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1917 – Oltre la Trincee Attraverso l’Inferno

1917 – Oltre la Trincee Attraverso l’Inferno

6 Aprile 2017, Francia. La Grande Guerra. 2 giovani soldati Britannici sono inviati oltre le loro trincee, nella cosiddetta Terra di Nessuno, per consegnare un messaggio prima dell’alba al Battaglione Devon: non attaccate, è una trappola dei Tedeschi. Tra i 1600 uomini del Devon, il fratello di uno dei due soldati.

Sam Mendes, uno dei migliori registi britannici degli ultimi 20 anni, torna a fare un film di guerra (il primo fu Jarhead, sottovalutata opera del 2005), ed è qui alla sua prima sceneggiatura, ispirata ai racconti di suo nonno. Da un punto di vista della fotografia, 1917 è una meraviglia: un unico piano sequenza di quasi 2 ore che seguono i due compagni dall’inizio alla fine (con qualche accorgimento tecnico per i montaggi, che comunque sono praticamente invisibili) e l’effetto è quello di un coinvolgimento emotivo incredibile. In fin dei conti non sappiamo niente o quasi dei 2 personaggi (il nome di battesimo verrà rivelato quasi alla fine), ma con loro siamo intrappolati nelle immagini, nell’ansia di non sapere cosa ci aspetta oltre quella altura, oltre la trincea, dietro il muro. E ovviamente il tempo che, come recita il pay-off del film, è il nemico.

Questo 1917 ci ha ricordato un altro grande capolavoro, Orizzonti di Gloria di Kubrick del 1957: anche qui Prima Guerra Mondiale,  anche qui una famosissima scena di un attacco oltre le trincee ripreso con un singolo piano sequenza, anche qui una complessiva sfiducia nei confronti di chi guida le truppe al macello. C’è anche una scena dove i soldati ascoltano una canzone che in qualche modo ricorda una scena analoga. Ma se, nel caso di Kubrick, la famosa scena dell’assalto durava qualche minuto, qui stiamo parlando di tutto un film, che, vi assicuriamo, sembra durare meno della metà. I due protagonisti (Dean Charles Chapman e George McKay, quest’ultimo che secondo noi avrebbe meritato almeno una candidatura all’Oscar) hanno provato per 6 mesi prima di girare, e francamente ne è valsa la pena.

1917 è Cinema nel senso migliore del termine: spettacolare senza sovrautilizzo di effetti speciali, ambientazioni all’aperto ampie e reali, sintesi della storia in 2 ore. Finalmente un contraltare adeguato alle Serie TV che sembrava ormai avessero lasciato le sale col Grande Schermo alla Disney (con risultati alterni), a Tom Cruise (scegliete voi Mission Impossible o Jack Reacher), a James Bond (a proposito…) o ancora peggio alle baracconate tipo vari Fast &Furious e Transformers.

L’altro confronto è con Dunkirk di Nolan: probabilmente l’altro è un film superiore, ma questo 1917 ha il pregio di voler raccontare non una Impresa Colossale, ma la straordinaria traversata di due giovani uomini, quasi come fosse più grande di loro, ma sempre andando avanti, attraverso crateri, trincee, fiumi, tutti pieni zeppi di cadaveri, chissà se i Loro o i Nostri, quasi come se traversassero l’Inferno stesso nell’unica speranza di salvare i loro fratelli (di sangue e non) almeno un altro giorno.

Che fortuna che Sam Mendes abbia deciso di abbandonare il suo terzo episodio di James Bond. Viva Sam Mendes, Viva Il Cinema. VOTO: 8,5/10

Hammamet – Il Crepuscolo della Prima Repubblica

Hammamet – Il Crepuscolo della Prima Repubblica

Chissà se un millennial capirà veramente quella controversa figura che fu Bettino Craxi, il più ammirato, influente ed odiato politico degli anni ’80, insieme probabilmente a Giulio Andreotti. Nelle barzellette era spesso l’Uomo Più Intelligente d’Italia, per Beppe Grillo fu l’uomo che lo sbattè fuori dalla televisione per le battute sui socialisti, per Berlusconi l’uomo a cui deve tanta della propria fortuna, almeno ad inizio carriera.

Per tanti versi, fu il politico che rappresentò meglio la Prima Repubblica, quella che inizia nel Dopoguerra della miseria, attraversa il boom economico degli anni ’60 fino all’Italia quinta potenza del Mondo di fine anni’80, e che si chiude con Mani Pulite, inchiesta degli anni ’90 che scoperchia definitivamente il marciume e la corruzione della politica, a favore di una Seconda Repubblica, altrettanto marcia e corrotta, ma politicamente e culturalmente infintamente più rozza.

Gianni Amelio sceglie di rappresentare un Craxi ormai esiliato dopo l’asilo politico ottenuto in Tunisia, ma sempre con la testa nella politica; i rapporti con la figlia e le brevi visite del figlio di un vecchio compagno di partito (suicidatosi per la vergogna), di un avversario presumibilmente democristiano, e della sua amante sono il fil rouge di queste due ore, intimiste, sottotraccia, che non prendono posizione sul Craxi politico. Il fatto che tutti i personaggi, inclusi i familiari, abbiano dei nomi di immaginazione già in qualche modo lascia presupporre una dimensione non documentaristica, più immaginata, del rapporto del Craxi uomo a tirare le somme al crepuscolo della sua vita.

Ad interpretarlo, un Pierfrancesco Favino che non sembra Craxi, E’Craxi. La Prostetica certo aiuta, ma la voce, il modo affannato con cui parla, i suoi manierismi sono assolutamente impressionanti. Non crediamo onestamente si possa superare; a memoria, solo Val Kilmer riuscì ad essere così identico a Jim Morrison in The Doors di Oliver Stone.

Favino non solo è Craxi, E’ il film. Alla fine, questo è il grande limite del film di Amelio, che un po’ ci ha ricordato Il Traditore di Marco Bellocchio, stesso protagonista, stessi pregi, stessi difetti, tutto accentuato, anzi. Sembra quasi che quando il regista si trovi un inteprete di questo tipo, si dimentichi di tutto il resto. Un Po’ come se ti trovassi Cristiano Ronaldo in squadra e sacrifichi tutto, altri giocatori, schemi di gioco, per metterlo al centro dell’attenzione.

E’ tutto in secondo piano. Un teatro fatto di sagome, gli altri attori (in particolare i familiari e il figlio dell’amico scomparso) assolutamente anonimi e poco credibili, come personaggi di un presepe intorno al Bambino, (vedi la scena della festa di Pasqua con tutti gli amici e il penoso pezzo alla chitarra del figlio). Leggermente meglio Renato Carpentieri (il Politico Democristiano) e Claudia Gerini (l’Amante); ma gli unici passaggi interessanti sono il Congresso Socialista del 1989 e soprattutto il “sogno” di Craxi tra i tetti del Duomo, l’incontro col padre e il cabaret/giudizio finale. Curioso perché questo pezzo surreale è il tono che fu scelto da Paolo Sorrentino per Andreotti in un film pop, lisergico, esagerato (ma bello e interessante) come Il Divo; quasi a dire: politica e farsa funziona meglio come abbinamento, almeno in Italia.

Questa soluzione di Amelio, invece, suscita più di uno sbadiglio. Tanto valeva portare Craxi con un monologo a teatro di un’oretta, sarebbe stato decisamente più efficiente. E Favino si sarebbe visto lo stesso, anzi, pure meglio. VOTO: 5/10

Pinocchio – Garrone Chiude il Cerchio

Pinocchio – Garrone Chiude il Cerchio

"— C’era una volta...

— Un re! — diranno subito i miei piccoli lettori.

— No, ragazzi, avete sbagliato. C’era una volta un pezzo di legno."

Inizia così la fiaba italiana più conosciuta al mondo, datata 1883; più che giusto che lo diriga uno dei registi italiani più conosciuti al momento, ovvero Matteo Garrone che, dopo Il Racconto Dei Racconti cerca il bis nel narrare una storia antica per bambini e non.

Esame difficile per i riferimenti principali che abbiamo in mente tutti: il primo è ovviamente il lungometraggio animato della Disney, datato 1940; il secondo  lo sceneggiato televisivo firmato da Luigi Comencini, 1972; ed infine, il flop di Roberto Benigni del 2000 (di critica e di botteghino), che in qualche modo aveva messo una pietra tombale su eventuali remake.

Garrone, invece, qualche modo li riprende tutti e 3  e li sintetizza in una versione aggiornata: non solo recupera Benigni, stavolta nel ruolo di Geppetto e non più in quello del protagonista (già fuori tempo massimo vent’anni fa), ma in qualche modo mette insieme la narrativa da realismo magico che ci aveva dato Comencini, con la poesia delle animazioni di Disney.

La fiaba la conoscono più o meno tutti, e dobbiamo dire che, salvo qualche taglio necessario per rientrare nelle 2 ore di film, il Pinocchio di Garrone è piuttosto fedele all’originale di Carlo Collodi, sia nello spirito che nella metafora socio-culturale di quella che era un Italia rurale e poverissima al suo tempo, e che, significativamente non è particolarmente diversa dall’Italia di oggi, con i suoi imbonitori da strada, truffatori, giudici incapaci, la sua umanità per tanti versi miserabile nei confronti del prossimo, soprattutto dei più indifesi (vedi non i soliti Gatto e La Volpe, ma anche il cartolaio che prima scambia un semplice abbecedario per giacca e panciotto del povero Geppetto e poi lo ricompra da Pinocchio per pochi soldi, pur sapendo chi è).

Da un punto di vista visivo, Pinocchio è davvero notevole: non solo le scene, girate tra Lazio e Puglia, che sembrano cartoline di per sé, ma anche gli effetti speciali, fisici e non solamente computer graphics, danno al film un senso di artigianale e magico come fossero stati disegnati da Carlo Rambaldi negli anni ’80, un po’ come era successo nel Racconto dei Racconti, che di questo sembra quasi l’episodio precedente, una preparazione, quasi a chiudere un cerchio.

Recitazioni credibilissime, in primis Roberto Benigni, in un ruolo più consono e finalmente diretto da qualcun altro, commovente padre che ci racconta la genitorialità degli affetti; ma anche Rocco Papaleo e Massimo Ceccherini (anche sorprendente co-autore della sceneggiatura) ottimi Gatto e Volpe, Gigi Proietti, Federico Ielapi, e tutti gli attori che hanno prestato le fattezze alle varie marionette e animali antropomorfici (il giudice-scimmia in particolare è strepitoso), e la musica è finalmente commento e completamento di quello che vediamo senza essere ridondante.

Dove forse questo Pinocchio non è quel filmone che poteva essere, sta proprio nella sua fedeltà al testo, o meglio nel non aver apportato niente di nuovo rispetto anche ad un Comencini, nel suo modo di tessere i dialoghi, senza quasi che ci siano immagini di contorno, ma proprio a raccontare tutto. Il finale in particolare, ma in generale tante scene, soprattutto quelle tra Pinocchio e Geppetto, avrebbero beneficiato di meno linearità, meno "detto".

Qualcuno potrà definirlo legnoso, a noi  questo Pinocchio sembra invece solido e profumato e come un bel ceppo di cilegio. Promosso. VOTO: 7/10