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The Last Duel – Le 3 verità di Ridley Scott

The Last Duel – Le 3 verità di Ridley Scott

Ridley Scott, uno dei grandi Maestri visivi degli ultimi 50 anni, ai duelli ci aveva già abituato: il suo primo lungometraggio è datato 1977 ed era per l’appunto I Duellanti (ottimo film, peraltro). Questo però, oltre ad essere ambientato nel tardo Medioevo (1370-1386) invece che nel ‘800, racconta di quello che sembrerebbe essere stato l’ultimo duello sanzionato da uno Stato come metodo risolutivo di un contenzioso giuridico. Seconda sceneggiatura del duo Matt Damon/Ben Affleck dopo Will Hunting del 1997, e come in quel caso, ci sono tutti e 2, Ben Affleck un po’ più nello sfondo (anche se ben delineato); sceneggiatura basata su un libro di Eric Jager, sembra su un caso vero come già detto.

Normandia, 1386. Jean De Carrouges (Matt Damon) sfida davanti al re Jacques LeGris (Adam Driver), suo antico amico ed ora rivale politico, reo di aver stuprato la moglie Marguerite (Jodie Comer).

il film si apre e si chiude con il duello eponimo, ma cosa lo rende molto interessante è che, un po’ come una vecchia canzone di Battisti (capolavoro progressive, peraltro, a nostro modesto parere), racconta 3 volte la stessa storia da 3 punti di vista, ognuno dei quali una verità. Ma quale è la verità? E davvero ne vale la pena in un mondo dove quella di chi soffre le conseguenze conta così poco?

A noi è piaciuto molto, sia nelle ambientazioni di un Medioevo cupo e fangoso, che ben rispecchia un certo stato d’animo, ma soprattutto in questa modalità di mostrare le 3 prospettive, ognuna leggermente diversa dall’altra all’apparenza, ma totalmente diversa nei panni di chi la sta vivendo. Bravissimi gli attori nel lavorare sotto traccia per rendersi “differenti” ai nostri occhi. Vedere per credere la scena della riconciliazione tra Jean e Jacques al ricevimento, una semplice stretta di mano con bacio, che è davvero un piacere vedere (e rivedere). E ci racconta un mondo, lontano ma fino ad un certo punto dal nostro, dove ognuno dei contendenti è irrimediabilmente chiuso nel proprio punto di vista, tanto che nessuno dei 2 pensa di dire una falsità, e la persona offesa, rimane semplicemente l’oggetto della contesa, strumentalizzato per sopraffare l’altro, ma mai un essere umano ferito, neanche agli occhi della Giustizia.

Ridley Scott molto “in palla”, con scene di battaglia adrenaliniche, un duello molto cruento tesissimo, e dialoghi densi di significato: e se dobbiamo scegliere uno, la conversazione quasi finale tra Marguerite e la suocera Nicole su quale sia il nostro posto nel mondo e quanto costa mantenerlo, forse lo merita, fosse altro perché viene detto una volta sola, e non tra i 2 contendenti principali, ma tra 2 donne che in questo Medioevo sembrano relegate dal mondo degli Uomini al ruolo di comparsa. Meno Medioevo di quanto sembri?

Niente da dire, Sir Ridley è una garanzia e ci piace come abbia affrontato la questione del Mee Too sulle violenze sulle donne in un modo veramente stimolante e non per forza politically correct. Lunga Vita al Sir! Granitico. VOTO: 8/10

Dune – Villeneuve alla riscoperta del Pianeta di Sabbia

Dune – Villeneuve alla riscoperta del Pianeta di Sabbia

Rassicuriamo i fan di Sting: nel nuovo Dune di Dennis Villeneuve, l’ex cantante dei Police NON appare in mutande di metallo.

Scherzi a parte, è probabile che abbiate visto il primo tentativo di portare l’opera magna di Frank Herbert sul grande schermo con la regia di (nientepocodimeno che) David Lynch (1984), film maledetto e idolatrato allo stesso momento, kitsch e immaginifico, confusionario (troppo) ma visionario. Il libro ispirò George Lucas per il suo Star Wars, Jodorowsky tentò una sua versione sullo schermo negli anni 70 (ne hanno fatto un documentario), Ridley Scott ne rifiutò la regia (per dedicarsi a Blade Runner). Fortunatamente, ci ha pensato il Villeneuve di Arrival e Blade Runner 2049 (sempre Blade Runner!) a riportarlo sullo schermo, anzi, lo stesso regista canadese ammette che i suoi primi due film di fantascienza erano volutamente stati accettati per arrivare a questo, uno dei suoi sogni, il Dune di Frank Herbert sul grande schermo.

Trama arcinota ai fan di fantascienza, ma per sintetizzare (per quanto possibile): nel 10129, l’Universo si presenta come un nuovo sistema Feudale, dove l’Imperatore governa i propri feudatari che godono di relativa libertà (purchè assoggettati al vassallaggio nei suoi confronti); la casa Atreides, una delle più potenti, viene inviata a governare il pianeta Arrakis, un deserto mortale, ma che contiene la sostanza più preziosa del mondo, la Spezia Melange, che permette di ottenere poter telepatici e telecinetici inimmaginabili. Ad opporli, la casa di Harkonnen, sostituiti proprio dagli Atreides come padroni di Arrakis. Ma il pianeta non è disabitato: i Fremen sono emarginati a casa loro  da invasori da molte generazioni, e attendono con ansia il loro messia. Per caso che sia arrivato sul pianeta nelle sembianze del giovane erede, Paul Atreides?

Se per tanti versi vi ricorda Star Wars, avete proprio ragione: come già detto, di fatto Dune ne è una delle ispirazioni, con un universo pervaso da misticismo, tirannia e messianismo liberatore (e c’è pure il pianeta desertico!). In realtà, Dune si presenta come uno Star Wars per adulti, ancora di più rispetto alla saga originale di Luke Skywalker (lasciamo stare quelle successive): qui di battute non ne troviamo, e la trama sembra quasi un intervallarsi tra realtà e sogni, tra profezie ed esplorazioni, battaglie spettacolari e fughe avventurose. Chiaramente ispirato al mondo arabo sia  da un punto di vista linguistico e culturale (costumi e tradizioni sono palesemente di ispirazione islamica e pre-islamica), sia da un punto di vista sociologico ed economico (sostituite la Spezia con Il Petrolio, L’Impero con L’Occidente e siamo dalle parti di Lawrence D’Arabia!), Dune però è molto più fedele dei suoi predecessori al testo originale. Arrakis, con i suoi costumi tecnologici eppure tradizionali, sembra un mondo perfettamente coerente, e molto meno “fantastico” di quanto lo fosse l’Universo di Star Wars. Certo, non manca l’elemento mistico, (stavolta i Jedi sono una sorellanza di streghe/maghe/sacerdotesse), ma come Villeneuve cerca di illustrare l'ecosistema di Arrakis, la sopravvivenza in un mondo arido con le tute autoalimentate, la fauna del pianeta (tipo il topolino con le orecchie che raccolgono la rugiada o il colossale verme della sabbia) rende Dune un’esperienza immersiva e molto credibile, quasi realistica.. Scenografie e fotografia super, veramente siamo alla versione fantscientifica di Lawrence D’Arabia, con i toni maestosi ma polverosi che sembrano perfetti per questo film, e naturalmente contribuiscono alla grande le musiche di Hans Zimmer.

Interpreti: sembra un all-star game, tra i vari Oscar Isaac, Stellan Skarsgaars, Dave Bautista, Jason Momoa, Rebecca Ferguson, Josh Brolin, persino Charlotte Rampling, e tutti in palla. Il protagonista è il mega-pubblicizzato Timothee Chalamet, ancora non ci ha convinto fino in fondo (anche in questo film), c’è sempre qualcosa di acquoso e artificiale nel suo sguardo, ma almeno come physique du role qui va bene (Paul è un adolescente). Idem la multietnica e politicamente corretta Zendaya; però è evidente che qui il regista ha sopperito alle debolezze degli attori più giovani.

Tutto perfetto? No. Dune appare come un mezzo film, o il primo tempo di un film (e dire che dura 2h35’), e il finale lascerà più di uno spettatore con l’amaro in bocca. Già in cantiere il secondo film, ma per ora nessuna data di uscita. CI sarebbe da dire che il giudizio su questo film è in sospeso fino al seguito (che ne sarà la conclusione – niente trilogia!). Per ora, Blade Runner 2049 ci è piaciuto (parecchio) di più, ma attendiamo fiduciosi. Diciamo che se finisce così è 5, se mantiene le aspettative è 9… dunque VOTO: 7/10

La Ragazza di Stillwater – Noi Contro Loro (o Forse No)

La Ragazza di Stillwater – Noi Contro Loro (o Forse No)

Chi si ricorda di Amanda Knox? La studentessa statunitense in trasferta a Perugia accusata, prima ritenuta colpevole, poi assolta, dell’uccisione di un’altra ragazza. Fuor di dubbio che oltreoceano, hanno pensato alla solita giustizia sciovinista e anti-yankee che affligge i loro cittadini appena varcano il confine. Da noi, invece, furono tanti quelli che sospettano che la Knox approfittò di indagini dilettantesche e prove raccolte in modo maldestro per sfuggire alla giustizia sulla base di cavilli procedurali a quello che sembrava un caso di gioco erotico finito male e nel quale lei c’entrava eccome.

Il film di Tom McCarthy, già premio oscar per Il Caso Spotlight, evidentemente prende il caso della Knox e lo trasforma abbastanza per non prendersi una querela (ma la Knox si è fatta sentire…): stavolta il caso si svolge a Marsiglia, e invece che da Seattle, la protagonista Allison Baker/Abigail Breslin arriva da Stillwater, Oklahoma; e invece dei neri, sono coinvolti gli immigrati di seconda generazione maghrebini. Detto questo, ogni riferimento è puramente voluto, e pure le opinioni del regista e dello sceneggiatore (il francese Thomas Bidegain, già scrittore dell’acclamato Un Profeta).

Interessante che però, il regista sceglie non di raccontare l’evento, ma il post-evento dal punto di vista del padre: un ragazzone dell’Oklahoma, Bill Baker/Matt Damon, che fa fatica ad arrivare alla fine del mese e che sceglie di non arrendersi, visto che la figlia gli ha giurato e spergiurato che non è stata lei. Si trasferisce a Marsiglia e lavora li per continuare a cercare il presunto colpevole; con l’aiuto di Virginie/Camille Cottin, attrice madre single che lo accoglie anche in casa, non si darà per vinto.

Tante le tematiche che vengono esplorate e se il rapporto padre-figlia appare il più scontato ed immediato, sono quelle dell’incontro/scontro tra due culture (quella Franco-araba – una Marsiglia che sembra più il Cairo che una città francese – e quella USA dei rednecks che votano Trump e possiedono pistole – come chiedono a Bill durante il film) e quella tra il rapporto giustizia e verità che ci sembrano i più interessanti. Il film, che ha nel binomio Damon/Cottin una strana, ma alla fine plausibile coppia, i veri punti focali dei due punti di vista, è strutturato in modo decisamente anti-convenzionale, e può risultare spiazzante a tutti coloro che si aspettano un cold case classico, con l’americano che trova il colpevole, spaccando porte e denti e salva la figlia riportandola alla civiltà, e invece si trovano un ragazzone in camicia a quadri e berretto da baseball costantemente sulla testa a cui le cose sembrano quasi capitare per caso e armato di una fede incrollabile. Vero però che la trama è estremamente coerente, e si ricongiunge facendo un arco lunghissimo, ma senza sbavature. Bravi e non belli i 3 protagonisti (Matt Damon, Camille Cottin, Abigail Breslin); credibili nella loro normalità e imperfezioni.

A noi è piaciuto molto, e lo abbiamo trovato onesto, intelligente, delicato, e mai sopra le righe. E pazienza se non vincerà nessun premio perché senza paraculismi in omaggio al politicamente corretto e al buonismo che vede sempre bianco=cattivo e altro colore=buono. E notevole il finale, che riassume tutto il viaggio (reale e interiore) del protagonista in pochi minuti. Date un’occhiata e decidete voi stessi se sia lieto no. Sincero. VOTO 7,5/10

Il Collezionista di Carte - Una Vita In Gioco

Il Collezionista di Carte - Una Vita In Gioco

Uno di quei casi in cui il titolo italiano è da denuncia, con un film evidentemente così nominato per usare il richiamo di altri titoli (Il Collezionista, Il Collezionista di Ossa) che ovviamente non c’entrano niente con questo, né come traduzione (il titolo originale è The Card Counter), né come genere (non è certo un thriller poliziesco).

Regista è Paul Schrader, iconico sceneggiatore con Martin Scorsese (che qui produce, sue le scritture di Taxi Driver e Toro Scatenato) e anche regista (su tutti American Gigolo, il più noto, ma anche il gioiellino Autofocus, lo scabroso Il Bacio Della Pantera e il sottovalutato Cortesie Per Gli Ospiti).

Protagonista William Tell (o anche Will Tell, che per gli amanti della semiologia, ovviamente contiene un indizio non secondario, oltre ad essere il cecchino Guglielmo Tell in italiano, naturalmente), ex interrogatore/torturatore per la CIA di detenuti ad Abu Grahib, interpretato da Oscar Isaac, ora giocatore professionista di poker e black jack (ecco il riferimento – almeno quello immediato- del titolo). Il nostro gira di casino in casino, di stato in stato, vincendo quello che può senza destare interesse, rimanendo sotto traccia, come dice lui, visto che di anni in galera (per essere stato riconosciuto colpevole di quei crimini di guerra) se ne è fatti ben 8.

La sua vita, tutta uno spostamento di motel in motel (con il mobilio maniacalmente avvolto in lenzuola da lui per evitare la sporcizia), viene sconvolta dall’arrivo del giovane figlio di un suo ex-collega, Cirk /Tye Sheridan, suicidatosi per il danno emotivo e mentale ricevuto dall’esperienza.  Con l’aiuto della broker LaLinda (una molto credibile Tiffany Haddish)  cercherà di aiutarlo a tornare agli studi e non a perseguire l’idea di assassinare il capo di quelle operazioni di tortura (John Gordo, il sempre mefistofelico Willem Dafoe), che l’ha fatta franca.

Il film di Schrader è girato con gran classe e, sia le immagini, che il protagonista (come si veste, come si muove, come ragiona), che la musica (molto sintetizzatore in stile Moroder, ad opera di Robert Levon Been, anche autore delle canzoni) ricorda proprio American Gigolo (e -semispoiler- occhio al finale!): un glaciale e perfetto professionista, che ad un certo punto della sua vita, proprio mentre sembra essere sulla via della redenzione (o di una parvenza di felicità), va in tilt (sempre per usare le parole del protagonista).

A dire la verità però, è un film che non ci ha convinto fino in fondo: paradossalmente le parti più interessanti sono proprio quelle in cui il protagonista è al tavolo da gioco, e ci porta, con dei dialoghi interiori, a capire i misteri e le dinamiche di un mondo sommerso, quello dei professionisti del gioco. L’intreccio con la trama (quella della redenzione attraverso l’emancipazione del figlio dell’ ex collega) è interessante e prende anche una svolta interessante, ma proprio quando la storia avrebbe dovuto chiudere in bellezza, rimane curiosamente tirato via, quasi strozzato. Insomma: un film sempre sul bordo di diventare un grande film, e invece, ci tradisce proprio negli ultimi 15’ (se dobbiamo dirla tutta: ESATTAMENTE come American Gigolo - evidentemente i climax non si addicono al regista- che però rimane un cult di inizio ’80).

Un buon tris d’assi, ma non una Scala Reale. VOTO: 6,5/10

The Suicide Squad : Missione Suicida - L'Ora dei SuperPerdenti

The Suicide Squad : Missione Suicida - L'Ora dei SuperPerdenti

Quando si dice la fantasia al potere: The Suicide Squad è il sequel di Suicide Squad, avete capito bene: la differenza sta nell’articolo determinato davanti. Come sanno tutti i nerd, l’articolo non viene considerato per catalogare dvd e film; e quindi in Italia abbiamo pensato bene di aggiungere “Missione Suicida” a beneficio dei nerd (e, anche, diciamocelo dei non-nerd”. Scherzi a parte, sembra che James Gunn, già regista di Guardians of the Galaxy e Super, abbia insistito per dare un tono di re-boot al brutto tentativo del 2016.

In effetti, non è che lo sembra più di tanto, lo spirito del fumetto originale è quello di prendere super-cattivi (generalmente sfigati, ma quasi sempre sotto-utilizzati), combinarli in un team sotto il controllo del Governo, ed inviarli in missioni segrete, politicamente scorrette, e, eh si, quasi sempre suicide. Normale che quindi, ci sia un ricambio piuttosto alto in questo genere di operazioni e anche questo è il caso, tanto che il film inizia subito con un improbabile gruppo cdi colorati avventurieri in costume, catapultato in un Paese caraibico per sbarazzarlo (e sbarazzare gli USA) di un ex alleato ora dittatore, che sembra avere un’arma biologica in grado di mettere in mondo il ginocchio.

La trama è tutta qui (praticamente la stessa del primo film), ci sono alcuni personaggi che sono presenti in entrambi i film: Amanda Waller, il capo dell’operazione e spietato burocrate del governo, il militare di riferimento Rick Flagg e ovviamente quella che era stata la star dell’ultimo episodio, la pazzoide Harley Quinn, vera e propria letale mina vagante. A questi si aggiungono i nuovi personaggi, il leader Bloodsport, la sensibile Ratcatcher, lo squinternato PolkaDot Man, il mostruoso King Shark/Nanaue (occhio la voce, anche se le linee sono poche – non che faccia differenza…- è di Sylvester Stallone), e soprattutto quello che è secondo noi, il più interessante, la versione sfigata e malvagia di Capitan America, ovvero The PeaceMaker (già previsto uno spin off televisivo).

James Gunn tutto sommato è riuscito a migliorare sostanzialmente il primo film, facendo di questo TSS:MS la versione sporca di Guardians of the Galaxy, aumentando il livello di farsesco e di truculento (questo fortunatamente NON è un film Disney). Anche aiutato da un cast qualitativamente migliore (Idris Elba batte di sicuro Will Smith come presenza scenica;  John Cena, ex wrestler, ha una insospettabile vena comica oltre che le physique du role; interessante l’interpretazione nichilista di David Dastmalchian – che vede sua madre ovunque - e ottima conferma di Margot Robbie), e, secondo noi da una sceneggiatura ed un montaggio molto più efficace, questo è un film tutto sommato godibile e, pur mantenendo il tono caciarone del primo, molto più chiaro come sviluppo. Ci sono anche alcuni momenti di buon cinema, come i flashback di Ratcatcher con suo padre (occhio al cameo del regista Taika Waititi), e il finale quasi commovente del cattivo per sbaglio Starro.

Certo che 2h15’ per un divertissement fracassone come questo sono troppi. Almeno 30’ si vedono ad occhio che sono facilmente eliminabili: le scene dei piranha alieni, tutta la parte di Harley Quinn con il dittatore caraibico, i soliti balletti di troppo nel peggiore bar di Caracas, ecc. A dire la verità, non c’è niente che una serie TV come The Boys non abbia già raccontato meglio di questo: il governo corrotto, i cattivi meno cattivi di quello che sembra, gli sbudellamenti gratuiti, i personaggi grotteschi…

Inutile dire che ci sarà un sequel. Inutile dire che sarà un sequel inutile, James Gunn o non James Gunn. Forse l’era del cinecomic è arrivata alla fine. Almeno per un po’. VOTO: 6/10

Old – Lockdown, Zeitgeist e Altri Demoni

Old – Lockdown, Zeitgeist e Altri Demoni

M. Night Shyamalan, il regista che nel 1999 aveva fatto gridare al nuovo Spielberg, e si era abbondamente perso nella secoda decade del 2000, per poi parzialmente ritrovarsi. Discontinuo, ma con un marchio di fabbrica, il cd. “Shyamalan Twist” ovvero il colpo di scena finale che ribalta tutte le convinzioni raggiunte fino a quel momento della narrativa.

M. Night Shyamalan è anche il regista di Old, film integralmente girato in periodo di pandemia Covid, ma anche, per stessa ammissione del regista, permeato del mood di questo periodo di isolamento. E’ così? Vediamo.

Guy e Prisca Capa (occhio al nome di lei, che significa “antico”, “vetusto”, o semplicemente “vecchio”) sono una coppia con figli in doppia crisi: di relazione e di salute; lei, infatti, è malata di cancro. Vanno in vacanza tutti e quattro in un resort da sogno per passare del tempo assieme. Un giorno, vengono invitati dal direttore dell' Hotel a visitare una spiaggia spettacolare in una riserva naturale, destinata a pochi. Si troveranno in 13 (per tacer del cane) assieme in questa spiaggia da sogno fino a che il cadavere di una ragazza arriva sul bagnasciuga… e il sogno diventa un incubo: tutti iniziano ad invecchiare precocemente; prima i bambini diventano teen ager e poi adulti, e gli adulti decadono verso l’inevitabile. In più, uno strano fenomeno magnetico impedisce loro di andarsene senza sentirsi male… E Il Tempo passa, è tutta una Questione di Tempo come suggerisce il pay-off del film.

Raro vedere un film girato completamente all’aperto (o quasi) e che dà il senso di claustrofobia, ma è proprio così: e forse proprio questo è il mood che ha indicato il regista come causa o conseguenza del Lock-Down, persone che a volte si sono scelte, a volte no, con un’alternativa terribile: stare “rinchiusi” e sentirsi scivolare via la vita, o affrontare un male invisibile e mortale là fuori. Molto bravi il gruppo di attori che ovviamente devono dare vita ad un vero e proprio teatro dell’isteria senza perdere credibilità, Soprattuitto ci convincono Gael Garcia Bernal e Rufus Sewell, i due “leader” del gruppo; così così Vicky Krieps, inespressiva cronica (vedi pure il Filo Nascosto). Da tanti punti di vista, Old ci ha ricordato la versione aggiornata e sintetizzata (come nello spirito del film, ci verrebbe da dire!) della serie Tv Lost.

Le metafore sono sempre state uno dei punti di forza di Shyamalan, oltre al suddetto “twist”; ma questo Old dobbiamo dire ha una maturità e una profondità di pensiero, che va oltre i suoi standard abituali e che aveva raggiunto solo in un paio di occasioni, e agisce su tanti piani di lettura: il vivere nel presente (infatti le accuse reciproche dei coniugi Capa sono quelle di lei che vive troppo nel passato e lui troppo nel futuro); l’importanza e l’essenza dei legami familiari, la cura reciproca; e l’importanza della prospettiva di quello che facciamo e sentiamo nell’arco di una vita.

I fan si chiederanno: c’è il “twist”? Risposta: si, ma meno evidente delle altre volte, siamo quasi sicuri che sia stata una scelta del regista di esserne meno dipendente, quasi a rinunciarci parzialmente. Così come il fatto che spesso si scelga di non mostrare tutte le morti, e neanche di esagerare sugli effetti di invecchiamento stile Benjamin Button.

E, ad esser sinceri, il film non ne soffre affatto, la trama si sviluppa naturale e non banale, senza stratagemmi narrativi particolari e senza la solita barcata di effetti digitali. È più il concetto di fondo, con la paura dell’invecchiamento, della malattia, del Tempo che uccide, ma cura anche (e non solo le malattie del corpo) che tiene incollato lo spettatore, più che il cliff-hanger. Il vedere quello che succede dopo. Forse la pandemia ci ha resi tutti più sensibili a queste tematiche, ma di certo questo è un film che coglie lo Spirito dei Tempi. Zeitgeist. VOTO: 7,5/10

Io Sono Nessuno – Un Tranquillo Killer di Periferia

Io Sono Nessuno – Un Tranquillo Killer di Periferia

Scritto dal regista di Hardcore Ilya Naishuiller e dallo scrittore di John Wick Derek Kolstad, Io Sono Nessuno non poteva che essere un film di azione adrenalinico e grottesco e, sorpresa sorpresa, lo è.

Hutch Mansell, tranquillo contabile di un’azienda di periferia, un giorno viene assalito in casa da due delinquenti. I due vengono messi in fuga in modo accidentale, ma quel qualcosa fa scattare qualcosa dentro di lui… o ha riattivato qualcosa da un passato misterioso?

La trama si potrebbe già sintetizzare in queste poche linee: e di certo, se cercate qualcosa di originale e con approfondimenti psicologici su una società incattivita, cercate pure altrove; d’altro canto se invece cercate un’oretta e mezza di fumettose scazzottate e sparatorie, cariche di azioni e battute, vi ci scappano pure un paio di risate.

Dicevamo lo scrittore di John Wick, ed in effetti, questo film ne è la versione in stile Giustiziere della Notte, con protagonista Bob Odenkirk, il Saul Goodman delle serie TV Breaking Bad e Better Call Saul. Il suo Hutch Mansell è un mix del Denzel Washington di The Equalizer e del Liam Neeson di Io Ti Troverò, con in più una spruzzatina di sangue, budella e humour nero. Belle le musiche, che trovano spunto dalle passioni da amatore del vinile di Hutch, e che fanno uno splendido contraltare alle ossa che si spezzano sullo schermo. Niente di nuovo, lo sappiamo, ma ben fatto e divertente.

Bravo il protagonista, che passa dal tranquillo marito e padre di famiglia intrappolato in una grigia routine e in crisi con la moglie al super killer (e complimenti a Odenikirk per avere girato le scene in prima persona, vedere per credere); e bravo il cattivo Aleksey Serebryakov, anche lui una macchina da guerra di mezza età stereotipo del russo mafioso. Qualche ritorno interessante: la moglie del protagonista è Connie Nielsen (sempre bellissima), e ci sono Michael Ironside e soprattutto Christopher Lloyd, un vecchietto pieno di sorprese (alla prima parte di azione, crediamo, alla tenera età di 82 anni)

Vabbè non vincerà l’Oscar, e vabbè, è il primo di una franchise (salvo riprese del Covid) come i suddetti John Wick, The Equalizer, ecc, ecc. con protagonista un insospettabile vendicatore di mezza età, ma insomma, ci avrebbe fatto divertire anche su Netflix, tanto meglio sul grande schermo. Sanguigno. VOTO.6,5/10

A Quiet Place II – Una Parola è Troppo…

A Quiet Place II – Una Parola è Troppo…

Una delle sorprese del 2018, A Quiet Place trova qui il suo sequel, quasi un anno di ritardo dalla sua uscita prevista causa COVID. Sempre John Krasinksi alla regia, più noto come attore, qui al suo terzo lungometraggio. Confermati invece la moglie Emily Blunt come protagonista e gli altri giovani attori, in testa Millicent Simmonds, sordomuta ma impressionante per espressività (o forse proprio per questo, così espressiva – e anche qui lo è).

Il film, dopo un incipit che ci racconta l’arrivo degli alieni, riprende da dove ci eravamo lasciati: la famiglia Abbott assediata dai mostri, l’abitazione ormai inutilizzabile, loro che decidono di avventurarsi attraverso boschi e binari per raggiungere le luci che hanno visto in lontananza sulle creste degli Appalachi…

Speranza e disperazione si alternano per la famiglia Abbott: esistono si ancora degli esseri umani, ma saranno tutti accoglienti? O la società sull’orlo dell’estinzione si è imbarbarita? E naturalmente, ogni rumore è sempre un’esca per i predatori, ovunque essi siano.

Come dicevamo un horror di struttura classica, ma piacevole. Magari non un capolavoro, cosi come non lo era il suo predecessore, ma in fin dei conti, poterlo vedere in sala vale la pena, fosse altro per l’esperienza che ci eravamo quasi dimenticati e che una serie TV, per quanto interessante, non potrà mia uguagliare. Ovviamente rimane il punto forte del primo film, quello del silenzio e delle mosse circospette intervallato dalle azioni cariche di rumore e letteralmente stridenti dove gli alieni partono all’assalto, che un po’ ci ricorda la lezione de Lo Squalo di Spielberg. Anche qui, infatti, effetti speciali piuttosto essenziali, la tensione creata da quello che non vedi, piuttosto che da quello che vedi.

Se i punti di forza sono esattamente quelli del primo film, i punti di debolezza stanno nella mancanza di novità rispetto al primo. Si, adesso l’azione avviene su due fronti (da una parte la Blunt, dall’altra la new entry Cillian Murphy), si c’è l’elemento del lento apprendimento delle debolezze degli alieni a vantaggio degli essere umani (in fin dei conti, il nostro grande atout evolutivo), e l’inserimento di una comunità umana “degenerata”  (ma troppo breve e flebile… se proprio dovessimo scommettere sarà il punto focale del terzo -già annunciato- episodio), ma onestamente le sorprese sono zero. Come avevamo detto del primo, siamo ancora alla versione aggiornata di Signs di Shyamalan e poco altro (e dire che di spazio ce n’era, visto che stavolta si esce dal genere claustrofobico tipo Alien e si va in esplorazione - tipo Aliens Scontro Finale per l’appunto)

Quindi, film di grandissima professionalità e non deludente, ma forse un po’ troppo di transizione. Sarà che ormai siamo viziati dalle serie tv, ma a questo punto, il cinema, con le sue pause più lunghe tra un episodio e l’altro, non può permettersi dei riempitivi. Qui siamo ancora nel mondo pre-Netflix. Timido. VOTO: 6,5/10

Nomadland - Il Sogno Americano, 50 anni dopo

Nomadland - Il Sogno Americano, 50 anni dopo

Il vincitore dell'Oscar 2021, scritto e diretto da una regista cinese (Chloe Zhao), simbolo di una Hollywood che bene o male si rinnova e si apre al mondo esterno: seconda donna a vincere la statuetta, prima donna asiatica. Non come il coreano Parasite di Bong Joon-Ho del 2019, Nomadland, però è girato in USA (in ben 7 stati) con attori americani, in cima a tutti la magnifica Frances McDormand. Anzi, a dire la verità, la McDormand, insieme a David Strathairn, è l'unica professionista, essendo gli altri che appaiono nel film vera gente di strada (con il loro vero nome), in stile quasi neo-realista alla Rossellini.

Sì, perchè come il titolo suggerisce, il film fa riferimento ad una vera e propria comunità di nomadi, un insieme di persone che vivono in un camper o in un furgone, e che si incrociano lungo le tante strade degli Stati Uniti, qualcuno per scelta (reminiscenza della cultura hippie), qualcuno come viaggio della vita, qualcuno perchè costretto da un'economia ormai disumana (siamo nel post-disatro economico tra il 2011-13) a spostarsi continuamente in cerca di lavori stagionali.

In questa cornice si muove Fern, ultrasessantenne rimasta vedova e senza una casa dopo che ha perso il marito e la compagnia mineraria che dava loro alloggio e impiego, chiude i battenti. Così, inizia a viaggiare sul suo van scassato, in giro per vari Amazon, Parchi naturali, raccolte di barbabietole e ortaggi vari, chiunque le dia da vivere. Fern ci vive sul quel van, ci mangia, ci dorme; si incrocia e scambia idee con altre persone, spesso a più riprese come con la sua amica Linda May (ultrasettantenne nella sua condizione) e altri come lei; e si sposta sulle strade e paesaggi di Stati Uniti (dall'Arizona al Nebraska, dal Michigan al Nevada) che sembrano lunari, così come ci appaiono aliene le condizioni di questi esseri umani in un Paese così ricco, peraltro non immigrati, ma bianchi e anche di buona educazione.

Quasi neo-realista come approccio, dicevamo, quello scelto dalla Zhao. Film fatto tutto di dialoghi e paesaggi a volte meravigliosi a volte terribili, e di musiche sempre sospese, non per ultimo il nostro Ludovico Einaudi. E ovviamente molto basato sulla performance della protagonista, presente in ogni scena del film (letteralmente): peraltro, la McDormand, in pieno metodo Strasberg, ha vissuto per mesi sul furgone, provando l'esperienza e soprattuto la spossatezza continua e di restrizioni di chi vive in quelle condizioni, incluso una scena (ripresa nella realtà) dove deve defecare in un secchio (sic... per decisione della stessa McDormand) .

Per tanti versi Nomadland, con la sua apparente destrutturazione e le musiche pervadenti, ricorda un altro film "On The Road" made in USA, ovvero Easy Rider del 1969, che però ne sembra l'antitesi: di  là, una quel'inquietudine imperfetta interrotta bruscamente, ma carica di promesse che erano gli Stati Uniti di 50 anni fa, adesso  una mera sensazione di sentirsi fuori posto ovunque, ciclica e infinita, ogni anno che si sussegue rispetto al precedente. Non più l'energia selvaggia e la spudorata bellezza dei tuoi vent'anni (rappresentata dalla moto e dai capelli al vento), ma con la stanchezza inquieta dei tuoi 60, dentro un furgone scassato, sempre con il timore che qualcuno ti bussi sullo sportello per mandarti via; con in comune tra i due il conforto dei tuoi simili, ma senza mai sentire appartenenza e "radici", solo un temporaneo sollievo prima del prossimo tratto di strada.

In definitiva, il film ci è piaciuto, anche se ci è sembrato vincere l'Oscar più per opportunità politica (ormai è una regola) che per meriti effettivi: un buon film, non un capolavoro, di sicuro non un film che rivedremmo una seconda volta, se non per la strepitosa performance della protagonista. Un po' Carver, un po' Kerouac, ma senza la stessa scintilla. VOTO: 7/10