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Doctor Sleep - Non Tutto E’ Oro Quello che Luccica

Doctor Sleep - Non Tutto E’ Oro Quello che Luccica

Il secondo sequel di un film di Stanley Kubrick, oltre che il secondo sequel di un film di Stephen King, ma l’unico sequel basato su  un opera di entrambi, ovvero Shining (nel caso ve lo steste chiedendo, gli altri film sono 2001 Odissea nello Spazio e It). Stavolta alla regia però per ovvi motivi, abbiamo Mike Flanagan, uno specialista di horror, che ha dovuto faticare non poco per convincere King ad usare non la sua versione di Shining (una miniserie TV fine anni ’90), ma il capolavoro di Kubrick, che King ha sempre odiato per le tante libertà prese nella sceneggiatura rispetto al testo originale.

Ed infatti si vede benissimo: molte le scene ricostruite all’interno del film, qualcuna addirittura recuperata ma manipolata (tra cui l’iconica alluvione di sangue che esce dagli ascensori),  e innumerevoli i riferimenti più o meno nascosti in qua e là. Il film ed il libro rispondono a questa domanda: cosa è successo a Danny Torrance (e a sua madre Wendy) dopo i terrificanti eventi dell’Overlook Hotel nel 1980?

Detto fatto: Danny, ormai più vicino ai 50 che ai 40, si è rifatto una vita nel New Hampshire: la sua “luccicanza” (la capacità di parlare con gli spiriti dei defunti, nonché di entrare nella mente delle persone) è stata finalmente accettata, ed ha trovato lavoro in un hospice, come inserviente e consolatore di chi sta per morire, assieme ad una gatta pure lei dotata di poteri simili. Non è il solo al mondo, come già sa; ma una specie di comunità di vampiri psichici stanno cercando quelli come lui per garantirsi la vita eterna e dovrà uscire allo scoperto per salvare se stesso ed una bambina dai poteri come i suoi.

Stavolta King ha fatto sapere di essere pienamente soddisfatto dell’adattamento: e questo ci spiega come mai il suo unico tentativo di regia (Brivido, 1986) rimane negli annali come uno dei più brutti film basati sui suoi libri. Nel senso: questo Doctor Sleep non è terribile, anzi a tratti è pure piacevole, ma è lontano anni luce dal film con Jack Nicholson. Il problema è semplice: mentre il fascino di Shining rimane in quello che evoca, ma di fatto non spiega mai (tanto che esiste letteratura – e un docu-film- che prova ad interpretarlo), qui il Mago svela i suoi trucchi e così facendo diventa un semplice Prestigiatore.

In effetti, questo è un film che sembrano 2 messi assieme: la setta dei Vampiri Psichici e il ritorno al Overlook Hotel, e come i due si amalgamano non sempre viene benissimo. Curioso, perché a se’ stanti reggono abbastanza bene, ma nell’insieme sembrano forzati, così come certe ricostruzioni del film originale, messe lì quasi per compiacere i fan.

Bravino Ewan McGregor, credibile e diligente (e, immaginiamo un grande onore per lui – che ottiene di replicare la scena in cui Jack Nicholson mette la faccia nella porta aperta dall’ascia); ma il resto gira senza infamia e senza lode, incluse le attrici principali, la malvagia strega Rebecca Ferguson, e la giovane “padawan” (visto che il ruolo di Jedi si addice al buon Ewan) Kyliegh Curran (anche qui una ragazza al posto del protagonista maschile originale, come da tendenza imperante). Le volte in cui effettivamente Doctor Sleep fa paura si contano sulle dita di una sola mano, e qualcuna avanza pure.

In definitiva: un thriller, come si sarebbe detto una volta, un po’ televisivo con l’omaggio ad un capolavoro vero, che toglie il dubbio se sia stato superiore il libro o il film.  Si narra da tempo che stia per arrivare un prequel, speriamo andrà meglio. Nel frattempo, come conclude Danny ad un certo punto del film (non vi diciamo dove) con un doppio senso che in italiano non rende: “Continua a Luccicare” –“Keep Shining”. VOTO: 6/10

L’Uomo Del Labirinto – Nuovo Cinema Inferno

L’Uomo Del Labirinto – Nuovo Cinema Inferno

Seconda prova alla regia per Donato Carrisi, tedenzialmente uno scrittore di successo, e secondo thriller per lui dopo La Ragazza Nella Nebbia.

Samantha Andretti viene ritrovata dopo 15 anni di rapimento: non si sa se riuscita a sfuggire o sia stata liberata, ma è libera. Due sono i personaggi che cercano di catturare il criminale per portarlo alla giustizia: uno è Genko, investigatore privato maleodorante e morituro, che 15 anni fa era stato ingaggiato -invano- dai genitori di Samantha; l’altro è il dottor Green, un profiler che scava nella mente della protagonista ricoverata in ospedale per trovare informazioni utili.

Dopo Il Signor Diavolo di Pupi Avati, ecco un altro thriller di genere (quello psicologico tipo Il Silenzio Degli Innocenti) che affiora in Italia in mezzo al mare magnum delle commedie di diverse qualità. Chissà se sia l’inizio di un rinascimento, in fin dei conti tra gli anni ’70 e ’80 i vari Argento, Fulci, Bava e lo stesso Avati, l’Italia era considerato uno dei Paesi caposcuola.

Quindi una lodevole iniziativa, peraltro Carrisi è uno degli scrittori che in questo momento è assolutamente sull’onda, chissà se la regia sia il suo sogno nel cassetto. In genere sono pochissimi gli scrittori che riescono in questo salto, uno su tutti Stephen King che chi aveva provato, purtroppo -secondo noi - con scarsi risultati.

Ecco, non sappiamo se Carrisi si sia ispirato a King nel scrivere il suo libro (che non abbiamo letto), ma ci sentiremmo di sconsigliarlo nell'imitare il suo approccio alla regia, dando per assodato che la sceneggiatura, visto che è la sua, deve averlo convinto.

Il film è un guazzabuglio di idee  e stili visivi che attingono a mille fonti senza una vera e propria logica, e in genere nel modo peggiore. Dove si svolge il racconto? Sembra un non-luogo, né Italia né Stati Uniti, ma un po’ lo stereotipo di entrambi. In che anni? Com’è che Genko ha un Mac con Skype installato sopra e la polizia usa il Vic20 e dei classificatori anni ’70 per fare ricerche?  Ci sembra una caricatura di David Lynch. Le atmosfere dove i protagonisti si muovono in un noir fatto di luci geometriche, mentre parlano in un italiano caricato e teatrale, dove mangiano salsiccia in umido e bevono vodka e whisky…  Cosa è, Sin City incontra Bud Spencer? E le atmosfere malate alla Seven con labirinti, topi di fogna, insetti all’ospedale (in una camera tipo il Cardarelli di Napoli) o con i set che sembrano Dario Argento che fa un remake di Blade Runner (vedere per credere, il boudoir della prostituta collezionista di unicorni).  Sembra quasi di vedere regista, fotografo e Responsabile della Colonna Sonora al tavolo: “Ma qui non vuoi metterci un po’ di Profondo Rosso?"; “E qui se rifacciamo quella scena di Frank Miller? Pero’ come il fumetto, non come Rodriguez, che è commerciale”; “E la musica in crescendo per trasmettere ansia? è un classico, così anche i 70enni sono soddisfatti” “Anche quel pezzo di Prisoners di Villeneuve, dai, con la vecchietta fortissima”, “e il coniglio demoniaco di Donnie Darko? Figata!” “ah, i numeri 23 che fanno molto onirico”, “ma sai che voglio anche metterci il cesso di Trainspotting”? Neanche Tarantino è così derivativo, e di certo non infila così tanti riferimenti scomposti.

Il tutto reso ancora peggio dal potenziale interpretativo a disposizione di Carrisi: Toni Servillo che sembra sperduto come mai lo avevamo visto, e un Dustin Hoffman, in palese gita italiana, che deve aver rimpianto sia Pietro Germi ma anche lo spot del Caffè Vergnano. Lasciamo stare Vinicio Marchioni (Intimidito) e soprattutto Valentina Bellè, che di certo non poteva risollevare dei dialoghi scritti così male, ma ci mette del suo con l’interpretazione così caricaturale.

Magari all’estero sfonda. Oppure, fanno finta di niente, che per il cinema italiano sarebbe molto meglio. Sprofondo Rosso. VOTO: 4/10

Joker – Ridi Pagliaccio, Ma C’è Poco Da Ridere

Joker – Ridi Pagliaccio, Ma C’è Poco Da Ridere

Certo che scegliere Todd Philips, regista fino ad oggi solo di commedie tipo Una Notte da Leoni e Parto Col Folle, per dirigere il dramma della contraddizione vivente (un pagliaccio/giullare maniaco ed omicida) che è il nemico più iconico di Batman, deve essere stata una scommessa che è sembrata “destino” ai produttori (e “follia” ai critici). Risultato? Leone d’Oro a Venezia, primo cinefumetto premiato ad un festival “serio”. Già ci sarebbe da aprire un dibattito su questo.

E’ un film di origini, il secondo spin off del Batman-Universo, dopo l’incredibilmente brutto Catwoman di una quindicina di anni fa; ed è un film che potremmo dire racconta una storia apocrifa, visto che l’avversario del Cavaliere Oscuro non solo ha delle origini diverse nel fumetto, ma in realtà questo è un film che, come è stato detto più e più volte, non solo non appartiene all’Universo Cinematico ufficiale della DC (quello di Justice League e WonderWoman per intenderci, dove attualmente il detentore del titolo è Jared Leto), ma neanche alla meravigliosa trilogia di Nolan, dove il Joker ebbe le fattezze di Heath Ledger (premio Oscar peraltro). Confusi? Del resto la strategia cinematografica della DC lo è (rispetto all’architettura pluriennale e ad incastro dei rivali della Marvel), e forse è un bene per questo film.

Arthur Fleck, aspirante comico e pagliaccio da strada nella vita reale; con disturbi mentali che lo fanno ridere nei momenti meno opportuni; che vive nella sudicia Gotham City con la madre, anch’essa affetta da qualche forma di disturbo mentale, con la quale guarda quotidianamente il suo talk show preferito, sognando di essere lui stesso invitato un giorno. Maltrattato, emarginato, disperato, con un desiderio paradossale nella sua situazione: far ridere gli altri per farsi amare. Un giorno, dovrà difendersi nel modo più estremo che possa immaginarsi, e da li in poi è una discesa, ma anche una rinascita.

Philips ha sempre negato si trattasse di un film politico, ma forse gioca alle tre carte con i critici e lo spettatore, perché lo è. Vero che la performance di Joaquin Phoenix è magistrale, decisamente il pezzo forte del film (e sembra un Oscar facile facile, e sarebbe già il secondo Joker premiato): irriconoscibile fisicamente (ha perso 25 kg per interpretare Arthur/Joker), con una performance credibilissima e difficilissima: senza anticipare niente, il film a volte racconta la realtà e a volte il delirio di una mente malata; ma Phoenix è straordinario nel travalicare i limiti, un po' come lo fu Christian Bale – ironia della sorte, il miglior Batman di tutti i tempi – ne L’Uomo Senza Sonno. La sua risata malata è terribile ed una pugnalata al cuore. Inutile dire che se Joker si porterà a casa qualche statuetta, sappiamo di chi sarà il merito (ed il suo ballo sulla scalinata del Bronx  è già luogo di “culto” su GoogleMaps, googlare per credere). La domandona: meglio Phoenix o Ledger? Pari e patta, secondo noi.

E il film? Molto buono, non un capolavoro come Il Cavaliere Oscuro però. Ci sarebbe piaciuto qualche affondo in più in The Killing Joke, la storia a fumetti più iconica del Joker degli anni '80, a cui questo film deve molto: stesso mood, stessa ambientazione, che avviene più o meno nella New York dei primi anni ’80, con la sua delinquenza e sporcizia dilagante. Non a caso, il “modello” nel film di Arthur è Murray Franklin, interpretato da Robert DeNiro, al quale questo film deve due sue interpretazioni chiave: il mitologico Taxi Driver (1976) e l’iconico Re Per Una Notte (1982), di cui questo Joker ne sembra una sintesi aggiornata e adattata alla storia. Film politico, secondo noi sì, magari non schierato, ma politico sì: Arthur Fleck in un mondo politicamente ormai privo di riferimenti positivi, rappresenta l’alba dei movimenti populisti che è tematica attuale. Non dei movimenti di protesta (alla Occupy Wall Street, o quelli ecologici, che sono sostanzialmente ideologici), ma proprio di quei movimenti con a capo dei leader che non guidano verso un mondo ideale migliore (qualunque sia questo ideale), ma si limitano a soddisfare la “pancia” della massa, che alla fine non può che essere un declino sociale. Comici a capo di partiti, leader col parrucchino colorato, mi direte voi… Mica siamo in un fumetto.

Con un monito, il messaggio di un grande presidente USA degli anni ’60, oggi sempre più profetico: “Una nazione libera che non può aiutare quelli che hanno poco, non può salvare quelli che hanno molto”. VOTO: 7,5/10

Ad Astra – Nello Spazio, Nessuno può Sentirti Piangere

Ad Astra – Nello Spazio, Nessuno può Sentirti Piangere

James Gray, regista molto particolare e non molto prolifico, 7 titoli in 25 anni, ha definito il suo primo film di fantascienza una via di mezzo tra Apocalypse Now e 2001 Odissea Nello Spazio: un esercizio che fanno i critici a dire la verità, anche se in effetti, si può dire che sia una buona sintesi.

Roy Mc Bride, astronauta che in un futuro forse non così lontano abbandona la compagna per andare alla ricerca del padre, McBride Senior, che su Nettuno sta cercando da 30 anni ormai vita aliena nello spazio: la sua stazione è difettosa e sta causando numerosi danni fino alla Terra stessa, tanto che deve essere eliminata.

Dicevamo un futuro non troppo lontano forse, con una Luna dove ci si arriva con un volo Virgin Atlantic (già annunciato da Ken Branson), si sosta in quello che sembra un centro commerciale con lo StarBucks e il Mac di turno, e ci si sposta sulla superficie a bordo di buggy, sempre che non si venga assaliti da pirati nel tragitto. E un Marte ultimo avamposto, coperto perennemente da una foschia rossa e dove si nasce, si vive e si muore sotto terra.

Verissimi i riferimenti sopra, ma è un film che rimanda anche ai più recenti Interstellar, Gravity, Moon e Il Primo Uomo, con i quali condivide questo film un perenne stato di introspezione; in questo caso con McBride spesso voce fuori campo (quasi alla Terence Malick) oppure a rapporto per verificare il suo stato emotivo, anche a testimoniarne la tremenda solitudine. A ben guardare è questo il vero viaggio del protagonista: sí, la trama è il sempiterno Cuore di Tenebra di Conrad (non certo nascosto, come dicevamo all’inizio, visto che Apocaplypse Now su quel testo è creato), dove il viaggio dentro più importante del viaggio esteriore, sottolineato dall’atmosfera claustrofobica delle navi spaziali, immerse in uno spazio mai così nero e silenzioso. Alla fine, una scoperta del significato della nostra esistenza, se mai ce n’è uno: l’altro, e la gestione dei legami  con l'altro (crearli, mantenerli, elaborarli, reciderli) come sviluppo e specchio della nostra esistenza. CI ha ricordato la storia dei porcospini di Hegel durante l’inverno: abbastanza stretti per scaldarsi, non troppo stretti per ferirsi.

Davvero un anno di rinascita per Brad Pitt, dopo C’Era Una Volta… a Hollywood per Tarantino, questo per Gray è stata una prova ancor più difficile, visto che il film si basa quasi integralmente sulla sua performance. Ci sono un paio di scene di “azione”: una caduta lunghissima, una sfida tra dune buggies alla Mad Max, e uno scontro con dei babbuini-cavie (anche la più cruenta e anche disturbante); ma è fuori di dubbio che il film si basa sui suoi primi piani, e solo un attore con una maturità così piena avrebbe potuto reggerlo. Poi, ovvio il pubblico femminile apprezzerà anche altro. Molto bello il confronto/conflitto col padre, un Tommy Lee Jones molto nella parte del “Kurz” di turno: solo la risoluzione di quell’abbandono mai elaborato, ristabilisce la sanità emotiva del figlio, giustamente rappresentato da un pianto e che lo riporta alla vita reale.

In definitiva: Ad Astra, titolo già emblematico di per se, visto che nell’adagio, alle stelle ci si arriva attraverso le asperità, è un film interessante, non scontato: dove Gray pecca è che, alla fine, non dice veramente mai niente di nuovo che non sia stato già detto, e non mostra mai  niente che non sia stato già visto dai recenti Nolan, Cuaron, Lachazelle e ad onor del vero, in entrambi le categorie, un po’ meglio.

MA quello che gli manca in originalità, compensa in sincerità. Ed è già un bel messaggio così. VOTO: 7/10

C’Era Una Volta a… Hollywood – Tarantino e la sua Summer of Love

C’Era Una Volta a… Hollywood – Tarantino e la sua Summer of Love

La Nona Sinfonia di Quentin Tarantino: 5 anni nello scrivere il film, almeno a sentire il buon Quentin e l'ennesimo che sfora le 2h40, ormai suo marchio di fabbrica.

Siamo nel 1969 e Rick Dalton, attore un po’ decotto dopo i fasti del Western ‘anni 50, fa fatica a trovare nuove scritture; e così la sua controfigura, nonché factotum, nonché amico Cliff Booth; un bel giorno, Rick scopre che il grande regista Roman Polanski e sua moglie Sharon Tate sono i suoi nuovi vicini. Sul grande schermo, Rick ha la possibilità di redimersi con una bella parte; nella vita reale, entrambi affronteranno una della serate più tristemente memorabili di quel 1969, ovvero l’assalto alla villa di Sharon Tate da parte di una setta di invasati guidati da Charles Manson e che sfociò in un massacro.

Bravissimo Tarantino nello sviare tutti: infatti cominciamo col dire che proprio l’omicidio della Tate NON è l’argomento principale della storia, nonostante che fosse stato presentato così più volte nel corso degli anni: diciamo che è un suo personalissimo punto di vista sulla questione. Intendiamoci, la Tate c’è , una luminosissima Margot Robbie peraltro, e la vediamo spesso in azione, ma la storia è completamente incentrata sui 2 amici, un Rick attore sul viale del tramonto interpretato come sempre magistralmente da Leonardo Di Caprio e il Cliff spiantato stuntman (vero e proprio topos di Tarantino) che ha il volto di Brad Pitt, redivivo e in formissima dopo qualche anno di assenza.

E’ un Tarantino doc: ci troverete tutti gli ingredienti principali, dai costanti riferimenti ai B-Movies (in questo caso in particolare sugli Spaghetti Western, e sugli attori USA che si sono riciclati grazie al genere), al tono scanzonato, ai dialoghi ipercarichi, alla violenza grottesca ed esagerata. E naturalmente la lunghezza fiume: sembra che proprio Tarantino di fare sintesi non ci riesca. Da Kill Bill in poi i suoi film sono dei fiumi di immagini ma, se almeno lì ebbe l’idea di spezzare il film in due parti, dopo diventa un integralista alla Sergio Leone (suo idolo ovviamente), e del girato non si butta via niente, pazienza se ne soffre la trama, come in The Hateful Eight o Django Unchained (lasciamo stare A Prova di Morte, troppo brutto per essere più di uno scherzo). Fortunatamente, C’Era Una Volta a… Hollywood (i puntini sono proprio nel titolo), senza arrivare alle eccellenze di Pulp Fiction e Le Iene, somiglia di più al riuscito Bastardi Senza Gloria, con il quale ha in comune un altro dei suoi pallini,  senza anticipare nient’altro, quello del “revisionismo” storico (non nel senso classico del termine), più nel concetto che di come andò la storia andò per davvero, per Tarantino è secondario. Ma a dire la verità, il titolo era già un indizio.

In definitiva? Un primo tempo un po’ noioso, nonostante una buonissima prova di Di Caprio nella rinascita del suo Rick Dalton; un secondo tempo molto meglio, spiazzante ed esagerato per tutti i motivi giusti. Una sequenza su tutte: quella di Cliff/Pitt che entra in un vecchio ranch adibito a comune di Hippie e prova ad andare a salutare un suo vecchio amico… Tesissima, sudicia, imprevedibile (e ci sono pure due brevi apparizioni di Dakota Fanning  e Bruce Dern). Questa parte sì che ci è sembrata un grande Spaghetti Western.

Alla fine, è proprio Brad Pitt che ci è piaciuto di più in questo film, in coppia con DiCaprio funziona benissimo, tanto che lo stesso Tarantino li ha paragonati a Paul Newman e Robert Redford. Il duo attore/controfigura che nella vita reale ribaltano chi sia il protagonista e chi solo collaterale ci è sembrato il meccanismo della storia che ci ha soddisfatto di più. Quello che forse ci è piaciuto di meno, che stavolta, ancora di più che in altri casi, tanto film sembra superfluo, non brutto, per carità, ma poco funzionale: quasi tutto il primo tempo e, incredibile ma vero, praticamente tutta la parte su Sharon Tate. 

Ma questo è Quentin Tarantino. Senza Compromessi. VOTO: 7/10

Spiderman: Far From Home – Anche I Supereroi vanno in vacanza

Spiderman: Far From Home – Anche I Supereroi vanno in vacanza

Ritorna sullo schermo (e siamo al settimo episodio in carne ed ossa dopo l’ormai mitologico capostipite diretto da Sam Raimi del 2002) il Tessiragnatele più famoso della pop-culture, con Jon Watts alla regia e Tom Holland nei panni di Peter Parker.

Dopo il ritorno alla “vita” di Spiderman dopo gli eventi di Avengers: Endgame, per Peter si preannuncia un periodo impegnativo, sia a scuola, sia nella sua identità nascosta. Ormai di supererei ne sono rimasti pochi e dunque toccherà a lui, reclutato dal sempiterno Nick Fury per sconfiggere una serie di mostri che sembrano apparire dal nulla nei 4 angoli dell’Europa, dove il nostro eroe è in gita scolastica con la sua classe. In suo soccorso, Nick Fury, lo Shield e un nuovo alleato, Mysterio, proveniente da una Terra parallela… Riuscirà Peter Parker a: a. salvare il mondo; b. non farsi scoprire mentre lo fa; c. conquistare la sua amata MJ? E non necessariamente in questo ordine.

Appurato che Spiderman è ormai il prodotto del segmento “teen” dei Marvel Studios (e quindi necessariamente il più ipersemplificatp), non ci resta che chiederci se il gioco regga ancora la candela. Tom Holland è probabilmente il migliore dei Peter Parker visti fino a qui, è quel mix di nerd/genio/bravo ragazzo/eroe di tutti i giorni che effettivamente rispecchia il personaggio creato dal compianto Stan Lee e Steve Ditko nel 1962; e gli effetti speciali hanno raggiunto un livello incredibile, soprattutto in questo film dove il concetto di realtà distorta è fondamentale e Jake Gyllenhaal/Mysterio è uno splendido istrione che ci introduce il concetto di cosa sia effettivamente la Verità al mondo d’oggi, fatto di fake news ed eccesso di informazione, dove soprattutto i giovani, sono a rischio di acriticità cronica rispetto a quello che succede. È interessante come la Marvel abbia scelto di introdurre in questa serie di Spiderman delle tematiche “educative”, anche nel primo episodio (quello con L’Avvoltoio come nemico) la sottotrama era quella del capire cosa ribolliva nella società della ribellione al sistema dietro Occupy Wall Street; e tutto sommato lodevole.

Ma a differenza di quel rivoluzionario Uomo-Ragno del 1962, rivoluzionario nella sua semplicità, qui siamo ormai al contenitore di intrattenimento professionale;  e la gita scolastica che ci porta da Venezia a Praga a Londra, con relativi scontri supertecnologici con supermostri ed intermezzi da romantic comedy su sfondo da cartolina sembra un po’ il raschiare il fondo del barile creativo, una via di mezzo tra gli ultimi James Bond e Ma Guarda Un po’ Sti Americani con Chevy Chase, anno di grazia 1985, che qualcuno con qualche capello grigio ricorderà di sicuro. E peccato che hanno pure tolto la mitica musica del cartoon anni '60 che almeno nei titoli di coda c'era sempre stata.

In fin dei conti non malaccio, ed il finale è decisamente migliore del primo tempo (che lascia presagire davvero un tracollo, fortunatamente non successo), ma ormai Spiderman è questo. È anche il primo film senza il cameo del compianto e sorridente Stan, quasi a voler dimostrare che quello che doveva vedere lo ha visto, nel futuro chissà. Excelsior! VOTO: 6,5/10

Il Traditore – C’era Una Volta In Sicilia

Il Traditore – C’era Una Volta In Sicilia

 

Marco Bellocchio, quasi 80 anni, da sempre una voce politica nel panorama cinematografico italiano (da I Pugni In tasca a La Cina è Vicina, da Buongiorno Notte a Vincere), effettivamente ancora non si era espresso relativamente alla questione Cosa Nostra: è sceglie uno dei personaggi più emblematici, il pentito Tommaso Buscetta, che negli 80 e negli anni 90 contribuirà a smantellare una parte dell’organizzazione criminosa mafiosa.

Il film Inizia nei primi anni ’80, Buscetta è ormai un ricco emigrato in Brasile, ricco per i traffici di eroina e sotto falso nome, sposato in terze nozze e all’ottavo figlio. Schiacciato dalla nuova mafia corleonese di Totò Riina, e catturato dalla polizia brasiliana, viene estradato come collaboratore di giustizia. Il film si dipana per due decenni, dai colloqui con Giovanni Falcone, al maxi processo alla mafia, al suo esilio negli USA nel programma di protezione come testimone all’attentato di Capaci, alla cattura di Riina stesso, fino alla sua morte, nel suo letto (come tanto aveva desiderato.

Ne viene fuori un personaggio ambiguo, che certo aiutò molto la giustizia, ma certo non fu un santo: rimane il dubbio, instillato in una delle ultime immagini di Bellocchio, che il suo pentimento fosse effettivamente mosso dalla vendetta nei confronti di chi gli aveva ucciso gran parte della famiglia, o addirittura nei riguardi di una mafia che non rispettava più quel codice di onore romantico (che forse non è mai esistito), o semplicemente per motivi di comodo o quasi esibizionismo mediatico. Emerge peraltro in tanti momenti, come la maggior parte dei servitori dello Stato (politici e giudici) avessero un atteggiamento fin troppo ossequioso nei confronti dei padrini di Cosa Nostra (e con fin troppe commistioni, vedi Giulio Andreotti).

È un film che si regge pressoché integralmente sul personaggio di Buscetta e sulla performance di Pierfrancesco Favino, ormai il più esportabile dei nostri volti sul grande schermo, che rende il suo Tommasino carismatico, bugiardo, sfuggente, viperino. Sono i dialoghi di Buscetta con i vari Falcone e i Bagarella e Contorno ad essere un po’ il punto di forza, ma anche il limite dell’opera di Bellochio che ha troppo poco ritmo per 2h24 di film. Ci viene in mente un Frost vs Nixon di qualche anno fa, simile come struttura ma decisamente riuscito meglio in quasi tutto. Forse è un po’ prevalsa quasi l’”ufficialità” che Bellocchio ha voluto per Il Traditore, che salvo qualche momento di flashback (tra l’altro l’altro highlight del film), ha una linearità quasi liturgica, rendendo il tutto un po’ ridondante, né abbastanza rigoroso per essere un documentario, né abbastanza emotivo per essere evocativo, come gli era riuscito in altri casi, come Buongiorno Notte. In sospeso. VOTO: 6/10

X-Men: Dark Phoenix - La Seconda Volta della Fenice

X-Men: Dark Phoenix - La Seconda Volta della Fenice

Quando  si dice che i classici non muoiono mai: la storia su cui quello che si dice essere l’ultimo episodio della saga degli X-Men (prima di un prevedibile re-boot ad opera dei Marvel Studios, che hanno acquisito la Fox) non solo è basata sul classico dei classici degli X-Men su carta (la Saga della Fenice Oscura, datata 1980), ma è già la seconda volta che arriva sullo schermo, in quello che fu un film poco memorabile (X-Men: Conflitto Finale, titolo -a posteriori- un po’ esagerato). Saranno riusciti a raddrizzare il tiro?

Il film è comunque basato solo parzialmente su quella saga, tenendo fermo il concetto centrale: Jean Grey, la potente telepate degli X-Men, salva il gruppo da un disastro spaziale, ma facendo così finisce per diventare il ricettacolo di una potentissima entità cosmica, che minaccia di distruggere il mondo stesso. La stessa Jean Grey deciderà di sfuggire agli X-Men stessi, guidati dal Professor Xavier e ad un misterioso gruppo di alieni, che la cercano per usarne i poteri ai loro scopi.

Ambientato negli anni ’90, così come i precedenti 4 episodi erano basati ciascuno su una decade diversa, il film sceglie una versione molto realistica, rispetto allo stile ipercolorato dei Marvel Studios e a quello cupo della DC, cosa che in effetti aveva funzionato molto bene in Giorni Di un Futuro Passato e Logan; stavolta però al timone c’è Simon Kinberg, e non Bryan Singer o Matthew Vaughn, e purtroppo si vede. Vero che la forza degli X-Men è stata sempre nella coralità (oltre che alle naturali tematiche dell’odio delle diversità, che ne hanno sempre dato una cifra molto metaforica – e potente), ma qui purtroppo, nonostante i personaggi “pesanti” come Professor X, Magneto, Mystica e un cast di attori di altissimo livello (James Mc Avoy, Michael Fassbender, Jennifer Lawrence) sembrano veramente usati in modo superficiale, qualcuno come Quicksilver (l’ennesima scena al rallentatore “figa” e basta) o Ciclope o Storm, sono praticamente marginali. Si salvano Nightcrawler/Kodi Smit McPhee e Bestia/Nicholas Hoult. E Fenice? Sophie Turner fisicamente ci sta, ma lo spessore di un personaggio così drammatico le manca. Rispetto a Famke Janssen (la Fenice originale), secondo noi, perde il confronto.

Il film è abbastanza divertente, intendiamoci, e fotografia e musiche sono di livello; ma oltre allo sviluppo dei personaggi di cui sopra, anche la trama ha svariati buchi: le motivazioni degli alieni sembrano la cosa più Oscura del film, anche del titolo, i “cattivi” alla fine sembrano super-zombie non particolarmente svegli. Insomma, Kinberg sembra aver virato sul teen-drama, rendendo questo probabilmente l’episodio meno memorabile dei 7, proprio insieme a quel Conflitto Finale di 13 anni prima (sempre quello con la trama della Fenice Oscura, evidentemente è destino) e per essere un ultimo episodio è piuttosto deludente. E Wolverine manca davvero tanto a questi X-Men, speriamo che il re-boot prenda in considerazione anche “resuscitarlo” in qualche modo.

Più che Oscuro, un finale Opaco. VOTO: 6/10

I Fratelli Sisters – Western à la Française

I Fratelli Sisters – Western à la Française

Il primo Film Western in inglese diretto da un regista francese, il Jacques Audiard de Il Profeta. Incredibile ma vero, un genere di quasi 100 anni di vita, ed apparentemente, i nostri cugini d’oltralpe non hanno subito il fascino dell’Ultima Frontera (prima che Star Trek monopolizzasse il termine negli anni ’60, naturalmente).

Gioco di parole semplice nel titolo, il film, ambientato nel 1850, racconta la storia di due fratelli cacciatori di taglie, Charlie, violento, sanguinario e contento di esserlo, ed Eli, il maggiore dei 2, che a dir la verità, si sarebbe pure stancato di quella vita e vorrebbe aprire un emporio. Viene assegnato loro l’incarico di trovare un chimico in fuga, che sembra abbia trovato un metodo miracoloso per scovare l’oro nei fiumi della California, aiutato da un ex loro “collega”.

Da un punto di vista visivo, il film di Audiard è davvero molto piacevole, girato tra Spagna, Francia e Romania (neanche una scena negli USA), per alcuni versi ci ricorda il Sam Packinpah de Il Mucchio Selvaggio e Pat Garrett e Billy The Kid, con la natura protagonista quasi quanto gli attori; anche Joaquin Phoenix e John C.Reilly sono due credibilissimi anti-eroi, soprattutto il secondo, malinconico, solo e stanco; con loro Jake Gyllenhaal e Riz Ahmed, le loro prede che diventano loro partner.

Detto questo, I Fratelli Sisters ha due elementi che, indipendentemente da fotografia e interpretazioni, finiscono con affossare il tutto. Innanzitutto  la sceneggiatura: va bene che Hollywood è fin troppo liturgico come stile, ma qui la storia sembra cambiare continuamente direzione, e ad essere sinceri, a volte fuori controllo. Ci sono molte scene che nell’economia del racconto non incidono quasi niente, e tante tracce (il sogno di una democrazia migliore, la Frontiera del West che sta scomparendo a vantaggio del “progresso”) che rimangono così in superficie da non capire a che siano servite. E seconda cosa: la crudezza di alcune scene che non ci sembrano così essenziali (Eli che ingoia un ragno, la morte di uno dei cavalli, la perdita di un arto, e svariate morti cruente), anzi appesantiscono il tutto con alcune atmosfere “cupe” che non giovano affatto alla narrativa. Da questo punto di vista, I Fratelli Sisters ricorda, con risultati sicuramente inferiori, Hostiles dello scorso anno, dove però il tono funereo era perfettamente allineato all’intento del film, cosa che qui, invece, sfugge ad Audiard. Meglio quando ci sono alcuni spunti come Eli che si appassiona a spazzolino e dentifricio o che chiede alla prostituta di immaginare di essere la sua fidanzata, ovvero quando il film alleggerisce le tonalità.   

Così come è, I Fratelli Sisters rimane un esercizio narrativo un po’ sterile, di sicuro non così piacevole, e forse un po’ pretenzioso. Potremmo dire che lo stile francese non si addice al West. Almeno su questo, siamo stati più bravi noi. VOTO: 6/10

Avengers: Endgame – I Vendicatori Sono Morti, Lunga Vita Agli Avengers!

Avengers: Endgame – I Vendicatori Sono Morti, Lunga Vita Agli Avengers!

Quarto ed ultimo (figurarsi) episodio della più colossale saga supereroistica di tutti i tempi; o anche, il ventiduesimo (ma sempre ultimo -  figurarsi) della più colossale architettura cinematografica, ovvero il Marvel Cinematographic Universe (MCU) iniziato nel 2008 con il primo Iron Man e L'Incredibile Hulk.

Preceduto da Infinity War, che era terminato in modo drammatico, Endgame riprende 5 anni dopo che il supercattivo Thanos ha fatto scomparire metà universo (inclusi molti supereroi) con uno schiocco delle dita e delle Gemme dell’Infinito: gli Avengers rimanenti si sono praticamente arresi, accettando la sconfitta e decidendo di andare avanti. Qualcuno come Captain America e Black Widow continuano a proteggere l’Umanità (quello che ne rimane), altri come Iron Man e Thor si sono ritirati a vita privata.

Ma una nuova speranza bussa letteralmente alla porta degli Avengers. Ant-Man, accidentalmente fuggito allo schiocco fatale ha un’intuizione: nel Mondo Quantico, infinitamente piccolo, le regole del tempo possono essere piegate. Uno alla volta, tutti gli Avengers vengono reclutati nella missione più disperata: andranno indietro nel Tempo e stavolta si assicureranno le Gemme dell’Infinito prima che entrino in possesso del Titano Pazzo…

Infinity War ci aveva lasciato un po’ di amaro in bocca. Al di là del cliffhanger finale – Thanos vincitore e tutto rimandato- l’eccesso di personaggi aveva reso tutto un tourbillon sì spettacolare, ma privo di spessore, una specie di All-Star Game senza davvero che il “punteggio” contasse. Invece qui la riduzione del numero dei personaggi ha giovato moltissimo alla storia e all’approfondimento psicologico, tanto che ora i vari personaggi diventano a volte quasi irriconoscibili rispetto alle loro precedenti apparizioni (soprattutto Hulk e Thor). Su tutti emergono Cap/Chris Evans e Iron Man/Robert Downey Jr, veri e propri ispiratori per tutti gli altri che, in questo episodio, finalmente riacquistano la fiducia l’uno dell’altro; ma davvero è un film corale dove emergono anche gli altri personaggi, in particolare Occhio Di Falco/Jeremy Renner (in una versione completamente nuova) e Nebula/Karen Gillan riescono a ritagliarsi un ruolo di spicco a basso minutaggio.

Endgame, come lascia presagire la parola stessa, vuole essere una tappa definitiva delle cosiddette 3 fasi del MCU, con la dipartita di molti dei personaggi principali, e con la chiusura del cerchio di molte delle sottotrame che hanno caratterizzato questa epopea, con una pletora di riferimenti a tutti e 21 i film precedenti (i nerd saranno indaffaratissimi a riconoscerli). Inutile dire che già vengono lanciate alcune delle nuove direzioni (es. Guardiani della Galassia), ma sono tanti i segnali che ci dicono che dovremo aspettarci un MCU molto diverso in futuro (non a caso, non c’è un “finalino” nei crediti finali, solo un suono che solo i davvero nerd riusciranno a riconoscere).

Da amante dei fumetti, ci piace dire che si tratta di 3 ore di film che scorrono via benissimo, sia che vi piacciano i fumetti o meno, ma che alternano momenti di azione a quelli di introspezione; e con una battaglia finale di 1 ora circa epica, spettacolare, sorprendente e commovente, degna de Il Ritorno Del Re della saga de Il Signore Degli Anelli. Lieto fine sì, ma non aspettatevi un quadretto finale stile Ritorno Dello Jedi, stavolta la Disney ha lasciato parecchio spazio a delle decisioni non proprio da spettacolo per famiglie.

Una volta tanto, un colossal che mantiene le attese. E il “finalino” lo diamo noi, racchiudendolo in una parola: ineluttabile. VOTO: 8/10

Il Professore e il Pazzo – Storia del Dizionario e dei Pazzi che lo scrissero

Il Professore e il Pazzo – Storia del Dizionario e dei Pazzi che lo scrissero

Siamo alla fine del 19° secolo, e il lessicografo James Murray raccoglie la sfida della Oxford University Press: scrivere un dizionario che contenga l’etimologia di ogni vocabolo della lingua di Sua Maestà. Murray, privo di un titolo accademico, ma poliglotta autodidatta, è pieno di fiducia in se stesso: con l’aiuto di ogni lettore di buona volontà dell’Impero, catalogherà ogni parola, e ci vorranno, secondo le sue stime, altre 2 risorse e 7 anni (nota: ce ne vorranno 60).

Purtroppo per lui, dopo un paio di anni sarà evidente, quando sono ancora fermi alla lettera A che l’impresa è assai ardua, e proprio mentre si sta per arenare definitivamente, scontrandosi peraltro con alcuni dei suoi editori, arriva il miracolo: un misterioso contributore gli fornisce ogni risposta alle ricerche più difficili. Non accetterà mai il suo invito ad andarlo a trovare ad Oxford, e dopo anni scoprirà perché: il suo contributore William Minor, ex ufficiale e medico dell’esercito degli Stati Uniti, è rinchiuso in un ospedale psichiatrico dopo che, irrimediabilmente danneggiato da anni di orrori sul campo di battaglia, uccide per sbaglio un passante; Murray e Minor diventeranno amici, e Minor conoscerà la vedova della sua vittima, risarcendola come può del torto subito.

Il film è basato su una complessa storia ma assolutamente e incredibilmente vera, e fortemente voluto da Mel Gibson, che ne aveva comprato i diritti anni fa, lasciandolo poi dirigere a Farhad Safinia, suo sceneggiatore in Apocalypto, che per qualche motivo ha qui usato uno pseudonimo P. B. Shemran; e film giunto molto in sordina nelle sale, visti le liti giudiziarie dello stesso Gibson con la casa di produzione, che ha imposto svariati tagli al budget e, sembra, anche alla storia stessa. Chissà se ci sarà mai un Director’s Cut, certo che così come è, il film è riuscito più che bene con una sceneggiatura che sembra scritta in altri tempi, ambientazioni ottime e interpretazioni che, probabilmente, varrebbero da soli il prezzo del biglietto.

Mel Gibson è molto in palla, ma è Sean Penn, dopo 4 anni di inattività, che ruba la scena, con un’interpretazione complessa e densa di significato, ci ha ricordato molto l’altra sua grande interpretazione, ovvero Dead Man Walking, anche lì un detenuto apparentemente senza nessuna salvezza.

Dietro l’apparenza della grande impresa, Il Professore e il Pazzo, è un film che parla con molta delicatezza di 2 temi: il primo è quello dell’Amicizia, quella tra adulti basata sulla condivisione di una passione e che va oltre i titoli e le mura e i percorsi che ognuno alla fine non può che intraprendere, e che veramente ci rende fratelli nel breve tragitto che percorriamo assieme; e il secondo è quello del Perdono, come capacità di amare l’umanità e la vulnerabilità che è in ciascuno di noi. E occhio alla domanda chiave del film: “ chi può dire chi tra noi due sia il Professore e chi il Pazzo?”

Forse il finale viene risolto meno efficacemente di come avrebbe potuto essere, ma è un piacere vedere un film con questa complessità e con questo livello di recitazione (inclusi i personaggi secondari come Natalie Dormer e il piccolo/grande Eddie Marsan) in un periodo dove apparentemente le serie televisive hanno relegato questo tipo di produzione al cinema di nicchia, lasciando per lo più le sale al genere di intrattenimento.

Riconciliante. VOTO:7,5/10

Captain Marvel – I Marvel Studios si Tingono di Rosa

Captain Marvel – I Marvel Studios si Tingono di Rosa

Il primo supereroe femminile ad avere un titolo tutto suo per i Marvel Studios, uno dei rari casi in cui la DC ha battuto la casa delle idee, visto che Wonder Woman è uscito lo scorso anno. E, come nel film dell’Amazzone, anche qui una regia al femminile (beh, metà) del duo moglie-marito Anna Boden e Ryan Fleck che fino ad ora hanno lavorato nel mondo Indie (Half Nelson il loro titolo più noto); purtroppo, anche il primo film dei Marvel Studios che esce dopo la dipartita del creatore della Marvel, Stan Lee (che appare comunque in un cameo, l’ultimo che abbia girato in vita).

Il film inizia su Hala, Pianeta madre della razza guerriera Kree, in guerra coi mutaforma Skrull: e con Vers, giovane guerriera Kree che viene inviata con il suo corpo d’elite alla ricerca di un famigerato nucleo energetico di proprietà incredibili, e che la porterà, dopo una serie di peripezie, sul pianeta C-53, ovvero la Terra, nel 1995, in attesa di essere recuperata dai suoi, prima che lo faccia il Generale Skrull Nemico, Talos.

In realtà, Vers scoprirà di essere Carol Danvers e che ci sono molte verità che le sono state tenute nascoste; con l’aiuto di un agente segreto terrestre, Nick Fury scoprirà cosa è successo alla sua memoria, e soprattutto il perché di un suo superpotere, la capacità di sparare raggi fotonici dalle sue mani.

Captain Marvel ha il gran pregio di non appesantirci con l’ennesima storia delle origini del supereroe (o almeno lo fa in modo molto elegante): tutto il primo tempo, infatti non sembra per niente o quasi un cinefumetto, ma quasi un incrocio tra Guerre Stellari e un film d’azione degli anni ’90 stile True Lies e soprattutto Total Recall, film a cui secondo noi deve molto come struttura: memorie cancellate, verità nascoste, e senza anticipare niente, finali dove il protagonista assurge ad un ruolo completamente diverso. Non casualmente, la sagoma di Arnold Schwarzenegger viene distrutta all’inizio quando la nostra eroina piomba all’interno di un Blockbuster (ricordate?). Cosi come Guardiani della Galassia ammiccava molto agli anni ’80, questo Captain Marvel evidentemente ha deciso l’ambientazione degli anni ’90 per creare il proprio effetto nostalgia. Davvero molto ben fatto, il ringiovanimento di Nick Fury/Samuel Jackson) con la CGI. Nota di merito proprio per il “gattofilo” Samuel Jackson e il “cattivo” Ben Mendelsonn nei panni di Talos: il loro umorismo davvero aggiunge valore, non è un caso che le loro interazioni coincidano coi punti migliori del film.

Veniamo a cosa ci è piaciuto meno e, purtroppo, ci sono un bel po' di cose da dire: Brie Larsson tutto sommato è bravina, certo non memorabile. Ma tutto il film ha un problema: è noioso, prevedibile, derivativo. Ok le citazioni ai vari Top Gun, Pulp Fiction, True Lies, ecc; ma qui il concetto dell’eroe è davvero generico, e poco super. Alla ventunesima pellicola del Mondo Marvel, o tiri fuori qualcosa di unico (tipo Black Panther o Doctor Strange), altrimenti siamo fuori tempo massimo per una storia che sembra la versione migliorata ma neanche più di tanto del criticatissimo Lanterna Verde di qualche anno fa, (anzi, visivamente, Captain Marvel risulta pure meno interessante) o dello spin-off di Star Wars, Solo (molto simile come mood).  Sprecatissimi Jude Law e Annette Bening, in ruoli bidimensionali.

Insomma, si tratta di un film fin troppo conservativo: la leggerezza va bene (visto che è spesso la cifra che sceglie la Marvel , vedi Guardiani della Galassia, o Thor: Ragnarok), ma dopo Ant-Man and the Wasp e Spiderman: Homecoming, abbiamo la sensazione che i Marvel Studios imbocchino troppo spesso una commercializzazione alla Disney troppo spinta, troppo per le famiglie, troppo teen quando la sceneggiatura latita. Qui è sembrato proprio che, con la scusa del primo film con protagonista femminile, ci sia dimenticati di tirar fuori delle idee interessanti. Un po' come quando i Democratici presentarono la Clinton per le presidenziali. Immemorabile. VOTO: 5,5/10

The Mule: Il Corriere – Tempo di Raccolto per Lo Straniero Senza Nome

The Mule: Il Corriere – Tempo di Raccolto per Lo Straniero Senza Nome

Non si da quanti anni ormai si dica “questo è probabilmente l’ultimo film di Clint Eastwood”: un po’ per l’età del vecchio Clint (sono quasi 90 ormai), un po', forse, per esorcizzare l’inevitabile dipartita di quello che, nel bene o nel male, ha rappresentato uno dei capisaldi del cinema USA per 60 anni, sia come attore, ma soprattutto come regista.

Coincidenza: Robert Redford ha annunciato che Old Man & The Gun (anche qui la vera storia di un fuorilegge fuori tempo massimo) sarà il suo ultimo film, a differenza di Clint che però non ha annunciato nuovi progetti, che è singolare, visto la prolificità recente del regista di San Francisco, da fare invidia a Woody Allen. Non solo, proprio come Robert, Clint sceglie un film molto intimista, e poco politico (e meno male, ci verrebbe da dire, visti i suoi recenti schieramenti).

La trama è paradossale solo come la realtà sa esserlo, essendo basata sulla vera storia di tale Leo Sharp: Earl Stone, novantanne orticoltore in difficoltà sia lavorative che familiari, accetta di lavorare come corriere della droga per il Cartello di Sinaloa; e, nel giro di qualche mese, diverrà una vera leggenda con il nome di Tata, battendo ogni record di consegne. Come si può immaginare, finirà nell’unico modo in cui può finire questa storia.

Dicevamo: potrebbe essere l’ultimo film di Clint? Gli auguriamo di no, certo che Il Corriere sembra averne tutti i crismi, sia per la storia, che il messaggio, che i recenti avvenimenti nella storia personale di Eastwood. Nel 2018, peraltro, Clint ha perso quella che era la sua (ex)compagna spirituale e non solo, Sandra Locke (mai sposata), ed ha riconosciuto e ritrovato la figlia naturale Laurie dopo 64 anni dalla sua nascita. Non spoileriamo, ma ci sono evidentemente molti paralleli con la storia che ha voluto raccontare.

Il film conta anche su altri ottimi attori, tra cui Bradley Cooper, Michael Pena, Dianne Wiest, persino Andy Garcia e Clifton Collins jr. (oltre alla figlia -vera- Alison); ed è bella la fotografia con il pick-up di Earl che attraversa la sua America. Ma è un film semplice, molto lineare, e a dire la verità, decolla solo negli ultimi 20 minuti, quando il messaggio comincia ad essere più evidente: in fondo, tutta la storia serve a questi ultimi minuti. Ormai appare raramente nei suoi film, e quando lo fa, sembra farlo per lanciare un messaggio: ne Gli Spietati (1992), è un addio ad un mondo che non esiste più; in Gran Torino (2008), si fa da parte per la nuova generazione di Americani; qui, sembra quasi un ringraziamento ed una scusa ai suoi familiari, per essere stato meno presente di quanto abbia dovuto e potuto esserlo, ora che ha capito che la famiglia, e non il lavoro, seppur bellissimo (cinema nella realtà, fiori nel film – in entrambi i casi, lavori devoti alla ricerca della bellezza), siano la sua eredità. E il finale, che non anticipiamo, vede Clint/Earl con un cappello a larghe tese (da contadino stavolta, e non da cowboy) uscire letteralmente di scena dopo aver fatto la cosa che ama di più.

Ci ha ricordato le parole di un altro grande, Paul Newman, alla consegna del suo Oscar alla Carriera: “Siamo così spreconi con le nostre vite. Il trucco di vivere è entrare ed uscire da questo pianeta facendo meno casino possibile. Non voglio diventare santo, è che mi viene da pensare che nella vita abbiamo bisogno di essere un po’ contadini, che riseminano nel terreno parte di quello che hanno raccolto

VOTO: 6,5/10

Green Book – A Spasso Con Doc

Green Book – A Spasso Con Doc

Quanto fosse difficile per gli Afroamericani girare negli Stati Uniti del Sud negli anni ’60 è cosa risaputa; del resto la questione razziale rimane per tanti versi irrisolta ancora oggi, anzi l'attuale governo Trump sembra averla irrigidita.

Inaspettato regista di questo dramma/commedia è Peter Farrelly, più noto per commedie sboccate come Tutti Pazzi Per Mary e Io, Me e Irene; scelta che sollevò qualche ciglio durante il casting, vista la delicatezza della materia. Storia vera: il pianista nero Donald “Doc” Shirley  (Mahersala Ali) attraversa in tour il profondo Sud insieme ai membri del suo trio, e al suo autista/guardia del corpo, l’italo-americano Tony Vallelonga (Viggo Mortensen). Tanto è raffinato e algido l’uno, quanto rozzo e sanguigno l’altro. Una strana coppia a tutti gli effetti, ma le situazioni in cui si troverà Doc saranno molto complesse e molto pericolose, più adatte ai bassifondi che alle sale concerto, e spesso ci vorrà tutta la capacità persuasiva (con le buone o le cattive) di Tony per tirarlo fuori dai pasticci. D’altro canto, Doc aiuterà Tony con sua moglie Dolores (una Linda Cardellini deliziosa)

Il Green Book è stata una guida di viaggio per gli automobilisti neri pubblicata dal ‘36 al ’66, dove venivano segnalati hotel e ristoranti che servivano persone di colore, nella patria della democrazia e della libertà: quando avviene il tour, siamo nel ’62 e i Kennedy stanno spostando pesantemente gli equilibri di un Paese con ancora troppe contraddizioni, dove è più facile esibirsi per i bianchi che utilizzare le loro latrine o i loro ristoranti. Ecco che il viaggio dell’improbabile duo, assume il contorno della sfida simbolica: 6 anni prima niente poco di meno  Nat “King” Cole fu pestato a sangue prima di salire sul palco in Alabama; ed entrambi ne escono trasformati. Se infatti Tony si rende contro del razzismo eclatante degli altri, ma anche strisciante nel linguaggio suo e di chi gli sta accanto, Don si rende conto della solitudine in cui si è relegato spesso da solo, né parte degli uni, né parte degli altri, né con gente che possa chiamare “famiglia”. Alla fine, arriveranno insieme alla fine del viaggio, ma non come si aspettavano.

Il film è un road/buddy movie classico del cinema USA, nel periodo forse quintessenziale della storia USA: ed è un film ferocemente professionale, nel senso che fa ridere quando deve far ridere, commuove quando deve commuovere, e non rinuncia mai a far riflettere senza essere pedante. Sia Viggo Mortensen (sovrappeso e credibilissimo italo-americano, incredibile ma vero) che Mahersala Ali rischiano seriamente di vincere l’Oscar per Miglior Attore; e così il film che, a ben guardare, sembra letteralmente ingegnerizzato per vincere (la bella storia edificante di amicizia tra diverse culture, le minoranze – non spoileriamo- di tutti i tipi) esattamente 30 anni dopo l'Oscar ad una storia che, guarda caso, parlava di un’autista di colore e di un’anziana signora di religione ebraica, ovvero A Spasso con Daisy, di cui questo film sembra una versione aggiornata.

Intendiamoci, il film è godibilissimo (è molto meglio di Moonlight di un paio di anni fa, e più o meno al livello de La Forma dell’Acqua dello scorso anno), 2h10 che scorrono via come la Cadillac turchese dei protagonisti nei colori pastello degli anni ’60. Ma quando dovrebbe spingere sull’acceleratore del messaggio – il razzismo, di qualunque tipo, ci rende davvero soli ed impauriti  in questo mondo- stacca un po’ il piede. È un film per famiglie, dopo tutto.  VOTO: 7/10

Il Primo Re - C'era Una Volta Roma

Il Primo Re - C'era Una Volta Roma

Mai chiesti come fosse Roma prima che diventasse Roma? Ci pensa Matteo Rovere, al suo quarto lungometraggio, con la storia di Romolo e Remo, ottavo secolo a.C., pastori di pecore che prima vengono travolti dalla piena del Tevere, poi vengono catturati dagli abitanti di Alba, scappano alla guida di un manipolo di disperati, e infine finiscono col governare una piccola città fatta di capanne e fango. Romolo è ferito, Remo diviene la guida della tribù: ma incombe la predizione della vestale, uno dei due fonderà un impero al di là del fiume, ma dovrà uccidere l’altro…

Film crudo, sporco (nel vero senso del termine), spesso anti-epico, Il Primo Re è un film che ricorda una fusione tra Valhalla Rising, Apocalypto e The Revenant, per le tempistiche decisamente poco cinematografiche, per la forte commistione tra reale e magico che lo pervade, per i pochi dialoghi scarni in una lingua sconosciuta (in questp caso, in latino arcaico), per il gusto del sangue. Violento e tribale, ma proprio per questo, con un senso di realistico: sarebbe stato fin troppo facile ricreare una specie di Conan Il Barbaro de noantri (i presupposti c'erano tutti), ma invece Rovere sceglie la normalità dello stato primordiale, gli uomini alla mercè della natura (spettacolare la scena dell’esondazione del Tevere) e delle bestie (in primis, gli altri uomini), in fin dei conti senza mai esagerare  nell’esaltazione della violenza (come ad esempio capitava in Valhalla Rising, probabilmente il film a cui questo deve di più in termini di narrativa ).

Il film è tutto costruito dal rapporto dei due fratelli, Remo, il maggiore dei due, più forte, più carismatico e carico di furore mistico; Romolo, più fragile, ma anche più inclusivo, più leader e meno Dio, più dalla parte degli uomini, che alla fine ne riconoscono il valore di progresso rispetto all’altro (senza spoilerare niente, visto che la storia dei due fratelli è nota). Davvero bravi Alessandro Borghi e Alesso Lodice, più noto il primo, entrambi di estrazione TV (Suburra e Gomorra le loro interpretazioni più note), credibilissimi nel loro latino arcaico, che si muovono in un mondo fatto di paludi, di foreste impenetrabili, di un fiume che sembra un mare da attraversare, di piccole tribù e piccoli villaggi fangosi (peraltro, tutto ricostruito ad un’oretta di auto da Roma!). Un film che, bisogna dire, ha il pregio di non sembrare “italiano”, nel senso di provinciale; musiche di Andrea Farri decisamente interessanti, e mai invasive.

Non è un film che, a differenza della fondazione di Roma, passerà alla storia. Tanti gli spunti interessanti, tanti i momenti introspettivi, ma un po' a metà strada tra Terence Malick (ad es. Il Nuovo Mondo) e il documentario di History Channel.  "Vorrei, ma non posso" è il pensiero che deve aver avuto Rovere più di una volta (almeno, è quello che abbiamo percepito noi).

Primordiale. VOTO: 7/10

Glass – Il Super-Puzzle di Shyamalan si ricompone

Glass – Il Super-Puzzle di Shyamalan si ricompone

19 anni per chiudere una trilogia non sono pochi, soprattutto se si considera che il secondo dei 3 è uscito nel 2016. Narra la storia (o la leggenda) che il regista M. Night Shyamalan dopo il cult Unbreakable (2000 tondo tondo) aveva previsto di farne il seguito molto prima, sfortunatamente una serie pazzesca di flop al botteghino (uno su tutti L’Ultimo Dominatore dell’Aria, ma potremmo dilungarci) lo avevano reso il regista meno “finanziabile” del mondo. E dire che è l’inventore (beh, diciamo almeno il suo marchio di fabbrica) del cosiddetto “Shyamalan Twist”, uno stratagemma narrativo dove tutti i presupposti del film vengono rovesciati nelle ultime scene (e, quando funziona, lascia veramente sbigottito lo spettatore, vedi il Sesto Senso e, appunto, Unbreakable). Ma ci vollero 16 anni perché uscisse Split, il sequel più segreto del mondo (infatti viene svelato solo negli ultimi 2 minuti di quel film), ma tanto fu la sorpresa che lo resero uno dei successi imprevisti di quell’anno.

Insomma , il primo fu un cult (più un long-seller che un successo vero e proprio – ma forse il migliore cinefumetto mai realizzato), il secondo un outsider  low budget (che rese 30 volte la spesa). E questo terzo? Glass mette insieme letteralmente i pezzi di questo mondo di supereroi e supercattivi minimalista dove David Dunn, Elijah Price e Kevin Crumb, Il Buono, Il Folle ed il Cattivo, si ritrovano in un ospedale psichiatrico: la D.ssa Staple li ha in cura presentando loro i loro “superpoteri” come semplicemente psicosi o malattie rare. Riusciranno a liberarsi e a dimostrare al mondo la “loro” verità? O, per parafrasare Elijah/Mr Glass, “ sono solo un errore nell’universo”?

Che peccato. Davvero. Questo è un film che lascia intravedere un potenziale enorme, inizia piano come tutti i film di Shyamalan (anche quelli scarsi), e sembra sempre sul punto di decollare con un climax epico, ma la verità è che stavolta il “twist” è meno forte del previsto, e dire che dopo i primi 2, da questo ci si aspettava un botto pazzesco (forse sarà anche per questo che la percezione sia così soft).

Vedere i 3 attori assieme, per un vecchio nerd e fumettofilo, è una gran soddisfazione: Dunn/Bruce Willis sornione e dolente come sempre, Jackson/Mr Glass (con una nota di merito per i traduttori: ristabilito il nome originale, rispetto a L’Uomo di Vetro, con un delizioso espediente narrativo) folle visionario stile Lex Luthor, e James McAvoy/l’Orda, (di gran lunga il più dotato dei 3) evangelizzatore multipersona bestiale e cannibale. Ognuna con  la loro colorazione da “costume” del mondo di carta: Il Verde della Speranza, il Viola del Sapere, Il Giallo Ocra dell’Espiazione. E bello come vengono recuperati, oltre a Casey di Split, anche il figlio di David (lo stesso attore, in un ruolo alla Alfred di Batman) e la madre di Elijah.

Stavolta, però la magia non parte, il colpo rimane in canna, tanto che Elijah deve un po’ spiegare tutto alla fine, e in genere questo è un trucco che si fa quando qualcosa va storto nella sceneggiatura: vero che si dice che Shyamalan abbia tagliato 50’ del film (su 3 ore della versione originale), ma il finale così ci avrebbe convinto poco lo stesso, con una tesi affascinante (“perché se i superpoteri esistono, ne sappiamo così poco?”), ma con una scelta dello sviluppo un po' loffia (la storia dell’ospedale psichiatrico e il climax finale un po’ sottotono) e con dei buchi narrativi non secondari (perché Elijah è in ospedale con gli altri è un mistero, visto che è “innocuo”. E che dire della foto di Joseph Dunn – il figlio di David- nella scuola di Casey? Indizio fuorviante? Scena tagliata di troppo? Ma non sono i soli).

Insomma: appena discreto. Peccato dicevamo, perché invece di essere un film per la nicchia dei nerd (e la scena che recupera la copertina del primo Superman, è un chicca per loro/noi), poteva essere una trilogia a metà tra Il Cavaliere Oscuro e Matrix, invece, proprio come il secondo dei due, dopo un esordio strepitoso, evapora alla distanza. Meno Super Del Previsto. VOTO: 6,5/10

Vice: L’Uomo Nell’Ombra – La Normalità del Male

Vice: L’Uomo Nell’Ombra – La Normalità del Male

Adam McKay ci riprova dopo La Grande Scommessa del 2015 a darci un punto di vista US a quello che sta succedendo nella storia contemporanea: la domanda è sempre la stessa, ovvero come ha fatto la più grande Democrazia del Mondo, imperfetta quanto vuoi ma frontiera dello sviluppo del genere umano a ridursi politicamente ed economicamente in un coacervo reazionario che ha visto l’ascesa di uno come Trump?

L’insospettabile protagonista di questa storia è un burocrate senza scrupoli che, da scansafatiche del Wyoming, si evolve fino a diventare il più potente VicePresidente (da cui il titolo Vice, che però significa anche Vizio o Malvagità)della storia degli Stati Uniti, ovvero Dick Cheney. Vedremo la sua evoluzione, che lo porterà non solo a farsi strada nelle gerarchie del partito repubblicano, ma anche a farsi nominare CEO di un’azienda di servizi, la Halliburton, e poi manipolare quello che è considerato il Presidente più inetto della storia recente, ovvero George W. Bush, per perpetrare una deriva destrorsa, guerrafondaia, liberticida come mai si era visto prima di allora nel Paese che fu di Lincoln e Kennedy, e che persino Trump fa fatica ad emulare nei fatti, se non nelle parole.

McKay, come ne La Grande Scommessa sceglie una satira fuori dalle righe, con tanti “fuoricampo” che spiegano cosa sia successo in realtà dietro alle apparenze innocue di un uomo apparentemente Tranquillo e che aveva il dono di far passare le peggiori porcherie della storia USA come ragionevoli soluzioni, 2 su tutte: la guerra in Iraq fondata sulla più grande truffa investigativa di sempre, e la restaurazione delle torture in un Paese Occidentale dai tempi della Seconda Guerra Mondiale (lato nazisti); per non tacere delle nefandezze con cui, il buon Dick, corrotto fino al midollo, ha favorito le potenti multinazionali a Stelle e Strisce rendendole beneficiarie di vantaggi e introiti assolutamente sanguinari e ingiustificati, e distrutto l’imparzialità (almeno formale) dei media, creando in effetti il primo sistema di “fake news”.

Dicevamo, McKay sceglie una satira molto asciutta (con i “suoi” attori Bale e Carell), con tanti inserti “educativi” alla Michael Moore (di cui questo film sembra una estensione narrativa), ed alcuni curiosissimi come la fine “fasulla” a metà film (la scelta di Cheney di ritirarsi che poi si rimangiò), e alcuni passaggi davvero spiazzanti (come il focus group che, usato dai Repubblicani per capire le reazioni degli Americani alle proprie politiche). Belli i filtri che testimoniano il passaggio da un’epoca all’altra. Anche qui come nell’altro film, 2 cameo di attori famosissimi (Naomi Watts e Alfred Molina) che evidentemente ci tengono a far sentire la propria voce (peraltro: prodotto da Brad Pitt, uno dei volti liberal di Hollywood per eccellenza), come per dire: "non è ancora finita".

Attori davvero in palla, come un irriconoscibile Christian Bale, una magistrale Amy Adams (la moglie Lynn, vera e propria eminenza grigia di un’eminenza grigia), un Steve Carell ormai emancipato dai ruoli di commedie, e un Sam Rockwell che è uno dei migliori attori non-protagonisti del panorama USA (tipo Greg Kinnear o Willem Dafoe). Non spariamo alto se diciamo che qui ci saranno 3 Nomination e almeno un Premio Oscar. Non al livello de La Grande Scommessa, che risulta essere più imprevedibile, meno didascalico e in fin dei conti meno risaputo (anche se non lo darei per scontato), ma questo sì che è cinema necessario, se non un capolavoro. VOTO: 7/10