di Cheyenne, malinconica maschera che attraversa gli Stati Uniti più rurali ed impervi, con il suo trolley (simbolo di tutto il peso di rimorsi e rimpianti di una vita) alla ricerca della nemesi di suo padre, ed incontra i personaggi più disparati, ognuno con una sua visione delle cose… ed accompagnato da una voce fuoricampo che sarà rivelatrice alla fine. Cerca la vendetta? Cerca suo padre? Cerca sé stesso?

Gli elementi cruciali del film sono lo spazio ed il tempo… lo spazio dei luoghi che attraversa Cheyenne, quasi come fosse raffigurato nei quadri di Hopper, immobili eppure inquieti, riflettono l’assolutezza dello spirito e dell’anima, immemori. Il tempo come sostanza della vita delle persone, come investimento necessario. Il tempo vissuto come ossessione (dal padre di Cheyenne, dal cacciatore di nazisti), come noia (da Cheyenne stesso), ma soprattutto come attesa (dalla madre del figlio scomparso, o di quello impaurito dall’acqua, del nazista stesso). Il tempo ben speso come unico modo di vivere appieno la vita, come la dimensione in cui vivere o non vivere, come fanno i protagonisti. Emblematica la scena in cui un uomo incontrato in un bar del Michigan chiede stupito a Cheyenne “ed una volta che avrai trovato quel nazista, che ci farai?”. Ovviamente non c’è risposta. Il tempo deve essere speso oculatamente, o viene sprecato (così come le azioni sul mercato che ha investito lo stesso Cheyenne).

Solo quando Cheyenne impara ad usare il proprio tempo, allora cresce (anche da un punto di vista esteriore, come si vedrà nel film), e la vita torna a scorrere, ben spesa. E senza più trascinarsi nessun trolley. 

come sottolinea la canzone dei Talking Heads...

"Evviva ho un sacco di tempo
evviva i tuoi occhi brillano
e sei qui a fianco a me
adoro il passare del tempo
mai per il denaro
sempre per l’amore 

copriti e dimmi buonanotte, buonanotte"

Molto bella la regia di Sorrentino, con ampie inquadrature che disegnano le scene e suggeriscono stati d’animo, alternate a primi piani intensi sulle rughe e le linee dei volti degli interpreti e con la musica di David Byrne che sottolinea i vari momenti...Ottimo Sean Penn, che dipinge il suo Cheyenne, bambino pop star mai cresciuto, che interrompe un'apparente apatia con momenti divertentissimi e lampi di lucidi aforismi.

Con tutta probabilità, TMBTP non è un film al livello de Il Divo, e altrettanto probabilmente, questo film non incontrerà i gusti del pubblico d’oltreoceano, il suo target principale, ma si tratta senz’altro di un’opera ottima e degna di nota nel panorama attuale degli autori italiani… 2 ore di tempo ben speso. Voto: 7.5/10


 

Drive - La Natura dello Scorpione

Drive - La Natura dello Scorpione

"Drive" è una parola complessa in inglese... al di là dell'ovvia traduzione relativa al guidare, significa anche motivazione, impulso, volontà, ed anche conficcare (particolare quest'ultimo da non sottovalutare). In buona sintesi, il film di Winding Refn è tutto in questa ambiguità, dalla trama sembrerebbe essere un film stile Fast & Furious, con inseguimenti in auto, rapine, trappole, vendetta, ma in realtà racconta la storia di un uomo che si identifica totalmente in quello che fa, nel qui e nell'ora. Sappiamo pochissimo del protagonista, interpretato da un Ryan Gosling quasi ipnotico, che appunto non ha neanche un nome, ma solo l'appellativo con cui si riferiscono a lui i clienti... Driver appunto. Non si sa da dove viene, e realmente non sappiamo che vita conducesse, ma quello che fa lo fa a livello maniacale, e con freddezza e precisione letali. E' evidente che ha avuto un passato violento, ed ha appreso tecniche letali e tattiche quasi prodigiose, nascondendole sotto la semplicità e la purezza di un meccanico/pilota/stuntman, sebbene conduca ("drive") una doppia vita, evidenti vestigia di quello che era. Dotato di un codice d'onore, non sappiamo le motivazioni che lo guidano (ancora il "drive"), non sappiamo cosa animi le sue decisioni, ma ne osserviamo la totale perfezione ed essenzialità dei suoi gesti, anche violenti, ma mai eccessivi rispetto al suo obiettivo. Per tanti versi, Drive incrocia Man On Fire con A History of Violence, imbevuto da Winding Refn di questa luce dorata che pervade tutta la fotografia del film... per gli amanti dei fumetti, il personaggio ricorda il miglior Punisher (sfortunatamente mai rappresentato così bene sul grande schermo). Emblematico il giubbotto del protagonista, quasi il suo costume da supereroe, con uno scorpione sulla schiena, dai molti significati: astrologico (tradizionalmente lo scorpione è il segno più misterioso dello zodiaco); tecnologico (è il simbolo della Abarth, l'azienda che modifica le auto comuni rendendole dei bolidi - non casualmente, la persona che cerca di aiutare si chiama Standard!); narrativo (la storia dello scorpione e della rana, che lo stesso Driver racconta quasi alla fine). Winding Refn ci racconta con una regia molto curata ed a tratti brillante il tentativo di redenzione di una persona che ormai ha tagliato fuori dalla sua vita tutto (il suo appartamento è peraltro quasi vuoto, con solo un tavolo dove modifica parti meccaniche) ed intravede una normalità/redenzione nella famiglia della porta accanto. Quella luce dorata che, consapevolmente o meno, gli sfugge. E' la natura dello scorpione. E così termina il film, con Driver che sceglie di fare quello che fa al meglio e che ne rappresenta l'essenza. Ottimo Ryan Gosling (piccola curiosità: indovinate di che segno è?), adeguato il resto del cast. Una nota di merito per le musiche, che causano un piacevole contrasto con la crudezza delle immagini, ed associate ai titoli di testa e di coda rosa shocking danno un non so di chè di American Gigolo al film (altro film su un tentativo di redenzione). In definitiva, un film forse non perfetto, ma che tiene incollati allo schermo e che nasconde più di quello che è all'apparenza: l'essenza dell'essere umano. VOTO: 7,5/10


 

L'Alba del Pianeta Delle Scimmie - Dall'Evoluzione alla Rivoluzione

L'Alba del Pianeta Delle Scimmie - Dall'Evoluzione alla Rivoluzione

Dopo il flop di Tim Burton nel 2001, che aveva tentato di rinverdire una delle principali saghe di fantascienza "pop" di tutti i tempi (al pari di Guerre Stellari e Star Trek), gli scettici aspettavano al varco questo secondo lavoro di Rupert Wyatt. Ebbene, il regista ci sorprende con una rivisitazione ed un innesto all'interno della saga che rispetta molti dei miti e della simbologia sociale presenti nella pentalogia originale, ma non si limita ad una mera ricompilazione di quanto già detto semplicemente adattando il linguaggio narrativo e visivo al 2011 (cioè ben 43 anni dopo l'originale), ma anche rimodellando quelle incongruenze, che necessitavano di anche troppa "sospensione del giudizio" nella versione originale. Di fatto, il film è sia un reboot che una riscrittura della saga originale che aveva come cardine un paradosso temporale (cioè, che Cesare, la scimmia che poi sarà a capo della rivoluzione, proviene dal futuro), qui rimossa in favore di una mutazione provocata dall'uomo e, (in pieno stile fumetto Marvel, che ne pubblicò le storie negli anni '70) poi sfuggitagli dalle mani. Moltissime le strizzatine d'occhio al film del '68 (la madre di Cesare si chiama Bright Eyes, come era stato soprannominato il protagonista umano -interpretato da Charlton Heston- nell'originale; l'orangutan, primo alleato di Cesare, si chiama Maurice, in onore a Maurice Evans che interpretava il ruolo dell'orangutan Zaius; la scena dove Cesare viene messo all'angolo con un getto d'acqua, è praticamente una replica di una scena emblematica); ed inoltre offre una chicca, cioè il motivo per cui la piccola scimmia viene chiamata Cesare, che di fatto era rimasta irrisolta nella prima serie (anzi ne era un'incongruenza, visto che il piccolo era stato battezzato Milo dai genitori). Detto questo, il film si divide in due parti: l'educazione del giovane Cesare e la presa di coscienza di ciò che è necessario fare per emancipare il proprio "popolo" e guidarlo alla libertà. La trama è ovviamente lasciata aperta con uno stratagemma che riprende la saga originale (il virus), ma con una spiegazione decisamente più plausibile. Da un punto di vista delle interpretazioni, la parte del leone (scusate la battuta) la fa Cesare, scimmia a cui Andy Serkis dona un'espressività umana ed animale allo stesso tempo (come già aveva fatto in King Kong), insieme ad i suoi sostenitori scimpanzè, gorilla e orangutan. Adeguati e niente più i protagonisti umani (con James Franco che ancora una volta non convince più del solito 6 e mezzo), decisamente in un ruolo da comprimari. Molto buone la regia e la fotografia, con la scena dell'attraversamento del Golden Gate che è la perla del film. Da sempre Il Pianeta delle Scimmie ha avuto una forte valenza simbolica: da un lato, l'avidità ed arroganza dell'uomo che finisce con scatenare la reazione della natura ed innescarne la distruzione; dall'altro i rapporti con chi è diverso, con il modello di predominanza in opposizione a quello di pacifica convivenza (ricordiamoci che il primo film è del 1968). Il grande pregio di Wyatt è il rispetto del messaggio e della potenza evocativa della serie originale, proponendo però una modernizzazione della narrativa e dell'immagine, rivisitando ed innestando quelle parti che rendono la saga forse ancora più potente e credibile dell'originale (anche se il paradosso temporale della prima serie era una capolavoro narrativo). Il seme è gettato, rimaniamo in fervida attesa sugli sviluppi della nuova serie. VOTO: 7,5/10

Carnage - Massacriamoci, ma civilmente...

Carnage - Massacriamoci, ma civilmente...

Iniziamo con una nota, il titolo originale è God of Carnage (il Dio del Massacro, basato su un'affermazione di uno dei 4 protagonisti), passi che il titolo non venga tradotto in italiano per motivi di opportunità commerciale, o in questo caso -con tutta probabilità- religiosa, però a questo punto perché dare un titolo in inglese non suo? Lasciando stare questa piccola nota polemica, e passando al film di per sé, la trama è semplice che più semplice non si può... un bambino ferisce un altro e i rispettivi genitori si incontrano per dirimere la questione in modo civile... tutto qua. con eccezione dei titoli di testa e di coda, tutta l'azione si svolge nella casa di una delle coppie, lei bibliotecaria e scrittrice poco più che aspirante (Jodie Foster), lui commerciante di articoli per la casa (John C. Reilly). L'altra coppia è composta invece da un'analista finanziaria (Kate Winslet) ed un avvocato (Cristoph Waltz). Pur iniziando nel migliore dei modi, lo sviluppo della discussione degenererà irreversibilmente ed implacabilmente verso... il massacro (civile, beninteso). Il film , tratto da una piece teatrale, appartiene alla miglior tradizione di film d'interni statunitense, quello a cui appartengono Americani e The Big Kahuna, per intendersi, con dialoghi serratissimi e interpretazioni assolutamente superlative. Molto bello il suggerimento visivo del regista, dove inizialmente l'incontro si svolge sotto una specie di velatura, simbolo dell'ipocrisia delle nostre convenzioni, e successivamente i colori diventano più accesi, vividi... il vomito di una delle protagonista rappresenta la catarsi e l'inizio della (cruda) realtà. L'episodio dell'incidente tra i figli, diventa una scusa per parlare della condizione della civiltà occidentale, che per quanto sublimata in etichette e convenzioni (tra cui la legge), rimane solo il coperchio di una pentola di passioni e violenze in ebollizione, dove gli individui (soli) si alleano ora con l'uno ora con l'altro non per spirito di fratellanza, ma per aggredire il "diverso". Chi accetta questa condizione (i figli) vive serenamente il conflitto e le riappacificazioni, come se semplicemente fossero un alternarsi di necessarie stagioni, ed in definitiva, si adattano all'ambiente e lo accettano come un dato di fatto (il criceto, sperduto nel parco, ma finalmente fuori dalla gabbia). Ottime le interpretazioni, con Waltz (quasi un nuovo Gene Hackman) adorabilmente insopportabile nella parte dell'avvocato blackberry-maniaco, e aperto sostenitore della onesta e naturale stato di ferocia degli esseri umani, e la Foster, inconcludente progressista buonista, che cerca di educare il mondo intorno a sé, e finta pacifista che di fatto è l'elemento scatenante e a più riprese del "massacro". Comunque molto buoni sia Reilly che la Winslet. In definitiva, Carnage è probabilmente il miglior Polanski dei tempi recenti (vedi L'Uomo nell'Ombra e Oliver Twist), con una regia asciutta, ovviamente incentrata sui (magnifici) protagonisti, e, quando serve, claustrofobica. Non prende davvero posizione tra la naturale ferocia e l'ipocrita civiltà, piuttosto lo fa tra l'onestà dei ragazzi e le pretese dei genitori. I "grandi" si massacrano indipendentemente dalle loro (buone o cattive) intenzioni. Ma civilmente. VOTO: 8,5/10


 

Super 8 - Super '80

Super 8 - Super '80

Film molto atteso, vista la collaborazione JJ Abrams/Spielberg, nel suo insieme rappresenta un esercizio stilistico assolutamente notevole: quello di riprodurre le atmosfere di quel cinema delle meraviglie fine anni 70/inizio anni 80 di cui Spielberg stesso è stato il principale artefice. Da questo punto di vista, l'esperimento è perfettamente riuscito, anche e soprattuto nella scelta e caratterizzazione dei personaggi, i ragazzini in bmx e capelli vaporosi giá praticamente adulti che rappresentano la fantasia al potere come chiave di lettura universale della realtá (ed infatti hanno compreso le intenzioni dell'"altro") in opposizione al mondo degli adulti, intenti ad imporre le proprie ragioni e la propria visione del mondo. Da un punto di vista dellla narrazione visiva, come giá detto, è difficile trovare un difetto, così come le musiche in stile John Williams che risvegliano i ricordi di Goonies, ET, Explorers, Incontri Ravvicinati del Terzo Tipo, ecc.. La scena dell'incidente ferroviario di certo rappresenta, da questo punto di vista, il "picco" del film. E occhio ai titoli di coda... Dove probabilmente si poteve fare uno sforzo in più sta nello sviluppo della trama, molto professionale certo, ma assolutamente "telefonato"... come si dice nei passaggi del basket, ovvero prevedibile ed in tutta onestá molto derivativa. Al di lá del tocco horror (che evidentemente non era presente nei film di cui sopra) e del suggestivo tocco del film dentro il film (sugli zombi di romeriana memoria), sfortunatamente per chi ha visto gli originali non ci sará molto senso della meraviglia e della scoperta, che forse era il cuore dell'opera di Spielberg e dei suoi emuli. Bravissimi i ragazzini, in particolare Elle Fanning ed il patito delle esplosioni Ryan Lee (le sue interpretazioni all'interno del film amatoriale sono uno spasso), in secondo piano (credo, voluto) gli adulti, tutti un po'" televisivi". In definitiva: ottima la professionalitá e la cura con cui è stato realizzato il prodotto, 2 ore piacevoli per bambini, ex-bambini e cultori e fan dei film del periodo, ma non un capolavoro, come poteva essere dalle premesse... Rispetto a Star Trek, per JJ Abrams è un passo indietro. VOTO: 7/10

 

 

Lanterna Verde - Nel Giorno Più Splendente...

Lanterna Verde - Nel Giorno Più Splendente...

Mentre i fumetti della Marvel stanno invadendo il grande schermo, ed in attesa dei pezzi da 90 Batman e Superman, la grande rivale DC lancia uno dei suoi supereroi più popolari negli States, lo storico Lanterna Verde, da noi un personaggio di nicchia. Il poliziotto dello spazio, Hal Jordan, acquisisce superpoteri e consapevolezza nelle sue capacita, e cosi facendo salva il Pianeta e conquista la fanciulla... Niente di straordinariamente originale, ed effettivamente sono tanti i richiami ai vari Superman, Guerre Stellari, Iron Man (ed un delizioso ed ironico, vista la contemporaneita dell'uscita, riferimento allo scudo di  Capitan America), tuttavia la classicita dello sviluppo della trama, abbinato a dei buoni effetti 3D (ottimo come e' stato rappresentato il mega cattivo Parallax), e la metafora della dicotomia volonta-paura (o eros e thanatos se preferite) funziona discretamente e le 2 ore di spettacolo sono piacevoli. Discreto Ryan Reynolds nella parte del protagonista, ottima Blake Lively nella parte della bella. Buono anche Tim Robbins in una piccola parte e Mark Strong nell'ambiguo ruolo di Sinestro (occhio alla scena finale rivelatrice). In definitiva, non siamo certo al livello del Batman di Nolan, e neanche del primo Iron Man, ma senz'altro si tratta di un cinefumetto divertente e ben fatto, che probabilmente non soddisfera' i fan del personaggio (e quando mai succede?), ma tutto sommato potra' stimolare giovani ed ex-giovani a riscoprire in edicola un fumetto suggestivo e pieno di potenzialita. VOTO: 7/10