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Spiderman: Far From Home – Anche I Supereroi vanno in vacanza

Spiderman: Far From Home – Anche I Supereroi vanno in vacanza

Ritorna sullo schermo (e siamo al settimo episodio in carne ed ossa dopo l’ormai mitologico capostipite diretto da Sam Raimi del 2002) il Tessiragnatele più famoso della pop-culture, con Jon Watts alla regia e Tom Holland nei panni di Peter Parker.

Dopo il ritorno alla “vita” di Spiderman dopo gli eventi di Avengers: Endgame, per Peter si preannuncia un periodo impegnativo, sia a scuola, sia nella sua identità nascosta. Ormai di supererei ne sono rimasti pochi e dunque toccherà a lui, reclutato dal sempiterno Nick Fury per sconfiggere una serie di mostri che sembrano apparire dal nulla nei 4 angoli dell’Europa, dove il nostro eroe è in gita scolastica con la sua classe. In suo soccorso, Nick Fury, lo Shield e un nuovo alleato, Mysterio, proveniente da una Terra parallela… Riuscirà Peter Parker a: a. salvare il mondo; b. non farsi scoprire mentre lo fa; c. conquistare la sua amata MJ? E non necessariamente in questo ordine.

Appurato che Spiderman è ormai il prodotto del segmento “teen” dei Marvel Studios (e quindi necessariamente il più ipersemplificatp), non ci resta che chiederci se il gioco regga ancora la candela. Tom Holland è probabilmente il migliore dei Peter Parker visti fino a qui, è quel mix di nerd/genio/bravo ragazzo/eroe di tutti i giorni che effettivamente rispecchia il personaggio creato dal compianto Stan Lee e Steve Ditko nel 1962; e gli effetti speciali hanno raggiunto un livello incredibile, soprattutto in questo film dove il concetto di realtà distorta è fondamentale e Jake Gyllenhaal/Mysterio è uno splendido istrione che ci introduce il concetto di cosa sia effettivamente la Verità al mondo d’oggi, fatto di fake news ed eccesso di informazione, dove soprattutto i giovani, sono a rischio di acriticità cronica rispetto a quello che succede. È interessante come la Marvel abbia scelto di introdurre in questa serie di Spiderman delle tematiche “educative”, anche nel primo episodio (quello con L’Avvoltoio come nemico) la sottotrama era quella del capire cosa ribolliva nella società della ribellione al sistema dietro Occupy Wall Street; e tutto sommato lodevole.

Ma a differenza di quel rivoluzionario Uomo-Ragno del 1962, rivoluzionario nella sua semplicità, qui siamo ormai al contenitore di intrattenimento professionale;  e la gita scolastica che ci porta da Venezia a Praga a Londra, con relativi scontri supertecnologici con supermostri ed intermezzi da romantic comedy su sfondo da cartolina sembra un po’ il raschiare il fondo del barile creativo, una via di mezzo tra gli ultimi James Bond e Ma Guarda Un po’ Sti Americani con Chevy Chase, anno di grazia 1985, che qualcuno con qualche capello grigio ricorderà di sicuro. E peccato che hanno pure tolto la mitica musica del cartoon anni '60 che almeno nei titoli di coda c'era sempre stata.

In fin dei conti non malaccio, ed il finale è decisamente migliore del primo tempo (che lascia presagire davvero un tracollo, fortunatamente non successo), ma ormai Spiderman è questo. È anche il primo film senza il cameo del compianto e sorridente Stan, quasi a voler dimostrare che quello che doveva vedere lo ha visto, nel futuro chissà. Excelsior! VOTO: 6,5/10

Il Traditore – C’era Una Volta In Sicilia

Il Traditore – C’era Una Volta In Sicilia

 

Marco Bellocchio, quasi 80 anni, da sempre una voce politica nel panorama cinematografico italiano (da I Pugni In tasca a La Cina è Vicina, da Buongiorno Notte a Vincere), effettivamente ancora non si era espresso relativamente alla questione Cosa Nostra: è sceglie uno dei personaggi più emblematici, il pentito Tommaso Buscetta, che negli 80 e negli anni 90 contribuirà a smantellare una parte dell’organizzazione criminosa mafiosa.

Il film Inizia nei primi anni ’80, Buscetta è ormai un ricco emigrato in Brasile, ricco per i traffici di eroina e sotto falso nome, sposato in terze nozze e all’ottavo figlio. Schiacciato dalla nuova mafia corleonese di Totò Riina, e catturato dalla polizia brasiliana, viene estradato come collaboratore di giustizia. Il film si dipana per due decenni, dai colloqui con Giovanni Falcone, al maxi processo alla mafia, al suo esilio negli USA nel programma di protezione come testimone all’attentato di Capaci, alla cattura di Riina stesso, fino alla sua morte, nel suo letto (come tanto aveva desiderato.

Ne viene fuori un personaggio ambiguo, che certo aiutò molto la giustizia, ma certo non fu un santo: rimane il dubbio, instillato in una delle ultime immagini di Bellocchio, che il suo pentimento fosse effettivamente mosso dalla vendetta nei confronti di chi gli aveva ucciso gran parte della famiglia, o addirittura nei riguardi di una mafia che non rispettava più quel codice di onore romantico (che forse non è mai esistito), o semplicemente per motivi di comodo o quasi esibizionismo mediatico. Emerge peraltro in tanti momenti, come la maggior parte dei servitori dello Stato (politici e giudici) avessero un atteggiamento fin troppo ossequioso nei confronti dei padrini di Cosa Nostra (e con fin troppe commistioni, vedi Giulio Andreotti).

È un film che si regge pressoché integralmente sul personaggio di Buscetta e sulla performance di Pierfrancesco Favino, ormai il più esportabile dei nostri volti sul grande schermo, che rende il suo Tommasino carismatico, bugiardo, sfuggente, viperino. Sono i dialoghi di Buscetta con i vari Falcone e i Bagarella e Contorno ad essere un po’ il punto di forza, ma anche il limite dell’opera di Bellochio che ha troppo poco ritmo per 2h24 di film. Ci viene in mente un Frost vs Nixon di qualche anno fa, simile come struttura ma decisamente riuscito meglio in quasi tutto. Forse è un po’ prevalsa quasi l’”ufficialità” che Bellocchio ha voluto per Il Traditore, che salvo qualche momento di flashback (tra l’altro l’altro highlight del film), ha una linearità quasi liturgica, rendendo il tutto un po’ ridondante, né abbastanza rigoroso per essere un documentario, né abbastanza emotivo per essere evocativo, come gli era riuscito in altri casi, come Buongiorno Notte. In sospeso. VOTO: 6/10

X-Men: Dark Phoenix - La Seconda Volta della Fenice

X-Men: Dark Phoenix - La Seconda Volta della Fenice

Quando  si dice che i classici non muoiono mai: la storia su cui quello che si dice essere l’ultimo episodio della saga degli X-Men (prima di un prevedibile re-boot ad opera dei Marvel Studios, che hanno acquisito la Fox) non solo è basata sul classico dei classici degli X-Men su carta (la Saga della Fenice Oscura, datata 1980), ma è già la seconda volta che arriva sullo schermo, in quello che fu un film poco memorabile (X-Men: Conflitto Finale, titolo -a posteriori- un po’ esagerato). Saranno riusciti a raddrizzare il tiro?

Il film è comunque basato solo parzialmente su quella saga, tenendo fermo il concetto centrale: Jean Grey, la potente telepate degli X-Men, salva il gruppo da un disastro spaziale, ma facendo così finisce per diventare il ricettacolo di una potentissima entità cosmica, che minaccia di distruggere il mondo stesso. La stessa Jean Grey deciderà di sfuggire agli X-Men stessi, guidati dal Professor Xavier e ad un misterioso gruppo di alieni, che la cercano per usarne i poteri ai loro scopi.

Ambientato negli anni ’90, così come i precedenti 4 episodi erano basati ciascuno su una decade diversa, il film sceglie una versione molto realistica, rispetto allo stile ipercolorato dei Marvel Studios e a quello cupo della DC, cosa che in effetti aveva funzionato molto bene in Giorni Di un Futuro Passato e Logan; stavolta però al timone c’è Simon Kinberg, e non Bryan Singer o Matthew Vaughn, e purtroppo si vede. Vero che la forza degli X-Men è stata sempre nella coralità (oltre che alle naturali tematiche dell’odio delle diversità, che ne hanno sempre dato una cifra molto metaforica – e potente), ma qui purtroppo, nonostante i personaggi “pesanti” come Professor X, Magneto, Mystica e un cast di attori di altissimo livello (James Mc Avoy, Michael Fassbender, Jennifer Lawrence) sembrano veramente usati in modo superficiale, qualcuno come Quicksilver (l’ennesima scena al rallentatore “figa” e basta) o Ciclope o Storm, sono praticamente marginali. Si salvano Nightcrawler/Kodi Smit McPhee e Bestia/Nicholas Hoult. E Fenice? Sophie Turner fisicamente ci sta, ma lo spessore di un personaggio così drammatico le manca. Rispetto a Famke Janssen (la Fenice originale), secondo noi, perde il confronto.

Il film è abbastanza divertente, intendiamoci, e fotografia e musiche sono di livello; ma oltre allo sviluppo dei personaggi di cui sopra, anche la trama ha svariati buchi: le motivazioni degli alieni sembrano la cosa più Oscura del film, anche del titolo, i “cattivi” alla fine sembrano super-zombie non particolarmente svegli. Insomma, Kinberg sembra aver virato sul teen-drama, rendendo questo probabilmente l’episodio meno memorabile dei 7, proprio insieme a quel Conflitto Finale di 13 anni prima (sempre quello con la trama della Fenice Oscura, evidentemente è destino) e per essere un ultimo episodio è piuttosto deludente. E Wolverine manca davvero tanto a questi X-Men, speriamo che il re-boot prenda in considerazione anche “resuscitarlo” in qualche modo.

Più che Oscuro, un finale Opaco. VOTO: 6/10

I Fratelli Sisters – Western à la Française

I Fratelli Sisters – Western à la Française

Il primo Film Western in inglese diretto da un regista francese, il Jacques Audiard de Il Profeta. Incredibile ma vero, un genere di quasi 100 anni di vita, ed apparentemente, i nostri cugini d’oltralpe non hanno subito il fascino dell’Ultima Frontera (prima che Star Trek monopolizzasse il termine negli anni ’60, naturalmente).

Gioco di parole semplice nel titolo, il film, ambientato nel 1850, racconta la storia di due fratelli cacciatori di taglie, Charlie, violento, sanguinario e contento di esserlo, ed Eli, il maggiore dei 2, che a dir la verità, si sarebbe pure stancato di quella vita e vorrebbe aprire un emporio. Viene assegnato loro l’incarico di trovare un chimico in fuga, che sembra abbia trovato un metodo miracoloso per scovare l’oro nei fiumi della California, aiutato da un ex loro “collega”.

Da un punto di vista visivo, il film di Audiard è davvero molto piacevole, girato tra Spagna, Francia e Romania (neanche una scena negli USA), per alcuni versi ci ricorda il Sam Packinpah de Il Mucchio Selvaggio e Pat Garrett e Billy The Kid, con la natura protagonista quasi quanto gli attori; anche Joaquin Phoenix e John C.Reilly sono due credibilissimi anti-eroi, soprattutto il secondo, malinconico, solo e stanco; con loro Jake Gyllenhaal e Riz Ahmed, le loro prede che diventano loro partner.

Detto questo, I Fratelli Sisters ha due elementi che, indipendentemente da fotografia e interpretazioni, finiscono con affossare il tutto. Innanzitutto  la sceneggiatura: va bene che Hollywood è fin troppo liturgico come stile, ma qui la storia sembra cambiare continuamente direzione, e ad essere sinceri, a volte fuori controllo. Ci sono molte scene che nell’economia del racconto non incidono quasi niente, e tante tracce (il sogno di una democrazia migliore, la Frontiera del West che sta scomparendo a vantaggio del “progresso”) che rimangono così in superficie da non capire a che siano servite. E seconda cosa: la crudezza di alcune scene che non ci sembrano così essenziali (Eli che ingoia un ragno, la morte di uno dei cavalli, la perdita di un arto, e svariate morti cruente), anzi appesantiscono il tutto con alcune atmosfere “cupe” che non giovano affatto alla narrativa. Da questo punto di vista, I Fratelli Sisters ricorda, con risultati sicuramente inferiori, Hostiles dello scorso anno, dove però il tono funereo era perfettamente allineato all’intento del film, cosa che qui, invece, sfugge ad Audiard. Meglio quando ci sono alcuni spunti come Eli che si appassiona a spazzolino e dentifricio o che chiede alla prostituta di immaginare di essere la sua fidanzata, ovvero quando il film alleggerisce le tonalità.   

Così come è, I Fratelli Sisters rimane un esercizio narrativo un po’ sterile, di sicuro non così piacevole, e forse un po’ pretenzioso. Potremmo dire che lo stile francese non si addice al West. Almeno su questo, siamo stati più bravi noi. VOTO: 6/10

Avengers: Endgame – I Vendicatori Sono Morti, Lunga Vita Agli Avengers!

Avengers: Endgame – I Vendicatori Sono Morti, Lunga Vita Agli Avengers!

Quarto ed ultimo (figurarsi) episodio della più colossale saga supereroistica di tutti i tempi; o anche, il ventiduesimo (ma sempre ultimo -  figurarsi) della più colossale architettura cinematografica, ovvero il Marvel Cinematographic Universe (MCU) iniziato nel 2008 con il primo Iron Man e L'Incredibile Hulk.

Preceduto da Infinity War, che era terminato in modo drammatico, Endgame riprende 5 anni dopo che il supercattivo Thanos ha fatto scomparire metà universo (inclusi molti supereroi) con uno schiocco delle dita e delle Gemme dell’Infinito: gli Avengers rimanenti si sono praticamente arresi, accettando la sconfitta e decidendo di andare avanti. Qualcuno come Captain America e Black Widow continuano a proteggere l’Umanità (quello che ne rimane), altri come Iron Man e Thor si sono ritirati a vita privata.

Ma una nuova speranza bussa letteralmente alla porta degli Avengers. Ant-Man, accidentalmente fuggito allo schiocco fatale ha un’intuizione: nel Mondo Quantico, infinitamente piccolo, le regole del tempo possono essere piegate. Uno alla volta, tutti gli Avengers vengono reclutati nella missione più disperata: andranno indietro nel Tempo e stavolta si assicureranno le Gemme dell’Infinito prima che entrino in possesso del Titano Pazzo…

Infinity War ci aveva lasciato un po’ di amaro in bocca. Al di là del cliffhanger finale – Thanos vincitore e tutto rimandato- l’eccesso di personaggi aveva reso tutto un tourbillon sì spettacolare, ma privo di spessore, una specie di All-Star Game senza davvero che il “punteggio” contasse. Invece qui la riduzione del numero dei personaggi ha giovato moltissimo alla storia e all’approfondimento psicologico, tanto che ora i vari personaggi diventano a volte quasi irriconoscibili rispetto alle loro precedenti apparizioni (soprattutto Hulk e Thor). Su tutti emergono Cap/Chris Evans e Iron Man/Robert Downey Jr, veri e propri ispiratori per tutti gli altri che, in questo episodio, finalmente riacquistano la fiducia l’uno dell’altro; ma davvero è un film corale dove emergono anche gli altri personaggi, in particolare Occhio Di Falco/Jeremy Renner (in una versione completamente nuova) e Nebula/Karen Gillan riescono a ritagliarsi un ruolo di spicco a basso minutaggio.

Endgame, come lascia presagire la parola stessa, vuole essere una tappa definitiva delle cosiddette 3 fasi del MCU, con la dipartita di molti dei personaggi principali, e con la chiusura del cerchio di molte delle sottotrame che hanno caratterizzato questa epopea, con una pletora di riferimenti a tutti e 21 i film precedenti (i nerd saranno indaffaratissimi a riconoscerli). Inutile dire che già vengono lanciate alcune delle nuove direzioni (es. Guardiani della Galassia), ma sono tanti i segnali che ci dicono che dovremo aspettarci un MCU molto diverso in futuro (non a caso, non c’è un “finalino” nei crediti finali, solo un suono che solo i davvero nerd riusciranno a riconoscere).

Da amante dei fumetti, ci piace dire che si tratta di 3 ore di film che scorrono via benissimo, sia che vi piacciano i fumetti o meno, ma che alternano momenti di azione a quelli di introspezione; e con una battaglia finale di 1 ora circa epica, spettacolare, sorprendente e commovente, degna de Il Ritorno Del Re della saga de Il Signore Degli Anelli. Lieto fine sì, ma non aspettatevi un quadretto finale stile Ritorno Dello Jedi, stavolta la Disney ha lasciato parecchio spazio a delle decisioni non proprio da spettacolo per famiglie.

Una volta tanto, un colossal che mantiene le attese. E il “finalino” lo diamo noi, racchiudendolo in una parola: ineluttabile. VOTO: 8/10

Il Professore e il Pazzo – Storia del Dizionario e dei Pazzi che lo scrissero

Il Professore e il Pazzo – Storia del Dizionario e dei Pazzi che lo scrissero

Siamo alla fine del 19° secolo, e il lessicografo James Murray raccoglie la sfida della Oxford University Press: scrivere un dizionario che contenga l’etimologia di ogni vocabolo della lingua di Sua Maestà. Murray, privo di un titolo accademico, ma poliglotta autodidatta, è pieno di fiducia in se stesso: con l’aiuto di ogni lettore di buona volontà dell’Impero, catalogherà ogni parola, e ci vorranno, secondo le sue stime, altre 2 risorse e 7 anni (nota: ce ne vorranno 60).

Purtroppo per lui, dopo un paio di anni sarà evidente, quando sono ancora fermi alla lettera A che l’impresa è assai ardua, e proprio mentre si sta per arenare definitivamente, scontrandosi peraltro con alcuni dei suoi editori, arriva il miracolo: un misterioso contributore gli fornisce ogni risposta alle ricerche più difficili. Non accetterà mai il suo invito ad andarlo a trovare ad Oxford, e dopo anni scoprirà perché: il suo contributore William Minor, ex ufficiale e medico dell’esercito degli Stati Uniti, è rinchiuso in un ospedale psichiatrico dopo che, irrimediabilmente danneggiato da anni di orrori sul campo di battaglia, uccide per sbaglio un passante; Murray e Minor diventeranno amici, e Minor conoscerà la vedova della sua vittima, risarcendola come può del torto subito.

Il film è basato su una complessa storia ma assolutamente e incredibilmente vera, e fortemente voluto da Mel Gibson, che ne aveva comprato i diritti anni fa, lasciandolo poi dirigere a Farhad Safinia, suo sceneggiatore in Apocalypto, che per qualche motivo ha qui usato uno pseudonimo P. B. Shemran; e film giunto molto in sordina nelle sale, visti le liti giudiziarie dello stesso Gibson con la casa di produzione, che ha imposto svariati tagli al budget e, sembra, anche alla storia stessa. Chissà se ci sarà mai un Director’s Cut, certo che così come è, il film è riuscito più che bene con una sceneggiatura che sembra scritta in altri tempi, ambientazioni ottime e interpretazioni che, probabilmente, varrebbero da soli il prezzo del biglietto.

Mel Gibson è molto in palla, ma è Sean Penn, dopo 4 anni di inattività, che ruba la scena, con un’interpretazione complessa e densa di significato, ci ha ricordato molto l’altra sua grande interpretazione, ovvero Dead Man Walking, anche lì un detenuto apparentemente senza nessuna salvezza.

Dietro l’apparenza della grande impresa, Il Professore e il Pazzo, è un film che parla con molta delicatezza di 2 temi: il primo è quello dell’Amicizia, quella tra adulti basata sulla condivisione di una passione e che va oltre i titoli e le mura e i percorsi che ognuno alla fine non può che intraprendere, e che veramente ci rende fratelli nel breve tragitto che percorriamo assieme; e il secondo è quello del Perdono, come capacità di amare l’umanità e la vulnerabilità che è in ciascuno di noi. E occhio alla domanda chiave del film: “ chi può dire chi tra noi due sia il Professore e chi il Pazzo?”

Forse il finale viene risolto meno efficacemente di come avrebbe potuto essere, ma è un piacere vedere un film con questa complessità e con questo livello di recitazione (inclusi i personaggi secondari come Natalie Dormer e il piccolo/grande Eddie Marsan) in un periodo dove apparentemente le serie televisive hanno relegato questo tipo di produzione al cinema di nicchia, lasciando per lo più le sale al genere di intrattenimento.

Riconciliante. VOTO:7,5/10

Captain Marvel – I Marvel Studios si Tingono di Rosa

Captain Marvel – I Marvel Studios si Tingono di Rosa

Il primo supereroe femminile ad avere un titolo tutto suo per i Marvel Studios, uno dei rari casi in cui la DC ha battuto la casa delle idee, visto che Wonder Woman è uscito lo scorso anno. E, come nel film dell’Amazzone, anche qui una regia al femminile (beh, metà) del duo moglie-marito Anna Boden e Ryan Fleck che fino ad ora hanno lavorato nel mondo Indie (Half Nelson il loro titolo più noto); purtroppo, anche il primo film dei Marvel Studios che esce dopo la dipartita del creatore della Marvel, Stan Lee (che appare comunque in un cameo, l’ultimo che abbia girato in vita).

Il film inizia su Hala, Pianeta madre della razza guerriera Kree, in guerra coi mutaforma Skrull: e con Vers, giovane guerriera Kree che viene inviata con il suo corpo d’elite alla ricerca di un famigerato nucleo energetico di proprietà incredibili, e che la porterà, dopo una serie di peripezie, sul pianeta C-53, ovvero la Terra, nel 1995, in attesa di essere recuperata dai suoi, prima che lo faccia il Generale Skrull Nemico, Talos.

In realtà, Vers scoprirà di essere Carol Danvers e che ci sono molte verità che le sono state tenute nascoste; con l’aiuto di un agente segreto terrestre, Nick Fury scoprirà cosa è successo alla sua memoria, e soprattutto il perché di un suo superpotere, la capacità di sparare raggi fotonici dalle sue mani.

Captain Marvel ha il gran pregio di non appesantirci con l’ennesima storia delle origini del supereroe (o almeno lo fa in modo molto elegante): tutto il primo tempo, infatti non sembra per niente o quasi un cinefumetto, ma quasi un incrocio tra Guerre Stellari e un film d’azione degli anni ’90 stile True Lies e soprattutto Total Recall, film a cui secondo noi deve molto come struttura: memorie cancellate, verità nascoste, e senza anticipare niente, finali dove il protagonista assurge ad un ruolo completamente diverso. Non casualmente, la sagoma di Arnold Schwarzenegger viene distrutta all’inizio quando la nostra eroina piomba all’interno di un Blockbuster (ricordate?). Cosi come Guardiani della Galassia ammiccava molto agli anni ’80, questo Captain Marvel evidentemente ha deciso l’ambientazione degli anni ’90 per creare il proprio effetto nostalgia. Davvero molto ben fatto, il ringiovanimento di Nick Fury/Samuel Jackson) con la CGI. Nota di merito proprio per il “gattofilo” Samuel Jackson e il “cattivo” Ben Mendelsonn nei panni di Talos: il loro umorismo davvero aggiunge valore, non è un caso che le loro interazioni coincidano coi punti migliori del film.

Veniamo a cosa ci è piaciuto meno e, purtroppo, ci sono un bel po' di cose da dire: Brie Larsson tutto sommato è bravina, certo non memorabile. Ma tutto il film ha un problema: è noioso, prevedibile, derivativo. Ok le citazioni ai vari Top Gun, Pulp Fiction, True Lies, ecc; ma qui il concetto dell’eroe è davvero generico, e poco super. Alla ventunesima pellicola del Mondo Marvel, o tiri fuori qualcosa di unico (tipo Black Panther o Doctor Strange), altrimenti siamo fuori tempo massimo per una storia che sembra la versione migliorata ma neanche più di tanto del criticatissimo Lanterna Verde di qualche anno fa, (anzi, visivamente, Captain Marvel risulta pure meno interessante) o dello spin-off di Star Wars, Solo (molto simile come mood).  Sprecatissimi Jude Law e Annette Bening, in ruoli bidimensionali.

Insomma, si tratta di un film fin troppo conservativo: la leggerezza va bene (visto che è spesso la cifra che sceglie la Marvel , vedi Guardiani della Galassia, o Thor: Ragnarok), ma dopo Ant-Man and the Wasp e Spiderman: Homecoming, abbiamo la sensazione che i Marvel Studios imbocchino troppo spesso una commercializzazione alla Disney troppo spinta, troppo per le famiglie, troppo teen quando la sceneggiatura latita. Qui è sembrato proprio che, con la scusa del primo film con protagonista femminile, ci sia dimenticati di tirar fuori delle idee interessanti. Un po' come quando i Democratici presentarono la Clinton per le presidenziali. Immemorabile. VOTO: 5,5/10

The Mule: Il Corriere – Tempo di Raccolto per Lo Straniero Senza Nome

The Mule: Il Corriere – Tempo di Raccolto per Lo Straniero Senza Nome

Non si da quanti anni ormai si dica “questo è probabilmente l’ultimo film di Clint Eastwood”: un po’ per l’età del vecchio Clint (sono quasi 90 ormai), un po', forse, per esorcizzare l’inevitabile dipartita di quello che, nel bene o nel male, ha rappresentato uno dei capisaldi del cinema USA per 60 anni, sia come attore, ma soprattutto come regista.

Coincidenza: Robert Redford ha annunciato che Old Man & The Gun (anche qui la vera storia di un fuorilegge fuori tempo massimo) sarà il suo ultimo film, a differenza di Clint che però non ha annunciato nuovi progetti, che è singolare, visto la prolificità recente del regista di San Francisco, da fare invidia a Woody Allen. Non solo, proprio come Robert, Clint sceglie un film molto intimista, e poco politico (e meno male, ci verrebbe da dire, visti i suoi recenti schieramenti).

La trama è paradossale solo come la realtà sa esserlo, essendo basata sulla vera storia di tale Leo Sharp: Earl Stone, novantanne orticoltore in difficoltà sia lavorative che familiari, accetta di lavorare come corriere della droga per il Cartello di Sinaloa; e, nel giro di qualche mese, diverrà una vera leggenda con il nome di Tata, battendo ogni record di consegne. Come si può immaginare, finirà nell’unico modo in cui può finire questa storia.

Dicevamo: potrebbe essere l’ultimo film di Clint? Gli auguriamo di no, certo che Il Corriere sembra averne tutti i crismi, sia per la storia, che il messaggio, che i recenti avvenimenti nella storia personale di Eastwood. Nel 2018, peraltro, Clint ha perso quella che era la sua (ex)compagna spirituale e non solo, Sandra Locke (mai sposata), ed ha riconosciuto e ritrovato la figlia naturale Laurie dopo 64 anni dalla sua nascita. Non spoileriamo, ma ci sono evidentemente molti paralleli con la storia che ha voluto raccontare.

Il film conta anche su altri ottimi attori, tra cui Bradley Cooper, Michael Pena, Dianne Wiest, persino Andy Garcia e Clifton Collins jr. (oltre alla figlia -vera- Alison); ed è bella la fotografia con il pick-up di Earl che attraversa la sua America. Ma è un film semplice, molto lineare, e a dire la verità, decolla solo negli ultimi 20 minuti, quando il messaggio comincia ad essere più evidente: in fondo, tutta la storia serve a questi ultimi minuti. Ormai appare raramente nei suoi film, e quando lo fa, sembra farlo per lanciare un messaggio: ne Gli Spietati (1992), è un addio ad un mondo che non esiste più; in Gran Torino (2008), si fa da parte per la nuova generazione di Americani; qui, sembra quasi un ringraziamento ed una scusa ai suoi familiari, per essere stato meno presente di quanto abbia dovuto e potuto esserlo, ora che ha capito che la famiglia, e non il lavoro, seppur bellissimo (cinema nella realtà, fiori nel film – in entrambi i casi, lavori devoti alla ricerca della bellezza), siano la sua eredità. E il finale, che non anticipiamo, vede Clint/Earl con un cappello a larghe tese (da contadino stavolta, e non da cowboy) uscire letteralmente di scena dopo aver fatto la cosa che ama di più.

Ci ha ricordato le parole di un altro grande, Paul Newman, alla consegna del suo Oscar alla Carriera: “Siamo così spreconi con le nostre vite. Il trucco di vivere è entrare ed uscire da questo pianeta facendo meno casino possibile. Non voglio diventare santo, è che mi viene da pensare che nella vita abbiamo bisogno di essere un po’ contadini, che riseminano nel terreno parte di quello che hanno raccolto

VOTO: 6,5/10

Green Book – A Spasso Con Doc

Green Book – A Spasso Con Doc

Quanto fosse difficile per gli Afroamericani girare negli Stati Uniti del Sud negli anni ’60 è cosa risaputa; del resto la questione razziale rimane per tanti versi irrisolta ancora oggi, anzi l'attuale governo Trump sembra averla irrigidita.

Inaspettato regista di questo dramma/commedia è Peter Farrelly, più noto per commedie sboccate come Tutti Pazzi Per Mary e Io, Me e Irene; scelta che sollevò qualche ciglio durante il casting, vista la delicatezza della materia. Storia vera: il pianista nero Donald “Doc” Shirley  (Mahersala Ali) attraversa in tour il profondo Sud insieme ai membri del suo trio, e al suo autista/guardia del corpo, l’italo-americano Tony Vallelonga (Viggo Mortensen). Tanto è raffinato e algido l’uno, quanto rozzo e sanguigno l’altro. Una strana coppia a tutti gli effetti, ma le situazioni in cui si troverà Doc saranno molto complesse e molto pericolose, più adatte ai bassifondi che alle sale concerto, e spesso ci vorrà tutta la capacità persuasiva (con le buone o le cattive) di Tony per tirarlo fuori dai pasticci. D’altro canto, Doc aiuterà Tony con sua moglie Dolores (una Linda Cardellini deliziosa)

Il Green Book è stata una guida di viaggio per gli automobilisti neri pubblicata dal ‘36 al ’66, dove venivano segnalati hotel e ristoranti che servivano persone di colore, nella patria della democrazia e della libertà: quando avviene il tour, siamo nel ’62 e i Kennedy stanno spostando pesantemente gli equilibri di un Paese con ancora troppe contraddizioni, dove è più facile esibirsi per i bianchi che utilizzare le loro latrine o i loro ristoranti. Ecco che il viaggio dell’improbabile duo, assume il contorno della sfida simbolica: 6 anni prima niente poco di meno  Nat “King” Cole fu pestato a sangue prima di salire sul palco in Alabama; ed entrambi ne escono trasformati. Se infatti Tony si rende contro del razzismo eclatante degli altri, ma anche strisciante nel linguaggio suo e di chi gli sta accanto, Don si rende conto della solitudine in cui si è relegato spesso da solo, né parte degli uni, né parte degli altri, né con gente che possa chiamare “famiglia”. Alla fine, arriveranno insieme alla fine del viaggio, ma non come si aspettavano.

Il film è un road/buddy movie classico del cinema USA, nel periodo forse quintessenziale della storia USA: ed è un film ferocemente professionale, nel senso che fa ridere quando deve far ridere, commuove quando deve commuovere, e non rinuncia mai a far riflettere senza essere pedante. Sia Viggo Mortensen (sovrappeso e credibilissimo italo-americano, incredibile ma vero) che Mahersala Ali rischiano seriamente di vincere l’Oscar per Miglior Attore; e così il film che, a ben guardare, sembra letteralmente ingegnerizzato per vincere (la bella storia edificante di amicizia tra diverse culture, le minoranze – non spoileriamo- di tutti i tipi) esattamente 30 anni dopo l'Oscar ad una storia che, guarda caso, parlava di un’autista di colore e di un’anziana signora di religione ebraica, ovvero A Spasso con Daisy, di cui questo film sembra una versione aggiornata.

Intendiamoci, il film è godibilissimo (è molto meglio di Moonlight di un paio di anni fa, e più o meno al livello de La Forma dell’Acqua dello scorso anno), 2h10 che scorrono via come la Cadillac turchese dei protagonisti nei colori pastello degli anni ’60. Ma quando dovrebbe spingere sull’acceleratore del messaggio – il razzismo, di qualunque tipo, ci rende davvero soli ed impauriti  in questo mondo- stacca un po’ il piede. È un film per famiglie, dopo tutto.  VOTO: 7/10

Il Primo Re - C'era Una Volta Roma

Il Primo Re - C'era Una Volta Roma

Mai chiesti come fosse Roma prima che diventasse Roma? Ci pensa Matteo Rovere, al suo quarto lungometraggio, con la storia di Romolo e Remo, ottavo secolo a.C., pastori di pecore che prima vengono travolti dalla piena del Tevere, poi vengono catturati dagli abitanti di Alba, scappano alla guida di un manipolo di disperati, e infine finiscono col governare una piccola città fatta di capanne e fango. Romolo è ferito, Remo diviene la guida della tribù: ma incombe la predizione della vestale, uno dei due fonderà un impero al di là del fiume, ma dovrà uccidere l’altro…

Film crudo, sporco (nel vero senso del termine), spesso anti-epico, Il Primo Re è un film che ricorda una fusione tra Valhalla Rising, Apocalypto e The Revenant, per le tempistiche decisamente poco cinematografiche, per la forte commistione tra reale e magico che lo pervade, per i pochi dialoghi scarni in una lingua sconosciuta (in questp caso, in latino arcaico), per il gusto del sangue. Violento e tribale, ma proprio per questo, con un senso di realistico: sarebbe stato fin troppo facile ricreare una specie di Conan Il Barbaro de noantri (i presupposti c'erano tutti), ma invece Rovere sceglie la normalità dello stato primordiale, gli uomini alla mercè della natura (spettacolare la scena dell’esondazione del Tevere) e delle bestie (in primis, gli altri uomini), in fin dei conti senza mai esagerare  nell’esaltazione della violenza (come ad esempio capitava in Valhalla Rising, probabilmente il film a cui questo deve di più in termini di narrativa ).

Il film è tutto costruito dal rapporto dei due fratelli, Remo, il maggiore dei due, più forte, più carismatico e carico di furore mistico; Romolo, più fragile, ma anche più inclusivo, più leader e meno Dio, più dalla parte degli uomini, che alla fine ne riconoscono il valore di progresso rispetto all’altro (senza spoilerare niente, visto che la storia dei due fratelli è nota). Davvero bravi Alessandro Borghi e Alesso Lodice, più noto il primo, entrambi di estrazione TV (Suburra e Gomorra le loro interpretazioni più note), credibilissimi nel loro latino arcaico, che si muovono in un mondo fatto di paludi, di foreste impenetrabili, di un fiume che sembra un mare da attraversare, di piccole tribù e piccoli villaggi fangosi (peraltro, tutto ricostruito ad un’oretta di auto da Roma!). Un film che, bisogna dire, ha il pregio di non sembrare “italiano”, nel senso di provinciale; musiche di Andrea Farri decisamente interessanti, e mai invasive.

Non è un film che, a differenza della fondazione di Roma, passerà alla storia. Tanti gli spunti interessanti, tanti i momenti introspettivi, ma un po' a metà strada tra Terence Malick (ad es. Il Nuovo Mondo) e il documentario di History Channel.  "Vorrei, ma non posso" è il pensiero che deve aver avuto Rovere più di una volta (almeno, è quello che abbiamo percepito noi).

Primordiale. VOTO: 7/10

Glass – Il Super-Puzzle di Shyamalan si ricompone

Glass – Il Super-Puzzle di Shyamalan si ricompone

19 anni per chiudere una trilogia non sono pochi, soprattutto se si considera che il secondo dei 3 è uscito nel 2016. Narra la storia (o la leggenda) che il regista M. Night Shyamalan dopo il cult Unbreakable (2000 tondo tondo) aveva previsto di farne il seguito molto prima, sfortunatamente una serie pazzesca di flop al botteghino (uno su tutti L’Ultimo Dominatore dell’Aria, ma potremmo dilungarci) lo avevano reso il regista meno “finanziabile” del mondo. E dire che è l’inventore (beh, diciamo almeno il suo marchio di fabbrica) del cosiddetto “Shyamalan Twist”, uno stratagemma narrativo dove tutti i presupposti del film vengono rovesciati nelle ultime scene (e, quando funziona, lascia veramente sbigottito lo spettatore, vedi il Sesto Senso e, appunto, Unbreakable). Ma ci vollero 16 anni perché uscisse Split, il sequel più segreto del mondo (infatti viene svelato solo negli ultimi 2 minuti di quel film), ma tanto fu la sorpresa che lo resero uno dei successi imprevisti di quell’anno.

Insomma , il primo fu un cult (più un long-seller che un successo vero e proprio – ma forse il migliore cinefumetto mai realizzato), il secondo un outsider  low budget (che rese 30 volte la spesa). E questo terzo? Glass mette insieme letteralmente i pezzi di questo mondo di supereroi e supercattivi minimalista dove David Dunn, Elijah Price e Kevin Crumb, Il Buono, Il Folle ed il Cattivo, si ritrovano in un ospedale psichiatrico: la D.ssa Staple li ha in cura presentando loro i loro “superpoteri” come semplicemente psicosi o malattie rare. Riusciranno a liberarsi e a dimostrare al mondo la “loro” verità? O, per parafrasare Elijah/Mr Glass, “ sono solo un errore nell’universo”?

Che peccato. Davvero. Questo è un film che lascia intravedere un potenziale enorme, inizia piano come tutti i film di Shyamalan (anche quelli scarsi), e sembra sempre sul punto di decollare con un climax epico, ma la verità è che stavolta il “twist” è meno forte del previsto, e dire che dopo i primi 2, da questo ci si aspettava un botto pazzesco (forse sarà anche per questo che la percezione sia così soft).

Vedere i 3 attori assieme, per un vecchio nerd e fumettofilo, è una gran soddisfazione: Dunn/Bruce Willis sornione e dolente come sempre, Jackson/Mr Glass (con una nota di merito per i traduttori: ristabilito il nome originale, rispetto a L’Uomo di Vetro, con un delizioso espediente narrativo) folle visionario stile Lex Luthor, e James McAvoy/l’Orda, (di gran lunga il più dotato dei 3) evangelizzatore multipersona bestiale e cannibale. Ognuna con  la loro colorazione da “costume” del mondo di carta: Il Verde della Speranza, il Viola del Sapere, Il Giallo Ocra dell’Espiazione. E bello come vengono recuperati, oltre a Casey di Split, anche il figlio di David (lo stesso attore, in un ruolo alla Alfred di Batman) e la madre di Elijah.

Stavolta, però la magia non parte, il colpo rimane in canna, tanto che Elijah deve un po’ spiegare tutto alla fine, e in genere questo è un trucco che si fa quando qualcosa va storto nella sceneggiatura: vero che si dice che Shyamalan abbia tagliato 50’ del film (su 3 ore della versione originale), ma il finale così ci avrebbe convinto poco lo stesso, con una tesi affascinante (“perché se i superpoteri esistono, ne sappiamo così poco?”), ma con una scelta dello sviluppo un po' loffia (la storia dell’ospedale psichiatrico e il climax finale un po’ sottotono) e con dei buchi narrativi non secondari (perché Elijah è in ospedale con gli altri è un mistero, visto che è “innocuo”. E che dire della foto di Joseph Dunn – il figlio di David- nella scuola di Casey? Indizio fuorviante? Scena tagliata di troppo? Ma non sono i soli).

Insomma: appena discreto. Peccato dicevamo, perché invece di essere un film per la nicchia dei nerd (e la scena che recupera la copertina del primo Superman, è un chicca per loro/noi), poteva essere una trilogia a metà tra Il Cavaliere Oscuro e Matrix, invece, proprio come il secondo dei due, dopo un esordio strepitoso, evapora alla distanza. Meno Super Del Previsto. VOTO: 6,5/10

Vice: L’Uomo Nell’Ombra – La Normalità del Male

Vice: L’Uomo Nell’Ombra – La Normalità del Male

Adam McKay ci riprova dopo La Grande Scommessa del 2015 a darci un punto di vista US a quello che sta succedendo nella storia contemporanea: la domanda è sempre la stessa, ovvero come ha fatto la più grande Democrazia del Mondo, imperfetta quanto vuoi ma frontiera dello sviluppo del genere umano a ridursi politicamente ed economicamente in un coacervo reazionario che ha visto l’ascesa di uno come Trump?

L’insospettabile protagonista di questa storia è un burocrate senza scrupoli che, da scansafatiche del Wyoming, si evolve fino a diventare il più potente VicePresidente (da cui il titolo Vice, che però significa anche Vizio o Malvagità)della storia degli Stati Uniti, ovvero Dick Cheney. Vedremo la sua evoluzione, che lo porterà non solo a farsi strada nelle gerarchie del partito repubblicano, ma anche a farsi nominare CEO di un’azienda di servizi, la Halliburton, e poi manipolare quello che è considerato il Presidente più inetto della storia recente, ovvero George W. Bush, per perpetrare una deriva destrorsa, guerrafondaia, liberticida come mai si era visto prima di allora nel Paese che fu di Lincoln e Kennedy, e che persino Trump fa fatica ad emulare nei fatti, se non nelle parole.

McKay, come ne La Grande Scommessa sceglie una satira fuori dalle righe, con tanti “fuoricampo” che spiegano cosa sia successo in realtà dietro alle apparenze innocue di un uomo apparentemente Tranquillo e che aveva il dono di far passare le peggiori porcherie della storia USA come ragionevoli soluzioni, 2 su tutte: la guerra in Iraq fondata sulla più grande truffa investigativa di sempre, e la restaurazione delle torture in un Paese Occidentale dai tempi della Seconda Guerra Mondiale (lato nazisti); per non tacere delle nefandezze con cui, il buon Dick, corrotto fino al midollo, ha favorito le potenti multinazionali a Stelle e Strisce rendendole beneficiarie di vantaggi e introiti assolutamente sanguinari e ingiustificati, e distrutto l’imparzialità (almeno formale) dei media, creando in effetti il primo sistema di “fake news”.

Dicevamo, McKay sceglie una satira molto asciutta (con i “suoi” attori Bale e Carell), con tanti inserti “educativi” alla Michael Moore (di cui questo film sembra una estensione narrativa), ed alcuni curiosissimi come la fine “fasulla” a metà film (la scelta di Cheney di ritirarsi che poi si rimangiò), e alcuni passaggi davvero spiazzanti (come il focus group che, usato dai Repubblicani per capire le reazioni degli Americani alle proprie politiche). Belli i filtri che testimoniano il passaggio da un’epoca all’altra. Anche qui come nell’altro film, 2 cameo di attori famosissimi (Naomi Watts e Alfred Molina) che evidentemente ci tengono a far sentire la propria voce (peraltro: prodotto da Brad Pitt, uno dei volti liberal di Hollywood per eccellenza), come per dire: "non è ancora finita".

Attori davvero in palla, come un irriconoscibile Christian Bale, una magistrale Amy Adams (la moglie Lynn, vera e propria eminenza grigia di un’eminenza grigia), un Steve Carell ormai emancipato dai ruoli di commedie, e un Sam Rockwell che è uno dei migliori attori non-protagonisti del panorama USA (tipo Greg Kinnear o Willem Dafoe). Non spariamo alto se diciamo che qui ci saranno 3 Nomination e almeno un Premio Oscar. Non al livello de La Grande Scommessa, che risulta essere più imprevedibile, meno didascalico e in fin dei conti meno risaputo (anche se non lo darei per scontato), ma questo sì che è cinema necessario, se non un capolavoro. VOTO: 7/10