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Vice: L’Uomo Nell’Ombra – La Normalità del Male

Vice: L’Uomo Nell’Ombra – La Normalità del Male

Adam McKay ci riprova dopo La Grande Scommessa del 2015 a darci un punto di vista US a quello che sta succedendo nella storia contemporanea: la domanda è sempre la stessa, ovvero come ha fatto la più grande Democrazia del Mondo, imperfetta quanto vuoi ma frontiera dello sviluppo del genere umano a ridursi politicamente ed economicamente in un coacervo reazionario che ha visto l’ascesa di uno come Trump?

L’insospettabile protagonista di questa storia è un burocrate senza scrupoli che, da scansafatiche del Wyoming, si evolve fino a diventare il più potente VicePresidente (da cui il titolo Vice, che però significa anche Vizio o Malvagità)della storia degli Stati Uniti, ovvero Dick Cheney. Vedremo la sua evoluzione, che lo porterà non solo a farsi strada nelle gerarchie del partito repubblicano, ma anche a farsi nominare CEO di un’azienda di servizi, la Halliburton, e poi manipolare quello che è considerato il Presidente più inetto della storia recente, ovvero George W. Bush, per perpetrare una deriva destrorsa, guerrafondaia, liberticida come mai si era visto prima di allora nel Paese che fu di Lincoln e Kennedy, e che persino Trump fa fatica ad emulare nei fatti, se non nelle parole.

McKay, come ne La Grande Scommessa sceglie una satira fuori dalle righe, con tanti “fuoricampo” che spiegano cosa sia successo in realtà dietro alle apparenze innocue di un uomo apparentemente Tranquillo e che aveva il dono di far passare le peggiori porcherie della storia USA come ragionevoli soluzioni, 2 su tutte: la guerra in Iraq fondata sulla più grande truffa investigativa di sempre, e la restaurazione delle torture in un Paese Occidentale dai tempi della Seconda Guerra Mondiale (lato nazisti); per non tacere delle nefandezze con cui, il buon Dick, corrotto fino al midollo, ha favorito le potenti multinazionali a Stelle e Strisce rendendole beneficiarie di vantaggi e introiti assolutamente sanguinari e ingiustificati, e distrutto l’imparzialità (almeno formale) dei media, creando in effetti il primo sistema di “fake news”.

Dicevamo, McKay sceglie una satira molto asciutta (con i “suoi” attori Bale e Carell), con tanti inserti “educativi” alla Michael Moore (di cui questo film sembra una estensione narrativa), ed alcuni curiosissimi come la fine “fasulla” a metà film (la scelta di Cheney di ritirarsi che poi si rimangiò), e alcuni passaggi davvero spiazzanti (come il focus group che, usato dai Repubblicani per capire le reazioni degli Americani alle proprie politiche). Belli i filtri che testimoniano il passaggio da un’epoca all’altra. Anche qui come nell’altro film, 2 cameo di attori famosissimi (Naomi Watts e Alfred Molina) che evidentemente ci tengono a far sentire la propria voce (peraltro: prodotto da Brad Pitt, uno dei volti liberal di Hollywood per eccellenza), come per dire: "non è ancora finita".

Attori davvero in palla, come un irriconoscibile Christian Bale, una magistrale Amy Adams (la moglie Lynn, vera e propria eminenza grigia di un’eminenza grigia), un Steve Carell ormai emancipato dai ruoli di commedie, e un Sam Rockwell che è uno dei migliori attori non-protagonisti del panorama USA (tipo Greg Kinnear o Willem Dafoe). Non spariamo alto se diciamo che qui ci saranno 3 Nomination e almeno un Premio Oscar. Non al livello de La Grande Scommessa, che risulta essere più imprevedibile, meno didascalico e in fin dei conti meno risaputo (anche se non lo darei per scontato), ma questo sì che è cinema necessario, se non un capolavoro. VOTO: 7/10